martedì 11 febbraio 2014

Nostra Signora di Lourdes





Vergine tutta bella







Nostra Signora di Lourdes,
Vergine tutta bella
che un giorno sei apparsa a Bernardetta,
nella nicchia della Grotta di Massabielle,
umilmente ci rivolgiamo a te.

Tu hai chiesto a Bernardetta di scavare la terra
affinchè sgorgasse la sorgente, e di pregare per i peccatori.
Espandi su di noi la grazia della tua pace.
Apri il nostro cuore alla Parola di tuo Figlio,
di affrettarci, al suo invito, verso il perdono
e a convertirci alla Buona Novella.

Nostra Signora di Lourdes,
tu che ci hai aperto e ci riveli la luce del Cielo,

Noi ti preghiamo per i peccatori e riponiamo in te la nostra fiducia.
Guidaci sui cammini della pace e del perdono.

Nostra Signora della riconciliazione,
Signora dei peccatori,
Consolazione dei malati e dei sofferenti,
Risveglia in noi l’amore del Figlio tuo,
e rendi il nostro cuore disposto al perdono.

Amen !


L'APPARIZIONE DELL'IMMACOLATA A LOURDES

"Andate a bere e a lavarvi alla fonte "
Notizie tratte dal sito www.maria.org

Le apparizioni hanno avuto come veggente la giovanissima Bernadette Soubirous.
La cosa più sconvolgente è il tempo scelto dalla Madre del Signore per apparire a parlare con Bernardetta: nientemeno che durante l’ora che normalmente si trascorre per pranzare:le 12, e proprio nel giovedì grasso, durante feste e banchetti per tutto il villaggio.

Ma per Bernadette, ragazza povera di quattordici anni: fragile, malaticcia e analfabeta aiutante della balia che le vuole tanto bene e la tiene con sé praticamente fin quasi ai giorni delle apparizioni, il giovedì grasso e un giorno come tutti gli altri buono per recarsi a racimolare legna da ardere per la famiglia numerosa e povera.

A circa un chilometro dal paese v’è una grotta detta di Massabielle, oltre il fiume Gave. E’ qui che Bernadette, lasciata sola dalle sorelle che hanno attraversato in fretta il torrente è richiamata da un segno strano: per due volte il rumore come di un tuono e, in alto, i rami del roseto che si agitano come sospinti dal vento. Subito segue, così scrive Bernadette in tutte le sue descrizioni, l’apparire di una nube d’oro che diventa una bellissima e giovane Signora con i piedi sostenuti dal cespuglio.

Dice Bernadette a Jean Baptiste Estrade :"La Signora mi guardò, mi sorrise e mi fece cenno di avanzare, come se fosse stata la mia mamma. La paura mi era passata, ma mi sembrava di non saper più dove fossi. Mi stropicciai gli occhi, li chiusi, li apersi; ma la Signora era sempre là, che continuava a sorridermi e a farmi capire che non mi ingannavo…"La Signora" - continuò Bernadette - "ha l’aspetto di una giovane di sedici o diciassette anni. E’ vestita di bianco, con una fascia azzurra che scende lungo l’abito. Porta sulla testa un velo ugualmente bianco, che lascia scorgere appena i capelli e ricade all’indietro fino al di sotto della fascia. I piedi sono nudi, ma coperti dalle ultime pieghe dell’abito, eccetto alle estremità dove brilla su ciascuno di essi una rosa d’oro. Porta sul braccio un rosario dai grani bianchi, legati da una catenella d’oro lucente, come le due rose ai piedi".

Bernadette cade in ginocchio per cominciare a pregare ma, il segno della croce con cui si inizia può farlo solo dopo che si è segnata la Signora la quale accompagna la preghiera di Bernadette per tutto il tempo dicendo però solo "GLORIA PATRI ET FILI ET SPIRITUI SANCTO " al termine delle cinque decine del rosario.

