martedì 8 aprile 2014

Il pensiero debole cattolico è inerme davanti al mondo





Le verità fondamentali sono impresse nella coscienza di tutti gli uomini, e la loro comprensione è necessaria per accogliere la Rivelazione. I «princìpi non negoziabili» riguardano appunto queste verità assolute.

di Mons. Antonio Livi 
Alla vigilia dell’inizio della discussione al Senato del disegno di legge sull’omofobia, e mentre parallelamente si intensificano i tentativi di riconoscere le unioni civili, vogliamo proporre una riflessione sui criteri fondamentali con cui giudicare queste vicende politiche e legislative. Il testo di monsignor Antonio Livi, autore del recente volume è la sintesi di un intervento svolto nei giorni scorsi a una conferenza organizzata dall’Associazione Internazionale Tomas Tyn.


Si parla giustamente del “dono della fede”, riconoscendo che la comprensione e l’accettazione della verità rivelata da Dio è possibile solo se Dio stesso, con la sua grazia, dispone i nostri cuori a “voler credere” i misteri soprannaturali, che evidentemente sono credibili ma anche oltremodo impegnativi. Ma non si tiene in sufficiente considerazione che, prima del “dono della fede”, e come condizione di esso, c’è il “dono della ragione”. 
Senza la ragione - che Dio dona a ogni uomo, rendendo la creatura umana «immagine e somiglianza» del Creatore -, non sarebbe possibile la comprensione e l’accettazione della verità rivelata da Dio, perché nessun uomo potrebbe entrare in possesso dei praeambula fidei (ossia della premesse razionali della fede, che sono di natura metafisica) e venire a conoscenza dei “motivi di credibilità” (ossia di quei fatti di natura empirica e storica che portano all’evidenza che il Vangelo è credibile e chi lo annuncia è affidabile). Insomma, la verità naturale, raggiunta con la ragione, è il fondamento necessario della verità soprannaturale che ci è proposta con la Rivelazione. Ciò significa che nessuna delle verità che noi cristiani professiamo per un motivo di fede e che costituiscono il dogma e la morale sono indipendenti dalle verità fondamentali – sia metafisiche che morali - che stanno da sempre nella coscienza di tutti gli uomini. 
Come ha ricordato Giovanni Paolo II, prima con l’enciclica Veritatis splendor e poi con l’enciclica Fides et ratio, queste verità fondamentali costituiscono il grande patrimonio di sapienza naturale dell’umanità e sono alla base della religione naturale e delle tradizioni giuridiche di ogni civiltà. Di conseguenza, quando noi cristiani entriamo nel dibattito pubblico sulla questione morale, non possiamo partire dal falso presupposto che non ci sia alcuna verità assoluta e che ogni persona, ogni gruppo sociale si debba regolare in base alle proprie arbitrarie opinioni. Quando si tratta di questioni riguardanti il bene e il male morale, e quindi i diritti e i doveri dei singoli e delle società, la distinzione tra verità assolute e mere opinioni va sempre tenuta presente. 
Quelle che ogni uomo è in grado di riconoscere in coscienza come verità assolute non sono materia di compromesso politico, e per questo Benedetto XVI le ha denominate «principi non negoziabili», ossia giudizi morali di valore universale dai quali partire come il necessario presupposto di ogni dialogo di etica pubblica. 
Certamente, in politica occorre trovare l’accordo tra le diverse forze contrapposte e i diversi interessi in gioco, e ciò comporta tutta una serie di compromessi, ossia la disponibilità di tutti a confrontare le proprie iniziative con quelle degli altri e a discuterne la convenienza, pronti tutti all’occorrenza a fare un passo indietro. Insomma, nel pubblico dibattito e specificamente nel dibattito politico sui diritti della persona e sulle istituzioni della convivenza sociale, a partire dalla famiglia, tutto può essere discusso o rimesso in discussione: ma solo quando si tratta, non dei principi della morale naturale, bensì delle diverse ipotesi di possibile o migliore applicazione di questi principi alla realtà sociale del momento. 
Quando i cristiani dimenticano questo criterio fondamentale della logica aletica – quando cioè fingono di ignorare i dettami della ragione umana universale, che sa riconoscere i luoghi e i tempi della verità, distinguendo in ogni caso tra doverose certezze (di per sé indiscutibili) e legittime opinioni (sempre discutibili) – essi si uniformano ingiustamente all’irrazionalismo dell’etica pubblica oggi dominante nella società secolarizzata. Così facendo, però, essi rinnegano i presupposti razionali della loro stessa fede e inoltre si rendono incapaci di contribuire al bene comune della società civile. Invece di aiutare i propri concittadini a trovare le vie possibili di applicazione dei principi del diritto naturale, contribuiscono alla sua sostituzione con l’arbitrio del diritto positivo, arbitrariamente manipolato da chi manovra l’opinione pubblica con la retorica della democrazia e del progresso civile, e sulla base del consenso elettorale gestisce il potere. Giustamente Benedetto XVI contrapponeva la necessaria difesa dei «principi non negoziabili» al cedimento alla «dittatura del relativismo» da parte degli uomini di buona volontà, e in particolare da parte dei credenti. 
