domenica 6 aprile 2014

I giovani, la Chiesa e il Diavolo






Incoraggiamo i giovani a far parte di quel piccolo gregge che non si lascia travolgere dalla "religione fai da te"




di  Carlo Climati

Parlare con i giovani è sempre bello. Aiuta a non chiudersi nel proprio guscio e ad essere aggiornati sulla realtà del mondo che ci circonda.

Alcuni giorni fa ho incontrato un ragazzo che mi ha posto una domanda sorprendente: “Carlo, possiamo ancora credere nel Catechismo?”.

Di fronte a questo interrogativo, non ho potuto fare a meno di chiedergli: “Perché hai questi dubbi? Che cosa ti spinge a pensare questo?”.

Il giovane mi ha risposto: “Leggo spesso, su internet, notizie sulla Chiesa che sembrano contraddire il Catechismo. L'impressione è che tutto stia cambiando e che gli insegnamenti del Magistero non abbiano più valore. Si parla tanto di misericordia e di Chiesa dalle porte aperte. Si dice anche che non bisogna fissarsi sulle regole e che si deve mettere il Vangelo al centro di tutto. Ma io mi chiedo: qual è la novità? Non mi sembra che la Chiesa, finora, sia stata poco misericordiosa o poco evangelica”.

Ho rassicurato il giovane, dicendogli che il Catechismo della Chiesa cattolica non è stato abolito. Anzi, gli ho detto che bisogna continuare a leggerlo e a diffonderlo con fiducia.

Interrogativi come quelli posti dal giovane sono piuttosto frequenti. Ultimamente si respira un'aria di disorientamento, generata da situazioni dolorose che si verificano negli ambienti ecclesiastici, come il buonismo, la paura di dire la verità, nella carità, e la tendenza a contestare il Magistero della Chiesa.
Alcune pecorelle sono smarrite. Ma l'impressione è che si siano smarriti anche certi pastori, perduti nell'arroganza della “religione fai da te”.

Come possiamo aiutare i ragazzi a superare questa sensazione di disorientamento, generata dai pastori smarriti? La prima cosa da fare è incoraggiare i giovani ad avere sempre un atteggiamento di fiducia nei confronti della Chiesa. La seconda è invitarli a pregare per il Papa, chiunque egli sia, affinché il Signore possa accompagnarlo nel suo cammino.

E' importante, poi, che i ragazzi conoscano gli insegnamenti del Magistero della Chiesa. E' utile leggere le Scritture, ma è necessario integrarle con la conoscenza del Catechismo della Chiesa cattolica, che rappresenta una guida sicura per tutti noi.

Occorre anche ricordare ai giovani che non bisogna bere passivamente tutto ciò che viene raccontato dai mezzi di comunicazione. Alcune notizie sulla Chiesa potrebbero non essere vere. Perfino le parole del Papa vengono abilmente tagliate e cucite per cercare di influenzare l'opinione pubblica.

E poi, non bisogna essere pessimisti. Dobbiamo ricordare ai giovani che tutta la storia della Chiesa è stata attraversata da momenti in cui il fumo di Satana sembrava aver preso il sopravvento.

Per fare in modo che questo non accada, bisogna mantenersi pienamente fedeli alla Chiesa e al suo Magistero, evitando di lasciarsi trascinare dalle mode passeggere e dalle tentazioni di buonismo e di falsa misericordia. E' giusto, infatti, che la Chiesa abbia le porte aperte e sappia accogliere tutti. Ma non deve accogliere il male.

Personalmente, a tutti i giovani sfiduciati, mi piace ricordare le bellissime parole di speranza che Papa Paolo VI confidò ad un suo caro amico, il filosofo francese Jean Guitton, poco prima di morire: “C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di San Luca: 'Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?'. Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia".

Queste splendide parole di Paolo VI sono attualissime e ci fanno capire quanto sia importante essere parte di quel piccolo gregge che ama veramente la Chiesa e che sa guardare al futuro con fiducia e speranza. 



(04 Aprile 2014) © Innovative Media Inc.
Roma, 04 Aprile 2014 (Zenit.org)



sabato 5 aprile 2014

Il Vescovo Bianchi lascia la diocesi di Pistoia





Il Vescovo di Pistoia, mons. Mansueto Bianchi, ha annunciato, questa mattina alle ore 12 in seminario, che lascia la guida della Diocesi perché è stato nominato Assistente Ecclesiastico Generale dell'Azione Cattolica Italiana.

A Sua Eccellenza, i nostri auguri e le nostre preghiere per il nuovo incarico.




La questione del soggettivismo – di P. Giovanni Cavalcoli, OP




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Una delle questioni più gravi per la cultura odierna è la questione della verità. Molti credono che l’esprimere giudizi veraci, oggettivi ed irreformabili sia impossibile e che quindi sia un’illusione. Non possiamo superare l’apparenza soggettiva, per cui non siamo neppure tenuti a farlo. Non possiamo raggiungere un essere extramentale o una realtà extrasoggettiva, ammesso che esista.




di P. Giovanni Cavalcoli, OP

Il fenomenismo e la fenomenologia in ciò sono d’accordo. E’ impossibile nei giudizi rispecchiare fedelmente ed esattamente una realtà in sé, valida per tutti. Non possiamo essere totalmente oggettivi, imparziali e spassionati. Era già in fondo la convinzione propria del modernismo già segnalata nella Pascendi di S.Pio X.

Secondo questa visuale non esistono giudizi disinteressati o totalmente oggettivi, neppure nei resoconti di fatto, neppure le tesi della scienza, neppure le sentenze del giudice in tribunale, neppure gli insegnamenti del Magistero della Chiesa, neppure le dottrine o i racconti della Sacra Scrittura, di un S.Paolo o un S.Giovanni, ma ogni giudizio suppone un intervento o influsso del soggetto, per il quale io non mi attengo solo all’oggetto nella sua purezza, non posso essere del tutto oggettivo ed imparziale, ma in forza della natura dello stesso conoscere, interferisco con l’oggetto, ci metto o aggiungo all’oggetto qualcosa del mio, qualcosa di soggettivo, un po’ come pensava Kant, per il quale la materia dell’oggetto proviene dalla cosa in sé, ma la forma proviene dal soggetto.

Il giudizio è sempre un giudizio interessato, di parte. Il filosofo Jürgen Habermas[1] insiste in modo speciale in questa tesi. Chi crede di essere oggettivo, è un illuso. Chi si vanta di esserlo è un ipocrita presuntuoso. Non esiste un puro amore per la verità, ma in qualunque tesi, in qualunque pronunciamento c’è sempre un interesse soggettivo, magari implicito o inconfessato.

Nel pronunciarmi su qualunque cosa dovrei sempre sottintendere un “secondo me” e non posso dire sic et simpliciter “le cose stanno così”. Chiunque dice perentoriamente che le cose stanno in un certo modo, lo dice sempre perché ha un interesse, più o meno confessabile, a dire così, ma non perché sia capace di dire come effettivamente le cose stanno in se stesse.

Così similmente per Hans Georg Gadamer[2] la conoscenza si riduce ad “interpretazione”, dal che scaturisce il cosiddetto “circolo ermeneutico”, per il quale non solo l’oggetto influisce sul soggetto, ma esiste anche un influsso del soggetto sull’oggetto, sulla base della “precomprensione” (Vorverständnis), che Gadamer desume dalla gnoseologia di Heidegger, secondo una specie di andirivieni che comporta un’influenza reciproca tra soggetto ed oggetto.

