giovedì 3 aprile 2014

La lezione della Veritatis Splendor





di Ettore Gotti Tedeschi

Il Papa emerito Benedetto XVI ha recentemente esortato a rileggersi l’Enciclica Veritatis Splendor, scritta nel 1993 dal Sommo Pontefice e prossimo santo Giovanni Paolo II. Immagino che tutti i lettori della Nuova BQ lo abbiano già fatto, ma vale la pena sottolineare alcuni passaggi di questa Enciclica, che tratta temi molto attuali anche venti anni dopo.

Veritatis Splendor parte da una constatazione dolorosa, cioè che il patrimonio morale, e persino il magistero della Chiesa, è oggi messo in discussione. Persino all’interno della stessa comunità cristiana. Si mette in discussione la dignità (di creatura) dell’uomo e le leggi naturali (della Crezione). Lo aveva già ben detto Paolo VI in Humanae Vitae e Populorum Progressio, e lo dirà più tardi Benedetto XVI in Caritas in Veritate. Dice papa Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor che urge pertanto che la Chiesa possa precisare quegli aspetti dottrinali da cui non si può prescindere. E ciò per far fronte ad una “vera crisi” (anche economica) che Giovanni Paolo II aveva previsto in Sollecitudo Rei Socialis. Li possiamo chiamare valori imprescindibili, perché insegnati da Gesù Cristo? Comunque non sono poi tanti e possiamo sintetizzarli brevemente.

Cristo stesso (appunto) li indica al “giovane ricco” (Mt 19,17): osserva i Comandamenti. A questi dieci, sempre Cristo aggiunge i due suoi comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo (Lc 10,27). Cristo stesso, magari preoccupato che l’uomo si trovasse in difficoltà nell’applicazione di molti comandamenti, sintetizza poi nel Discorso della Montagna (Mt 5,17) cosa è la morale evangelica, da cui segue l’etica comportamentale. A questo punto non c'è molto da aggiungere. Eppure papa Giovanni Paolo II vuole dirci qualcosa in più. Ci dice che dobbiamo vivere i precetti in “unità di vita” : fede e vita devono esser in armonia ed in più non si può avere un comportamento diverso tra casa e bottega, tra oratorio e parlamento. Ecco cosa è unità di vita.

Ma la parte più intrigante dell’Enciclica inizia al secondo capitolo dove il Papa chiarisce il rapporto tra Libertà e Verità. Straordinario, da studiare e divulgare. Con parole mie, e con i miei limiti, cercherò solo di dare al lettore una sintesi. Il Papa ci spiega che la Verità viene prima della libertà (cioè nega quello che tutta la cultura illuminista afferma da un paio di centinaia di anni). Non c’è vera autonomia morale della libertà che prescinda dalla Verità, la libertà non è un valore assoluto né sorgente di valori. Le leggi naturali della Creazione sono leggi eterne anche se messe in discussione dalla ragione umana. Ed è comunque la Sapienza divina che ha generato la ragione umana, che resta tale anche in una natura decaduta. Infatti mantiene la capacità di essere “creativa nella coscienza”, senza magari sforzarsi di conoscere e capire la Verità e il suo vincolo con la libertà umana. Ed ecco che il buon padre Giovanni Paolo II ci viene in soccorso assicurandoci che è la Chiesa, ed il suo Magistero, che deve aiutare la formazione delle coscienze.

Ricordiamolo: è la libertà, responsabile, che segue la Verità. E’ Gesù stesso, che è la Verità, ad esaltare la libertà umana dicendo “vieni e seguimi”. Che succede se non Lo si segue? Succede che si resta liberi di comportarsi come animali, ma animali intelligenti, che invece di alimentarsi di spirito, intelletto e materia, scelgono solo la materia. Al massimo materia ed intelletto. E’ Cristo la libertà che libera gli uomini dal peccato e ridà loro la dignità originale della Creazione. E grazie a ciò gli uomini riprendono la certezza del senso della vita e delle azioni libere e buone.

E, aggiunge ancora Giovanni Paolo II, un fine buono (le azioni libere e buone) non si ottiene con mezzi cattivi.




La nuova Bussola Quotidiana 



Liturgie sempre più grottesche, arriva la “predica a dialogo”







di Mauro Faverzani

Che cosa sia una predica è molto semplice a dirsi. Secondo il n. 65 dell’Ordinamento generale del Messale Romano, essa «deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle Letture della Sacra Scrittura o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della Messa del giorno, tenuto conto sia del mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta».

Secondo la Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, al n. 52, si precisa ch’essa deve presentare «i misteri della fede e le norme della vita cristiana». Non si tratta dunque di una conferenza, né tanto meno di un dibattito, di un talk show o di una tavola rotonda. Ma soprattutto, come precisato a chiare lettere al n. 66 dell’Ordinamento, l’omelia dev’essere «tenuta personalmente dal sacerdote celebrante» o dal Vescovo, né può essere affidata «mai ad un laico», richiamando così quanto previsto al can. 767 del Codice di Diritto Canonico, in cui si specifica essere «riservata al sacerdote o al diacono».

Concetto ribadito all’art. 3 dell’Istruzione su alcune questioni circa la collaborazione dei fedeli laici al ministero dei sacerdoti: dal tener l’omelia «sono esclusi i fedeli non ordinati, anche se svolgono il compito detto di “assistenti pastorali” o di catechisti presso qualsiasi tipo di comunità o aggregazione. Non si tratta, infatti, di eventuale maggiore capacità espositiva o preparazione teologica, ma di funzione riservata a colui che è consacrato con il sacramento dell’Ordine sacro, per cui neppure il Vescovo diocesano è autorizzato a dispensare dalla norma del canone, dal momento che non si tratta di legge meramente disciplinare, bensì di legge che riguarda le funzioni di insegnamento e di santificazione strettamente collegate tra di loro».

È evidente come i testi siano assolutamente espliciti, inappellabili e tali da non dar luogo ad incomprensioni od equivoci: ma c’è chi prova a fare comunque orecchie da mercante. Come don Mauro Trebbia, parroco della chiesa di San Carlo Borromeo, a Pognano, nel Bergamasco. Secondo quanto riportato on line dal settimanale “Famiglia Cristiana”, tale reverendo avrebbe avuto la pessima idea di “aprire” in Quaresima l’omelia ai fedeli, rendendola una sorta di botta e risposta o, utilizzando il suo linguaggio, una «predica a dialogo».

Snaturandone così il senso vero e più profondo. Nella Chiesa della “misericordia” come non dar retta alle critiche di quei collaboratori laici, offesi dal «fatto che i sacerdoti parlino dal pulpito, senza dare alcuna possibilità di rispondere, di controbattere, di argomentare»? Stravolgendo per questo addirittura la celebrazione liturgica: «Celebro la Messa, chiudo con l’omelia e apro il dibattito» ha affermato il parroco, disposto quindi anche a porre l’interpretazione della Parola di Dio dopo il Sacrificio eucaristico. Contro ogni legge, contro ogni norma, contro ogni regola.

