venerdì 14 febbraio 2014

Ultima possibilità per dire no all'eutanasia infantile in Belgio: una petizione





di Matteo Cattaneo


Sapevamo già che la nostra Europa era gravemente malata; ma forse, fino a ieri, non avevamo capito fino a che punto lo fosse. Nel tardo pomeriggio di giovedì 13 febbraio, dal Belgio giunge una notizia attesa quanto terrificante: il Parlamento ha approvato definitivamente lo spaventoso disegno di legge che introduce l'eutanasia infantile. Non appena l'esito della votazione è stato espresso ufficialmente, io, la mia collega Gudrun Kugler e tutta la squadra di CitizenGO abbiamo lanciato questa iniziativa (http://www.citizengo.org/it/4161-fermiamo-legge-sulleutanasia-infantile-belgio), per chiedere al re dei Belgi Filippo di rifiutarsi di firmare questa legge agghiacciante.

La legge prevede la possibilità dell'eutanasia per i bambini, in caso di malattia terminale o di sofferenza estrema. La decisione in merito potrà essere presa dal medico e dai genitori, ma il piccolo paziente dovrà essere cosciente di quanto sta per accadere. Come può un bambino decidere della propria morte, oltretutto con davanti agli occhi la disperazione dei suoi genitori causata dalla sua malattia?

Pochi giorni fa, alcuni autorevoli pediatri belgi hanno pubblicato una lettera in cui affermano l'inutilità della legge, dato che le cure palliative sono perfettamente in grado di alleviare il dolore di un paziente senza ucciderlo. Come dimostrano molti altri esempi in tema di eutanasia (i casi di suicidio assistito "involontario”, in cui il medico uccide il paziente somministrandogli troppi sedativi; l'eutanasia per i carcerati, spinti alla depressione dalla loro condizione e poi invitati a morire; l'impiego dei disabili gravi che si sottopongono a eutanasia come "donatori” di organi”), questa legge strumentalizza il dolore e la disperazione (in questo caso, dei genitori) per promuovere una inaccettabile concezione della società, in cui non tutti gli esseri umani sono degni di vivere, in cui gli individui "di serie B” stanno meglio da morti che da vivi, in cui chiunque rappresenti un costo economico e sociale troppo alto viene accompagnato verso la morte, anche se si tratta di un bambino.

Inoltre, negli ultimi mesi, sono stati proposti all'opinione pubblica belga sondaggi adulterati, in cui si poneva l'alternativa tra la sofferenza del bambino e l'eutanasia dimenticando l'esistenza delle cure palliative. Il risultato è stato che gran parte degli elettori si sono ingenuamente dichiarati d'accordo con questa legge mostruosa e che il parlamento, a pochi mesi dalle elezioni, ha deciso di accontentarli. Ma come si può pensare che un bambino che soffre abbia bisogno di morire, anziché dell'affetto della propria famiglia?

Nelle scorse settimane i maggiori leader religiosi del Paese hanno sottoscritto un appello condiviso, in cui si chiedeva di fermare questo provvedimento legislativo abominevole. Allo stesso modo, durante l'ultima sessione plenaria dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (tenutasi l'ultima settimana di gennaio), è stata redatta una dichiarazione scritta che dichiara l'incompatibilità di questa legge con la Carta dei diritti del fanciullo, dichiarazione firmata da moltissimi deputati provenienti dai vari partiti. Queste misure sono purtroppo state inutili: ieri sera il parlamento belga ha comunque approvato la legge.

L'ultima possibilità ancora in vita per fermare questo scempio è che il sovrano belga Filippo si rifiuti di firmare la legge, come fece suo zio Baldovino nel 1990 davanti alla liberalizzazione dell'aborto. Vogliamo essere onesti con te, Laura : le possibilità che re Filippo decida di non firmare sono molto remote, e una presa di posizione del genere rappresenterebbe un episodio molto doloroso per la nazione belga. Ma non possiamo rinunciare a quest'ultima occasione, anche se difficilissima e piena di ostacoli. Certamente queste ore sono dolorosissime soprattutto per il re Filippo: non lasciamolo solo in questo momento tragico e dimostriamogli che un suo eventuale atto di coraggio in nome della pari dignità di tutti gli esseri umani è sostenuto e apprezzato da centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo.

Ti chiediamo di firmare questa petizione di CitizenGO (http://www.citizengo.org/it/4161-fermiamo-legge-sulleutanasia-infantile-belgio): tutte le firme raccolte nei prossimi giorni saranno messe a disposizione di alcuni amici intimi del sovrano, i quali gliele consegneranno e gli trasmetteranno la nostra richiesta di non firmare questa legge oscena. Attenzione: tempo fa CitizenGO aveva già lanciato un'iniziativa diretta al re Filippo sul medesimo argomento, ma questa volta le firme di tutti i Paesi verranno unificate e consegnate insieme. Di conseguenza, invitiamo chi ha già sottoscritto l'iniziativa precedente a firmare e diffondere a maggior ragione anche questa.

Solo un'ultima cosa: ti invito a non pensare che questa battaglia non ci riguardi, che coinvolga una nazione lontana da noi geograficamente e culturalmente. Anni fa, si diceva lo stesso di altri provvedimenti provenienti da quelle parti in materia di ideologia gender, distruzione della famiglia ed educazione sessuale, e ora questi problemi sono alle porte (o peggio) anche da noi. Che ci piaccia o no, nel nostro tempo le battaglie sui valori vanno combattute su un fronte più ampio rispetto a quello nazionale, e non possiamo proprio rimanere indifferenti di fronte ad orrori come questo, che purtroppo rischiano di anticipare ciò che accadrà nella nostra società di qui a pochi anni.

Grazie di cuore per il tuo impegno a difesa della pari dignità di tutti gli esseri umani.

A presto,

Gudrun Kugler, Matteo Cattaneo e tutto il team di CitizenGO
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Come entrare nel tempo e nello spazio di Dio

Papa Francesco rompe a sorpresa il suo silenzio sulla liturgia. "È la nube di Dio che ci avvolge tutti", dice. E invoca un ritorno al vero senso del sacro

di Sandro Magister




ROMA, 14 febbraio 2014 – A cinquant'anni dalla promulgazione del documento del concilio Vaticano II sulla liturgia, in Vaticano solennizzano l'avvenimento con un convegno di tre giorni alla pontificia università del Laterano, promosso dalla congregazione per il culto divino, il 18-20 di questo mese.

La liturgia non è apparsa finora in primo piano nella visione di papa Francesco. Nella lunga intervista-confessione a "La Civiltà Cattolica" della scorsa estate, ridusse la riforma liturgica conciliare a questa sbrigativa definizione: "un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta".

Non una parola di più, se non per il "preoccupante rischio di ideologizzazione del Vetus Ordo, la sua strumentalizzazione".

Ma lunedì 10 febbraio, all'improvviso, Jorge Mario Bergoglio ha rotto il silenzio e ha dedicato alla liturgia l'intera omelia della messa mattutina nella cappella di Santa Marta. Dicendo cose che non aveva mai detto in precedenza, da quando è papa.

Quella mattina, nella messa si leggeva il primo libro dei Re, quando durante il regno di Salomone la nube, la gloria divina, riempì il tempio e "il Signore decise di abitare nella nube".

Prendendo spunto da quella "teofania", papa Jorge Mario Bergoglio ha detto che "nella liturgia eucaristica Dio è presente", in modo ancor "più vicino" che nella nube nel tempio, la sua "è una presenza reale".