Terminata la preghiera la Signora sparisce in un attimo.
Il 14 Febbraio- Bernadette che intanto aveva detto subito alla sorella a all’amica quanto accaduto riferendo della cosa anche in casa- chiamata interiormente torna alla grotta di Massabielle, ma munita di una bottiglietta di acqua benedetta perché, così le è stato detto, su queste cose non si sa mai e potrebbe anche essere il diavolo a fare un tiro mancino…
La Vergine sorride al gesto di Bernadette e la chiama ancora più profondamente a sé in estasi. Bernadette appare allora insensibile ai richiami, dei presenti e non dimostra di accorgersi di nulla di quanto accade attorno a Lei che non sia la visione.

Il 18 Febbraio avviene la terza apparizione della Vergine: la Vergine comincia a far sentire le Sue parole: "VOLETE AVERE LA BONTA’ DI VENIRE QUI PER QUINDICI GIORNI?
"IO NON VI PROMETTO DI RENDERVI FELICE IN QUESTO MONDO, MA NELL’ALTRO". Ma la Signora del Cielo, prima di lasciarla, dopo circa un’ora di estasi- dureranno sempre un’ora le singole apparizioni- confida a Bernadette "TRE SEGRETI" che la giovane deve tenere per sé e non confidare mai ad alcuno. La Vergine durante le estasi coglie ogni occasione per far crescere nella fede e nella dipendenza la sua Bernadette invitando alla penitenza, esortando con gravità la giovane a scavare nel terreno per farvi sgorgare l’acqua d’una sorgente miracolosa: "ANDATE A BERE E A LAVARVI ALLA FONTE",quindi, più avanti :"ANDATE A DIRE AI PRETI CHE QUI DEVE ESSERE COSTRUITA UNA CAPPELLA"; "VOGLIO CHE QUI SI VENGA IN PROCESSIONE"

Le apparizioni erano ormai diventate un fatto notorio mentre ormai si sviluppava una vera e propria devozione con spontanee raccolte di offerte per la cappella richiesta dalla Madonna. Alla sedicesima apparizione avvenuta non a caso il 25 Marzo - Festa dell’Annunciazione a Maria da parte dell’arcangelo Gabriele - Bernadette scorse la Madonna che la stava già aspettando tutta circonfusa di luce (ci si permetta questa parentesi: quando fu chiesto a Bernadette se la Vergine fosse luminosa Ella rispose semplicemente così: non è luminosa ma è Lei stessa la Luce)rivolta con sguardo materno, pieno di amore verso il popolo che la invocava…. "La Signora era in piedi, sopra il roseto, e si mostrava come si mostra nella medaglia miracolosa…Giunse in seguito le mani e le portò verso la parte superiore del petto…, guardò il cielo…; poi staccando lentamente le mani e chinandosi verso di me, mi disse con voce tremante: "IO SONO L’IMMACOLATA CONCEZIONE".

Vi furono ancora altre due apparizioni ufficiali, il 7 di Aprile e il 16 Luglio. Cominciarono anche a verificarsi miracoli riconoscibili esternamente: quelli che la commissione ha riconosciuto ufficialmente sono più di settanta. Ma quanti miracoli nel miracolo ossia quante guarigioni spirituali ha trascinato con sé l’apparizione a Bernadette.

Nel 1866 Bernadette entrò nell'ordine delle suore della carità di Nevers, dove morì a trentacinque anni. Fu canonizzata nel 1933.
Ora Bernadette è in cielo e il Suo corpo riposa nell'urna della Chiesa a Nevers dove ella attese nel silenzio e nella preghiera, nell’offerta della sofferenza e nella pazienza il giorno dell' incontro perenne con la Bella Signora e con Suo Figlio Gesù.