Ora, che i fedeli, anche in buona fede, possano ignorare totalmente il ruolo ed il senso dell’omelia è purtroppo plausibile. Ma che il loro parroco, anziché istruirli e formarli, ne assecondi gli errori, è assolutamente inaccettabile: lui non può non sapere. Non può equiparare generi tra loro radicalmente differenti, definendo – come ha fatto ‒ tali “estemporanee” omelie «un percorso di catechesi per gli adulti». L’omelia non è una catechesi… Ragioni, queste, che rendono il gesto di don Trebbia ancora più grave. Anche perché il citato can. 767 del Codice di Diritto Canonico affida proprio «al parroco» il compito di curare che le disposizioni «siano osservate religiosamente». Mai ci si aspettava, evidentemente, che proprio lui potesse trasgredirle… Ma terribile è il constatare ancora una volta come nessuna autorità competente abbia esercitato il proprio dovere, ch’è anche di controllo, assumendo provvedimenti seri in merito e riportando un po’ d’ordine, ma soprattutto di serietà nella Chiesa …




http://www.corrispondenzaromana.it



Quando la “tolleranza laica” censurò Benedetto XVI



Sapienza



La redazione di UCCR

Ricordate quando la tolleranza laica scelse di chiudere le porte dell’università “La Sapienza” di Roma a Benedetto XVI, ateneo fondato da Papa Bonifacio VIII nel 1303? La censura di un pensiero diverso dal proprio, che acquistò rilievo internazionale, arrivò nel gennaio 2008.

Sei anni dopo, cioè oggi, esce il libro “Sapienza e libertà. Come e perché papa Ratzinger non parlò all’Università di Roma“ (Donzelli editore 2014) scritto dal giornalista Pier Luigi De Lauro con prefazione di Walter Veltroni. Il volume contiene, oltre al testo dell’intervento che avrebbe dovuto tenere Papa Ratzinger, anche interviste all’allora rettore Renato Guarini, a padre Vincenzo D’Adamo, cappellano dell’università, a Carlo Cosmelli, uno dei docenti di Fisica che ne contestarono la presenza, e a Gianluca Senatore, allora rappresentato degli studenti nel Consiglio accademico.

Come descrive il libro, era stato il rettore Guarini ad invitare il Papa all’inaugurazione dell’anno accademico, nei mesi precedenti aveva comunicato la sua decisione al Senato accademico, ben felice di accoglierlo (così come avevano fatto Paolo VI nel 1964 sempre a “La Sapienza” e Giovanni Paolo II a Roma Tre nel 2002). Ratzinger avrebbe dovuto svolgere semplicemente un discorso al termine della cerimonia, non una lectio magistralis come erroneamente fu riportato.

Ma l’intolleranza laica (o laicista, meglio) scattò ugualmente (sarebbe lo stesso oggi con Papa Francesco?), prima con un intervento di Marcello Cini (militante di SEL, oggi deceduto) sul quotidiano di estrema sinistra “Il Manifesto” in cui si denunciò l’ingerenza religiosa del Papa, poi con una lettera firmata da 67 docenti della facoltà di Fisica, rilanciata dal quotidiano di punta del laicismo intollerante, “La Repubblica” (non a caso l’editorialista principale era, ed è, il teologo Vito Mancuso). Benedetto XVI rinunciò immediatamente e si limitò ad inviare il testo del suo intervento che venne letto dal prorettore.

A Ratzinger vennero contestate due questioni, entrambe false: la prima il suo presunto appoggio all’Intelligent Design, quando dal 1969 parlava chiaramente di conciliazione tra evoluzione, darwinismo e fede cristiana. La seconda accusa fu un riferimento ad una citazione di Feyerabend su Galilei fatta nel 1990, ma che il card. Ratzinger si limitò a citare senza sostenerla, come confermò lo stesso Feyerabend e come è stato giustamente spiegato da Antonio Carioti sul “Corriere della Sera”.

Nel libro lo studente Gianluca Senatore (oggi ricercatore), intervistato, ha spiegato che fino ad allora non aveva mai letto nulla degli scritti di Ratzinger e fu proprio quell’episodio ad avvicinarlo alla sua produzione intellettuale. La sua conclusione è che se i professori, soprattutto Cini, avessero fatto lo sforzo di non fermarsi ai loro pregiudizi ma avessero letto il testo di Ratzinger, vi avrebbero trovato molti spunti di approfondimento critico sulla deriva della tecnologia (tesi condivise, oltretutto, da Cini stesso e da molti docenti firmatari).

Ma il pregiudizio, purtroppo si sa, è il pane quotidiano dell’anticlericalismo.





http://www.uccronline.it/ 2 aprile 2014


mercoledì 2 aprile 2014

Risurrezioni, una vita oltre la morte







Con “Tornati dall’aldilà” il giornalista Antonio Socci si dedica al tema dell’esperienza pre-morte (Nde: near death experience), la visione vista e vissuta anche da sua figlia Caterina, data per morta e tornata miracolosamente in vita.


di Rino Cammilleri

Il caso Caterina Socci, figlia del noto giornalista Antonio, è in effetti inspiegabile, almeno in termini scientifici. A pochi giorni dalla laurea improvvisamente il suo cuore si fermò. E rimase fermo per un’ora intera. Morta. Poi, arrivò un prete, il suo direttore spirituale, si inginocchiò a pregare e il cuore di Caterina riprese a battere.
Il padre ha dedicato più libri a questa vicenda e adesso, con l’ultimo, si interroga sul fenomeno della cosiddetta Nde (Near-Death Experience), sigla che la medicina ha dovuto coniare alla luce delle impressionanti cifre che ne sono emerse.

Il primo a occuparsene seriamente fu il filosofo americano Raymond Moody, che raccolse in un libro del 1975 un certo numero di testimonianze. Da allora fu valanga: dal 1975 al 2005 hanno visto la luce ben 42 studi, su riviste scientifiche o monografici, per un totale di 2500 casi. Nel 2001 se ne occupò anche la prestigiosa The Lancet, pubblicando le risultanze del lavoro di un’équipe di cardiologi olandesi su 344 pazienti «clinicamente morti», 62 dei quali (il 18%) erano «tornati dall’aldilà» raccontando la loro Nde.

La cosa impressionante è che tutti quelli che hanno avuto un’esperienza Nde riferiscono praticamente le stesse cose. La prima è la coscienza precisa di essere morti. Poi, si trovano in alto e vedono il proprio corpo, in basso, attorniato da quanti si prodigano per esso. Alcuni percorrono un lungo e buio tunnel, alla fine del quale li attende una meravigliosa luce. Sensazioni di pace profonda, di totale benessere, talvolta l’incontro con persone care defunte o con esseri luminosi. Non pochi, poi, dicono di aver rivisto il «film» della propria vita. E altrettanti sono quelli che, tornati nel mondo, hanno cambiato il proprio modo di vivere in senso più vicino alla prospettiva cristiana.