E ha proseguito:

"Quando parlo di liturgia mi riferisco principalmente alla santa messa. La messa non è una rappresentazione, è un’altra cosa. È vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. È una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo".

Più avanti il papa ha detto:

"La liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio, lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero. È la nube di Dio che ci avvolge tutti".

E tornando a un suo ricordo d'infanzia:

"Io ricordo che da bambino, quando ci preparavano alla prima comunione, ci facevano cantare: “'O santo altare custodito dagli angeli”, e questo ci faceva capire che l’altare era davvero custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio".

Avviandosi alla conclusione, Francesco ha invitato i presenti a "chiedere oggi al Signore che dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia, e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare. Lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni a entrare nel mistero di Dio".

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L'omelia di papa Francesco del 10 febbraio nella sintesi che ne ha dato "L'Osservatore Romano":

 A messa senza orologio




Alla messa non si va con l’orologio in mano, come se si dovessero contare i minuti o assistere ad una rappresentazione. Si va per partecipare al mistero di Dio. E questo vale anche per quanti si recano a Santa Marta alla messa celebrata dal Papa, che, ha detto infatti il Pontefice proprio questa mattina, lunedì 10 febbraio, ai fedeli presenti nella cappella della sua residenza, “non è una gita turistica. No! Voi venite qui e ci riuniamo qui per entrare nel mistero. E questa è la liturgia”.


Per spiegare il senso di questo incontro ravvicinato con il mistero, Papa Francesco ha ricordato che il Signore ha parlato al suo popolo non solo con le parole. “I profeti – ha detto – riferivano le parole del Signore. I profeti annunziavano. Il grande profeta Mosè ha dato i comandamenti, che sono parola del Signore. E tanti altri profeti dicevano al popolo quello che il Signore voleva”. Tuttavia “il Signore – ha aggiunto – ha parlato anche in un’altra maniera e in un’altra forma al suo popolo: con le teofanie. Quando cioè lui si avvicina al popolo e si fa sentire, fa sentire la sua presenza proprio in mezzo al popolo”. Ed ha ricordato, oltre all’episodio proposto dalla prima lettura (1 Re 8,1-7.9-13) alcuni passaggi riferiti ad altri profeti.

“Succede lo stesso anche nella Chiesa – ha spiegato il Papa –”. Lo fa attraverso la sua Parola raccolta nel Vangelo e nella Bibbia; ci parla attraverso la catechesi, l’omelia. Non solo ci parla, ma “si fa anche presente – ha precisato – in mezzo al suo popolo, in mezzo alla sua Chiesa. E’ la presenza del Signore. Il Signore che si avvicina al suo popolo; si fa presente e condivide con il suo popolo un po’ di tempo”. Questo è ciò che avviene durante la celebrazione liturgica che certamente “non è un buon atto sociale – ha spiegato ancora il vescovo di Roma – e non è una riunione di credenti per pregare insieme. E’ un’altra cosa” perchè “nella liturgia eucaristica Dio è presente” e, se possibile, si fa presente in modo ancor “più vicino”. La sua, ha detto ancora il Papa, “è una presenza reale”. E “quando parlo di liturgia – ha puntualizzato il Pontefice – mi riferisco principalmente alla santa messa. Quando celebriamo la messa, non facciamo una rappresentazione dell’Ultima Cena”. La messa “non è una rappresentazione; è un’altra cosa. E' proprio l’Ultima Cena; è proprio vivere un’altra volta la passione e la morte redentrice del Signore. E’ una teofania: il Signore si fa presente sull’altare per essere offerto al Padre per la salvezza del mondo”.

Quindi Papa Francesco ha riproposto, come spesso è solito fare, un comportamento usuale nei fedeli: “Noi sentiamo o diciamo: 'ma, io non posso adesso, devo andare a messa, devo andare a sentire messa'. La messa non si sente, si partecipa. E si partecipa in questa teofania, in questo mistero della presenza del Signore fra noi”. E’ qualcosa di diverso da altre forme della nostra devozione, ha precisato ancora portando a esempio il presepio vivente “che facciamo nelle parrocchie a Natale, o la Via Crucis che facciamo nella Settimana Santa”. Queste, ha spiegato, sono rappresentazioni; l’eucaristia è “una commemorazione reale, cioè è una teofania. Dio si avvicina ed è con noi e noi partecipiamo del mistero della redenzione”.

Il Pontefice si è poi riferito ad un altro comportamento assai comune tra i cristiani: “Quante volte – ha notato infatti – contiamo i minuti... ’ho appena mezz’ora, devo andare a messa...’”. Questo “non è l’atteggiamento proprio che ci chiede la liturgia: la liturgia è tempo di Dio e spazio di Dio, e noi dobbiamo metterci lì nel tempo di Dio, nello spazio di Dio e non guardare l’orologio. La liturgia è proprio entrare nel mistero di Dio; lasciarsi portare al mistero ed essere nel mistero”.

E, rivolgendosi proprio ai presenti alla celebrazione ha così proseguito: “Per esempio, io sono sicuro che tutti voi venite qui per entrare nel mistero. Forse però qualcuno ha detto ’io devo andare a messa a Santa Marta, perché nella gita turistica di Roma c’è da andare a visitare il Papa a Santa Marta tutte le mattine.... No! Voi venite qui, noi ci riuniamo qui, per entrare nel mistero. E questa è la liturgia, il tempo di Dio, lo spazio di Dio, la nube di Dio che ci avvolge tutti”.

Quindi Papa Francesco ha condiviso con i presenti alcuni ricordi della sua infanzia: “Io ricordo che bambino, quando ci preparavano alla prima Comunione, ci facevano cantare ’O santo altare custodito dagli angeli’ e questo ci faceva capire che l’altare era custodito dagli angeli, ci dava il senso della gloria di Dio, dello spazio di Dio, del tempo di Dio. E poi, quando ci facevano fare la prova per la comunione, portavano le ostie per fare la prova e ci dicevano: ’guardate che queste non sono quelle che voi riceverete; queste non valgono niente, perché poi ci sarà la consacrazione’. Ci facevano distinguere bene una cosa dall’altra: il ricordo dalla commemorazione”. Dunque celebrare la liturgia significa “avere questa disponibilità per entrare nel mistero di Dio”, nel suo spazio, nel suo tempo.

E, avviandosi a conclusione, il Pontefice ha invitato i presenti a “chiedere oggi al Signore che ci dia a tutti questo senso del sacro, questo senso che ci faccia capire che una cosa è pregare a casa, pregare in chiesa, pregare il rosario, pregare tante belle preghiere, fare la via crucis, leggere la bibbia; e un’altra cosa è la celebrazione eucaristica. Nella celebrazione entriamo nel mistero di Dio, in quella strada che noi non possiamo controllare: lui soltanto è l’unico, lui è la gloria, lui è il potere. Chiediamo questa grazia: che il Signore ci insegni ad entrare nel mistero di Dio”.




http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350716



Cristianità occidentale, sei ancora viva?