Le apparizioni
tratto da http://medjugorje.altervista.org

PRIMA APPARIZIONE - 11 FEBBRAIO 1858. La prima volta che fui alla grotta era il giovedì 11 febbraio. Andavo a raccogliere la legna con due altre ragazzine. Quando fummo al mulino io domandai loro se volevano vedere dove l'acqua del canale andava a congiungersi col Gave. Esse mi risposero di sì. Di là noi seguimmo il canale e ci trovammo davanti a una grotta, non potendo andare più lontano. Le mie due compagne si misero in condizione di attraversare l'acqua che era davanti alla grotta. Esse attraversarono l'acqua. Si misero a piangere. Domandai loro perché piangessero. Mi dissero che l'acqua era fredda. Io le pregai di aiutarmi a gettare delle pietre nell'acqua per vedere se potessi passare senza scalzarmi. Mi dissero di fare come loro, se volevo. Io andai un po' più lontano a vedere se potevo passare senza scalzarmi ma non potei. Allora ritornai davanti alla grotta e mi misi a scalzarmi. Avevo appena tolto la prima calza che sentii un rumore come se ci fosse stato un colpo di vento. Allora voltai la testa dalla parte del prato (dal lato opposto alla grotta). Vidi che gli alberi non si muovevano. Allora ho continuato a scalzarmi. Sentii ancora lo stesso rumore. Appena alzai la testa guardando la grotta, scorsi una signora in bianco. Aveva un vestito bianco, un velo bianco e una cintura azzurra e una rosa su ogni piede, del colore della catenella del suo rosario. Allora fui un po' impressionata. Credevo di sbagliarmi. Mi strofinai gli occhi. Guardai ancora e vidi sempre la stessa signora. Misi la mano in tasca; vi trovai il mio rosario. Volevo fare il segno della croce. Non potei arrivare con la mano fino alla fronte. La mano mi cadeva. Allora lo sbigottimento s'impadronì più fortemente di me. La mia mano tremava. Tuttavia non fuggii. La signora prese il rosario che teneva tra le mani e fece il segno della croce. Allora provai una seconda volta a farlo e potei. Appena ebbi fatto il segno di croce scomparve il grande sbigottimento che provavo. Mi misi in ginocchio. Ho recitato il rosario in presenza di quella bella signora. La visione faceva scorrere i grani del suo, ma non muoveva le labbra. Quando ebbi finito il mio rosario, mi fece segno di avvicinarmi, ma non ho osato. Allora disparve all'improvviso. Mi misi a togliere l'altra calza per attraversare quel po' d'acqua che si trovava davanti alla grotta (per andare a raggiungere le mie compagne) e ci siamo ritirate. Cammin facendo ho domandato alle mie compagne se non avevano visto niente. - No - mi risposero. L'ho domandato loro ancora. Mi dissero che non avevano visto niente. Allora aggiunsero: - E tu hai visto qualcosa? Allora dissi loro: - Se non avete visto niente, neppure io. Credevo di essermi sbagliata. Ma ritornando, lungo la strada mi domandavano ciò che avevo visto. Ritornavano sempre su quello. Io non volevo dirlo loro, ma mi hanno talmente pregata che mi sono decisa a dirlo: ma a condizione che non ne parlassero a nessuno. Mi promisero di mantenere il segreto. Ma appena arrivate a casa, niente di più urgente che dire ciò che avevo visto. Ecco per la prima volta.

SECONDA APPARIZIONE - 14 FEBBRAIO 1858. La seconda volta era la domenica seguente. Ci ritornai perché mi sentivo spinta interiormente. Mia madre mi aveva proibito di andarci. Dopo la messa cantata, le altre due ragazzine e io fummo ancora a chiederlo a mia madre. Non voleva. Mi diceva che temeva che cadessi nell'acqua. Temeva che non sarei tornata per assistere ai vespri. Le promisi di sì. Mi diede allora il permesso di andare. Fui alla parrocchia a prendere una bottiglia d'acqua benedetta per gettarla alla visione quando fossi alla grotta, se la vedevo. Arrivate là, ciascuna prese il suo rosario e ci mettemmo in ginocchio per dirlo. Avevo appena detto la prima decina che scorsi la stessa signora. Allora mi misi a gettarle l'acqua benedetta dicendole, se veniva da parte di Dio di restare, se no di andarsene; e mi affrettavo sempre a gettargliene. Si mise a sorridere, a inchinarsi e più io annaffiavo, più sorrideva e piegava la testa e più la vedevo fare quei segni... e allora presa da timore mi affrettavo ad aspergerla e lo feci finché la bottiglia fu terminata. Quando ebbi finito di recitare il mio rosario, scomparve. Ecco per la seconda volta.