Ma c’è anche una minoranza -«non piccola»- che ha incontrato presenze oscure e terrificanti e dice di aver provato, a causa loro, angoscia e turbamento. Scrive Socci: «Anzitutto stupisce constatare le dimensioni del fenomeno. Circa un terzo di coloro che hanno avuto un coma, una morte cerebrale e una rianimazione riferiscono di aver vissuto un’esperienza di pre-morte», cioè la detta Near-Death Experience. E ci sono anche testimonial famosi, come le attrici Elizabeth Taylor, Jane Seymour, Sharon Stone, e l’attore Peter Sellers. Per restare in Italia, abbiamo Cino Tortorella (il popolare «Mago Zurlì») o Umberto Scapagnini (medico di Berlusconi e sindaco di Catania): quest’ultimo, raccontando in vari talkshow la sua Nde, disse di avere incontrato Padre Pio e che questi lo aveva invitato a tornare alla vita terrena.

Ma non si pensi che questa storia della Nde sia un fatto del tutto moderno. No, di moderno c’è solo la scienza positivista che deve arrendersi all’evidenza, un’evidenza non soltanto clinica ma anche statistica. Opportunamente Socci rammenta che di Nde si «trova ampia menzione perfino in un importante dialogo platonico, cioè nella Repubblica (380 a.C.), in cui il filosofo racconta la storia del soldato Er, che si risvegliò dopo dodici giorni di morte (o presunta tale) e riferì di aver visitato l’Aldilà dove – stando alla sua testimonianza – vi sarà un giudizio su ogni anima, in relazione al Bene e al Male compiuti». Ma Socci è uno scrittore dichiaratamente cattolico e dedica molta parte del suo libro ai «tornati dall’aldilà» grazie alle preghiere dei santi (dopo ampio riferimento alle tre resurrezioni compiute da Gesù prima della Sua).

L’americano p. Albert J. Hebert nel 1986 analizzò molti processi di beatificazione e canonizzazione, trovandovi ben 400 miracoli di resurrezione. Si comincia con quelli operati da san Pietro e san Paolo negli «Atti», poi, su su, fino a don Bosco, a Padre Pio, al vescovo americano Fulton Sheen (una resurrezione a lui attribuita data 2010). Senza dimenticare san Patrizio, che faceva risorgere gente morta anche da anni. Sant’Ireneo (II secolo) scrive che «spesso accade nelle comunità, quando l’intera chiesa locale implora con il digiuno e le preghiere, e lo spirito del morto ritorna e l’uomo vivente viene restituito alle preghiere dei santi». E Sozomeno, storico della Chiesa (V secolo), riferisce della donna incinta caduta da una loggia della basilica dell’Anastasis a Costantinopoli: morta, tornò in vita grazie alle preghiere dei fedeli. Insomma, non c’è nemmeno bisogno della presenza di grandi santi taumaturghi: bastano le preghiere accorate dei credenti. Come nel caso della figlia di Socci. Certo, non è automatico, perché è Dio che sceglie, per fini suoi, a chi dare una seconda possibilità. E non è un privilegio, bensì una responsabilità.





© La NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA   02-04-2014



L'ecumenismo secondo il Cardinale Martini







Uno degli equivoci più gravi e diffusi che oggi affliggono la Chiesa è un certo concetto dell’ecumenismo, che si vorrebbe far risalire al Concilio Vaticano II, ma che in realtà ne è una falsificazione relativista e indifferentista.

Esso suppone la negazione del primato del cattolicesimo sulle altre confessioni cristiane, secondo quanto era già stato definito dal Concilio di Firenze del 1442 (Denz.1351), per cui l’ecumenismo si esaurirebbe in una amichevole reciprocità tra le varie confessioni cristiane su di un piede di parità, senz’alcun obbligo dei non cattolici di entrare nella Chiesa cattolica ai fini della salvezza.

Dunque, quel cattolico che volesse persuadere un protestante o un ortodosso a farsi cattolico, assomiglierebbe a un francescano che volesse persuadere tutti i domenicani a farsi francescani. Un francescano del genere sarebbe come chi pensasse che essere francescano o domenicano non fossero semplicemente due modi diversi ugualmente legittimi di essere cattolico, ma come se il cattolico veramente completo e totalmente genuino fosse solo il francescano, mentre il domenicano fosse un cattolico incompleto o fuori strada, bisognoso di correzione o di integrazione.

Ma una siffatta idea del rapporto tra i cattolici e i non-cattolici, almeno per quanto riguarda il protestantesimo, e si può immaginare che valga anche per l’ortodossia e per ogni altra formazione non-cattolica, è già stata esclusa dal Beato Pio IX nel Sillabo, quando il Pontefice condanna la seguente proposizione: “Il protestantesimo non è altro che una diversa forma della medesima vera religione cristiana, nella quale forma è dato di piacere a Dio come nella Chiesa cattolica” (D 2918). Così pure Pio IX condanna sempre nel Sillabo sia il liberalismo che l’indifferentismo. Per quanto riguarda il primo: “C’è libertà per ognuno di abbracciare e professare quella religione, che egli, condotto dal lume della ragione, giudica essere vera” (D2915) e il secondo: “Gli uomini possono trovare la via dell’eterna salvezza e la stessa eterna salvezza nel culto di qualunque religione” (D 2916).

In nome della diversità e del pluralismo, ogni confessione cristiana, compresa la cattolica, avrebbe un valore relativo all’insieme del cristianesimo, ossia alla collezione di tutte le confessioni cristiane (relativismo) e quindi un valore solo particolare all’interno della più ampia Chiesa di Cristo, la quale comprenderebbe parimenti non solo i cattolici, ma anche le altre confessioni non cattoliche.

Per salvarsi, quindi, non farebbe alcuna differenza (indifferentismo) appartenere a questa o a quella confessione, perché tutte, benché diverse tra di loro, hanno lo stesso valore e tutte sono vie sufficienti di salvezza: basta che uno faccia liberamente e con convinzione la propria scelta e vi resti fedele (liberalismo). Non c’è nessun obbligo di scegliere il cattolicesimo, ma ognuno è libero di scegliere la religione che preferisce, come in un supermercato ognuno può scegliere i prodotti che preferisce. È quella che oggi alcuni chiamano la “religione-fai-da-te”.