La colpa di questa debolezza di pensiero (dico “debolezza” perché si tratta proprio dell’adozione delle categorie scettiche del “pensiero debole” di Vattimo) nell’azione pubblica dei cristiani è da attribuire soprattutto alla cattiva teologia dei nostri giorni. Dimenticando colpevolmente gli insegnamenti del Magistero (da Pio XII al Vaticano II, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI), molti teologi hanno re-interpretato la fede cristiana in chiave fideistica (soggettivistica, emozionale, volontaristica, sentimentale) e indotto così i laici cattolici, affetti da un assurdo complesso di inferiorità, a presentare i principi della dottrina sociale della Chiesa, non per quello che effettivamente sono – principi evidenti e indiscutibili del diritto naturale, espressione della più coerente razionalità e quindi validi per tutti gli uomini di ogni tempo e di luogo – ma come se si trattasse di “opinioni” particolari dei credenti, di posizioni confessionali incapaci di giustificarsi in sede di discussione politica in un quadro istituzionale “laico”. 
Presentando così, in modo fideistico, quelle che sono le istanze più genuine della ragione naturale (che la Rivelazione, custodita e interpretata dalla Chiesa, non contraddice bensì convalida e rafforza), i cattolici non sono più capaci di offrire valide alternative alle ideologie del materialismo edonistico, dell’individualismo libertino, del nihilismo che pretende di imporre come leggi dello Stato le pratiche ispirate a una irresponsabile cultura di morte (dall’aborto all’eutanasia) che, non avendo a proprio favore alcun serio argomento di diritto privato o di diritto pubblico, si possono imporre solo attraverso la propaganda, con la manipolazione delle coscienze. 
In un momento storico nel quale le ideologie contrarie al diritto naturale pretendono di imporsi solo perché sociologicamente appaiono come opinione della maggioranza, o almeno dell’ala più moderna e progredita della società civile, quei cristiani che per la loro debolezza di pensiero non sono più consapevoli della verità assoluta dei valori etici naturali che la Chiesa riconosce come parte essenziale delle premesse razionali della fede nella rivelazione soprannaturale, non sono capaci di contribuire in alcun modo a promuovere leggi giuste e a combattere leggi inique. 
Essi sono inevitabilmente già sconfitti in partenza quando presentano i principi indiscutibili della dottrina sociale della Chiesa come mere opinioni religiose, avanzate dall’ala più tradizionalistica e retrograda della cultura cattolica. La necessaria critica culturale alle ideologie di morte e l’altrettanto necessaria resistenza civile alle leggi inique (che in quanto illegittime non meritano né rispetto né tanto meno obbedienza) non debbono essere presentate come mere istanze fideistiche, come eccentriche “sensibilità” religiose, e tanto meno come ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato, perché così è inevitabile che accada – come di fatto sta accadendo in tutti i Paesi di antica tradizione cattolica – che questa critica e questa resistenza non siano condivise per principio dai non credenti, i quali mai accetteranno che certi “pregiudizi” religiosi possano mettere in discussione le leggi dello Stato. 
La critica culturale alle ideologie di morte e la resistenza civile alle leggi inique dovrebbero essere sistematicamente e coerentemente praticate, avvalendosi di tutti i mezzi leciti che i sistemi democratici consentono, come responsabile e coraggioso servizio al bene comune, che solo la ragione “forte” sa riconoscere nella dottrina e sa promuovere attraverso l’azione sociale, comprese le leggi nazionali e internazionali. Invece, a causa della pessima formazione teologica (inficiata di fideismo), i cattolici sono entrati nel dibattito pubblico senza alcuna convinzione di principio, pronti a seguire la corrente (la deriva secolaristica) e a tentare di “limitare i danni”, con iniziative culturali e politiche che manifestano la loro sudditanza psicologica nei confronti delle ideologie di morte. Invece di proclamare e difendere i principi veri, non negoziabili, hanno deciso di negoziare i modi e i tempi per attuare uno dopo l’altro tutti i principi falsi, come sono quelli che vorrebbero dare una giustificazione etica e giuridica alle leggi che consentono l’aborto, l’eutanasia di anziani e di bambini, il matrimonio omosessuale, persino l’animalismo e la pedofilia.



© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA    08/04/2014

Divorziati risposati, così nella Chiesa primitiva



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 del card. Walter Brandmüller 
In previsione del prossimo Sinodo dei vescovi, la discussione sulla posizione dei divorziati risposati all’interno della comunità della Chiesa ha acquistato nuova urgenza. In tale contesto vengono citate una serie di testimonianze dell’era patristica che deporrebbero a favore di una ammissione di questo gruppo di persone all’Eucaristia. Ciò avviene soprattutto in un’opera di Giovanni Cereti, un sacerdote della diocesi di Genova che ha studiato patristica e teologia ecumenica e continua tutt’oggi a lavorare in questi campi. 
Con il suo libro Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, del 1977 (riedito da Aracne nel 2013), Cereti intende perseguire un interesse ecumenico e pastorale: il riconoscimento delle seconde nozze dei divorziati da parte della Chiesa e il loro accesso alla comunione eucaristica. Egli ritiene che ciò sia stato una prassi già nella Chiesa primitiva. Pare che la riedizione del 2013 da parte di Aracne del volume sia stata intrapresa proprio in occasione del Sinodo dei vescovi, che si terrà in Vaticano nell’ottobre del 2014. 
La tesi di fondo di Cereti è tuttavia insostenibile. Sebbene alcuni Padri abbiano manifestato una certa tolleranza in riferimento a singole situazioni difficili, né nell’Occidente, né nell’Oriente si può però parlare di un regolare riconoscimento delle seconde nozze dopo il divorzio e di una ammissione all’Eucaristia dei divorziati risposati. Nonostante gli Ortodossi riconoscano oggi un secondo e un terzo matrimonio di penitenza, si deve tener presente che nella Chiesa primitiva la possibilità di accedere a nuove nozze si verificava unicamente per i vedovi e non nel caso del matrimonio dopo un divorzio. 
Cereti chiede molto suggestivamente che lo sguardo sulla Chiesa primitiva si liberi dalla severa prassi odierna, la quale non consente una riammissione dei divorziati risposati all’eucaristia. Nella Chiesa primitiva si parlava spesso di seconde e terze nozze e, secondo Cereti, con ciò si intendevano le nozze dopo un precedente divorzio. Certamente, è davvero necessario liberarsi della visione odierna nel guardare all’antichità: dobbiamo però stare bene attenti a non proiettare sulla Chiesa primitiva la disinvoltura con la quale la società odierna accetta il divorzio e le seconde nozze. Già l’antichità precristiana trattava il divorzio e le seconde nozze in modo molto restrittivo. Non si può assolutamente parlare nell’epoca dei Padri di una prassi generale di divorzio e di nuove nozze. 
Un secondo matrimonio simultaneo, cioè contratto mentre era in vita il primo coniuge, veniva considerato come un adulterio perpetuo e mai era preso in considerazione come una scelta cristiana. Non risulta nessuna iniziativa dei Padri per regolare pastoralmente un tale matrimonio. Solo la separazione poteva essere, eventualmente, permessa. Quando invece nei testi ecclesiastici si parla di seconde, terze o quarte nozze, si intendono le nozze dei vedovi. Se ne parlava perché erano permesse, ma non viste di buon occhio. Dove i Padri o i Sinodi parlano di un divorzio permesso o addirittura dovuto, Cereti ne deduce inoltre il diritto di risposarsi mentre il coniuge è ancora in vita, ma da nessuna parte esiste una prova di ciò. Divorzio e seconde nozze sono due realtà completamente distinte. La separazione e l’adulterio venivano sanzionati e non si poteva affatto parlare di un permesso per un secondo matrimonio contratto durante la vita del primo coniuge. 
Cereti ritiene che i Sinodi del quarto secolo, che riammettevano nella Chiesa i digamoi (coloro che contraevano un secondo matrimonio) dopo un periodo di penitenza, intendevano con ciò sia il caso delle seconde nozze simultanee (un secondo matrimonio mentre il primo coniuge è in vita) che di quelle successive (un secondo matrimonio dopo la morte del primo coniuge). In tal senso anche i divorziati risposati avrebbero potuto essere ammessi all’Eucaristia. Addirittura il Concilio ecumenico di Nicea (can. 8) lo avrebbe considerato un’ovvietà. In realtà, in nessun Padre della Chiesa si può trovare un riferimento alla parola digamoi nel senso di un’equiparazione tra le seconde nozze simultanee e quelle successive dei vedovi. 
A maggior ragione nessun testo sinodale, che di per sé esigeva chiarezza giuridica, avrebbe mai potuto intendere con digamoi sia le seconde nozze simultanee che quelle successive. Con ciò si sarebbero messe sullo stesso livello le seconde nozze simultanee, che risultano sempre da un adulterio, con le seconde nozze successive dei vedovi, che venivano considerate dalla maggioranza dei Padri come indesiderate, ma non peccaminose. 
A favore di una simile interpretazione del termine digamoi da parte dei Sinodi depone anche il canone 19 del Sinodo di Ancira (314), il quale prevedeva che chi infrange il voto di verginità doveva sottoporsi alla disciplina (penitenziale) dei digamoi. Infine, il Sinodo di Laodicea, nella seconda metà del quarto secolo, disponeva che ai digamoi che avessero celebrato un secondo matrimonio in modo libero e formale, e non in segreto, venisse imposto solo un breve tempo di penitenza. 
Ma anche qui si tratta dei digamoi nel senso delle seconde nozze dei vedovi. Come risulta da quanto sinteticamente sopra esposto (ma criticamente documentato in modo più ampio e adeguato in altra sede: cfr. W. Brandmüller, Den Vätern ging es um die Witwen, “Die Tagespost”, 27 febbraio 2014, p. 7; H. Crouzel, S.J.,L’Église primitive face au divorce: du premier au cinquième siècle, Paris 1971; G. Pelland, S.J., La pratica della Chiesa antica relativa ai fedeli divorziati risposati,in: Congregazione per la dottrina della fede, Sulla pastorale dei divorziati risposati. Documenti, commenti e studi, LEV, Città del Vaticano 2010, pp. 99-131), un’interpretazione dei testi che voglia seguire correttamente le esigenze del metodo storico-critico, non permette di trarre le conclusioni alle quali Cereti arriva. 
Inoltre non pare superfluo ricordare che solo un consensus Patrum, un insegnamento consensuale dei Padri – e non una scelta arbitraria di testi – può pretendere di possedere autorità dottrinale e quindi avere valore probante in vista di una nuova prassi pastorale. Va infine ricordato che lo Spirito guida la Chiesa nella verità tutta intera (cfr.Gv 16,13). Ciò comporta che la Chiesa avanza in una comprensione sempre più approfondita della verità. Poiché d’altra parte lo Spirito Santo nel percorso della storia non può contraddirsi, ogni successiva acquisizione non può contraddire le precedenti.