Così per questi autori, anche nel maggior sforzo di obbiettività, che pur è doveroso, io inevitabilmente non mi adatto del tutto alle cose o non posso sapere come sono in sé, ma in qualche modo concorro a costituirle[3], sostengo insomma una tesi preconfezionata o apriori, perchè fa parte della mia soggettività e pertanto mi piace o mi conviene, e quindi per interessi miei o perchè miro ad un dato scopo o perchè sono mosso da un dato impulso – uno “sfizio” o un “pallino”, come si dice volgarmente – o voglio emergere ed affermarmi sugli altri o perchè voglio apparire originale o un genio o voglio sottrarmi a qualche incarico pesante o fastidioso o non voglio riconoscere le mie responsabilità o per qualunque altro motivo, magari sordido, estraneo alla tomistica adaequatio intellectus ad rem.

Nel soggettivismo non mi metto a pura disposizione dell’oggetto lasciando solo a lui la parola, ma ho bisogno di aggiungere o mescolare il mio io nella stessa costituzione ontologica dell’oggetto. Come dice Husserl, ho bisogno non di ascoltare o guardare l’oggetto così com’è, così come “si “offre” o “appare”, ma di “costituirlo” o “dargli senso”. Non “lascio essere” l’oggetto, come dice Heidegger, ma lo “pongo in essere”, come dice Fichte.

In questa visuale, chi avesse la pretesa, nel giudicare, di evitare ogni interesse personale soggettivo per elevarsi a un punto di vista superiore, universale ed assoluto, sovratemporale e sovraspaziale, sarebbe un presuntuoso, “fuori della storia”[4], vagante tra le nuvole, che dimentica le condizioni del conoscere e del giudicare umano, col risultato di imporre agli altri come universale ed oggettivo solo la sua particolare visione mutevole e relativa, indebitamente elevata ad universalità, un atteggiamento che viene riprovato e condannato come ideologico. Da qui il disprezzo per la metafisica, scienza che sommamente spazia nell’eterno e nell’universale.

In queste condizioni, per il soggettivista, non ci sarebbe verità, ma solo “ideologia”. La verità non è mai la verità di tutti o per sempre, ma sempre la mia o la nostra verità, qui ed ora, che si differenzia o addirittura contrappone alla verità degli altri, i quali hanno pari diritto ad esprimere la loro soggettiva verità, senza che io abbia il diritto di impormi su di loro come se io fossi nel vero e loro fossero nel falso. Non si dà vittoria del vero sul falso, ma solo opposizione o, come si dice, “dialettica” o “dialogo” tra opinioni opposte.

Vero e falso non sono mai assoluti, ma sono sempre relativi al singolo soggetto o ad un dato ambiente storico-culturale. Ciò che è vero per me può essere falso per te. Ciò che era falso ieri può esser vero oggi. Per questo non ti posso condannare, ma posso solo condannare ciò che per me è condannabile.

Da qui alcuni teologi, come per esempio Rahner, deducono che in base a questa nuova concezione della verità, la quale secondo Rahner scaturirebbe dalla “svolta al soggetto” operata da Cartesio per la filosofia e da Lutero per la teologia, il Magistero della Chiesa non dovrebbe più condannare una dottrina, perchè Roma esprime solo la sua visione soggettiva, ma non è in grado di capire la verità di coloro che la pensano diversamente da lei o anche contro di lei. Le vecchie condanne non valgono più. Roma si era sbagliata o comunque i tempi sono cambiati.

Una medesima proposizione, sempre secondo Rahner, può avere significati opposti a seconda di come viene interpretata, per cui è vera per chi la sostiene, anche se è falsa per chi le è contrario. Verità ed errore dunque stanno assieme senza che sia possibile fare una netta distinzione oggettivamente valida per tutti e ponendosi da un punto di vista superiore e neutrale. Questo avviene in ogni campo della ragione come in quello della fede. Gli arbitri esistono solo nelle partite di calcio, ma sono impossibili in filosofia e teologia.

Propriamente parlando, però, non è qui in gioco la questione del “punto di vista”. Infatti, inteso bene, il concetto di punto di vista non comporta nessun soggettivismo, ma rispetta l’oggettività della verità. Il punto di vista rettamente inteso non determina affatto il contenuto dell’oggetto nel suo insieme, ma semplicemente fa riferimento a un certo modo di vederlo in rapporto alle condizioni del vedente.

Se il mio punto di vista è diverso dal tuo, non vuol dire che entrambi non vediamo il vero, ma vuol dire che io ne vedo un aspetto e tu ne vedi un altro. Ma se tu ti mettessi dal mio punto di vista, vedresti la stessa cosa. La cosa in sé dunque resta sempre quella per entrambi, cambia solo il modo di vederla. Ma il modo non incide assolutamente sul contenuto. E’ per aver ridotto il contenuto (“materia”) del sapere al suo modo (“forma”) che Kant è caduto nel soggettivismo.

E’ chiaro che, per esempio, una medesima casa, vista da fuori e vista da dentro appare diversa. Non si tratta di cose diverse, ma di aspetti diversi della medesima cosa. Entrambi infatti possiamo conoscere oggettivamente la medesima casa. Se io mi metto dal punto di vista dell’altro vedo come vede lui il medesimo oggetto.

Il punto di vista non si riferisce a ciò che io vedo ma come lo vedo. Oppure posso dire che vedo due oggetti diversi non perchè si tratti di due cose diverse, ma perché vedo una medesima cosa sotto due aspetti diversi. Se mi trovo nel salotto della casa posso vedere il medesimo salotto che vedo attraverso una vetrata dall’esterno della casa.

Ma si tratta del medesimo salotto. Invece nel soggettivismo c’è la convinzione sbagliata che il mio io, la mia soggettività, il mio interesse o la mia volontà o una forma apriori esistente nel mio intelletto dia forma alla cosa stessa che vedo o che conosco. La cosa sarebbe dunque il risultato di una sintesi tra quello che è oggettivo e quello che è soggettivo. La forma o modo del sapere determina la forma dell’oggetto. Solo la materia dipende, grazie all’esperienza, dal di fuori, ossia dalla cosa in sé. Questa è la concezione di Kant.

Ma presto con Fichte nascerà una visione ancora più soggettiva, per la quale non solo la materia dell’oggetto ma l’oggetto o cosa in sé nella sua realtà o forma totale è determinata dal soggetto pensante, che la “pone” (setzt)[5], sicché l’essere dell’oggetto viene totalmente a coincidere con l’essere-pensato-da-me. Non c’è quindi una cosa in sé fuori di me, come ancora pensava Kant, ma tutto il contenuto del conoscere è in me posto da me. La cosa non è un ente fuori di me, ma è semplicemente il “non-io posto dall’io nell’io”. Tutto si risolve nell’Io.

L’atto riflessivo dello spirito, principio della coscienza, da cui nasce il concetto dell’“io”, era ben noto ai medioevali, discepoli di S.Agostino e di Platone; anch’essi distinguevano l’ex parte subiecti, il soggettivo, e l’ex parte obiecti, l’oggettivo, distinzione che corrispondeva al quoad nos e al quoad se, ossia l’oggetto per noi e l’oggetto in sé. Per esempio si diceva: Dio in sé è semplice, ma noi lo concepiamo come se fosse composto. Oppure: il sole in sé è grande, ma a noi appare piccolo.