Redattore di Traditio Liturgica 

Ho voluto intenzionalmente intitolare questo post così perché mi pare proprio il caso di farlo.
Mi è giunta notizia dei risultati relativi ai sondaggi che il Papa argentino ha ordinato, per poter riflettere sui problemi relativi alla famiglia e alla società. I sondaggi dimostrano l'esistenza d'un forte allontanamento, anche da parte dei cosiddetti credenti, dalle indicazioni morali tradizionali. Quello che, però, non viene evidenziato (probabilmente perché si ha paura di vedere la tremenda realtà) è a che genere di "credo" aderiscono questi cristiani praticanti. Poco dopo il giubileo dell'anno 2000 era stato fatto un sondaggio di tal genere nelle scuole superiori di Roma con risultati talmente scoraggianti d'aver fatto trasecolare il card. Ruini (c'è da chiedersi in che realtà vivesse!). Da allora, da quanto ne so, nessuno ha osato verificare più niente.

A tutto questo si deve aggiungere quanto segue. Mentre la liturgia tradizionale, con testi che risentono dei dibattiti teologici e cristologici dei primi secoli, offriva chiari riferimenti su Cristo (in quanto Dio e uomo), sulla Trinità (come mistero tripersonale di un solo essere), sulle Persone divine (come comunione dei tre in un'unica volontà d'intenti che nasce dal loro unico essere), i testi liturgici di recente composizione sono sempre più sfuggenti in materia e generici.
Questo contribuisce ad alimentare nei cristiani praticanti idee sempre più sfocate su quello che riguarda il nucleo della loro fede (la Trinità e Cristo in quanto Dio e uomo). Inoltre, anche tra loro esiste una consistente tendenza a "demitizzare" i dogmi relativi a Dio e a Cristo. C'è da dire che il clero spesso non li aiuta affatto.
Mentre la Trinità non è più "capita" o accettata in senso tradizionale, Cristo diviene, al più, un uomo eticamente coerente, in funzione di una società più "umana" e "giusta". Si adagiano su questo piano almeno l'80% dei cosiddetti cristiani credenti e praticanti.

L'assenza di una reale coscienza teologica e dogmatica rende la Chiesa in Occidente assolutamente anemica. L'assenza di una spiritualità virile, forte e autentica in moltissime realtà ecclesiali, stende la Chiesa occidentale sul capezzale. Che senso ha riempirsi di attività per nascondere questo vuoto? Non è, forse, essere simili a chi rinfresca la facciata di un vecchio edificio senza accorgersi che le colonne portanti sono prossime a cedere?

Ebbene, davanti a questa intensa debolezza esistono persone che iniziano a dare forti colpi per fare cadere l'edificio. Riporto a titolo di semplice esempio un video, trovabile su youtube, di un'associazione mussulmana francese la quale, senza alcun timore, ridicolizza la fede cristiana. Ha campo libero proprio perché in Francia il Cristianesimo è ancor più anemico rispetto all'Italia.
In particolare, in questo video viene ridicolizzata la Trinità servendosi di frasi evangeliche citate fuori contesto con una lettura razionalistica (in ciò questi signori sono simili all'ateo Oddifreddi) e con conclusioni chiare: la Trinità non è che una serie di contraddizioni logiche per cui è necessario aderire solo al Dio manifestato dal "profeta" Mohammed.

Quest'associazione mussulmana francese non ha fatto solo questo video ma tutta una serie di video fortemente anticristiani. 



Ebbene, oggi l'80% dei cristiani in Occidente non è in grado di dare una risposta alla verve di questo mussulmano. Tra questi cristiani anemici ci sarà sicuramente chi capitolerà e gli darà ragione. 

In quell'80% per cento probabilmente nessuno sarà in grado di capire che le questioni, così malamente esposte nel video, sono state già fatte ai tempi di san Giovanni Damasceno (VIII sec.) e che costui aveva già risposto. Tra il 20% dei cristiani che potrebbero avere qualche arma culturale ci sarà sicuramente chi riterrà che san Giovanni Damasceno è "superato" e con lui tutta la riflessione patristica antecedente e posteriore. Ci sarà chi non conoscerà la prigionia tra i turchi di san Gregorio Palamas (XIV sec) e di come questo santo bizantino abbia già allora esposto il mistero della Trinità in termini così chiari da rischiare la vita.
Lo studio della patristica e delle chiare esposizioni dei padri non serve altro, nelle scuole teologiche cattoliche, che a ritenere i padri superati in favore di una teologia odierna sempre più sfocata e inclusiva.
Così oggi tende ad andare per la maggiore l'idea di un Cristo simbolo di bontà, dove la Trinità stessa non vuol dire molto e lo Spirito Santo è, in fondo, espressione della coscienza umana. Queste idee peregrine, condivise e diffuse da don Franco Barbero, un prete cattolico ridotto allo stato laicale dal Vaticano, non sono nate da lui e continuano a diffondersi divenendo in buona parte volgata corrente.
Se dopo innumerevoli anni il Vaticano è intervenuto contro le idee del Barbero (ed è perciò stato pure criticato dai cosiddetti "progressisti"), i pastori davanti alle derive dogmatiche ed etiche dell'attuale mondo continuano a lasciare correre tacendo sempre più.
 
Essi non ricordano che, in realtà, chi condivide queste idee, pur credendo d'essere cristiano o cattolico, ha cessato d'appartenere al Cristianesimo: che senso ha dirsi cristiani dopo aver tolto a Cristo la corona della divinità?

Chi ha scoronato Cristo è divenuto, piuttosto, un ottimo terreno di semina per il "verbo" di persone come il mussulmano del video proposto. Oggi siamo a questo livello e a nulla serve compiacersi delle aperture di questo o quell'uomo di Chiesa, delle aperture verso i poveri di questo o quel papa...

Queste "glorie di cartapesta" altro non sono che un lacero paravento che a stento nasconde un cumulo di macerie e miseria.
 




Traditio Liturgica 


giovedì 13 febbraio 2014

FORSE NON E’ CANONICAMENTE VALIDA LA “RINUNCIA” DI PAPA BENEDETTO






di Antonio Socci

Il “ritiro” di Benedetto XVI – un anno dopo – si tinge di giallo. Perché emergono “dettagli” che impongono di interrogarsi seriamente sulla sua effettiva validità canonica.

Parto da ciò di cui io stesso sono stato testimone personale. Nell’estate del 2011 ricevo da fonte certa la notizia: Benedetto XVI ha deciso di dimettersi e lo farà dopo aver compiuto gli 85 anni, cioè dall’aprile 2012.

Scrissi tutto su queste colonne il 25 settembre 2011. Fui seppellito da una valanga di risposte sprezzanti sia dall’entourage vaticano che dai vaticanisti. Arrivati alla primavera 2012 qualcuno dei vaticanisti fece ripetutamente notare che la mia previsione non si era realizzata.

Io risposi che si era in pieno nella tempesta di Vatileaks e per quella ragione il Papa non si era ancora dimesso. Infatti l’11 febbraio 2013, appena chiuso il caso Valileaks, Benedetto XVI comunica il suo clamoroso ritiro (si era sempre nel suo 85° anno).

Tuttavia ancora ieri i rosiconi di “Vatican Insider” scrivevano: “Nel corso degli anni, sui giornali italiani, Antonio Socci e Giuliano Ferrara parlarono, con motivazioni diverse, dell’ipotesi che Joseph Ratzinger si dimettesse. Nessuno, a ogni modo, seppe prevedere la tempistica”.

A parte il fatto che la mia era una notizia, mentre l’articolo di Ferrara, uscito mesi dopo, era una sua riflessione culturale, nel mio articolo la tempistica era molto ben definita.