L’individuo, da solo o in gruppo (sètta) mette assieme, magari in seguito ad esperienze di autoesaltazione (carismatismo) elementi di varie religioni a suo arbitrio e si costruisce una religione per conto proprio (sincretismo). Da qui sorge la molteplicità delle sètte, che in fin dei conti nascono proprio dalle formazioni classiche uscite dalla Chiesa cattolica come loro atteggiamenti estremistici facilmente squilibrati anche dal punto di vista psicologico.

Detto tra parentesi, ci sarebbe qui anche la cosiddetta “libertà religiosa”, concetto anche questo sostenuto dal Concilio nella Dichiarazione Dignitatis humanae, ma anche in questo caso si ha uno stravolgimento di quanto il Concilio intende dire. In realtà l’idea liberale, che qui è in gioco, di libertà religiosa, è ben diversa dall’idea cattolica sostenuta dal Concilio, anche se l’espressione verbale è la stessa.

Infatti, mentre nel caso del liberalismo, già condannato a suo tempo dal Beato Pio IX, non si ammette, in materia religiosa, una verità universale e oggettiva e quindi vincolante per tutti (soggettivismo), questa invece è affermata dalla fede cattolica e ancor prima dalla sana ragione naturale (oggettivismo), per cui la coscienza soggettiva è legittima regola di condotta solo nel caso dell’errore in buona fede e non come regola assoluta della verità.

Ciò vuol dire, in altre parole, che per la sana ragione e quindi per la fede la coscienza del soggetto deve regolarsi sulla verità oggettiva, ma capita che se senza volere non ci riesce, in tal caso - ma solo in tal caso - la coscienza soggettiva, benchè errata, può essere regola per l’agire morale del soggetto e quindi per la scelta di una religione, anche se non è quella cattolica.

Occorre d’altra parte osservare che il modo stesso col quale si sono formate le Chiese e le comunità dei fratelli separati è ben diverso dal modo col quale sono nate nel corso di secoli all’interno della Chiesa, le diverse famiglie religiose, come per esempio quelle dei domenicani e dei francescani. Mentre infatti le prime, come nota il documento conciliare, “si sono staccate dalla piena comunione della Chiesa cattolica” (n.3), gli istituti religiosi cattolici sorgono sì a volte da un’ansia riformatrice e da una certa critica alla Chiesa ufficiale, ma sempre dal seno della Chiesa, restando nel seno della Chiesa, alla quale vogliono servire, consapevoli che Cristo ci è dato dalla Chiesa cattolica e senza pretese arroganti di costruire una Chiesa migliore più conforme alla volontà di Cristo, ma anzi con la volontà di realizzare con lei una comunione più profonda.

Mentre infatti il Concilio a proposito dell’origine storica delle formazioni non-cattoliche (non degli attuali fratelli separati) parla di “peccato della separazione”, è chiaro che il sorgere di nuove famiglie religiose all’interno della Chiesa è sempre stato da lei approvato e lodato e se un istituto si allontana dalla sua originaria ispirazione cattolica, la Chiesa si sforza di ricondurlo con opportune riforme alla sua natura originaria. Se sul momento non vi riesce, non si rassegna a tale situazione anomala e neppure la legalizza, magari con la scusa dell’ecumenismo, ma va in cerca della pecorella smarrita, e si adopera maternamente per ricondurla a sé.

C’è da notare inoltre che il documento conciliare presenta la divisione tra i cristiani non come se la Chiesa, al sorgere di quelle formazioni scismatiche o ereticali, si sia per così dire disintegrata ed abbia perduto la sua unità come un vaso che va in frantumi. Chi intendesse le cose in questo senso, sarebbe completante fuori strada. Un conto sono infatti i contrasti fra i singoli cristiani, dove può esserci torto e peccato contro l’unità da ambo le parti e un conto è il rapporto fra Chiesa cattolica a e formazioni cristiane anticattoliche. Chi infrange la carità o spezza l’unità dei cristiani sono quei contrasti, mentre la Chiesa cattolica mantiene la propria unità. Il Concilio in un’infinità di luoghi ribadisce la tradizionale dottrina secondo la quale il sorgere delle eresie e degli scismi non ha affatto compromesso la sostanziale ed indefettibile unità della Chiesa, che, come sappiamo bene, è una delle sue note essenziali.

D’altra parte bisogna distinguere l’unità della carità dall’unità della fede. Nella Chiesa può a volte mancare la carità reciproca, ma questo non implica necessariamente la corruzione della fede. Il guaio serio è invece quando vien meno l’unità della fede attorno al Vicario di Cristo. È a questo punto che il singolo o il gruppo eretico si separa dalla Chiesa, anche se magari continua a restarci solo esteriormente, ma la Chiesa in se stessa conserva sempre l’unità della fede.

Per questo l’ecumenismo non chiede affatto di ricomporre l’unità della Chiesa, perché essa esiste già infallibilmente garantita dallo Spirito Santo, e quindi non verrà mai meno; e neppure si tratta di legittimare le divisioni scambiandole per “diversità”, come fossero quasi un valore, secondo la mentalità liberale, relativistica e indifferentistica, che abbiamo visto e secondo una falsa concezione della diversità nel modo di essere cristiani.

L’ecumenismo non è la riconciliazione tra le dottrine, ossia tra il dogma e l’eresia, perchè questo non ha senso, ma fra i cristiani; e questa è ben altra cosa e preziosissima, un affare di grande carità, giustizia e reciproca comprensione. Qui sta il gran pregio, la provvidenziale novità, l’invitta speranza, la benedizione celeste dell’ecumenismo, del vero ecumenismo, non della sua contraffazione modernista: ritrovare i valori comuni che sono rimasti dopo i drammi delle divisioni e su quella base deve attuarsi l’opera dei cattolici per condurre i fratelli alla piena comunione con Roma. L’ecumenismo, dice sempre il documento, tende appunto al “superamento” di questi “impedimenti che si oppongono alla piena comunione ecclesiastica” (ibid.).

Dovere quindi dei fratelli separati non è quello di ostinarsi orgogliosamente nei loro errori, quasi fossero l’ultimo ritrovato della scienza biblica o teologica più avanzata, ma di porsi in umile atteggiamento di ascolto e di accoglienza della pienezza della verità. Un ecumenismo dove i fratelli separati, gonfi di se stessi, fanno da padroni e da maestri e i cattolici raccolgono le briciole che cadono dal tavolo dei padroni, soffrendo di un complesso di inferiorità e crogiolandosi in esso col credere di essere “progressisti”, è una tragica buffonata escogitata dal demonio.

Si noti bene il linguaggio del Concilio: esso non parla di frantumazione della Chiesa, ma di formazioni che si sono staccate dalla Chiesa. L’immagine dunque non è quella di un organismo che si decompone o entri conflitto con se stesso, ma è l’immagine evangelica della vite, dalla quale si staccano dei tralci. Qual è quel vignaiolo, il quale, per rispettare un tralcio o un ramo semistaccato nella sua diversità dalla vite, invece di sforzarsi di reinserirlo, se gli è possibile, nella vite, lo lascia per conto suo come segno del pluralismo delle forme vitali della sua vigna?