Tuttavia il subiectum non era necessariamente la mente, la res cogitans di Cartesio, quello che la filosofia moderna chiama “soggetto”, per indicare la persona, ma era un termine generale logico-metafisico per indicare un supporto o sostegno (sub-iectum, da sub-iaceo, “sto-sotto”). Per questo non si usava in senso assoluto ma in senso relativo, come “soggetto-di”. Soggetto di una forma, soggetto di un atto, soggetto di una potenza, soggetto di una qualità, soggetto di un’azione, soggetto di un accidente, ecc.

Il soggetto è diventato un assoluto con Cartesio, per il quale la mente non è soggetto del pensare inteso come potenza o facoltà di pensare, che può anche non essere in atto[6]. Ma la mente è stata concepita come pensare o pensante in atto (res cogitans), per cui non aveva più senso distinguere un soggetto da una potenza o da un atto. Non c’è nulla “sopra” il soggetto, ma il soggetto è tutto.

Ma Cartesio non si rese conto dell’errore gravissimo che commetteva confondendo implicitamente la mente umana con quella divina, perché solo questa è un pensare sussistente, solo la mente divina, nella sua assoluta semplicità, è pensiero-soggetto, mentre la mente umana può al massimo, quando è in atto di pensare, essere pensiero di un soggetto. Dio non è soggetto di nulla ma è puro Soggetto. Ora con Cartesio appunto l’uomo diventa puro soggetto (res cogitans).

Invece bisogna dire che la mente umana non è un soggetto, ma è in un soggetto che appunto è l’uomo. La mente umana è una facoltà atta o capace di pensare, ma è mente anche se non pensa[7]. In tal modo Cartesio, seppure alla lontana, preparava il panteismo moderno di Hegel e Gentile.

Con Cartesio la ragione e il pensiero non sono più una proprietà, un accidente (per quanto essenziale) dell’anima o della mente, ma diventano addirittura sostanza stessa della mente e alla fine si identificano con l’uomo stesso o con il singolo o con l’io come spirito o autocoscienza, cosa che avverrà per conseguenza logica nell’idealismo moderno fino ad Heidegger e a Rahner. Il pensiero umano diventa un soggetto sussistente alla pari del pensiero divino.

Inoltre il soggettivo dei medievali non indica necessariamente quello che oggi chiamiamo soggettivismo, che è quel tipico chiudersi arrogante e miope dell’io in se stesso, che si pone al centro di tutto, il quale nasce con Lutero e Cartesio. Il soggettivismo è una cattiva condotta del soggetto, è il soggetto che erige se stesso, “si autotrascende” al rango di Assoluto, come vedremo appunto nel “Soggetto assoluto” di Fichte e di Schelling. E’ una falsa teoria del soggetto nell’attività conoscitiva e di conseguenza nella condotta morale.

Il subiectivum nel conoscere, secondo la gnoseologia scolastica, è semplicemente la normale parte che il soggetto ovvero la mente ha nel costruire o formare l’atto del conoscere o nel determinarne il modo. Questa soggettività ben regolata non nuoce affatto all’oggettività, ossia alla verità della conoscenza, ma ne è precisamente la condizione di possibilità.

Si tratta dell’operazione astrattiva, conseguente all’esperienza sensibile, della concettualizzazione e del giudizio. L’importante è che la mente non abbia la pretesa di aggiungere nulla di suo al contenuto del conoscere o non sia così scettica dal credere di non poter rappresentare l’oggetto o la cosa così com’è. Questa convinzione, invece, che si trova già negli Antichi – pensiamo agli scettici, ai sofisti e agli accademici – aumenterà enormemente nella filosofia moderna per il fatto che con Lutero e Cartesio i gnoseologi, vedi per esempio anche Berkeley e gli empiristi inglesi dei secc.XVII-XVIII, tendono a ridurre il contenuto reale ed oggettivo del conoscere alla rappresentazione soggettiva (senso o intelletto), elaborata dal soggetto. Da qui nasce il soggettivismo come difetto nel senso moderno. Lo stesso fenomeno del nominalismo medioevale è già una manifestazione di soggettivismo.

Ad ogni modo, non c’è dubbio che è caratteristica dell’età moderna, e ciò non è privo di meriti, a cominciare da Lutero e Cartesio, il porre in primo piano la questione della coscienza soggettiva o, come si dirà poi, del “soggetto”. Mentre l’oggetto appare sempre meno l’obiectum dei medioevali, che poteva essere anche un ente spirituale, sempre più quello che sarà il moderno “oggetto”, si configura come la cosa materiale esterna. Si comincia a dire: la persona è un “soggetto”, non è una cosa, non è un “oggetto”.

L’oggettività, a partire da Kant, non è più tutta la verità, ma riguarda solo i fenomeni sensibili, e non dipende dalla cosa in sé, ma è costruita dall’intelletto, ossia, come si dirà più tardi, dal soggetto. La verità della persona o del singolo è chiamata “soggettività”, sopratutto a partire da Kierkegaard. Essere “oggettivi” non è più sinonimo di essere nel vero, ma significa solo fare attenzione ai fatti materiali, riguardo alla scienza dei fenomeni. L’io soggettivo, soprattutto col romanticismo, come espressione del sentimento, diventa un pregio, una qualità dello spirito, soprattutto del poeta, ma anche del filosofo, è la verità. Ma qui comincia l’equivoco del soggettivismo che ci trasciniamo come palla al piede ancora oggi.

Da qui un rovesciamento dei valori. Se nel medioevo il soggettivo doveva essere ordinato all’oggettivo, la potentia all’obiectum come fine, ossia l’intelletto all’essere, e la volontà al bene, così come alla fine la creatura è ordinata al Creatore, con la modernità il primato va al soggettivo, che sarebbe bensì la persona o lo spirito o la coscienza, rispetto all’oggettivo, che si limita alla natura esterna sensibile e al mondo circostante.

Senonchè però questo “soggettivo” non è altro che il cogito cartesiano ossia in fondo l’uomo, il quale da allora comincia un cammino di espulsione dell’oggettivo, ossia del reale, sicché al termine Dio stesso come causa del reale viene espulso dall’orizzonte del pensiero e l’uomo diventa Soggetto assoluto al posto di Dio.

Così quel Dio che per il medioevale è un obiectum, ossia oggetto dell’intelletto ed esiste oggettivamente ossia realmente, per i moderni è assurdo – e si comprende – concepire Dio, puro Spirito come un “oggetto”, che per loro, dopo Kant, è solo cosa materiale, natura fisica e fenomeno. E’, se vogliamo, una questione di linguaggio, ma non è solo questo: l’uomo, l’io, la coscienza tendono dopo Cartesio a gonfiarsi e ad avanzare la pretesa di essere padroni dell’essere, sino a che non si giungerà al panteismo e all’ateismo del sec.XIX, dei quali non ci siamo ancora liberati. Molti non si rendono conto di quanto con ciò siamo andati fuori strada e credono che si tratti del volto della modernità.