LA CONFERMA DI BERTONE



Inoltre ieri il cardinale Bertone, con una intervista al “Giornale”, ha rivelato: “Il Papa aveva maturato la decisione da tempo, me ne parlò già a metà del 2012”.

Poi decise di ritardare un po’ la comunicazione per le tante tempeste che erano in corso. Ma la decisione era stata presa per l’aprile 2012. Proprio come avevo scritto.

A questo punto mi sono chiesto come facevano quelle mie fonti a sapere con certezza tutto questo già nell’estate del 2011, due anni prima? Chi e perché era in grado di conoscere una cosa simile?

O qualche persona molto vicina al Papa, oppure qualche gruppo di persone che l’aveva con lui “patteggiata” e ottenuta. Ebbene, nell’estate 2011 le persone vicine al Papa non lo sapevano. Dunque ci sono state forze che hanno voluto e premuto per quella decisione fino a “strappargli” una data?



COMPLOTTO ?



Non credo che sia un’esagerazione complottista perché, oltre ai fortissimi attacchi esterni, che hanno connotato il suo pontificato, Benedetto XVI è stato avversato in modo durissimo fin dall’inizio all’interno del mondo ecclesiastico: è evidente dal documento con cui un gruppo di cardinali anonimi, subito dopo il Conclave del 2005, ha infranto il giuramento sul Vangelo diffondendo un presunto Diario delle votazioni che delegittimava Ratzinger e in pratica gli lanciava il segnale di mollare. Prefigurando subdolamente dei fatti che poi si sono davvero realizzati.

Quella delegittimazione pubblica di un papa appena eletto, da parte di cardinali spergiuri, nascosti dietro l’anonimato, non ha eguali nella storia moderna della Chiesa.

E’ possibile pensare che da lì si sia dipanata tutta una strategia ostile che evidentemente puntava proprio alle dimissioni del Papa. Nel libro “Attacco a Ratzinger”, del 2010, Andrea Tornielli e Paolo Rodari, riportano la dichiarazione di un importante cardinale che, dopo il Conclave del 2005, disse di papa Benedetto: “due o tre anni, non durerà più di due o tre anni” (e “lo faceva accompagnando le parole con un gesto delle mani, come per minimizzare”).



INQUIETANTE APPUNTO



Va ricordato anche l’inquietante “appunto” consegnato a Benedetto XVI il 30 dicembre 2011 dal cardinale Dario Castrillòn Hoyos, nel quale si riferivano le cose che un altro cardinale, Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo, nel novembre 2011, avrebbe detto ad alcune persone in colloqui avuti a Pechino.

Il Cardinale Romeo, secondo l’estensore del rapporto, avrebbe “aspramente criticato papa Benedetto XVI”. Infine “sicuro di sé, come se lo sapesse con precisione il Cardinale Romeo ha annunciato che il Santo Padre avrebbe solo altri dodici mesi da vivere. Durante i suoi colloqui in Cina ha profetizzato la morte di Papa Benedetto XVI entro i prossimi 12 mesi”.

Tale documento uscì poi sulla stampa nel febbraio 2012 e fece scalpore, ma fu subito dimenticato, anche dai media (sempre superficiali). Declassato a chiacchiera di qualche svagato che aveva frainteso tutto, immaginando attentati e cose simili.

Di certo quel rapporto aveva aspetti strani, ma alla luce di ciò che è davvero accaduto nei dodici mesi successivi, si può dire che era proprio casuale che fosse prevista con certezza l’uscita di scena di Ratzinger?

Di sicuro, con tutto questo oscuro subbuglio di Curia, appaiono poco credibili oggi dichiarazioni come quella fatta a caldo, al momento delle dimissioni del papa, dal cardinale Sodano: “Un fulmine a ciel sereno”.

Sodano – che era Segretario di Stato nel 2005 e fu sostituito da Benedetto XVI nel 2006 – è poi colui che, come decano del Sacro Collegio, ha gestito il nuovo Conclave del 2013. E resta l’uomo forte della Curia.



IL GIALLO



La vicenda delle dimissioni di papa Benedetto è sempre più misteriosa. E pure imbarazzante. Non a caso, per l’anniversario del ritiro, si sono lette cose surreali, come la dichiarazione del cardinale Cottier che ad “Avvenire” ha detto: “Con molta lucidità egli ha misurato le proprie forze e il lavoro da fare. E ha deciso che non si può forzare la Provvidenza”.

Restare al suo posto sarebbe stato “forzare la Provvidenza”? E in quale bignami della teologia sarebbe scritta una simile castroneria, offensiva per papa Benedetto e pure per la Provvidenza, che non è ritenuta in grado di guidare le vite umane? Forse che il Conclave del 2005 andò contro la Provvidenza?

Eccoci dunque davanti alla domanda cruciale: quella sulla “rinuncia” di Benedetto XVI. L’11 febbraio 2013 egli l’annunciò solennemente “ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà”.

Non è ammissibile dubitare delle sue parole, quindi il suo fu un gesto libero. Tuttavia per ottenere una decisione in tal senso si può premere in molti modi. Non necessariamente con un’imposizione diretta.

C’è chi ha avanzato l’ipotesi che il Papa abbia sentito ventilare eventi catastrofici per la Chiesa che, in cuor suo, riteneva di poter scongiurare facendosi da parte. In questo caso avrebbe preso liberamente la sua decisione, ma quanto sarebbe valido il suo ritiro?

Il problema della validità canonica delle sue dimissioni è enorme. L’invalidità infatti – secondo alcuni canonisti – non riguarda solo il caso di costrizione, ma è da discutere anche in altri casi.



SEGNALI SIGNIFICATIVI



Per esempio ci si può domandare se il Pontefice in cuor suo ha messo nella decisione il concorso della volontà, cioè se si è ritirato – oltreché esteriormente – anche interiormente.

Sembra una questione aleatoria, ma nelle cose di Dio il cuore, che Lui solo vede, è determinante.

Infatti perfino per i sacramenti è necessario questo requisito. Nella consacrazione dell’eucaristia ci vuole materia, forma e intenzione: se manca anche solo uno di questi elementi il sacramento è invalido.

Per esempio se manca l’intenzione interiore del sacerdote di consacrare, se egli formula le parole, ma non ha l’intenzione di consacrare, la consacrazione non è valida.

Benedetto XVI si è ritirato anche interiormente?

Oltre al linguaggio delle parole c’è quello dei gesti. Quello che vediamo è che ha scelto di continuare a stare “nel recinto di Pietro”, di vestire in abito bianco, di definirsi “papa emerito” e di continuare a chiamarsi Benedetto XVI (si firma così).

Inoltre ha rifiutato il cambiamento del suo stemma che lo riportava a cardinale, tenendo ancora quello con le chiavi di Pietro. Il Vaticano ha fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”.

Sappiamo che nella Chiesa c’è anche il “magistero tacito” . Forse questo è il caso. E di certo Benedetto è in accordo con Francesco. Un bel mistero.

P.S. Voglio sottolineare, riportandolo, il bellissimo e significativo tweet di ieri di papa Francesco: “Oggi vi invito a pregare per SUA SANTITA’ BENEDETTO XVI, un uomo di grande coraggio e umiltà”.




Klaus Gamber. L'Altare verso il popolo








Domande e risposte (12 domande)


Di Mons. Klaus Gamber


"Poi venne un altro angelo e si fermò all’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono" (Apocalisse 8, 3).