Ora, proprio il Decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio del Concilio Vaticano II, nella linea dei suddetti insegnamenti di Pio IX e del Concilio di Firenze, ricorda che “le comunità separate hanno delle carenze” (n.3) e che “la pienezza della grazia e della verità è stata affidata alla Chiesa cattolica” (ibid.). “I fratelli da noi separati … non godono di quella unità, che Gesù Cristo ha voluto elargire a tutti quelli che ha rigenerato e vivificato. … Infatti, solo per mezzo della Chiesa cattolica di Cristo, che è lo strumento generale della salvezza, si può ottenere tutta la pienezza dei mezzi di salvezza. In realtà al solo collegio apostolico con a capo Pietro crediamo che il Signore ha affidato tutti i beni della nuova Alleanza, per costituire l’unico corpo di Cristo sulla terra, al quale bisogna che siano pienamente incorporati tutti quelli che già in qualche modo appartengono al popolo di Dio” (ibid.).

Se dunque le cose stanno così, appare evidente la conseguenza pratica che il cattolico deve trarre, per quanto sta in lui e con l’aiuto dello Spirito Santo: adoperarsi continuamente e in ogni occasione favorevole, opportune et importune, con ogni diligenza, costanza e prudenza a che i fratelli separati, la cui Chiesa o comunità non possiede la pienezza della verità e della grazia, ma al contrario, è soggetta a carenze, possa eliminare queste carenze, aggiungere ciò che manca, togliere ciò che è spurio, correggere ciò che è errato, per poter giungere a quella pienezza di grazia e di verità che solo la Chiesa cattolica possiede.

Con ciò il Concilio non fa che ricongiungersi con la tradizionale opera che tanti Santi cattolici, pensiamo per i secoli passati a S. Domenico, S. Ignazio di Loyola, S. Pietro Canisio, S. Giovanni di Colonia, S. Francesco di Sales, S. Giosafat o al Beato Marco d’Aviano, che si sono adoperati, con grande zelo e coraggio - alcuni sino al martirio - per condurre o ricondurre a Roma i fratelli dissidenti o anche gli stessi eretici.

Ora, se tutto ciò è il vero ecumenismo, così come risulta dal documento del Concilio appena esaminato, si rimane amareggiati nel constatare come purtroppo questi saggi insegnamenti siano spesso disattesi. Si è passati da un atteggiamento di esagerata e sbrigativa condanna, precedente al Concilio, all’attuale clima di equivoci, cedimenti e inganni, nel quale gli errori dei non-cattolici sono taciuti; e magari ci si fermasse anche solo a ciò. Il fatto è che tali errori a volte sono esaltati quasi fossero le ultime conquiste della teologia e dell’esegesi biblica, con la conseguenza che invece di essere gli acattolici ad avvicinarsi a Roma, sono i cattolici che cadono nella rete, perdono la fede cattolica, pur mantenendo l’etichetta di cattolici e conservando posti d’insegnamento anche accademico.

E purtroppo questa falsa visione dell’ecumenismo si incontra a volte anche in certi prelati, come per esempio nel Card. Carlo Maria Martini[1], il quale sostiene che la nuova evangelizzazione promossa dal Beato Giovanni Paolo II “non è una ricattolicizzazione, nel senso temuto da protestanti e ortodossi in Europa. Recentemente ho partecipato all’assemblea degli ortodossi e dei protestanti europei, che si è tenuta a Praga, e ho sentito espresso fortemente il timore che la chiesa cattolica voglia una ricattolicizzazione, oscurando e quindi in qualche modo contrastando la loro opera e la loro presenza in Europa”.

Possiamo osservare che effettivamente la nuova evangelizzazione può e deve essere intesa, per certi aspetti, opera comune con i fratelli separati; ma se il Concilio insegna a chiare lettere che essi mancano di alcuni aspetti essenziali alla verità cristiana - per esempio il primato del Sommo Pontefice o il concetto di Chiesa o i dogmi mariani o l’indissolubilità del matrimonio -, come la nuova evangelizzazione non dovrà anche trovare il modo di condurre quei fratelli a una piena accettazione del Vangelo e quindi ad una piena comunione con la Chiesa cattolica?

Se questi fratelli temono che noi cattolici ci proponiamo di convincerli ad accogliere i dogmi che in loro sono assenti o negati, con la conseguente piena obbedienza a Roma, quale dovrà essere l’atteggiamento giusto di noi cattolici? Dobbiamo rassegnarci supinamente e per rispetto umano e forse anche una punta di relativismo o scetticismo a questo loro vano timore o non sarà meglio forse far loro capire, con ogni mezzo e non senza pregare il Signore, che quel timore è assolutamente irragionevole e che non hanno nulla da perdere ma tutto da guadagnare a entrare in comunione con Roma?

Il fatto che si tratti di formazioni cristiane ormai con secoli di storia alle spalle, con loro tradizioni e istituzioni, magari solide e venerande, una loro teologia, a volte eccellente, una loro vita morale elevata, un’organizzazione ecclesiale o comunitaria magari sapiente ed efficace e una ricca e svariata spiritualità, non ci deve intimidire al punto da provocare in noi una specie di blocco psicologico o un inopportuno senso reverenziale, che paralizzi ogni iniziativa tesa a portare loro ulteriori luce, iniziativa, incitamento, sostegno, forza e conforto nell’acquisizione e nell’esperienza del Vangelo.

È nostro sacro dovere, come dice il Concilio, riconoscere tutti gli elementi di verità e di santificazione che sono in essi presenti, ma ciò non impedisce, anzi implica la ferma volontà, con l’aiuto del Signore, di adoperarci con generosità, carità, fermezza e prudenza, affinché quando Dio vorrà, essi gradualmente, fiduciosamente, liberamente e gioiosamente vogliano lasciarsi accogliere dall’abbraccio materno ed universale della Chiesa cattolica, dove soltanto c’è la pienezza della verità e della grazia, nonché la via completa della salvezza.



NOTE
[1] Intervento alla tavola rotonda del XIV convegno europeo promosso a Varese nel 1992 dalla Fondazione Paolo VI, in Sogno un’Europa dello Spirito, Ed. Piemme 1999, p. 235.