Viene così in piena luce la distinzione fra la coscienza oggettiva e la coscienza soggettiva, anche se in fondo tale distinzione la troviamo già nelle parole del Signore, quando da una parte dice che chi non è con Lui è contro di Lui (coscienza oggettiva), ma chi non è contro di Lui è per Lui (coscienza soggettiva). La prima è la coscienza in quanto orientata alla norma morale oggettiva, dalla quale ricava la sua infallibilità; invece la seconda è la coscienza in quanto soggetto fallibile in buona fede o per ignoranza invincibile. Ne parla anche S.Tommaso[8], il quale insegna che anche la coscienza errante in buona fede obbliga, sicché se uno non la segue, pecca, mentre, se la segue è innocente, anche se essa è obbiettivamente errata. Sta qui il principio della libertà di religione.

Non si possono negare i progressi della psicologia dal medioevo a questa parte. Non si può negare neppure la conquista moderna della libertà di coscienza, insegnamento del resto già implicitamente contenuto nel Vangelo. Ma per l’affermazione di questi valori e quindi per una sana modernità non c’è bisogno del soggettivismo dei Lutero, dei Cartesio, dei Kant, dei Fichte, degli Schelling e degli Hegel, oggi riproposto da Rahner.

Dobbiamo invece tornare sui nostri passi, dopo i magni passus extra viam, e ritrovare il punto a partire dal quale abbiamo cominciato ad andare fuori strada illudendoci di trovare la verità: questo punto, come la Chiesa ci dice da sette secoli, sono i princìpi di S.Tommaso d’Aquino. E’ per questo che la Chiesa da allora sino ad oggi, compreso il Concilio Vaticano II, non ha cessato di riproporre l’esempio dell’Aquinate, non perché da allora il pensiero non sia avanzato; è avanzato, ma ha bisogno di essere radicato in quei princìpi, perché da essi derivano logicamente, anche se di fatto quei progressi sono stati elaborati da una cultura non tomista o che addirittura si opponeva alla dottrina di S.Tommaso.




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[1] Cf Conoscenza e interesse [1968], Laterza, Bari, 1970
[2] Cf Verità e metodo 2, tr. it di R. Dottori, Bompiani, Milano 1996.
[3] Da notare che già Fichte non nega l’esistenza della cosa in sé, solo che per lui è costituita dall’azione dell’io.
[4] Vedi per esempio l’impostazione di Walter Kasper.
[5] Questa è la cosiddetta “tesi” dalla quale partirà la dialettica hegeliana con la “antitesi” e la “sintesi”.
[6] Per esempio l’embrione o il dormiente o il demente hanno la facoltà di pensare, ma non la esercitano.
[7] Gli embrioni hanno la mente, sono esseri umani, benchè non pensino.
[8] Summa Theologiae, I-II, q.19, aa.5-6.




By  On 

Lingua immortale e lingue moribonde. Chesterton e l’uso del latino







di Cristiana de Magistris

Secondo Gilbert Keith Chesterton, gli uomini si dividono in due gruppi: quelli che adorano l’intelletto e quelli che lo usano. In genere, coloro che lo usano non l’adorano e coloro che l’adorano non lo usano. Da qualche decennio si è andato affermando un terzo gruppo, formato dagli uomini che negano quell’intelletto che altri o usano o adorano. Si tratta del cosiddetto “pirronismo”, che Romano Amerio individua come “il fondo dell’attuale smarrimento  mondiale ed ecclesiale”. 

Chi considera la lingua latina una “lingua morta” appartiene senza incertezze al terzo gruppo. La lingua latina è, infatti, tuttora la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica che l’adopera tuttora nei suoi documenti ufficiali come nella sua Liturgia. Pio X, d’immortale memoria, affermò che “la lingua latina a buon diritto vien detta ed è la lingua propria della Chiesa”. Pio XI nel 1922 scrisse che la Chiesa “esige per la sua stessa natura una lingua che sia universale, immutabile, non volgare”. Nell’enciclica Mediator Dei, Pio XII scriveva che “l’uso della lingua latina, come vige nella gran parte della Chiesa, è un chiaro e nobile segno di unità e un efficace antidoto ad ogni corruttela della pura dottrina”.  È evidente a tutti, e non occorrono particolari dimostrazioni, che la Chiesa, in forza della sua indefettibilità, esige una lingua che sia immutabile. Ciò era considerato pacifico fino a 50 fa quando, in nome del Concilio Vaticano II, si è assistito ad un clamoroso attacco al latino e alla conseguente apertura delle sacre sinassi alle lingue vernacolari. Ma ciò non consente di definire “morta” una lingua che è e rimarrà non solo viva ma “immortale”.

Gli attacchi al latino datano molto addietro nel tempo. G. K. Chesterton sapeva bene che, nella sua patria, l’assalto protestante alla Messa cattolica, detta “papista”, era iniziato con l’introduzione della lingua vernacolare nella Liturgia. Dom Prosper Guéranger, nelle sue celebri Istituzioni Liturgiche, aveva affermato che il latino costituisce il più potente baluardo della Chiesa, e del papato in particolare. “L’odio per la lingua latina – scriveva – è innato nel cuore di tutti i nemici di Roma: costoro vedono in essa il legame dei cattolici nell’universo, l’arsenale dell’ortodossia contro tutte le sottigliezze dello spirito settario, l’arma più potente del papato”. Non solo. Egli notava altresì che “la separazione dal latino, per un motivo inspiegabile, che non conosciamo, quasi sempre, anche ottenuta la dispensa del Sommo Pontefice ha condotto allo scisma e alla piena separazione della Chiesa cattolica”.

Ed, infatti, la chiesa anglicana che si presentava agli occhi di Chesterton – abbandonata la lingua tradizionale, gli altari e il Canone della Messa – era una chiesa scismatica e moribonda. “Il popolo – aveva profetato l’abate di Solesmes – trovava eccessiva la pena di disturbarsi nel proprio lavoro o nei propri piaceri per andare a sentir parlare come si parla sulla pubblica piazza”. E “mentre il tempio riformato, una volta alla settimana, riunisce a fatica i cristiani puristi, la Chiesa papista vede senza posa i suoi numerosi altari assediati dai suoi religiosi figli; ogni giorno essi si allontanano dal loro lavoro per venire ad ascoltare queste parole misteriose che devono essere di Dio, perché nutrono la fede e leniscono i dolori”.

È proprio a partire dalla sua esperienza nella chiesa d’Inghilterra che Chesterton può affrontare la questione dell’uso del latino con chi accusava la Chiesa Cattolica d’usare una lingua morta. Cinque secoli prima, un altro genio inglese, san Tommaso Moro, aveva notato come – con una traduzione tendenziosa della Bibbia confluita poi nella Liturgia – la sana e salvifica dottrina di Cristo era stata corrotta e cambiata in diaboliche eresie al punto da renderla cosa nettamente contraria alla verità. Pregato di dare alcuni esempi, il martire inglese scelse tre parole: “Una è sacerdote. La seconda, Chiesa. La terza, Carità”. Il termine Sacerdote era stato tradotto con la parola anziano, la Chiesa con assemblea e la Carità era diventata amore. “Poiché tali termini non sono affatto sinonimi nella lingua inglese – notò Moro –, a ben considerare le cose è chiaro che un’intenzione malvagia ha ispirato questi cambiamenti”.