TERZA APPARIZIONE - 18 FEBBRAIO 1858. La terza volta, il giovedì seguente: vi furono alcune persone importanti che mi consigliarono di prendere della carta e dell'inchiostro e di domandarle, se aveva qualcosa da dirmi, di avere la bontà di metterlo per scritto. Ho detto le stesse parole alla signora. Si mise a sorridere e mi disse che ciò che aveva da dirmi non era necessario scriverlo, ma se volevo avere la compiacenza di andarci per quindici giorni. Le risposi di sì. Mi disse anche che non mi prometteva di farmi felice in questo mondo, ma nell'altro.

LA QUINDICINA - DAL 19 FEBBRAIO AL 4 MARZO 1858. Vi ritornai quindici giorni. La visione apparve tutti i giorni ad eccezione di un lunedì e di un venerdì. Un giorno mi disse che dovevo andare a bere alla fontana. Non vedendola, andai al Gave. Mi disse che non era là. Mi fece segno col dito mostrandomi la fontana. Ci andai. Non vidi che un po' d'acqua che assomigliava a del fango. Vi portai la mano; non potei prenderne. Mi misi a scavare; poi potei prenderne. Per tre volte l'ho gettata. Alla quarta volta potei. Mi fece anche mangiare un'erba che si trovava dove io fui a bere (una volta solamente). Poi la visione scomparve e io mi ritirai.

DAL SIGNOR CURATO - 2 MARZO 1858. Mi disse di andare a dire ai preti di far costruire là una cappella. Fui a trovare il signor curato per dirglielo. Mi guardò un momento e mi disse con un tono non molto gentile: - Che cosa è questa signora? Gli risposi che non lo sapevo. Poi m'incaricò di domandarle il suo nome. Il giorno dopo glielo chiesi. Ma ella non faceva che sorridere. Al ritorno fui dal signor curato e gli dissi che avevo fatto la commissione, ma che non avevo avuto altra risposta. Allora mi disse che si prendeva gioco di me e che farei bene a non più ritornarci; ma io non potevo impedirmi di andarci.

L'APPARIZIONE DEL 25 MARZO 1858. Ella mi ripeté più volte che dovevo dire ai preti che li si doveva fare una cappella e d'andare alla fontana per lavarmi e che dovevo pregare per la conversione dei peccatori. Nello spazio di questi quindici giorni mi diede tre segreti che mi proibì di dire. Sono stata fedele fino ad ora. Dopo i quindici giorni le ho domandato di nuovo chi fosse. Sorrideva sempre. Infine mi azzardai una quarta volta. Allora, tenendo le due braccia aperte, alzò gli occhi guardando il cielo, poi mi disse, giungendo le mani all'altezza del petto, che era l'Immacolata Concezione. Sono le ultime parole che mi ha rivolto. Aveva gli occhi azzurri...

«DAL SIGNOR COMMISSARIO... » La prima domenica della quindicina, appena uscii dalla chiesa, una guardia mi prese per il cappuccio e mi ordinò di seguirla. La seguii e cammin facendo mi disse che stavano per buttarmi in prigione. Ascoltavo in silenzio e arrivammo così dal commissario di polizia. Mi fece passare in una camera dove era solo. Mi diede una sedia e mi sedetti. Prese poi della carta e mi disse di raccontargli ciò che era avvenuto alla grotta. Lo feci. Dopo aver messo alcune righe come io gliele avevo dettate, metteva altre cose che mi erano estranee. Poi mi disse che mi avrebbe fatto la lettura per vedere se si era sbagliato. E ciò che fece; ma aveva appena letto alcune righe che c'erano degli errori. Allora replicai: - Signore, non vi ho detto ciò! Allora andò in collera assicurando di si; e io ripetevo sempre di no. Queste discussioni durarono per alcuni minuti e quando vide che io persistevo a dirgli che si era sbagliato, che io non gli avevo detto ciò, andava un po' più lontano e ricominciava a leggere ciò di cui io non avevo mai parlato; e io a sostenere che non era così. Era sempre la stessa ripetizione. Sono restata là un'ora o un'ora mezzo. Di tanto in tanto sentivo delle pedate vicino alle porte e alle finestre e delle voci d'uomini che gridavano: - Se non la lasciate uscire, sfondiamo la porta. Quando venne il momento di andarmene, il commissario m'accompagnò, aprì la porta e là vidi mio padre che mi aspettava con impazienza e una folla di altra gente che mi aveva seguito dalla chiesa. Ecco per la prima volta che io fui obbligata a comparire davanti a questi signori.