Per approfondire
Si legga in proposito il prezioso volumetto di Padre Giovanni Cavalcoli Parole chiare sulla vita della Chiesa, Fede & Cultura 2011



http://www.lavocedidoncamillo.com/2014/03/lecumenismo-secondo-il-cardinale-martini.html#more


martedì 1 aprile 2014

Francescani dell’Immacolata. Scrivono i genitori di un consacrato


Siamo genitori di un consacrato/a dei FFI, non mettiamo il nostro  nome  vero per paura di ritorsioni nei confronti di nostro figlio/a. Abbiamo letto più volte nei vari siti internet questo o quel commento , oppure variegate notizie , e vi possiamo assicurare che per noi sono continue pugnalate. La nostra sofferenza nel vedere un ordine così bello, così fresco e gioioso e santo, essere impugnato e semidistrutto in un modo che definire orribile è usare un eufemismo, ci crea un dolore talmente intenso che alle volte pensiamo che il cuore ci stia per scoppiare. Nei primi tempi dell’inizio della persecuzione, non riuscivamo neppure più a dormire, e sia io che mio marito nascondevamo l’uno all’altro le nostre povere lacrime per non aggravare il dolore che sentivamo, i nostri sentimenti passavano dalla rabbia alla rassegnazione e vi possiamo assicurare che qualche parolaccia è volata all’indirizzo di chi ha causato tanta sofferenza.

Poi abbiamo compreso, non il tradimento, non la cattiveria dei Giuda, ma il disegno di nostro Signore e della Sua Santa Mamma. L’ordine dei Francescani dell’Immacolata ha come Regina la Madonna di Fatima, e pertanto la loro vocazione è quella che la Vergine SS. ha chiesto ai bambini di Fatima, cioè di sacrificarsi per la salvezza delle anime e di aiutarla a fermare le sciagure, che per i peccati degli uomini si abbattono sul mondo. Gesù disse,: “ Vi dò un comandamento nuovo, che vi amiate li uni gli altri come vi ho amato Io “. E Lui ci ha amati fino alla morte e alla morte di croce.

Ecco il compito dei consacrati, quello di pagare ed espiare i peccati degli altri. E poichè Gesù SS. ama tantissimo questo Ordine Santo e la Chiesa, ha crocefisso i fondatori dell’ordine e l’ ordine stesso per la salvezza di tante povere anime. S. Pio da Pietrelcina, che fu tanto perseguitato da una parte dei suoi confratelli e da una parte della Chiesa, ebbe a dire ad un suo figlio spirituale (sacerdote anch’esso tanto perseguitato), che l’ordine che avrebbe fondato P. Manelli  sarebbe stato: ” fucina di santi  ”. Per cui vedete bene che questi signori, che stanno tentando di distruggere l’ordine dei FFI, non sono niente altro che strumenti nelle mani di Dio. Loro si sono assunti il compito di “rifondare l’ordine secondo i loro pruriti”, cioè secondo il pensiero mondano, ma a nostro avviso, anche se apparentemente adesso sono i vincitori, agli occhi di Dio saranno sconfitti.
Mamma e papà



[Fonte: Riscossa  cristiana] 


Crisi: è possibile uscirne?




di Fabio Trevisan


CHE CRISI STIAMO VIVENDO?

Lo storico e filosofo brasiliano Plinio Correa de Oliveira (1908-1995), fondatore dell’associazione TFP (Tradizione, Famiglia e Proprietà), nominato nel 1940 presidente dell’Azione Cattolica di San Paolo, scriveva nel 1959 un saggio di teologia della storia (Rivoluzione e Contro-Rivoluzione) in cui analizzava la crisi e le cinque caratteristiche di questa crisi: 1) universale (ogni popolo ne è colpito), 2) una (non un insieme di crisi), 3) totale (si estende a tutte le potenze dell’anima e a tutti i campi della cultura), 4) dominante (frutto della congiunzione di tante forze impazzite), 5) un processo (non un fatto isolato ma che ha origine nella storia). La caratteristica di questo processo della crisi è stata riassunta da Papa Pio XII in un discorso del 1952 agli uomini di Azione Cattolica : “Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato…”. Ciò che ha determinato la crisi, spiegata da Plinio Correa de Oliveira attraverso la categoria di “Rivoluzione”, è stata un’esplosione di due vizi capitali, l’orgoglio/la superbia e la sensualità/la lussuria : “L’orgoglio conduce all’odio verso ogni superiorità: è l’aspetto ugualitario della Rivoluzione. La sensualità non accetta freni e porta alla rivolta contro ogni autorità e ogni legge: è l’aspetto liberale della Rivoluzione”. Qual è l’essenza della Rivoluzione? Il disordine, ovvero la distruzione di un potere o di un ordine legittimo (conforme alla vera natura, ad esempio nel matrimonio tra un uomo e una donna). La “Contro-Rivoluzione”, all’opposto, è la restaurazione dell’ordine legittimo e del Regno di Cristo (Sua Regalità anche sociale).

Correa de Oliveira, circa vent’anni dopo (nel 1976), previde una IV Rivoluzione, che anticipò il crollo emblematico del comunismo del 1989 : “Essa dovrà essere il crollo della dittatura del proletariato in conseguenza di una nuova crisi…”. Il pensatore brasiliano aveva assistito nel frattempo alla cosiddetta “rivoluzione dei costumi” del 1968 ed all’avvento con i media della “civiltà dell’immagine”,che l’avevano fatto riflettere sul ritorno del tribalismo e del selvaggio e sull’avversione allo sforzo intellettuale: “L’avversione allo sforzo intellettuale, all’astrazione, alla teorizzazione, alla dottrina, può portare soltanto a una ipertrofia dei sensi e dell’immaginazione…”.

DOVE SIAMO?

Dall’analisi della terza tappa del processo rivoluzionario (“Dio è morto”) si sviluppano altre considerazioni che si contrappongono alle categorie di “Rivoluzione” e “Contro-Rivoluzione” e che possiamo riassumere in tre posizioni: la condizione “post-moderna”, il “pensiero debole”, la “società liquida”. Andiamo con ordine: chi è l’autore del grido terrificante “Dio è morto!”? Friedrich Nietzsche (1844-1900) nella Gaia scienza faceva esclamare all’uomo folle: “Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli…”. Con la “morte di Dio”, Nietzsche ci fa intravedere come il nichilismo costituisca l’essenza della crisi: “Ciò che io racconto è la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene e che non può fare a meno di venire: l’avvento del nichilismo. La necessità stessa è qui all’opera, questo destino si annunzia dappertutto. Tutta la nostra cultura europea si muove come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa…”. Attraverso i titoli di alcune sue opere, qui sottolineate, Nietzsche descriveva la decadenza della nostra civiltà, il crepuscolo degli idoli e l’annuncio di una nuova aurora, che avrebbe dovuto sorgere dalle ceneri dell’uomo e del Dio che l’uomo ha costruito a propria immagine e somiglianza (è il capovolgimento dell’Anticristo ed il superamento dell’uomo, dell’umano,troppo umano dell’Ubermensch). In un’altra sua famosa opera: “Così parlò Zarathustra”, Nietzsche descrive la civiltà decadente ed il nichilismo attraverso la metafora del cammello. Il cammello raffigura il portatore del peso dei valori e degli idoli che l’uomo si è creato lungo la storia e che lo appesantiscono nel suo movimento libero e creativo. Egli criticava il “pensiero forte”, quelle che chiamava “maschere metafisiche” che nascondevano la volontà di potenza. Di questo nichilismo parlava anche Martin Heidegger (1889-1976): “Il nichilismo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, si aggira per la casa. Ciò che occorre è accorgersi di quest’ospite e guardarlo bene in faccia”. Nell’opera : “Il superamento della metafisica” Heidegger esprime la tesi che la metafisica è l’origine e l’essenza del nichilismo. Questi due autori, Nietzsche e Heidegger, saranno un punto di riferimento per la comprensione della “post-modernità”.