Da qui la necessità di una lingua immutabile. “Quando ci pungolano e ci deridono per la nostra ostinazione nel voler recitare la Messa in una lingua morta – scrive Chesterton –, siamo tentati di rispondere a chi ci interroga che evidentemente non siamo adatti a ricevere una lingua viva. Se consideriamo come hanno trattato la nobile lingua inglese, confrontata con l’inglese del Libro Anglicano di preghiere, per non parlare poi del latino della Messa (anglicana), abbiamo la sensazione che la loro innovazione potrebbe essere una degenerazione. (Mentre) la lingua definita morta non può mai degenerare”. E per portare un esempio, con la sua sapiente ironia riprende una delle parole citate da Tommaso Moro: “La carità, che costituiva il cuore ardente del mondo, è giunta a significare l’avaro e sontuoso sostegno dei poveri, che ormai ha finito per ridurli in schiavitù”.

Il latino, invece, è una lingua sottratta all’inevitabile evolversi dell’umano dialogo, essendo ormai stabilita “in una sfera di cristallina nitidezza e definitezza” che fa di essa una lingua immortale. Ma, avverte Chesterton, “la questione della Messa in latino non si riduce alla scelta tra una lingua morta e una viva e immortale. Si tratta invece di scegliere tra una lingua morta e una in punto di morte, una lingua che sta inevitabilmente degenerando”. “[…] la Chiesa occupa una posizione unica nella storia perché parla non una lingua morta tra lingue imperiture, ma, al contrario, ha preservato una lingua viva in un mondo di lingue morte”. Le lingue vernacolari – al dire di Chesterton – sono lingue morte o perlomeno moribonde.

Nessuna di esse sarà preservata dalle innovazioni che il parlare umano inevitabilmente comporta. L’italiano del 1200 ha davvero poco in comune con quello del XXI secolo. In questo senso l’italiano del 1200 è morto quello del XXI secolo è moribondo. La Chiesa, che è nella sua sostanza immutabile pur essendo immersa nel tempo, necessita di una lingua immutabile, ossia sottratta alle alterazioni continue delle lingue correnti, una lingua che rimanga al di fuori delle passioni per poter custodire il dogma. Variare il linguaggio, infatti – asserisce Romano Amerio –, “significa identicamente variar dottrina”. In altri termini, l’attacco contro la lingua latina è un attacco diretto alla stabilità dei dogmi, e quando la Liturgia si spoglia della sacralità d’una lingua immutabile, è in pericolo l’immutabilità della dottrina.

Nel XIX secolo il beato Antonio Rosmini nelle sue “Cinque piaghe della Santa Chiesa” evidenziava i rischi derivanti dall’abolizione del latino: “Volendo ridurre i Sacri riti nelle lingue volgari si andrebbe incontro a maggiori incomodi, e si apporrebbe un rimedio peggiore del male. I vantaggi che si hanno conservando le lingue antiche sono principalmente: il rappresentare che fanno le antiche Liturgie l’immutabilità della fede; l’unire molti popoli cristiani in un solo rito, con un medesimo sacro linguaggio, facendo così loro sentire meglio l’unità e la grandezza della Chiesa  e la comune loro fratellanza; l’avere qualche cosa di venerabile e di misterioso una lingua antica e sacra quasi linguaggio sovrumano e celeste; l’infondersi un tal sentimento di fiducia in chi sa di pregare Iddio colle stesse parole con le quali lo pregarono per tanti secoli innumerevoli uomini santi e padri nostri in Cristo”. Con l’introduzione delle lingue volgari “s’introdurrebbe grandissima divisione nel popolo” e “un perpetuo cambiamento nelle cose sacre”.

Ecco profeticamente descritti i risultati dell’introduzione delle lingue vernacolari nella Liturgia. Sono tutti impietosamente sotto i nostri occhi. Da 50 anni a questa parte non vediamo forse i libri liturgici in lingua volgare subire modifiche innumerevoli ed ormai incalcolabili, mentre l’immortale Messale di san Pio V in oltre cinque secoli non è mai stato mutato? non vediamo le chiese tristemente vuote, poiché il popolo non s’incomoda “per andare a sentir parlare come si parla sulla pubblica piazza”? non assistiamo impotenti allo sgretolamento del dogma che – abbattuto il baluardo del latino – è ormai soggetto ad una continua mutazione?

Ma davanti a questo scenario doloroso e desolante per ogni vero figlio della Chiesa, occorre elevare lo sguardo dell’anima alla dimensione “sovra storica” della Sposa di Cristo, che – pur negli stravolgimenti mondani – conserva intatta la sua immutabilità. “Ho detto che nel XX secolo il Cattolicesimo resta veramente ciò che era nel II, vale a dire la Religione nuova – scrive ancora Chesterton –. Anzi, proprio la sua antichità mantiene un elemento di novità. Ho sempre considerato straordinario e persino commovente che, nonostante a noi sembri giungere carica di secoli e secoli, la venerabile invocazione del Tantum ergo mantenga ancora un linguaggio innovativo, quello del documento antico che deve piegarsi a un rito nuovo. Per noi l’inno stesso ha qualcosa del documento antico. Ma il rito è sempre nuovo”. È l’eterna giovinezza della vecchia Religione.





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venerdì 4 aprile 2014

Divorzio breve, immediata infelicità







di Tommaso Scandroglio

E Gesù disse a Giuda: «Quello che devi fare, fallo al più presto». Ovviamente non era un invito a tradirlo il prima possibile, bensì un ultimo e forte appello alla sua coscienza affinchè questa si ridestasse a ben più sani propositi. In Parlamento invece sono convinti che il male anticipato sia meglio di quello che tarda a venire. Stiamo parlando delle proposte di legge sul divorzio breve, in lunga gestazione dal lontano 2008. Ben sei giacciono sul tavolo del Parlamento e recano il simbolo un po’ di tutti i principali partiti politici: Pd, Ncd, FI, M5S, Sel e Psi.

Mercoledì scorso è iniziata la discussione sul testo che forse raccoglierà più consensi, proposta siglata da Alessandra Moretti del Pd e dal forzista Luca D’Alessandro. Non più tre anni per ottenere il divorzio dal momento in cui inizia la separazione, bensì solo dodici mesi che si riducono a nove se i coniugi sono entrambi consenzienti e non ci sono figli minori. Il periodo si accorcia ancor di più rispetto al passato dato che questi mesi decorrono dal momento in cui si presenta la domanda e non da quando i due litiganti si sono presentati davanti al giudice.

Perché dare torto a questi politicanti che si affannano a dividere i coniugi? Tra i porporati di Santa Romana Chiesa c’è chi vuole snellire le pratiche per ottenere la dichiarazione di nullità matrimoniale facendo investigare penitenzieri vari e dunque come stupirsi che anche nel secolo ci sia chi vuole tumulare il matrimonio il prima possibile? I cadaveri, si sa, mandano cattivo odore.

Il divorzio breve – che ha ricevuto così tanta attenzione da meritarsi da parte dei Radicali anche la realizzazione di un sito apposito – è un’ottima cartina tornasole per comprendere il Dna di quel processo rivoluzionario che negli ultimi decenni si sta dispiegando in interiore homine.