© AVVENIRE  07/04/2014

La prova sottoposta agli Angeli

















di Don Marcello Stanzione


Come dice chiaramente la Rivelazione, il mondo degli spiriti puri appare diviso in buoni e cattivi. Ebbene, questa divisione non si è operata per creazione di Dio, ma in base alla libertà propria della natura spirituale di ciascuno di essi. Si è operata mediante la scelta che per gli esseri puramente spirituali possiede un carattere incomparabilmente più radicale di quella dell'uomo ed è irreversibile dato il grado di intuitività e di penetrazione del bene di cui è dotata la loro intelligenza. A questo riguardo si deve dire anche che gli spiriti puri sono stati sottoposti a una prova di carattere morale. Fu una scelta decisiva riguardante prima di tutto Dio stesso, un Dio conosciuto in modo più essenziale e diretto di quanto è possibile all 'uomo, un Dio che a questi esseri spirituali aveva fatto dono, prima che all 'uomo, di partecipare alla sua natura divina.
Dio offre ai puri spiriti la sua comunione d'amore e li chiama a una scelta definitiva.

Nel caso dei puri spiriti la scelta decisiva riguardava prima di tutto Dio stesso, primo e supremo Bene, accettato o respinto in modo più essenziale e diretto di quanto possa avvenire nel raggio d'azione della libera volontà dell'uomo. Gli spiriti puri hanno una conoscenza di Dio incomparabilmente più perfetta dell'uomo, perché, con la potenza del loro intelletto, non condizionato né limitato dalla mediazione della conoscenza sensibile, vedono fino in fondo la grandezza dell'Essere infinito, della prima Verità, del sommo Bene. A questa sublime capacità di conoscenza degli spiriti puri, Dio offrì il mistero della sua divinità, rendendoli così partecipi, mediante la grazia, della sua infinita gloria. Proprio perché esseri di natura spirituale, vi era nel loro intelletto la capacità, il desiderio di questa elevazione soprannaturale a cui Dio li aveva chiamati all 'eterna comunione dell'amore, consorti alla natura divina.

Dopo la prova, il mondo degli spiriti si è diviso in buoni e cattivi. La scelta operata sulla base della verità su Dio, conosciuta in forma superiore in base alla lucidità delle loro intelligenze, ha diviso anche il mondo dei puri spiriti in buoni e cattivi. I buoni hanno scelto Dio come Bene supremo e definitivo, conosciuto alla luce dell 'intelletto illuminato dalla Rivelazione. Avere scelto Dio significa che si sono rivolti a lui con tutta la forza interiore della loro libertà, forza che è amore; Dio è divenuto il totale e definitivo scopo della loro esistenza spirituale. Gli altri, invece, hanno voltato le spalle a Dio contro la verità della conoscenza che indicava in Lui il bene totale e definitivo. Hanno scelto contro la rivelazione del mistero di Dio, contro la sua grazia che li rendeva partecipi della Santissima Trinità e dell'eterna amicizia con Dio, hanno opposto un rifiuto ispirato da un falso senso di autosufficienza, di avversione e persino di odio che si è tramutato in ribellione.
La superbia acceca gli spiriti che si pronunziano contro l'amore di Dio.

Come comprendere una tale opposizione e ribellione a Dio in esseri dotati di così viva intelligenza? Quale può essere il motivo di tale radicale e irreversibile scelta contro Dio? Di un odio tanto profondo, da poter apparire unicamente frutto della follia? I padri della chiesa e i teologi non esitano a parlare di "accecamento" prodotto dalla sopravvalutazione della perfezione del proprio essere, spinta fino al punto di velare la supremazia di Dio, che esigeva invece un atto di docile e obbediente sottomissione. Parole come: "Non ti servirò", manifestano il radicale ed irreversibile rifiuto di prendere parte all 'edificazione del regno di Dio nel mondo creato. "Satana", lo spirito ribelle, vuole il proprio regno, non quello di Dio, e si erge a primo "avversario" del Creatore, a oppositore della provvidenza. Dalla ribellione e dal peccato di Satana, come anche da quello dell'uomo, dobbiamo concludere accogliendo la saggia esperienza della Scrittura che afferma: "L'orgoglio è causa di rovina".

Funzione degli angeli buoni nei riguardi degli uomini.