LA CONDIZIONE “POST-MODERNA”

Il filosofo francese Jean-Francois Lyotard (1924-1998), noto come il primo teorizzatore del post-moderno in filosofia, ha pubblicato nel 1979: “La condition postmoderne”, in cui contrappose alla “modernità” delle grandi narrazioni metafisiche (mutuate da Nietzsche in quanto “maschere metafisiche”) l’essenza della condizione post-moderna. Lyotard propose una partizione storiografica tra l’epoca moderna (iniziata nel XVII secolo e proseguita con l’illuminismo, l’idealismo ed il marxismo) e l’epoca post-moderna (affermatasi con Nietzsche e proseguita nel ‘900). La frantumazione dei sistemi ideologici e totalitari e delle utopie rivoluzionarie ha rappresentato per Lyotard la fine di una concezione della storia come un processo di emancipazione progressiva e di un visione dell’uomo che è “creatore” e protagonista di una civiltà nuova. Traendo le conseguenze da questo nichilismo dei valori ultimi, anzi compiacendosi di questo rifiuto, Lyotard teorizza (come Nietzsche) la scomparsa del soggetto umano, dell’identità personale. Dalla “morte di Dio” alla “morte del soggetto” (ipotizzato nell’amor fati e alla negazione del libero arbitrio di Nietzsche) il passo è breve. Se con l’epoca moderna si ha la fine dei grandi sistemi teorici, con la condizione post-moderna si accrescono i processi di atomizzazione e di frammentazione: “La correlazione tra frammentazione dell’identità e immagine frammentata del mondo e dell’uomo è condizionata dai mass media contemporanei, i quali trasformano il mondo in una serie di pseudo-eventi di natura spettacolare”. La “post-modernità” è una categoria rilevata empiricamente, la presa di coscienza di uno stato di fatto storico. In questo clima di crisi del senso ultimo e del significato permanente, l’uomo vive la sua stessa crisi.

IL “PENSIERO DEBOLE”

Per Gianni Vattimo (1936) il passaggio dal “moderno” al “post-moderno” si configura come, sulla scia di Lyotard, il passaggio da un pensiero “forte” ad uno “debole”. Per Vattimo il pensiero “forte” (o metafisico) parla in nome della “verità”, della “totalità”; al contrario il pensiero “debole” da lui sostenuto nega, secondo le sue stesse parole, la ragione-dominio della tradizione. Con il pensiero “debole” la fine della metafisica ed il trionfo del nichilismo sono interconnessi: “L’individuo post-moderno è colui che, dopo essere passato attraverso la fine del pensiero metafisico tradizionale riesce a vivere senza nevrosi in un mondo in cui Dio è morto … In altri termini, l’individuo post-moderno è colui che non avendo più bisogno di Dio ha accettato il nichilismo come chance ed ha imparato a vivere senza ansie nel mondo relativo delle “mezze verità”…”. Nella Società trasparente, al contrario di Lyotard, Vattimo afferma che i mass media non solo non producono una generale omologazione, ma diventano elementi di una generale esplosione e moltiplicazione di visioni del mondo. In un articolo del 2002 ha scritto: “Ora che Dio è morto, vogliamo che vivano molti dèi. Vogliamo poterci muovere liberamente, ma senza alcuna rotondità classica, tra molti canoni, tra molti stili – di abbigliamento, di vita, di arte, di etica- vivendo come un autentico dovere etico e religioso il tormento della molteplicità”. Vattimo dà un senso positivo al nichilismo, come rivela il suo saggio Nichilismo ed emancipazione del 2003: “Nella società post-moderna l’emancipazione è resa possibile dal nichilismo: nella misura in cui il mondo vero diviene favola (anche questa espressione mutuata da Nietzsche) e gli assoluti vengono meno, si dà la possibilità di quella reale emancipazione che né il marxismo né il cristianesimo, in forza del loro dogmatismo, sono stati in grado di realizzare”.

LA “SOCIETA’ LIQUIDA”

Un’analisi della crisi molto interessante è quella proposta dal sociologo e filosofo polacco di origini ebraiche Zygmunt Bauman (1925). Concentrando la riflessione sulla globalizzazione, Bauman parla di un mondo divenuto “liquido”. “Liquido” contrapposto a “solido”, tipico dell’età moderna. Se nulla è contenuto e non ha contorni definiti, confini chiari, liquide e precarie diventano le relazioni umane. Con L’istruzione nell’età post-moderna Bauman scrive: “Tutti punti di riferimento che davano solidità al mondo (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati), tutti questi e molti atri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno”. Come Lyotard e Vattimo, Bauman condivide il giudizio circa la caduta delle “grandi narrazioni metafisiche”; anzi è proprio la loro scomparsa che ha causato la labilità “liquida”, le sabbie mobili della nostra epoca. Nella società “liquida” si ha la trasformazione da produttori a “consumatori” (passività dell’ homo consumens). La critica alla mercificazione delle esistenze e all’omologazione è vista da Bauman all’interno del processo di globalizzazione, che a sua volta porta all’ individualizzazione: “Il confine protegge dall’inatteso e dall’imprevedibile … più i confini sono visibili, più sono “ordinati” lo spazio e il tempo all’interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci…”. Fortemente critico verso la globalizzazione (in quanto mina alla base la coesione sociale su scala locale), Bauman sviluppa la dialettica “globale-locale” nell’opera: “Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone”, dove analizza i prodotti della globalizzazione (èlite della mobilità) nelle figure del “pellegrino”(simbolo dell’età moderna, di colui che vuole costruire il suo futuro,destinato a scomparire), del “vagabondo”(risultato delle mancanze di radici e di stabilità) e del “turista”(a differenza del vagabondo ha una casa, ma si sposta alla febbrile ricerca di sensazioni e piaceri). Anche il corpo, visto come recettore di sensazioni è necessario che sia in buona salute (ecco il concetto di fitness legato ad una maniacale attenzione alle pratiche salutistiche: “… l’attenzione verso il corpo è diventato il più ambìto passatempo della nostra epoca).