La prima caratteristica di questo processo è il famigerato fenomeno del piano inclinato: fessurata la parete di una diga, prima o poi tutta la diga crollerà. Da queste colonne avevamo già indagato sul tema – si leggano “Divorzio breve: agonia radicale” e “Matrimonio (breve) all’italiana” – mettendo in evidenza che tali iniziative parlamentari formalmente contraddicono un quadro legislativo che in linea molto teorica è orientato alla tutela del vincolo matrimoniale e parimenti orientato a scoraggiare attentati alla sua indissolubilità. Formalmente, ma non sostanzialmente. Vogliamo cioè dire che il divorzio breve è l’esito prevedibile delle premesse contenute nella legge sul divorzio (lungo) del 1970: accettata la possibilità di divorziare, poi i tempi per ottenere il divorzio sicuramente si sarebbero accorciati. Nel 1989 gli anni che dovevano trascorrere erano cinque, ora tre, domani uno e dopodomani salterà addirittura lo stesso istituto della separazione (così preconizza Diego Sabatinelli, segretario della Lega italiana per il divorzio breve). In modo analogo è avvenuto per altri temi: ottenuto l’aborto chirurgico questo ha filiato quello chimico; ottenuta la fecondazione omologa questa sta aprendo la porta all’eterologa; se passerà il testamento biologico avremo l’eutanasia anche del paziente non consenziente; incassato il “Sì” alla legge sull’omofobia di conserva libero accesso alle “nozze” gay.

Una seconda caratteristica del processo rivoluzionario sui temi di morale naturale è l’aspetto ideologico- elitario: questo tipo di battaglie culturali non partono dalla base, ma cadono dall’alto attraverso un piano di orientamento della coscienza collettiva. Come già scrivevamo qualche anno fa “a leggere i dati Istat del 2012 si scopre che un sorprendente 40% delle separazioni pronunciate nel lontano 1998 al 2010 non sono sfociate in divorzio. Per quale motivo? Una minima parte sicuramente per impicci burocratici e giuridici di varia natura, ma per la maggior parte non c’è interesse a mettere la parola ‘fine’ con tanto di timbro dello Stato alla propria relazione. Sia perché i coniugi quasi ex ritengono sufficiente le garanzie proprie della separazione, separazione che di fatto è già vissuta come divorzio, sia perché vivono il rapporto di separazione in modo liquido. Spesso cioè non si vuole definire la rottura, si desidera tenere una porta aperta – non di rado a tempo indeterminato - ad un futuro e possibile ricongiungimento. A volte dunque smettere per sempre ufficialmente i panni di ‘coniuge’ viene percepito come un doloroso strappo della coscienza da rimandare il più possibile”. Insomma il divorzio breve non è sentito come esigenza dal popolino.

Così come i “matrimoni” gay di certo non sono voluti dalla maggioranza delle persone omosessuali: infatti dove lo Stato li ha legalizzati si registra a lungo andare un flop gigantesco. A margine: curioso che si sudino sette camicie per far passare il divorzio breve e se ne sudino altrettante per far “sposare” i gay. In altri termini, ci si impegna per rompere un legame che non si può rompere e per saldare un legame che non può venire ad esistenza. Contraddizione solo apparente: il minimo comun denominatore è infatti la lotta alla legge naturale.

Un altro tratto di questo processo di sovvertimento dell’ordine morale naturale è dato dall’attacco alla famiglia. Aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, eutanasia sono anche poderosi colpi d’ariete all’istituto familiare. Così pure e prima di tutto, come intuitivo, il divorzio. Anzi è a causa del divorzio che poi – anche cronologicamente – si sono diffuse altre pratiche perniciose. Distruggi questa cittadella fortificata che si chiama matrimonio e i nemici avranno facile accesso all’interno della sue mura ormai in macerie per spargere i semi di idee inique.

Il divorzio uccide la felicità dei coniugi e dei figli. In merito ai primi, il lettore avrà notato che quando si dà notizia di un femminicidio nove volte su dieci si sta parlando di un ex: un ex coniuge o un ex fidanzato. La rottura del vincolo non è la soluzione ai problemi ma ingenera problemi (Cfr. F. Agnoli – M. Luscia, “Chiesa, sesso e morale”, Sugarco).

Inoltre, come scrive Giacomo Samek Lodovici (“Questioni di vita e di morte”, Ares), “su un campione di persone le quali consideravano infelice il proprio matrimonio, cinque anni più tardi il 64% di coloro che erano rimasti insieme ha dichiarato che il loro matrimonio era poi diventato molto felice, mentre si dichiarava felice solo il 19% di coloro che avevano divorziato e si erano risposati (L. Waite – M. Gallagher, “The Case for Marriage”, Doubleday). E se gli sposati soffrono di disturbi psicologici nel 2% dei casi, i divorziati incorrono in questi disturbi tre volte più spesso (C. Schoenborn, “Marital Status and Health: United States, 1999-2002”, «CDC» 15-2004)”. Il divorzio poi non fa bene nemmeno al portafogli. La prestigiosa Heritage Foundation ha pubblicato un rapporto sul legame famiglia e povertà negli USA dal titolo “Matrimonio: la migliore arma negli Stati Uniti contro la povertà infantile”. Si scopre che le famiglie monoparentali costituiscono il 71% delle famiglie povere e viceversa il 73% delle famiglie che vivono al di sopra della soglia di povertà è costituito da coppie sposate con figli. Nel 2011 sono stati spesi in aiuti in programmi federali e statali per le famiglie ben 450 miliardi di dollari, di cui 330 solo per famiglie monoparentali.

In merito ai figli di genitori divorziati molti studi ci informano poi che, rispetto ai figli di genitori sposati, i primi hanno probabilità superiori di ottenere cattivi risultati a scuola, di contrarre malattie psicosomatiche e di essere depressi, di assumere comportamenti antisociali e di avere problemi nelle relazioni amicali.

Prima i coniugi arriveranno al divorzio e prima questo vaso di Pandora si scoperchierà. Il vero nome del divorzio breve è dunque infelicità istantanea.




La nuova Bussola Quotidiana 04-04-2014



Se non ora, quando? L’esame di coscienza




reue



Don Andrea Gasparino

Come si fa un buon esame di coscienza

Il Sacramento della Confessione staccato dalla parola di Dio non ha senso. Per prepararti a ricevere il sacramento del perdono la Chiesa ti chiede di esaminare la tua coscienza confrontandoti con la Parola di Dio. Tutto il messaggio di Cristo può essere riassunto in due importanti pagine dei Vangeli: il testo delle beatitudini (Mt 5,3-10) e il testo sull’amore di Dio e del prossimo (Mt 12,29). Ti presentiamo una traccia efficace per la tua preparazione al sacramento.

LE BEATITUDINI

1. Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli

Beato chi è umile, chi sente il suo nulla ma confida in Dio. Beato chi sente la sua dipendenza completa da Dio. Beato chi accetta il progetto di Dio su di lui.

• Sono umile?
• Cerco in modo disordinato la stima degli altri?
• Mi deprimo quando sono trascurato?
• Ho l’abitudine di fare la vittima?
• Voglio essere al centro dell’attenzione nelle cose che faccio?
• Parlo molto di me stesso e delle mie cose?
• Metto il mio successo prima delle persone?
• Ho complessi di inferiorità che bloccano i miei doveri?
• Ho l’abitudine di umiliare gli altri? Emargino qualcuno?
• Sono geloso dei successi altrui?
• Sfrutto i dono di Dio o tengo sotterrato qualche dono?
• Sono riconoscente dei doni di Dio: li guardo con frequenza e ne ringrazio?

2. Beati gli afflitti perché saranno consolati

Beato chi sa piangere sui propri errori. Beato chi sa piangere con chi piange. Beato chi paga, soffre e lotta contro le ingiustizie e per i mali del mondo.