Secondo la concezione dell’epistola agli Ebrei, il tempio terreno di Gerusalemme e il suo altare erano l’immagine del santuario che è in cielo ed in cui il Cristo, eterno sacerdote, è entrato (9, 24).

La liturgia celeste e la liturgia terrestre sono una cosa sola. Così, secondo il passo dell’Apocalisse citato in epigrafe, un angelo è fermo davanti all’altare d’oro del cielo, con un incensiere d’oro in mano, allo scopo di offrire le preghiere dei fedeli al cospetto di Dio. Anche la nostra offerta terrena non diventa totalmente valida davanti a Dio se non è "condotta dalla mano di un angelo sull’altare celeste", come è detto nel canone della messa romana.

La concezione secondo la quale l’altare di quaggiù è un immagine dell’archetipo celeste che si trova davanti al trono di Dio, ha sempre determinato sia la sistemazione dell’altare, sia la posizione del sacerdote nei confronti di esso: e noi abbiamo visto che l’angelo che regge l’incensiere d’oro è fermo davanti all’altare. D’altra parte, le prescrizioni che Dio ha dato a Mosè (cfr. Esodo 30, 1-8) hanno certamente svolto un ruolo anch’esse.

Queste osservazioni preliminari erano necessarie per far comprendere a che punto siano cambiate le concezioni attuali circa l’altare. Questo cambiamento non è stato effettuato brutalmente, ma poco la volta; si è cominciato diversi anni fa, prima del Concilio Vaticano II.

Nella Richtlinien für die Gestaltung des Gotteshauses aus dem Geist der römischen Liturgie (Istruzioni per la sistemazione delle chiese nello spirito della liturgia romana), del 1949, Theodor Klauser sostiene che: "Certi segni fanno intravedere che, nella Chiesa futura, il prete si terrà come un tempo dietro l’altare e celebrerà col viso volto verso il popolo, come si fa ancora oggi in certe basiliche romane; l’augurio, che si solleva dappertutto, di veder più chiaramente espressa la comunione al tavolo eucaristico, sembra esigere questa soluzione" (n° 8).

Ciò che Klauser presentava allora come augurabile, come si sa, nel frattempo è divenuto quasi dappertutto la norma. Si pensa di aver fatto rivivere così un uso della cristianità delle origini. Ora, come dimostreranno chiaramente le spiegazioni che seguono, si può provare con certezza che non si è mai avuta, né nella Chiesa d’Oriente né in quella d’Occidente, alcuna celebrazione versus populum (verso il popolo), ma che, al contrario, per pregare tutti si volgevano sempre ad Oriente, ad Dominum (verso il Signore).

L’idea di un “faccia a faccia” tra il sacerdote e l’assemblea, nel corso della messa, risale piuttosto a Martin Lutero, il quale, nel suo piccolo libro Deutsche Messe und Ordnung des Gottesdienstes (La messa tedesca e l’ordinazione del culto divino), del 1526, all’inizio del capitolo Della domenica per i laici, così scrive: "Noi conserveremo gli ornamenti sacerdotali, l’altare, le luci fino all’esaurimento o fino a quando non riterremo di cambiarle. Lasceremo, tuttavia, che altri possano fare diversamente; ma nella vera messa, fra veri cristiani, occorrerebbe che l’altare non restasse com’è adesso e che il prete si volgesse sempre verso il popolo, come senza alcun dubbio Cristo ha fatto al momento della Cena. Ma questo può attendere."

Ed ecco che il momento atteso è arrivato…

Per giustificare il cambiamento di posizione del celebrante in rapporto all’altare, il Riformatore si riferiva al comportamento di Cristo all’Ultima Cena. In effetti egli aveva davanti agli occhi le abituali raffigurazioni dei suoi tempi: Gesù in piedi o seduto a metà di una gran tavola, con gli Apostoli alla sua destra ed alla sua sinistra.

Ma Gesù, ha effettivamente occupato tale posto?

Certamente non avvenne così, poiché sarebbe stato contrario agli usi domestici dell’epoca.

Al tempo di Gesù, e ancora secoli dopo, si utilizzava sia una tavola rotonda sia una tavola a forma di sigma (a semicerchio). Il davanti di essa veniva lasciato libero, per permettere il servizio. I convitati erano seduti o allungati dietro il semicerchio. Per far ciò utilizzavano dei divani o un banco, anch’esso a forma di sigma. Il posto d’onore non si trovava, come si potrebbe credere, in mezzo, ma a destra (in cornu dextro). Il secondo posto d’onore stava di fronte al primo.

Questa disposizione dei posti la ritroviamo, in maniera costante, nelle raffigurazioni più antiche della Cena di Gesù, fino a metà del Medio Evo. Il Signore è sempre allungato o seduto dalla parte destra della tavola (fig. 4). È solo verso il XIII sec. che si incomincia ad imporre un nuovo tipo di raffigurazione: ed allora Gesù è posto dietro la tavola, in mezzo agli Apostoli che lo circondano. È questa l’immagine che Lutero aveva davanti agli occhi.

In effetti, essa ha l’apparenza di una celebrazione versus populum. Tuttavia, in realtà non si tratta di niente di simile, poiché il "popolo" verso cui il Signore avrebbe dovuto volgersi, si sa che era assente nella sala della Cena. Cosa questa, che toglie ogni valore all’argomentazione di Lutero. D’altronde, per quanto ne sappiamo, anch’egli non ha mai preteso che si celebrasse volti verso l’assemblea, come in seguito hanno preso l’abitudine di fare i Riformati, soli fra le comunità protestanti.

---> Per proseguire la lettura e l'analisi: l'intero documento.







Pubblicato da Chiesa e postconcilio 13 febbraio 2014




mercoledì 12 febbraio 2014

CHI HA SPINTO PAPA BENEDETTO A MOLLARE (E PERCHE’)





di Antonio Socci

Chi, come e perché ha determinato quel “ritiro” di Benedetto XVI – esattamente un anno fa – che rappresenta un evento unico nella storia della Chiesa, traumatico e  tuttora non chiaro nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze?
Spesso si è buttata la croce addosso al povero Paolo Gabriele, il cameriere di Vatileaks, ma è vero l’esatto contrario: se c’era una persona che avrebbe voluto che papa Benedetto potesse esercitare pienamente il suo mandato era proprio lui.
Del resto il mio scoop, uscito su queste colonne il 25 settembre 2011, dimostra che Ratzinger aveva già deciso quel “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks e l’aveva previsto – come scrissi – allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto.
Ma allora chi, come e perché – prima di Vatileaks – ha creato una situazione che ha indotto il papa a valutare di non poter più sostenere la lotta?