Stando sempre alla Sacra Scrittura, gli angeli, in quanto creature puramente spirituali, si presentano alla riflessione della nostra mente come una speciale realizzazione della "immagine di Dio", Spirito perfettissimo. Gli angeli sono, da questo punto di vista, le creature più vicine all 'esemplare divino. il nome che la Sacra Scrittura attribuisce loro, indica che ciò che più conta nella Rivelazione è la verità sui compiti degli angeli nei riguardi degli uomini: angelo (angelus) vuole infatti dire "messaggero". Gli angeli, creature spirituali, hanno funzione di mediazione e di ministero nei rapporti che intercorrono tra Dio e gli uomini.
Gli angeli celebrano la gloria di Dio e partecipano al suo governo sulla creazione.

L'Antico Testamento sottolinea soprattutto la speciale partecipazione degli angeli alla celebrazione della gloria che il Creatore riceve come tributo di lode da parte del mondo creato. Sono in modo speciale i Salmi che si fanno interpreti di tale voce, quando proclamano: "Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell'alto dei cieli. Lodatelo, Voi tutti, suoi angeli...". "Benedite il Signore, voi tutti, suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola". Gli angeli prendono parte al governo di Dio sulla creazione, come "potenti esecutori dei suoi comandi", secondo il piano stabilito dalla divina provvidenza. In particolare agli angeli è affidata una speciale cura e sollecitudine per gli uomini, per i quali presentano a Dio le loro domande e preghiere. Si può affermare che i compiti degli angeli come ambasciatori del Dio vivo si estendono non solo ai singoli uomini e a coloro che hanno speciali compiti, ma anche ad intere nazioni.





Corsia dei Servi


lunedì 7 aprile 2014

Un imprevisto per il papa alla Magliana: i Francescani dell’Immacolata



manelli






di Sandro Magister

L’icona di Maria “Salus Populi Romani” è la prediletta da papa Francesco. Così prediletta che il suo primo atto da papa l’ha dedicato ad essa, recandosi a venerarla nella basilica di Santa Maria Maggiore la mattina dopo l’elezione.

Ma certo Jorge Mario Bergoglio non si aspettava di ricevere una copia di tale icona dalle mani dei coniugi Pio e Annamaria Manelli, padre e madre di nove figli, di cui due frati e quattro suore appartenenti ai Francescani dell’Immacolata.

È accaduto domenica 6 aprile, alla fine della messa celebrata da Francesco nella parrocchia di San Gregorio Magno alla Magliana.

In questa parrocchia di periferia i Manelli sono talmente di casa che il 30 ottobre scorso padre Stefano Manelli, il fondatore della congregazione, ha festeggiato qui i suoi 58 anni di sacerdozio, assieme a un gran numero di frati e suore dei Francescani dell’Immacolata, a ciò autorizzato da padre Fidenzio Volpi, il commissario esterno al quale la Santa Sede ha delegato il comando della congregazione.

Sì, perché il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata – con la decapitazione di tutti i loro dirigenti – è uno degli atti che hanno caratterizzato l’inizio del pontificato di Francesco, compreso il divieto loro imposto di celebrare la messa secondo il rito romano antico.

Un commissariamento tuttora inesplicato, visto il fervore di questa giovane congregazione, l’abbondanza di vocazioni e il raro spirito di obbedienza, anche nella prova.

A presentare al papa i coniugi Manelli è stato il parroco di San Gregorio Magno, perché – ha detto – “avere una famiglia numerosa in parrocchia al giorno d’oggi è un dono e se per di più questa famiglia ha in sé tanti sacerdoti e suore diventa un vanto che non si può tener nascosto”.

A tu per tu con il papa, i coniugi Pio e Annamaria – quest’ultima pittrice dell’icona – gli hanno detto:
“Santo Padre, noi abbiano nove figli, di cui sei consacrati tra i Francescani dell’Immacolata. La supplichiamo, li tiri fuori dai sepolcri”.

Al che papa Francesco – che nell’omelia della messa aveva parlato di Gesù che tira fuori non solo Lazzaro ma tutti quanti dai sepolcri – un po’ sorpreso ha sorriso, li ha accarezzati e ha detto loro: “Presto, presto”.
Cosa voglia dire questo “presto” non si sa. I più ottimisti confidano in una imminente e pacifica fine del commissariamento.






SETTIMO CIELO


Belgio,Mons. Léonard: «L’eutanasia ai bambini è solo l’inizio. Ci saranno altre estensioni e noi dobbiamo essere pronti»







L’arcivescovo di Malines-Bruxelles André-Joseph Léonard: «Le persone che non vorranno spirare nel momento prestabilito saranno considerate come degli egoisti?»



di Leone Grotti

«L’estensione dell’eutanasia ai minori è solo la prima tappa, ne verranno altre. E io spero che quel giorno sapremo mobilitarci ancora meglio». A parlare così è l’arcivescovo di Malines-Bruxelles André-Joseph Léonard (il monsignore preso di mira dalle Femen), che nei mesi scorsi ha organizzato in Belgio una veglia di preghiera per riflettere e fermare l’estensione dell’eutanasia.

Il presidente della conferenza episcopale belga è intervenuto ieri alla presentazione del libro “Il vaso di Pandora, riflessioni sull’eutanasia da una prospettiva cristiana”.