La globalizzazione, come un “Giano bifronte” (soprattutto attraverso l’informazione e la finanza) uniforma e, nel momento in cui unisce, divide ed esaspera le differenze sociali (con le drammatiche parole di Bauman: “…nell’attuale mondo liquido vi è un ingresso ma nessuna via d’uscita… tutta la massa dei “rifiuti” umani riempie il vuoto creato dalla crisi della modernità…”). Interessante in Bauman è pure l’analisi della “rivoluzione digitale” e l’impatto con una divisione (online/offline) che ci ha imposto di vivere in due dimensioni (…i bambini incontrano Internet a 4 anni e crescono senza immaginare che la connessione al web possa non esserci … ciò porta a numerose perdite… i server stanno immagazzinando la nostra conoscenza e la nostra capacità di memorizzare sta scomparendo … Facebook ha intercettato la nostra paura di non essere visti ed essere soli e ha fondato il successo del social network sull’allontanamento di questa paura…). Bauman parla così di “paura liquida”, di “amore liquido”.

PERCHE’ SIAMO IN QUESTA SITUAZIONE?

Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Reconciliatio et paenitentia del 1984 parla di un “mondo frantumato” (che si avvicina alla “liquidità”), prodotto dalle divisioni nei rapporti fra le persone e sperimentate anche nella stessa Chiesa (“… Oltre alle scissioni tra le comunità cristiane che la affliggono da secoli, la Chiesa sperimenta oggi qua e là nel suo seno divisioni fra le sue stesse componenti, causate dalla diversità di vedute e di scelte nel campo dottrinale e pastorale”). Indagando sugli elementi generatori delle divisioni ed andando ben oltre il confronto tra “moderno/post-moderno”, si rileva: “…soltanto osservando in profondità si riesce ad individuare la loro radice: questa si trova in una ferita nell’intimo dell’uomo. Alla luce della fede noi la chiamiamo il peccato…”). In questo senso l’analisi di Giovanni Paolo II si avvicina a quella di Plinio Correa de Oliveira: il peccato, le ferite dell’anima allontanano da Dio (la “Rivoluzione” vista come un processo peccaminoso contro Dio). Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) in Eugenetica e altri mali parlerà dell’impotenza dell’impenitenza: “… preferiscono (gli eugenisti) non ricordare perché hanno deciso di non pentirsi”.

COSA DOBBIAMO FARE?

Alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, riprendendo ancora l’Esortazione Reconciliatio et paenitentia: “La riconciliazione si fa necessaria, perché c’è stata la rottura del peccato, dalla quale sono derivate tutte le altre forme di rottura nell’intimo dell’uomo e intorno a lui. La riconciliazione, dunque, per essere piena, esige necessariamente la liberazione dal peccato, rifiutato nelle sue profonde radici … la penitenza è strettamente congiunta alla riconciliazione, perché il riconciliarsi con Dio, con se stessi e con gli altri suppone che si sconfigga la rottura radicale, che è il peccato… Esclusione di Dio, rottura con Dio, disobbedienza a Dio: lungo tutta la storia umana questo è stato ed è, sotto forme diverse, il peccato…”. Cosa fare contro quella che Pio XII ( “Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato”) definiva la perdita del senso del peccato? Cosa dobbiamo fare se, con le stesse parole della Reconciliatio et paenitentia: “Il secolarismo è un movimento di idee e di costumi che propugna un umanesimo che astrae totalmente da Dio, tutto concentrato nel culto del fare e del produrre e travolto nell’ebbrezza del consumo e del piacere, senza preoccuparsi del pericolo di perdere la propria anima?”. La proposta della Dottrina sociale della Chiesa è inequivocabile: “Ristabilire il giusto senso del peccato è la prima forma per affrontare la grave crisi spirituale incombente sull’uomo del nostro tempo. Ma il senso del peccato si ristabilisce soltanto con un chiaro richiamo agli inderogabili principi di ragione e fede, che la dottrina morale della Chiesa ha sempre sostenuto”(presuppone quindi un appello forte a quelli che Benedetto XVI ha definito “principi non negoziabili”).

DOPO LA VIRTU’

Una riflessione molto acuta in merito alla crisi che stiamo attraversando è quella proposta dal filosofo scozzese Alasdair MacIntyre (1929) contenuta in un importante saggio di teoria morale: “Dopo la virtù” del 1981. All’inizio di quel saggio MacIntyre rivela un incubo inquietante : “Immaginate che le scienze naturali debbano subire le conseguenze di una catastrofe…L’ipotesi che voglio sostenere è che nel mondo effettuale in cui viviamo il linguaggio della morale sia nello stesso stato di grave disordine in cui si trova il linguaggio della scienza naturale…abbiamo perduto la nostra comprensione della morale”. Abbiamo perduto l’unità delle virtù, come intuiva già nel 1908 Chesterton, che in Ortodossia scriveva: “Il mondo è pieno di antiche virtù cristiane impazzite… non sono solamente i vizi che dilagando provocano danni, ma anche le virtù”. Per ricomporre il quadro unitario delle virtù che, dall’antichità greca fino all’età “pre-moderna” (prima della “Rivoluzione”), costituiva un punto di riferimento, MacIntyre invita a riconsiderare la tradizione aristotelico-tomista delle virtù (dianoetiche ed etiche). Di che cosa si tratta? “La distinzione aristotelica fra “virtù intellettuali” e “virtù del carattere” non significa che possano essere separate: le virtù intellettuali sono acquisite attraverso l’insegnamento, quelle del carattere attraverso l’esercizio abituale” (Una rondine non fa primavera). Riprendendo il titolo di un altro capitolo del saggio: “Nietzsche (il post-moderno) o Aristotele (il pre-moderno) ? MacIntyre senza alcun dubbio sceglie Aristotele: “Da un punto di vista aristotelico l’etica non può essere serva delle passioni. Infatti l’etica consiste appunto nell’educazione delle passioni…). Riprendendo la famosa definizione aristotelica dell’uomo animale sociale (naturalmente sociale), MacIntyre suggerisce di aggiungere che è un animale che racconta storie : “… Privando i bambini delle storie, li si trasformerebbe in balbuzienti ansiosi … aveva ragione quella tradizione morale che, dalla società eroica fino ai suoi eredi medioevali, considera la narrazione di storie come parte fondamentale della nostra educazione alle virtù”. Credo che nel quadro unitario di ricomposizione delle fratture (anima/corpo, fede/ragione, carità/verità, virtù dianoetiche/etiche), alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, stia una possibile soluzione alla crisi che stiamo attraversando. A questo fine presenteremo, a conclusione di questo primo ciclo di incontri organizzato dall’Osservatorio Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, la proposta (poco conosciuta) “distributista” per poter uscire dalla crisi.


(Relazione tenuta in occasione del convegno organizzato dall'Osservatorio Cardinale Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa - Verona, 25/03/14)




By CORSIA DEI SERVI