UN GIGANTE

Ratzinger è uno dei giganti della Chiesa del Novecento ed è molto vasta la mappa di coloro che, nel corso dei decenni, anche su fronti contrapposti, hanno individuato il loro Nemico in quest’uomo mite e sapiente.
Anzitutto egli entra in scena come uomo del Concilio: è colui che, scrivendo il discorso del cardinale Frings, abbatterà il vecchio S. Uffizio di Ottaviani, l’inquisizione.
Nel postconcilio diventerà il nemico di tutti coloro che pretendevano di usare il Vaticano II per spazzar via la Chiesa di sempre e costruirne una prona al mondo e alle ideologie: da Rahner ad Hans Kung, fino a Martini che – come cardinale – si è opposto frontalmente a Ratzinger e a papa Wojtyla.
Non erano destinati a procurargli amici, poi, i suoi due primi interventi, quando fu chiamato da Giovanni Paolo II alla guida della retta dottrina: quello in cui ribadì la condanna cattolica della massoneria e i testi che confutarono e condannarono la Teologia della liberazione.
Infine sarà sempre Ratzinger a denunciare in mondovisione, durante l’ultima solenne via crucis di Giovanni Paolo II, “la sporcizia nella Chiesa”, con parole durissime e drammatiche.
Sarà lui che realizzerà una purificazione radicale della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili, con provvedimenti drastici e un ribaltamento totale di certa mentalità clericale.
Ancora lui infine scandalizzerà gli ecclesiastici progressisti (tanto da suscitare la ribellione aperta di diversi vescovi) quando – in linea vera con il Concilio – cercherà di riportare all’unità la Fraternità S. Pio X e restituirà libertà alla liturgia tradizionale della Chiesa.
Era stato lui con Giovanni Paolo II che aveva valorizzato i tanti nuovi movimenti fioriti nella Chiesa, specie fra i giovani, e che ha colto e denunciato la “questione antropologica” che oggi nel mondo sta bombardando i valori della vita, della famiglia e della dignità umana.
Ha fondato il dialogo della Chiesa con la modernità e la vera laicità, così da affascinare intellettuali come Habermas, Tronti, Ferrara e Barcellona.
Eppure fin dall’inizio, dalla sua elezione, c’è stata l’occulta e pesante opposizione di un establishment cardinalizio oscuro  e pronto – per delegittimarlo – perfino allo spergiuro.

L’ATTACCO OCCULTO

Lo dimostra un fatto dimenticato che segnò l’inizio della guerra interna contro papa Ratzinger. Benedetto XVI era appena stato eletto, nel 2005, e dall’anonimo mondo cardinalizio (più o meno di Curia), attraverso il vaticanista Lucio Brunelli, fu fatto pubblicare un presunto diario delle votazioni del Conclave da cui emergevano dettagli delegittimanti del nuovo pontificato.
Un vaticanista autorevole come Sandro Magister scrisse: la lettura di quel testo “suggerisce che l’‘intenzione’ di pubblicarlo sia stata molto più militante” che storico-giornalistica. E lo si sia fatto “per mostrare che la vittoria di Ratzinger non è stata per niente ‘plebiscitaria’, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che i tempi sono maturi per un papa ‘nuovo’, magari latinoamericano e che a questi suoi limiti Benedetto XVI dovrebbe rassegnarsi”.
Così scriveva Magister il 7 ottobre 2005. Forse si sottovalutò la gravità di quel segnale anonimo, basato peraltro su dati delle votazioni che non risultano ad altri.
Ripensandoci oggi fa impressione che per un tale gesto pubblico di sfida, una fazione di cardinali sia stata pronta a sfidare pure Dio con un pubblico spergiuro (perché ogni cardinale aveva giurato solennemente sul Vangelo di mantenere il segreto su Conclave e votazioni).
Negli anni successivi il tema della spaccatura e il fantasma dello scisma più volte è stato ventilato oscuramente e certo Ratzinger ha sempre voluto evitarlo in ogni modo (anche a costo di dimettersi).

ODIO CONTRO IL PAPA

Benedetto ha avuto poi altri nemici interni, nella Curia e nell’establishment ecclesiastico, che hanno contestato o boicottato o rifiutato il suo magistero, quello tradizionale della Chiesa, avendo i media dalla loro.
Poi Ratzinger ha avuto molti nemici esterni ed è stato sottoposto a un bombardamento mediatico senza fine culminato con il cosiddetto “scandalo pedofilia” con cui si è preteso di trasformare la Chiesa in “imputato globale” (la Chiesa che è perseguitata in mezzo mondo nell’indifferenza generale).
Ma paradossalmente i maggiori danni per il pontificato di Benedetto sono forse arrivati dalla Curia e dai più stretti collaboratori.

L’ERRORE

Bisogna riconoscere l’errore, forse il maggiore di Benedetto XVI, che – per evitare certe potenti realtà curiali (ad esempio facenti capo al cardinal Sodano) – chiamò nel ruolo strategico di Segretario di Stato un ecclesiastico che conosceva da anni e che credeva potesse essergli di aiuto: il cardinale Bertone.
La plateale inadeguatezza dell’uomo per quel ruolo delicato e decisivo – a parere dei più, anche dei ratzingeriani più convinti – è ciò che ha fatto precipitare la situazione. Che a un certo punto si è fatta drammatica.
Il “cameriere del Papa”, pur sbagliando gravemente nel metodo, ha fatto emergere una realtà inaudita dove il Pontefice sembrava pressoché esautorato. Lo ha dichiarato di recente il cardinale Maradiaga: dalla vicenda Vatileaks “pareva che alcuni documenti non arrivassero nelle mani del Papa”.
Addirittura monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, in una intervista al “Messaggero” del 22 ottobre, una settimana dopo le dimissioni di Bertone, ha candidamente riferito che “Benedetto XVI aveva chiamato Gotti Tedeschi allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza”, ma nonostante fosse stato lui stesso a volerlo lì, quando costui fu defenestrato, il Papa non ne sapeva niente e “restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore. Il Papa lo stimava e gli voleva bene”.
Un fatto emblematico della situazione oltretevere, anche se ci sarebbe da chiedersi cosa faceva, nel frattempo, don Georg vedendo questa realtà….

IL MISTERO DI OGGI

Col più grande gesto di umiltà Benedetto, alla fine, ha ritenuto di aiutare la Chiesa azzerando tutto, a cominciare da se stesso. E si concepisce ora nel ruolo di Mosè che prega sulla montagna mentre Giosuè combatte.
Tuttavia anche per Giosuè-Francesco sono cominciati in questi giorni gli attacchi e le prove più dure: da quelli esterni (vedi l’incredibile denuncia dell’Onu) a quelli interni che puntano a usare il prossimo Sinodo per ribaltare la Chiesa.
Se, per la prima volta nella storia, oggi la Chiesa si trova con due papi è davvero il segno che è un tempo di prova senza eguali.
Un dettaglio. Ratzinger non solo ha voluto restare “nel recinto di Pietro”, ha voluto conservare il titolo di “papa emerito” e l’abito bianco, ma – si è saputo di recente – ha gentilmente declinato la proposta dell’arcivescovo Montezemolo di cambiare il suo stemma araldico.
Il Vaticano ha così fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”. Se è un segnale significa che papa Benedetto c’è. Che il Cielo protegga la sua vita.




Da “Libero”, 9 febbraio 2014


Messori: vi racconto papa Benedetto







  Lo scrittore, unico autore italiano citato nei libri del Papa su Gesù, ha conosciuto bene sia il cardinale Ratzinger sia il pontefice Benedetto XVI. Ecco il suo ricordo


Francesco Anfossi


Il bilancio dei best seller di Messori è davvero impressionante :  “Ho scritto tanto ma, in fondo, per cercare di rispondere a una sola domanda: è vero o non è vero? E’ davvero risorto? La nuova evangelizzazione per me significa riscoprire la fede  cominciando dalle radici, dai fondamentali, da Gesù di Nazareth. Nella prospettiva cristiana prima viene la fede e poi la morale. Ma in fondo, se ci pensi, buona parte della predicazione ecclesiale, nel post Concilio  è stata una predicazione su temi etico-sociali. Temi importanti, ma che appartengono a un cristianesimo secondario. Il cristianesimo primario è credere in ciò su cui tutto si basa: l’annuncio della resurrezione di Cristo. Il resto segue di conseguenza. Non puoi annunciare la morale cristiana se non credi in Gesù come Figlio di Dio. Occorre, ancora e sempre,  confrontarsi con la storicità di questo predicatore errante ebraico. E’ esistito? Era davvero il Cristo?”.