AUTODETERMINAZIONE.

Per presentare il libro di René Stockman, della congregazione dei Frati della carità, è intervenuto anche il rettore dell’università di Lovanio Rik Torfs. Per Léonard il nodo della legge sull’eutanasia «è il problema dell’autodeterminazione ma in realtà non è mai solo questo. Quando qualcuno chiede l’eutanasia fa una pressione pesante sulla libera scelta di molte altre persone. Tocca in primo piano la professione medica perché quando l’eutanasia viene banalizzata bisogna andare a modificare il giuramento di Ippocrate».


NUOVE ESTENSIONI.

A chi pensa che con l’eutanasia ai minori il Belgio abbia toccato il fondo, l’arcivescovo risponde così: «Che cosa succederà quando sarà accettata nel caso di persone anziane stanche della vita o che desiderano non essere un peso per i propri cari? – riporta La Libre – I media presentano i richiedenti come persone generose, citando a titolo di esempio uno scrittore e un premio Nobel (Hugo Claus e Christian de Duve, ndr)».


OBBLIGO DI MORIRE.

Ma il passo “dall’essere generosi” chiedendo l’eutanasia ad essere egoisti non chiedendo di farsi uccidere è molto breve: «Le persone che non vorranno spirare nel momento prestabilito e in modo discreto saranno considerate come degli egoisti?». Si passerà dunque dal diritto di morire all’obbligo di morire?
Léonard non è in grado di dire quando sarà compiuta quest’ultima tappa, spera solo che «quando arriverà quel giorno saremo pronti a far sentire la nostra voce».





Tempi.it    aprile 3, 2014


Il terzo corpo del papa





È lo stato di vita di Benedetto XVI dopo la rinuncia. Non è più il vicario di Cristo, ma nemmeno è tornato alla vita privata. È "papa emerito" e agisce come tale: una novità senza precedenti nella storia della Chiesa 




di Sandro Magister

ROMA, 7 aprile 2014 – Più passano i mesi e più la rinuncia al papato compiuta da Benedetto XVI manifesta la sua eccezionale novità.

Altri papi avevano prima di lui rinunciato: l'ultimo, Gregorio XII, nel 1415. Ma Joseph Ratzinger è stato il primo a voler essere chiamato "papa emerito" e a restare con l'abito bianco "nel recinto di san Pietro", sconcertando i canonisti e facendo temere l'instaurarsi ai vertici della Chiesa di una diarchia di due papi:

> Avviso di pericolo: una Chiesa con due papi

Certo, Ratzinger non ha più i poteri di pontefice della Chiesa universale: se ne è spogliato esercitando per l'ultima volta e al sommo grado proprio quella sua potestà di "vicarius Christi". Ma neppure è tornato ad essere colui che era prima di essere papa. Dopo questi due "corpi" ne ha ora un terzo che non ha precedenti nella storia della Chiesa. È il nuovo "corpo", il nuovo stato di vita che egli vede legato a quell'impegno "per sempre" assunto con l'accettazione dell'elezione a successore di Pietro.

È ciò che egli ha spiegato nell'ultima delle sue udienze generali , il 27 febbraio 2013, vigilia della sua rinuncia al papato:

"Permettetemi di tornare ancora una volta al 19 aprile 2005. La gravità della decisione è stata proprio anche nel fatto che da quel momento in poi ero impegnato sempre e per sempre dal Signore. Sempre: chi assume il ministero petrino non ha più alcuna privacy. Appartiene sempre e totalmente a tutti, a tutta la Chiesa. Alla sua vita viene, per così dire, totalmente tolta la dimensione privata. […]

"Il 'sempre' è anche un 'per sempre', non c’è più un ritornare nel privato. La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero, non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di san Pietro. San Benedetto, il cui nome porto da papa, mi sarà di grande esempio in questo. Egli ci ha mostrato la via per una vita, che, attiva o passiva, appartiene totalmente all’opera di Dio".

A mettere oggi meglio in luce la novità del gesto di Benedetto XVI è Valerio Gigliotti, docente della storia del diritto europeo nell'università di Torino e specialista dei rapporti tra Stato e Chiesa, in un saggio uscito in questi giorni in Italia:

> V. Gigliotti, "La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa", Leo S. Olschki Editore, Firenze, 2013, pp. XL-468, euro 48,00

È la prima volta che in un saggio scientifico – ma anche di avvincente lettura – la rinuncia al papato è analizzata sotto i diversi profili storico, giuridico, teologico e letterario, nell'arco di duemila anni.

Il libro parte dai primi presunti casi di dimissioni papali, alcuni dei quali poco più che leggendari, ma che godettero di una grande fortuna nel Medioevo.

Prosegue con una ricostruzione approfondita della rinuncia più celebre, quella di Celestino V, canonizzato nel 1313, settecento anni esatti prima della "renuntiatio" di Benedetto XVI.

Continua con le rinunce papali spontanee, concordate o imposte nel periodo del grande e del piccolo scisma d’Occidente tra il XIV e il XV secolo, quando la Chiesa fu divisa tra papi e antipapi.