« DAL SIGNOR PROCURATORE... » La seconda volta, dal signor Procuratore Imperiale. Nella stessa settimana, egli mandò lo stesso agente facendomi dire di trovarmi alle sei dal Procuratore Imperiale. Mi recai con mia madre; mi domandò cos'era avvenuto alla grotta. Gli raccontai tutto e lo mise per scritto. Poi me ne fece la lettura come aveva fatto il commissario di polizia, aveva messo cioè certe cose che non gli avevo detto. Allora gli dissi: - Signore, non vi ho detto ciò! Sostenne di si; e per tutta risposta gli dissi di no. Infine, dopo aver abbastanza combattuto mi disse che si era sbagliato. Poi continuò la lettura; e faceva sempre nuovi errori dicendomi che aveva le carte del commissario e che non era la stessa cosa. Gli dicevo che gli avevo (ben) raccontato la stessa cosa e che se il commissario si era sbagliato tanto peggio per lui! Allora disse a sua moglie di mandare a cercare il commissario e una guardia per andare a farmi dormire in prigione. La mia povera mamma piangeva da un po' e mi guardava di tanto in tanto. Quando sentì che bisognava dormire in prigione le sue lacrime caddero con più abbondanza. Ma io la consolavo dicendole: - Siete ben buona a piangere perché andiamo in prigione! Non abbiamo fatto alcun torto a nessuno. Allora ci offrì delle sedie, al momento di partire, per attendere la risposta. Mia madre ne prese una perché era tutta tremante da quando eravamo là in piedi. Per me ringraziai il signor Procuratore é mi sedetti per terra come i sarti. C'erano degli uomini che guardavano da quella parte e quando videro che non uscivamo mai, si misero a battere alla porta, a pedate, benché ci fosse la guardia: non ne era il padrone. Il Procuratore usciva di tanto in tanto alla finestra per dir loro di fare piano. Gli si rispose di farci uscire, altrimenti non si finirebbe! Allora si decise a rimandarci e ci disse che il commissario non aveva tempo e che la cosa era rimandata a domani.

PAROLE RIVOLTE DALLA VERGINE A BERNARDETTA SOUBIROUS. Le altre parole che si aggiungono talvolta non sono autentiche. Il 18 febbraio. Bernardetta tende penna e carta alla signora dicendole: «Vorreste avere la bontà di mettere il vostro nome per scritto? ». Ella risponde: «Non è necessario» - «Volete avere la cortesia di venire qui per quindici giorni?» - «Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell'altro». Il 21 febbraio: «Pregherete Dio per i peccatori». Il 23 o 24 febbraio: «Penitenza, penitenza, penitenza». Il 25 febbraio: «Andate a bere alla fontana e a lavarvi» - «Andate a mangiare di quell'erba che è là» - «Andate a baciare la terra come penitenza per i peccatori». 11 2 marzo: «Andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella» - «Che vi si venga in processione». Durante la quindicina, la Vergine insegnò una preghiera a Bernardetta e le disse tre cose che riguardavano solo lei, poi aggiunse con un tono severo: «Vi proibisco di dire ciò a chiunque». Il 25 marzo: “Io sono l'Immacolata Concezione”.