In fondo è quello che ha cercato di fare papa Ratzinger con la sua trilogia su Gesù. Libri in cui Messori è l’unico autore italiano vivente citato (e raccomandato ) almeno nei primi due . “Ho conosciuto il Vangelo quando avevo 24 anni e facevo la tesi con Alessandro Galante Garrone, il massimo del laicismo sabaudo. Feci un’inchiesta storica, rigorosamente storica. Ho cercato di ripartire da zero. Ho sempre detto: mettiamoci di fronte a questo problema con le armi della storiografia. Il cuore del Vangelo è quello che la liturgia chiama il mistero pasquale, il mistero della passione, morte e resurrezione di Gesù. Tutto il Cristianesimo sta in bilico sulla verità di passione, morte e resurrezione”.

Varcare la soglia della speranza è il titolo del libro che Messori scrisse intervistando Giovanni Paolo II. Un successo planetario: vendette 23 milioni di copie in pochi mesi e fu tradotto in 53 lingue. “Quel libro, mi si creda , ho cercato di non farlo. Santità, gli dissi,  abbiamo bisogno di un maestro e di una guida sicura, non abbiamo bisogno di un opinionista in più. Accettando il genere giornalistico della intervista si entra nel mondo del “secondo me”. Ne discutemmo a tavola, nel suo alloggio privato (una copia di quelli polacchi) a Castelgandolfo. Ottenni almeno che non fosse un’intervista televisiva, come era stato programmato, ma un libro. Ha risposto alle mie domande scrivendo a mano, in polacco, allo schema di domande che gli avevo  mandato.  Invece ho cercato con tenacia, anche se tutti mi davano del matto, di fare un libro intervista con l’allora cardinale Ratzinger. Il Sant’Uffizio, battezzato con il nome politicamente corretto di Congregazione per la Dottrina della fede, era noto per il suo silenzio e per il suo riserbo. Tanto che i suoi archivi erano ancora sotto chiave e inaccessibili. Quando dicevo che volevo intervistare  il prefetto dell’ex Sant’uffizio tutti mi prendevano per un folle. Il cardinale Ratzinger, già arcivescovo di Monaco, era a Roma solo da un paio d’anni, e sapevo bene che diceva delle cose importanti, assolutamente coraggiose allora, ma le diceva in un modo un po’ troppo complesso. Aveva bisogno di un divulgatore, tipo un cronista come me. Per una serie non solo di mie insistenze ma di casi fortunati, alla fine nacque Rapporto sulla fede. Fu un saggio di importanza storica, ovviamente non per le mie domande, ma per le sue risposte, chiare, nette, non conformiste. In fondo è un manifesto del cattolicesimo postconciliare, quello autentico, non quello fazioso. Secondo gli storici la fine del postconcilio selvaggio coincide con l’uscita di Rapporto sulla fede. Ratzinger è un grande  teologo sul  serio, io sono solo un divulgatore. Bisogna rispettare il suo carisma".

Come nacque, concretamente, quel libro?

"Quando ci cimentammo in quell’impresa, nella frescura estiva  del seminario di Bressanone, Ratzinger non aveva un piano preciso. Io invece ce l’avevo. Gli ho sempre voluto bene, sentendo una istintiva sintonia. Avevo, ed ho, un grande affetto per lui come persona oltre che una grande stima come studioso. Quello che chiamavano il Panzer Kardinal, il grande inquisitore,  dicevano che sembrava un Torquemada redivivo. Stando con lui per tre giorni e tre notti nel seminario deserto compresi a fondo la sua personalità e la sua umiltà. Ricordo che alle dieci di sera veniva a bussare alla  mia stanza per precisare delle cose. Non c’è persona più diversa dalla leggenda nera che hanno creato su di lui. E’ una persona affettuosa, calda, dialogante, lontanissima da ogni dogmatismo. Mi disse: sa qual è la mia sofferenza maggiore? Dovere giudicare e magari mettere sul chi va là i miei colleghi teologi. Sono colleghi che spesso sono anche  amici, eppur il mio dovere è quello di metterli in guardia da certe loro affermazioni. Quello che mi ero  proposto era demolire la leggenda nera su di lui. Lui si è fidato. E io, da parte, mia ho fatto del mio meglio”.   

Si è parlato a lungo delle  "dimissioni" di Benedetto XVI, avvolte ancora oggi da molte ipotesi . Nell’interpretazione di Messori c’è poco di misterioso.

“Il pontefice  ha chiarito quello che c’è stato dietro quella decisione che ha sorpreso  la Chiesa e il mondo intero. Mi sono dimesso, ha spiegato, perché Dio mi ha fatto capire, perché nella preghiera mi ha parlato.  Ha precisato che non è stata ovviamente  un’apparizione ma è stata un mozione interiore  basata  soprattutto  sulla sua età avanzata e sulla sua consapevolezza di non avere le forze adeguate per portare il peso della Chiesa e dei suoi presenti e sempre crescenti problemi. Io ho sempre sorriso dei dietrologi e dei complottardi perché so per esperienza che la realtà è molto più semplice di quanto non vogliano. Non ho mai accettato l’idea che lui se ne sia andato per protestare contro la Curia, oppure per fuggire mostrando fino a che punto è giunta la decadenza della Catholica.  Il marchio fondamentale dell’uomo Ratzinger è una serietà tutta tedesca. In lui c’è la serietà con cui guarda la vita e con cui guarda la fede e la Chiesa. Molto più semplicemente papa Ratzinger ha dato un’occhiata al calendario. Nella sua agenda c’era il fatto che c’era in programma la GMG, per giunta nel clima tropicale del Brasile. Da persona serissima qual è si è reso conto che le sue forze non gli permettevano più di assicurare alla Chiesa una guida lucida, ferma e quotidiana per affrontare un’impresa simile. Per cui si è arreso all’età. Questo alla base della sua motivazione interiore. Ogni papa ha il suo carisma e il suo stile. Wojtyla era sostanzialmente un grande mistico slavo, basta vedere come pregava. Si buttava in terra con le braccia in croce davanti all’altare e stava in quella posizione in preghiera per delle ore. I suoi collaboratori, a una certa ora della notte, dovevano portarlo a letto tirandolo per i piedi. Ratzinger è un grande teologo mitteleuropeo, un bavarese metodico. Possiede un altro tipo di carisma, è un grande realista, con uno stile e un temperamento diverso dai suoi predecessori. Wojtyla aveva deciso di dare “spettacolo al mondo” (l’espressione è paolina )  della sua agonia. E io credo che abbia fatto bene. Ci vuole coraggio. Ha scelto di agonizzare in pubblico. Questo non rientra nel carisma di Ratzinger, che è una persona riservata. Entrambi hanno pensato al bene della Chiesa. Se Wojtyla ha pensato che rimanere sulla croce in pubblico avrebbe giovato alla Chiesa, Ratzinger ha pensato che il bene della Chiesa fosse quello di avere una guida più salda, più sicura. Grazie a Dio il Vangelo sa far posto a tutti i carismi”.

Messori e Benedetto si erano visti poco prima che il pontefice desse le dimissioni, papa Raztinger aveva voluto vederlo in occasione del suo libro Bernadette non ci ha ingannati.