Arriva alle ipotesi di rinuncia esaminate e poi scartate dai quattro papi del Novecento Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Per infine approdare al grande gesto di Benedetto XVI, perfettamente nel solco della tradizione ma anche profondamente innovativo, che il professor Gigliotti ha sintetizzato così, alla vigilia dell'uscita del suo libro, in un articolo su "L'Osservatore Romano" del 28 febbraio, primo anniversario della rinuncia:

"La rinuncia di Benedetto XVI salda la tradizione con l’attualità in una prospettiva totalmente nuova, che affonda le sue radici nella mistica medievale, da Meister Eckhart al Sandaeus, al modello di rinuncia francescano.

"L’ormai classica, felice intuizione di Kantorowicz della natura gemina, doppia, della persona del sommo pontefice, uomo e vicario di Cristo, si arricchisce ora, con la rinuncia di Benedetto XVI, di una terza componente, quella della prosecuzione del servizio alla Chiesa anche dopo l’atto di rinuncia. Non solo più corpo politico e corpo mistico del papa, ma un corpo ministeriale che assume la propria identità e responsabilità proprio nel momento della rinuncia: sono i tre corpi del papa.

"La scelta di Joseph Ratzinger di rimanere 'presso il Signore, nel recinto di san Pietro' in qualità di 'romano pontefice emerito' legittima un’impostazione nuova, giuridica ed ecclesiologica, da conferire alla 'renuntiatio papae'.

"Si apre una vera e propria nuova ministerialità, che nella figura del papa emerito assume i tratti di un’autentica mistica del servizio. La prospettiva, a ben guardare, è cristologica prima ancora che storica e giuridica. È la rigenerazione istituzionale della 'kènosis', la novità nella continuità, un nuovo inizio".

Nell'ultimo suo Angelus da papa, il 24 febbraio 2013, seconda domenica di Quaresima, Benedetto XVI, nel commentare il vangelo della trasfigurazione, paragonò la nuova vita che l'attendeva dopo la rinuncia a un "salire sul monte":

"Cari fratelli e sorelle, questa parola di Dio la sento in modo particolare rivolta a me, in questo momento della mia vita. Il Signore mi chiama a 'salire sul monte', a dedicarmi ancora di più alla preghiera e alla meditazione. Ma questo non significa abbandonare la Chiesa, anzi, se Dio mi chiede questo, è proprio perché io possa continuare a servirla con la stessa dedizione e lo stesso amore con cui ho cercato di farlo fino ad ora, ma in un modo più adatto alla mia età e alle mie forze".

Sul monte Tabor Gesù conversava del suo "esodo" con Mosé e con Elia. Conversava anche con Pietro e gli altri due apostoli da cui si era fatto accompagnare.

E anche per il papa emerito Ratzinger oggi è tempo non solo di contemplazione ma di conversazione. Il suo successore Francesco ne ha dato conferma: la "saggezza" e i "consigli" del papa emerito – ha detto in una recente intervista – "danno forza alla famiglia" della Chiesa.

In alcuni casi Benedetto XVI ha parlato apertamente e a tutti. Ad esempio nelle poche pagine folgoranti con cui ha messo in luce aspetti del pontificato di Giovanni Paolo II che ha detto doveroso studiare e assimilare anche oggi:

> Il papa emerito prega, ma anche consiglia. Ecco come


In altri casi ha dato i suoi consigli al successore in forma strettamente riservata. Ad esempio dopo la pubblicazione dell'intervista estiva di Francesco a "La Civiltà Cattolica".

A Ratzinger, Jorge Mario Bergoglio aveva inviato un esemplare dell'intervista e aveva chiesto di scrivergli qualche riga di commento sulla pagina bianca tra il titolo e il testo.

Ma il papa emerito fece di più, riempì e rimandò a Francesco ben quattro fogli, troppi per scrivervi soltanto dei complimenti.

Ha detto lo scorso 15 marzo al canale televisivo tedesco ZDF l'arcivescovo Georg Gänswein, prefetto della casa pontificia e segretario del papa emerito:

"Benedetto XVI ha esaudito la richiesta del suo successore facendo alcune riflessioni e anche alcune osservazioni su determinate affermazioni o questioni, che riteneva che forse si potevano sviluppare ulteriormente in un'altra occasione. Naturalmente non vi dico su cosa".

Di certo, con la rinuncia di Ratzinger la figura del papa emerito è entrata per la prima volta nella storia. E giorno dopo giorno contribuisce anch'essa a "fare" storia, in un rapporto dialettico senza precedenti con il papa in carica.




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domenica 6 aprile 2014

Le più famose cavolate degli ultimi cinquant’anni






Chiesa povera

La Chiesa è sempre stata povera, evangelicamente parlando, perché la Chiesa è “distaccata” completamente dalle ricchezze mondane e materiali. Le sue uniche e irrinunciabili ricchezze sono l’Eucarestia e il Rosario. Non a caso, S. Francesco d’Assisi, sposo di “Madonna Povertà”, diceva ai suoi frati: «La povertà si ferma ai piedi dell’altare». La povertà evangelica consiste, infatti, nel completo distacco dai beni terreni, che i cattolici, i laici in modo particolare, devono far risplendere alla luce del Vangelo. I «poveri in spirito» non sono i proletari di stampo marxista, ma coloro – indipendentemente dal fatto che abbiano o no beni in denaro – la cui unica vera ricchezza è Dio.