LE APPARIZIONI RACCONTATE DA ESTRADE.
Al tempo delle apparizioni, mi trovavo a Lourdes come impiegato nell'amministrazione delle imposte indirette. Le prime notizie venute dalla grotta mi lasciarono completamente indifferente; le ritenevo frottole e sdegnavo di occuparmene. Tuttavia l'emozione popolare aumentava di giorno in giorno e, per così dire, d'ora in ora; gli abitanti di Lourdes, le donne soprattutto, si portavano in folla alle rocce di Massabielle e raccontavano in seguito le loro impressioni con un entusiasmo che sembrava delirio. La fede spontanea e l'entusiasmo di queste buone persone non m'ispiravano che pietà e me ne burlavo, le schernivo e senza studio, senza indagine,senza la minima inchiesta, continuai ad agire così fino al giorno della settima apparizione. Quel giorno, oh ricordo indimenticabile della mia vita! la Vergine Immacolata, con segrete abilita nelle quali riconosco oggi le attenzioni della sua ineffabile tenerezza, m'attirò fino a lei prendendomi la mano e come una madre ansiosa che rimette nella via il suo fanciullo sviato mi condusse alla grotta. Là io vidi Bernardetta nello splendore e nelle gioie dell'estasi!... Era una scena celeste, indescrivibile, ineffabile... Vinto, abbattuto dall’evidenza, io piegai le ginocchia e feci salire verso la Signora misteriosa e celeste, della quale sentivo la presenza, il primo omaggio della mia fede. In un batter d'occhio tutte le mie prevenzioni erano svanite; non solamente non dubitavo più, ma da quel momento un impulso segreto m'attirava invincibilmente alla Grotta. Giunto alla roccia benedetta, mi univo alla folla e come lei manifestavo le mie ammirazioni e convinzioni. Quando i doveri di lavoro mi obbligavano a lasciare Lourdes, ciò accadeva di tanto in tanto, mia sorella - una sorella amatissima che viveva con me e che seguiva da parte sua tutti gli avvenimenti di Massabielle - mi raccontava alla sera, dopo il mio ritorno, ciò che aveva visto e sentito durante il giorno e noi ci scambiavamo tutte le nostre osservazioni. Le scrivevo secondo la loro data per non dimenticarle e accadde così che alla fine della quindicesima visita, promessa da Bernardetta alla Signora della Grotta, avevamo un piccolo tesoro di annotazioni, informi senza dubbio, ma autentiche e sicure, alle quali davamo molta importanza. Queste constatazioni fatte da noi stessi non davano tuttavia la conoscenza perfetta dei fatti meravigliosi di Massabielle. A eccezione del racconto della veggente, che avevo appreso dal commissario di polizia, del quale parleremo più tardi, non sapevo quasi nulla delle prime sei apparizioni e siccome le mie note restavano incomplete, me ne preoccupavo molto. Una circostanza inaspettata venne a calmare le mie ansietà e a servirmi nel miglior modo augurabile. Bernardetta, dopo le estasi, veniva sovente da mia sorella; era una nostra piccola amica, una della famiglia e io avevo il piacere di interrogarla. Noi le domandavamo tutti i ragguagli più precisi, più minuziosi, e questa cara fanciulla ci raccontava tutto con quella naturalezza e semplicità, che era sua caratteristica. E così che io ho raccolto, fra mille altre cose, i dettagli commoventi dei suoi primi incontri con la Regina del cielo. La storia speciale delle visioni, quale è esposta nel mio libro, non è dunque in realtà, salvo forse poche particolarità, che il racconto delle dichiarazioni di Bernardetta e la narrazione fedelissima di quanto mia sorella e io avevamo notato personalmente. Senza dubbio, in avvenimenti così importanti, vi sono cose che sfuggono fatalmente all'azione diretta dell'osservatore più attento. Non si può osservare tutto, né capire tutto, e lo storico è obbligato a ricorrere a informazioni prese a prestito. Ho interrogato intorno a me, mi sono abbandonato a una inchiesta profonda per separare la zizzania dal buon grano e per non inserire nulla nel mio racconto che non fosse conforme a verità. Ma, dopo un attento vaglio, io non ho accettato, in complesso, che le informazioni del mio principale testimonio, Bernardetta, quelle di mia sorella e le mie. Per tutto il periodo nel