• So chiedere perdono dei miei sbagli?
• Ho la forza di chiedere scusa quando faccio soffrire qualcuno?
• Ho il coraggio dell’autocritica quando sbaglio o sono debole?
• Ho ricevuto qualche volta il sacramento della Riconciliazione senza pentimento? (la confessione senza pentimento è confessione nulla).
• Dopo una mancanza ho l’abitudine di commiserarmi invece di pentirmi e ripartire?
• So piangere con chi piange?
• Ho avuto il cuore duro verso qualche sofferenza?
• Ho chiuso gli occhi di fronte a qualche necessità dei fratelli?
• Nella mia famiglia trascuro qualche persona?
• Prendo parte a tutte le pene della mia famiglia?
• Cosa faccio per le grandi sofferenze del mondo?
• Cosa faccio per il problema della fame?
• Che cosa so fare per le ingiustizie contro i poveri?
• Mi interesso dei perseguitati? degli ultimi?
• Che cosa faccio per le gravi ingiustizie contro il Terzo Mondo?
• Che cosa faccio per i gravi problemi del disarmo e della guerra?

3. Beati i miti perché erediteranno la terra

Beato chi sceglie la mitezza, la benevolenza, la pazienza, l’umiltà. Beato chi ha il cuore grande. Beato chi rifiuta la violenza. Beato chi sa perdonare.

• Ho un cuore meschino? Calcolatore?
• So amare prima di tutto me stesso nel modo giusto, accetto me stesso?
• Ho pazienza con me stesso? So vedere in me i doni di Dio?
• Sono mite e buono in casa con tutte le persone? So controllare la lingua?
• Ho pretese illogiche con i familiari?
• Ho l’abitudine di ringraziare in casa per quello che ricevo?
• Manco di rispetto ai genitori?
• Sono violento nei pensieri? Nelle parole? Nelle azioni?
• Appoggio i movimenti contro la violenza?
• Creo divisioni? Spargo malignità?
• So perdonare?
• Odio qualche persona?

4. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati.

Beati coloro che hanno la brama della santità, che aspirano all’autenticità evangelica, che scelgono il Vangelo senza accomodamenti né attenuazioni. Beato chi desidera ardentemente ciò che Dio desidera. Mi rendo conto che il massimo problema dell’uomo è la fedeltà alla volontà di Dio?

• Cerco la volontà di Dio? Lo faccio almeno nelle grandi decisioni?
• Ricorro alla preghiera e al consiglio di persone prudenti quando la volontà di Dio è molto difficile da discernere?
• Sono attento ai richiami all’autenticità che colgo intorno a me?
• Che cosa manca di profondo alla mia vita per essere cristiana? Per essere come Dio mi vuole?
• Lotto contro le abitudini borghesi o poco cristiane?
• Sono attento alla scelta delle mie amicizie?
• Tollero che in casa mia entri il male?
• Prego per la santità della Chiesa?
• Chiedo a Dio il dono di preti santi?

5. Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia

Beati quelli che si sforzano di essere un riflesso della bontà di Dio. Beati quelli dal cuore grande e misericordioso verso i loro fratelli.

• Ho l’abitudine di giudicare gli altri?
• Ho l’abitudine di esprimere i miei giudizi anche quando sono infondati? Sono sospettoso? Malizioso nell’interpretare il bene degli altri?
• Riparo ai giudizi cattivi?
• Ci sono persone che io giudico sempre male?
• Mi rendo conto che anche se posso giudicare un’azione degli altri non mi è mai possibile pesare le loro responsabilità e le loro intenzioni?
• Ho l’abitudine di etichettare le persone?
• Riparo in qualche modo alle etichette ingiuste che appioppo agli altri? So comandare alla mia lingua? Di una calunnia non basta pentirmi e confessarmi, devo ripararla.
• Ho l’abitudine di tagliar panni alla gente?
• Ho rovinato qualcuno con la mia lingua? Ho dei nemici?
• So perdonare ai nemici? Ho dei rancori che non ho vinto?
• Prego per i nemici? Mi sono vendicato?
• Ho già provato a cambiare il male con il bene?

6. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio

Beati quelli che hanno il cuore sincero perché possono accostarsi a Dio. Beato chi è autentico nei pensieri e nei fatti perché è accolto da Dio.

• L’ipocrisia è un male orribile, che fa rivoltare Cristo: mi sento ipocrita davanti a lui?
• Gesù non rigetta il peccatore, ma non sopporta l’ipocrita: accetto di essere peccatore?
• Qual è la più grande ipocrisia della mia vita?
• Ci sono delle falsità nel mio comportamento religioso? • Ho mascherato qualcosa di grave nelle confessioni passate? Ogni colpa grave taciuta volontariamente o mascherata dev’essere confessata bene: lo sai questo?
• Ci sono ipocrisie nel mio modo di accostare l’Eucaristia?
• Ho fatto dei sacrilegi? Ho ricevuto l’Eucaristia in colpa grave?
• Sono legato a superstizioni?
• Posso dire di essere immune dall’idolatria del denaro, del lavoro, del successo, della carriera?
• Posso dire di mai aver fatto guadagni disonesti? Ho riparato?
• C’è in me l’idolatria del sesso?

CASTITÀ

• Hai delle abitudine sensuali?
• Hai l’abitudine di indugiare su pensieri sensuali?
• Hai l’abitudine dei discorsi osceni? Hai dato degli scandali?
• Hai divulgato della pornografia?
• Hai il vizio della masturbazione?
• Sei cosciente che questo vizio, con una lotta metodica e una guida spirituale ferma, si può vincere?
• Sei schiavo della gola? Dell’alcool o di altre cose che degradano la volontà?
• Se sei implicato in gravi disordini sessuali, non è sufficiente confessarti. Devi aprire i tuoi orizzonti: leggi qualcosa che ti sblocchi e consulta un sacerdote aprendoti con molta schiettezza.

PER FIDANZATI

• Il vostro amore è puro e generoso?
• Siete impantanati nella sensualità?
• Lo sapete che se il vostro amore non vi porta a Dio è amore egoistico e inquinato?
• Vi preparate al matrimonio con leggerezza?
• Avete un sacerdote che sia per voi una guida esigente verso il
matrimonio?
• Avete l’amicizia di una coppia profondamente cristiana che vi aiuti?
• Che cosa fate per allenarvi all’amore profondo?
• Che cosa fate per correggere il vostro carattere?
• Avete paura del sacrificio?
• Avete programmato una vita di carità e di servizio?
• Che cosa fate per giungere a un amore generoso e non sensuale?
• Sapete sostenervi nella debolezza?
• Lo sapete che la sensualità comincia dai pensieri e dal cuore?

PER SPOSI

• Avete la persuasione che l’atto matrimoniale è un atto sacro?
• Avete l’abitudine a compiere l’atto matrimoniale purificandovi prima da ogni egoismo?
• Avete l’abitudine di abolire nel vostro atto matrimoniale ogni volgarità e leggerezza?
• Conoscete la mentalità della Chiesa sugli anticoncezionali?
• Conoscetela mentalità della Chiesa sulla paternità responsabile?
• Conoscete i metodi naturali che rispettano i cicli di fecondità e non deturpano il fisico e la sacralità del matrimonio?
• Avete una guida spirituale almeno nei periodi difficili?
• Avete l’amicizia di una coppia cristiana vera?
• Vi rendete conto che il matrimonio esige preghiera e va rinnovato ogni giorno?

7. Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio

Beati i costruttori di pace e di concordia perché hanno in loro qualcosa della bontà di Dio. Beati i portatori di pace perché somigliano a Dio.

• Ho l’abitudine di seminar discordie, portar divisioni, riferire il male degli altri?
• Sono violento in casa? Umilio le persone? Sono geloso? Riporto pettegolezzi, sospetti?
• Ho l’abitudine di rendere pesante il clima della mia famiglia col pessimismo?
• Carico sugli altri i miei problemi? Le mie tensioni? Il mio pessimismo?
• Cerco di crear gioie intorno a me? Di dar luce e speranza?
• Coltivo l’ottimismo che viene dalla fede?
• Sono costruttore di unità in famiglia, in parrocchia, nel mio gruppo?
• Se ho creato divisioni sono pronto a pagare? A riparare?

8. Beati i perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il regno dei cieli

Beati quelli che san pagare per la loro fede. Beato chi è fedele alla volontà di Dio ed è pronto anche a soffrire per essere fedele alla volontà di Dio.

• Cerco in ogni cosa la volontà di Dio?
• Quando ho scoperto la volontà di Dio so portarla avanti con fermezza a costo di qualunque sacrificio?
• Sono capace di soffrire qualcosa per Cristo, per fedeltà a lui?
• Sono capace a pagare anche con le umiliazioni per le cause del bene? Per le cause della fede?
• Sono capace a sopportare anche una derisione per amore a Cristo?
• Che cosa faccio per annunciare la fede? Ho il problema? Annuncio Cristo con la mia fede e le mie opere, nel mio ambiente?
• Mi sono vergognato qualche volta di Cristo? Sono stato vile?

C’E’ UN GRANDE MEZZO DI SALVEZZA: IL SACRAMENTO DEL PERDONO!







Disoccupazione? Colpa della denatalità







di Riccardo Cascioli

Nei giorni scorsi ha fatto molto rumore l’ultimo rilevamento dell’Istat in materia di lavoro: in febbraio il tasso di disoccupazione in Italia è salito al 13%, un record storico, che equivale a 3 milioni 307 mila disoccupati, 272 mila in più rispetto all’anno precedente. Se consideriamo che nel 2013 già si erano persi 585 mila posti di lavoro rispetto al 2012, si capisce quanto la situazione sia grave, «sconvolgente» secondo il presidente del Consiglio Matteo Renzi. A pagare maggiormente sono i giovani alla ricerca di prima occupazione che sul totale dei disoccupati contano per circa il 20%.

Su queste cifre abbiamo sentito e letto fiumi di commenti, quello però che è stato completamente ignorato è l’apparente paradosso della situazione, visto che i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro sono in costante diminuzione. Ad esempio nel 2002 i giovani compresi tra i 20 e i 29 anni erano 7.626mila, il 13,4% dell’intera popolazione italiana, nel 2013 erano scesi a 6.338mila, il 10,6%. Insomma in undici anni l’Italia ha perso la bellezza di un milione e 300mila giovani, con una diminuzione di 3 punti percentuali sulla popolazione. Dati questi anche più drammatici della disoccupazione, ma che danno appunto l’idea del paradosso.

Insomma, come mai con una diminuzione così drastica della popolazione giovanile ci sono anche meno posti di lavoro per i giovani? Sembrerebbe un non senso, soprattutto dopo decenni di propaganda neo-malthusiana con cui ci hanno fatto credere che con la diminuzione della popolazione si sta tutti un po’ meglio. 

In realtà il paradosso è soltanto apparente, e ci sembra tale proprio per quel martellamento che ha portato gli italiani a non fare più figli (un trend che dura ormai da quasi 50 anni) pensando così di aumentare il benessere. I dati che abbiamo sotto gli occhi in realtà ridicolizzano l’assunto che sta alla base delle politiche anti-nataliste, ovvero l’idea che ci siano risorse fisse – e ovviamente conosciute – che si dividono per il numero dei commensali: quindi, meno siamo più ce ne è per tutti. Non è così: le risorse non sono una quantità fissa offerta dalla natura, ma dipendono dal genio umano che con la sua creatività sa sfruttare ciò che la natura gli mette a disposizione. Basti pensare alle risorse energetiche, la cui disponibilità e costo dipende da nuove fonti scoperte o dalle migliorate capacità estrattive o di uso di vecchie fonti. Oppure all’industria tessile, dove ottimi tessuti sintetici creati in laboratorio hanno soppiantato lana e cotone. E via di questo passo.

A maggior ragione il sistema economico-industriale dipende dalla disponibilità di nuove risorse creative. Soprattutto oggi che l’innovazione è sempre più veloce: l’invecchiamento della forza lavoro significa tra l’altro avere una minore incidenza di quella fascia di giovani lavoratori in grado di proporre e realizzare idee nuove e vincenti. In termini di competitività delle nostre aziende è un disastro. Per non parlare delle ripercussioni sulle piccole imprese familiari, che costituiscono il motore dell’economia italiana: i profitti vengono investiti nell’azienda se ci sono dei figli che poi porteranno avanti l’impresa (creando così nuovi posti di lavoro). Ma se i figli non ci sono, per chi investire? E se non si investe, i posti di lavoro non solo non aumentano, ma si perdono. E ancora: i giovani sono anche quelli che consumano maggiormente beni durevoli, come le case, le automobili. Come si può pensare che non vada in crisi l’industria dell’auto e che non crolli il mercato immobiliare se in appena dieci anni si perde 1 milione e 300mila potenziali acquirenti, il 18% di un’intera fascia di età?

Il paradosso dunque è solo apparente, perché siamo entrati in un circolo vizioso destinato a proseguire per molto tempo anche se ci fosse una sterzata improvvisa. Che comunque è indispensabile, se per l’Italia vogliamo avere un futuro. La sterzata significa porre la questione della natalità come una priorità assoluta della nostra politica economica, come del resto fece la Francia dopo la Prima Guerra Mondiale, che costò la vita a 1.400 mila suoi giovani: non a caso oggi la Francia ha ancora gli istituti demografici più importanti d’Europa.


Non si tratta di chiedere “premi” per la natalità, ma anzitutto eliminare quelle discriminazioni e quegli ostacoli che disincentivano nuove nascite. E soprattutto di rafforzare l’unico istituto che è l’ambiente ideale per concepire, far nascere ed educare le nuove generazioni: la famiglia. E’ chiaro infatti che la denatalità va di pari passo con la disgregazione della famiglia (il crollo delle nascite non è forse iniziato con la diffusione della contraccezione e l’introduzione del divorzio?). Rafforzare la famiglia naturale dunque – fondata sul matrimonio tra uomo e donna – dovrebbe essere la prima preoccupazione di un governo e di un presidente del Consiglio che si dichiara sconvolto dai dati sulla disoccupazione. E invece cosa succede? Che addirittura tutti i partiti in Parlamento si danno da fare per approvare il divorzio breve (vedi articolo a fianco), durissimo colpo alla rilevanza della famiglia nella società, così come la promozione degli stili di vita omosessuali. Insomma abbiamo una classe dirigente – specchio della società che la esprime, peraltro – schizofrenica, che da una parte si straccia le vesti per la disoccupazione e dall’altra promuove leggi e costumi che faranno peggio.




La nuova Bussola Quotidiana 04-04-2014