«La povertà è una disgrazia, non un merito», replicò don Camillo. «Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente dei doveri» (Giovannino Guareschi, “Don Camillo e don Chichì”, p. 51).



Chiesa aperta

Aperta a chi? A che cosa? Al mondo? La Chiesa, prima di tutto, è “refugium peccatorum”, perché solamente in Essa c’è salvezza. La missione della Chiesa è convertire il mondo, non adattarsi o, peggio, inchinarsi ad esso. Nella Sposa di Cristo c’è un posto per ogni peccatore che si riconosca tale e che desideri ritrovare l’amicizia perduta con Dio, ma non può esserci l’apertura alle pretese, molto spesso assurde, del mondo. Perché la Chiesa è “nel” mondo, ma non è “del” mondo.



Chiesa che ascolta e che accompagna

Ascolta chi o che cosa? Accompagna chi e dove? La Chiesa è in perenne ascolto del suo Signore, non certamente la lamentele psicologiche di chi non ha niente di meglio da fare che lamentarsi in continuazione. La Chiesa non è un “centro d’ascolto” in cui ognuno va a sfogarsi per un qualsiasi motivo. E poi, accompagnare chi e dove? La Chiesa è Madre e Maestra, deve insegnare la verità di Cristo, solo così si “accompagnano” i peccatori in paradiso, a godere per l’eternità dell’amore di Dio. Altrimenti, se si perde tempo ad ascoltare tutte le giustificazioni che noi peccatori troviamo per i nostri peccati – e ne troviamo tante perché il “principe di questo mondo” è un ottimo “avvocato delle cause perse” – andrà a finire che ci accompagneranno direttamente all’inferno!



Nuova Pentecoste

Espressione che mi ha sempre lasciato perplessa. Il sacramento della Confermazione – la nostra Pentecoste personale – può essere ricevuta solamente una volta, perché imprime il carattere. Coloro che hanno preteso dal Cielo una “seconda pentecoste”, volevano fondare un’altra chiesa, una chiesa nuova, fondata secondo i capricci e le voglie della modernità post e anti cristiana. Alla fine che cosa hanno ottenuto? Una seconda Babele, mille volte peggiore della prima. Il cardinale che inventò quest’espressione, il belga Suenens, ha applicato alla lettera, nella sua arcidiocesi, la “seconda pentecoste”. I risultati? La maggior parte dei “preti pedofili” sono stati individuati proprio in Belgio, la stessa tomba del primate Suenens è stata profanata dalla polizia locale, recentemente è stata approvata l’eutanasia infantile – legge firmata dal sovrano belga Filippo, cresciuto alla scuola di Suenens -, già si parla di poligamia, pedofilia, etc… Inoltre, moltissime chiese sono state trasformate in orinatoi pubblici. «La Chiesa non ha bisogno – ha scritto il grande Georges Bernanons – di riformatori, ma di santi».



Errore ed errante


Da sempre la Chiesa ha distinto il peccato – da condannare sempre e comunque – dal peccatore – da amare e da correggere -, ma ormai non si usano più le parole “peccato” e “peccatore”, sono state sostituite da “errore” e “errante”. Qual è la differenza? Il peccato ha una dimensione principalmente verticale – un’offesa prima di tutto fatta a Dio – mentre l’errore viene visto solamente in senso orizzontale. Ormai tutto ogni delitto che grida vendetta al cospetto di Dio è permesso, soprattutto quando è fatto per “amore”, ma guai ad offendere a o mancare di rispetto agli uomini, soprattutto a certe “categorie protette” (sodomiti, immigrati clandestini, divorziati-risposati, etc…). La misericordia verso il peccatore è diventata misericordia verso il peccato, un permesso a peccare senza se e senza ma. Dio ci ha lasciato la libertà di peccare – ricordandoci che il peccato, in realtà, ci rende schiavi – ma non ce ne ha dato il diritto.



Dialogare

Il significato etimologico di questa parola è “far passare il verbo (il logos)”. Discutere, conversare, deve essere un mezzo, non un fine, per far arrivare Cristo – il Logos – ai nostri interlocutori. Il dialogo non può diventare il fine per giungere alla verità – anzi, la Verità possiede la Chiesa -, perché non si rinunciare al Vangelo per cercare di andare d’accordo con tutti. Il Logos si fece carne, non l’Agape.



Le riforme volute dallo Spirito Santo


Con questa espressione, gli artefici delle eterodossie post-conciliari e degli orrendi abusi liturgici giustificano i propri misfatti. Va chiarito che lo Spirito Santo assiste, educa, guida, propone, ma non impone, né violenta. I clericali non sono angeli, possono disobbedire e fare a modo loro. Chi usa lo Spirito Santo per giustificare le proprie cavolate, ha la “sindrome di Donna Prassede”. «Tutto lo studio di donna Prassede era di secondare i voleri del cielo: ma faceva spesso uno sbaglio grosso, che era di prendere per cielo il suo cervello» (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXV).




tratto da: http://www.papalepapale.com