quale durarono le apparizioni, la città di Lourdes fu sempre nella gioia e nella espansione del suo fervore religioso. Poi tutto a un tratto l'orizzonte si oscurò, una specie d'angoscia strinse tutti i cuori; si sentiva avvicinarsi la bufera. E infatti, in capo a qualche giorno, questo temporale scoppiò. Gli alti dignitari del potere e le potenze dell'inferno parvero allearsi e coalizzarsi per allontanare la Vergine dalla sua umile e rustica dimora sulle sponde del Gave. La Grotta fu chiusa. Per quattro lunghi mesi, fui testimone rattristato del sequestro operato sul luogo dei prodigi. Il popolo di Lourdes era costernato. Alla fine la tempesta passò; nonostante le minacce, le proibizioni e i processi, le barriere furono tolte e la Regina del cielo riprese possesso del modesto trono che si era scelto. Oggi come allora, e più che mai, è là che riceve, trionfante e benedetta, gli omaggi più cordiali delle moltitudini che accorrono a lei da tutte le parti del mondo. Do più avanti, nel corso delle mie narrazioni, i dettagli delle contestazioni e delle misure d'ostruzione dirette contro l'opera della Grotta. Cito il nome dei funzionari dello Stato che concepirono e sostennero questa infelice impresa. Questi funzionari, che io ho conosciuto quasi tutti, non erano ostili alle idee religiose. Essi si ingannarono, ne convengo, ma a mio avviso, in buona fede e senza credere di fare ingiuria alla Madre del Salvatore. Parlo dei loro atti con libertà; mi arresto davanti alle loro intenzioni le quali non sono state conosciute che da Dio. Quanto ai raggiri diabolici, li espongo semplicemente. Giudicarli è compito dei teologi. Notando gli avvenimenti d'ogni sorta che si svolgevano sotto la roccia di Massabielle, non miravo ad altro scopo che quello di prendermi una soddisfazione personale e durevole: volevo avere sotto mano un memoriale intimo, un repertorio che richiamasse a me stesso le dolci emozioni che avevano rapito e soggiogato il mio spirito alla Grotta. Mai avevo immaginato di pubblicarne una benché minima parte. Per quali considerazioni, o meglio sotto quali influssi mi sono ridotto a cambiare parere? Ci tengo che il lettore lo sappia. Dal 1860, anno in cui avevo lasciato Lourdes, quasi ogni anno, al tempo delle vacanze, andavo alla Grotta per pregare la santa Madonna e anche per ravvivare i felici ricordi dei tempi trascorsi. In tutti gli incontri che avevo col rev. P. Sempé, il buon superiore dei missionari mi spingeva a coordinare il mio lavoro sulle apparizioni e a stamparlo. Le insistenze del santo religioso mi turbavano, perché il P. Sempé era l'uomo della Provvidenza e io restavo sempre colpito dalla saggezza delle sue parole e delle sue opere, visibilmente contrassegnate dallo spirito di Dio. Nell'interno della casa di Massabielle, che egli governava come superiore, ogni cosa mostrava la cordialità, l'armonia, lo zelo ardente per la salvezza delle anime. La regola vi era osservata più per l'ascendente e l'esempio delle grandi virtù del maestro che per la sua pressione. All'esterno tutto risplendeva delle invenzioni escogitate dalla sua iniziativa. La magnificenza con cui ha decorato la roccia di Massabielle basterebbe da sola a rendere illustre un uomo la cui ambizione si limitasse alle glorie della terra. Il segreto magico del P. Sempé per fare riuscire i suoi progetti e proteggere le sue imprese era il rosario. La corona di Maria non lasciava mai le sue dita e quando nelle pie riunioni ne recitava le dolci invocazioni, trasportava le anime verso le regioni superiori. Tutto per Dio: questo il programma della sua vita, inteso sulle sue labbra nel momento stesso della sua morte.Accanto al rev. P. Sempé, nella casa di Massabielle, viveva un uomo dai modi squisiti, dalla scienza consumata, semplice e modesto come l'ultimo dei religiosi. La sua fisionomia aperta, la sua amabilità, il fascino della sua conversazione ispiravano a tutti simpatia e rispetto. Questo uomo, un laico, non era se non il sapiente dottore barone di San-Maclou. Indignato per la malizia dei giornali empi e settari di fronte ai miracoli operati dalla potenza