“Mi guardo bene dal disturbarlo ora ”, precisa Messori . “Rispetto il suo isolamento. Ha annunciato di volere sparire per il mondo, e io pensavo che fosse una sistemazione provvisoria, ero pronto a scommettere che si sarebbe ritirato  nel monastero benedettino di Le Barroux . Quand’era ancora cardinale, ai tempi del Sant’Uffizio, ogni tanto staccava, prendeva un aereo per Nizza e si recava in Provenza, sotto il Mont Ventoux, in questo bellissimo monastero. Per una persona dalla salute delicata è un toccasana. Ha il clima del Sud, un’abbazia circondata da grandi campi di lavanda. Conosco l’abate del luogo. Una volta mi disse sottovoce  che l’allora cardinal Ratzinger sperava di andare in pensione per terminare finalmente i suoi libri e di rifugiarsi proprio lì,  con tutta la sua biblioteca”.

E invece Benedetto ha scelto di rimanere in Vaticano.

“Confesso che mi  ha sorpreso. Ma avrà certamente le sue ragioni che non tocca di sicuro a noi sindacare: non è persona che affidi nulla al caso, tutto ha sempre fatto dopo averci pensato e, soprattutto, pregato molto”.

“Questa è una strana scristianizzazione”, ci dice Vittorio Messori nella penombra del suo studio, pieno fino al soffitto  di libri, ricavato nell’abbazia già benedettina di Maguzzano, non lontano dal lago di Garda, dove approfondisce e scava sulle ragioni della fede, in una sorta di ricerca infinita che lo appassiona insaziabilmente. “Nella nuova evangelizzazione il problema da porsi per primo  è riscoprire e riaggiornare  l’apologetica.  Non a caso ho incoraggiato e aiutato come ho potuto un gruppo di amici e colleghi, capitanati dall'ottimo Gianpaolo Barra, a fondare il primo mensile italiano di apologetica, Il Timone, sul quale scrivo ogni mese un lungo articolo”.   

Spiega l’autore di Ipotesi su Gesù: “L’apologetica serve a far capire che la fede non è razionale come un teorema di geometria, ma è ragionevole. Il Viandante sotto mentite spoglie sulla via di Emmaus spiega ai discepoli in tutte le scritture ciò che lo riguardava, ci dice il Vangelo di Luca: inizia così l’apologetica. Questa benemerita ossessione di Ratzinger di unire fede e ragione è il desiderio ritrovare quelle ragioni per credere che una volta era, appunto, affidata all’apologetica e che adesso è stata buttata via, come fosse cosa anacronistica mentre è  indispensabile. Così in Vivaio, la rubrica che ho tenuto per anni su Avvenire – e che ora continuo ogni mese su Il Timone - svolgevo un tentativo di scoprire l’apologetica e di mostrare che ancora oggi funziona. Del resto Ratzinger non ha mai scritto nulla se non per mostrare la ragionevolezza della fede. Le grandi questioni etiche non sono affrontabili  se non se prima non ti poni il problema della credibilità della fede : se questa non è salda, la morale non ha un appiglio, resta sospesa nel vuoto”.
Messori è scrittore cattolico di best seller di argomento religioso dalle tirature sorprendenti . “Avendo constatato  l’eco straordinaria, nel mondo intero, delle dimissioni di Benedetto (che in fondo erano un atto interno della Chiesa cattolica) e del Conclave, e misurando l’interesse che c’è, nel bene come nel male,  intorno alle cose vaticane , devo dire che se davvero il cristianesimo è morto, beh … è uno strano cadavere”. E in effetti è un cadavere molto vitale, vitalissimo, che ha un impatto mondiale e attira l’interesse addirittura spasmodico dei media. Basta entrare in una libreria. O leggere un quotidiano”.
“ L’informazione religiosa”,  prosegue lo scrittore , “è ormai una specializzazione imprescindibile, anche nei giornali on line”. Ma non è stato sempre così.  Messori torna agli anni della sua giovinezza a Torino, quando, sfogliava La Stampa diretta dall’ebreo agnostico Giulio De Benedetti, “lettura indispensabile, allora , per ogni subalpino. Non  ricordo di aver mai letto notizie riguardanti la Chiesa cattolica o la religione, né in positivo né in negativo. Niente anticlericalismo ma anche nessun interesse per temi simili. Come sappiamo, le cose sono molto cambiate da allora “.   

Per questo oggi siamo di fronte a una sorta di paradosso: “Assistiamo da decenni  a una caduta della pratica religiosa, a comportamenti morali di massa che divergono dalla prospettiva cattolica. Eppure pensiamo cosa capita quando, per esempio,  la Chiesa nega i funerali religiosi a un suicida. Succede un pandemonio, uno scandalo. Anche se non era un praticante, guai se la Chiesa non gli assicura i funerali religiosi. In realtà io vedo una scristianizzazione soprattutto nel costume sociale e individuale, nelle questioni etiche. Però devo dire che quello che sta succedendo oggi non è la fine del cristianesimo, ma è la fine di una certa cristianità”.

Che tipo di cristianità? 

“È finita la cristianità di massa”, risponde lo scrittore, “è finita la prepotenza clericale, è finito il parroco che esigeva dal sindaco che facesse chiudere le osterie alla domenica all’ora della messa grande. Una cristianità di cui non sono affatto nostalgico. Perché non ho nessuna nostalgia della Chiesa preconciliare. Sta finendo una certa cristianità e ne sta arrivando un’altra dove la fede è una scelta. Una volta, soprattutto in provincia, l’anticonformista era quello che non andava a messa. Oggi l’anticonformista è quello che va a messa, non c’è dubbio. La fede è ritornata come deve essere, come la propone il Vangelo, che non impone, ma propone. Una proposta accettata da una minoranza”.
  

Questo però non spiega il boom di rinnovato interesse per le cose di Chiesa. 

“In realtà la maggioranza del mondo intero non accetta la fede, la religione, la Chiesa, ma  ne ha una grande nostalgia. Wojtyla è andato in giro per 102 Paesi del mondo. Ovunque ha trovato folle immense. Erano solo cristiani? Anche oggi, davvero crediamo che il mezzo milione di persone che affolla piazza San Pietro sia fatto tutto di cristiani praticanti? Anche i non credenti ne sono attratti”.

Per Messori c’è un bisogno assoluto di annunciare il cristianesimo soprattutto per quello che è. “Oggi tanta gente si ritrova nelle condizioni in cui mi trovavo io fino   agli anni  di università. Avevo letto molte cose, ma mai i Vangeli. Facevo parte di quelli che li rifiutavano senza conoscerli. La rievangelizzazione vuole dire soprattutto questo. Significa cercare di spiegare che cosa è veramente il cristianesimo, che cos’è il cattolicesimo. Perché moltissimi, anche a causa di tanti scandali della Chiesa istituzionale, ne hanno una visione distorta. Si tratta di spiegare che cosa Gesù Cristo dice e vuole nel senso autentico. Per questo, lo ripeto,  sono convinto che per spiegare davvero che cos’è la Chiesa e la proposta evangelica sia necessario riscoprire e rilanciare una sana onesta , rigorosa apologetica. Venendo da lontano, dal fondo dell’anticlericalismo e del laicismo emiliano e torinese, mi sono reso conto che bisognava lavorare su questo".







Famiglia Cristiana   12/02/2014