della Vergine, venne alla Grotta per diventarne l'apologista. Facendo appello al concorso e alla lealtà dei suoi colleghi nell'arte medica, li invitò senza distinzione di opinione o di fede a studiare con lui i prodigi che accadevano alle piscine di Massabielle. Questo appello fu accolto e l'ufficio delle constatazioni, creato a quell'epoca e con questo scopo, ha preso a poco q poco lo sviluppo e l'importanza di una clinica rinomata. E là che ogni anno nel periodo dei pellegrinaggi si vedono specialisti di ogni genere di malattie, celebrità appartenenti a sètte dissidenti, scettici irriducibili, inchinare la loro intelligenza, abiurare i loro errori e ritornare alle loro antiche convinzioni religiose di fronte ai prodigi che si verificano sotto i loro occhi. Se vi è parso che sia uscito dal tema, segnalando qui le virtù e le fatiche del rev. P. Sempé e del barone di San-Maclou, perdonatemi: ho voluto far conoscere la devozione e la stima che ho verso queste figure eminenti e il giusto influsso che esercitarono sulle mie determinazioni. Tuttavia ho resistito sempre alle loro insistenze. Il nobile dottore, per l'insistenza del reverendo Padre superiore della Grotta, mi spronava a pubblicare i miei ricordi sulle apparizioni di Massabielle. Ero come alla tortura, mi spiaceva disgustarlo, ma alla fine gli rispondevo invariabilmente, come al P. Sempé, che mi sentivo incapace di elevarmi all'altezza del soggetto. Infine un 'autorità morale, che è considerata di primo ordine nell'episcopato francese e alla quale credetti mio dovere ubbidire, dissipò tutti i miei scrupoli ed ebbe ragione delle mie riluttanze. Nel 1888, durante una delle visite annuali a Lourdes, il rev. P. Sempé mi presentò a mons. Langénieux, arcivescovo di Reims, che in quel momento si trovava presso i Padri, nella residenza dei Vescovi. L'illustre prelato mi accolse con molta benevolenza e mi fece anche l'onore grandissimo di invitarmi a pranzo. A mensa c’erano l'arcivescovo e il suo segretario, il rev. P. Sempé e io. Subito all'inizio della conversazione, l'arcivescovo volgendosi a me disse: - Pare che voi siate uno dei testimoni delle apparizioni della Grotta. - Sì, Monsignore; sebbene indegno, la Vergine volle accordarmi questa grazia. - Alla fine del pranzo vi pregherei di dirci le impressioni che vi sono rimaste di queste grandi e belle cose. - Volentieri, Monsignore. Quando venne il momento, raccontai le scene che mi avevano maggiormente impressionato. L 'arcivescovo riprese: - I fatti che ci avete narrati sono davvero ammirabili, - ma non bastano le parole; noi vogliamo che le vostre relazioni siano stampate e che siano edite sotto il vostro nome col titolo di testimone. - Monsignore, permettetemi di farvi osservare umilmente che, accondiscendendo al vostro desiderio, temo di scolorire l'opera della Vergine e di intiepidire la fede dei pellegrini. - Sarebbe a dire? - Per il fatto che sono poco abile a scrivere e, per rispondere ai desideri che vi degnate esprimermi, mi occorrerebbe la competenza di un letterato celebre. - Noi non vi chiediamo già di scrivere da letterato, ma da galantuomo, questo è sufficiente. Davanti alle insistenze dolci e autorevoli di Mons. Langénieux, incoraggiato da segni d'approvazione del Rev. P. Sempé, dovetti arrendermi e promettere di eseguire. Sebbene mi costi e malgrado la mia insufficienza lo faccio. E ora, o buona Vergine della Grotta, depongo la mia penna ai vostri piedi, felicissimo d aver potuto balbettare le vostre lodi e raccontare le vostre misericordie. Offrendovi il frutto del mio umile lavoro, vi rinnovo le mie più ferventi preghiere, particolarmente quella che vi ho rivolta raccontando in questo stesso libro la settima delle vostre apparizioni, di cui fui il felice testimonio: «Oh Madre! i miei capelli sono diventati bianchi, e io sono vicino alla tomba. Non oso fermare lo sguardo sulle mie colpe e più che mai ho bisogno di rifugiarmi sotto il manto delle vostre misericordie Quando, nell'ultima ora della mia vita, comparirò davanti al vostro Figlio, nella sua maestà, degnatevi di farvi mia protettrice e di ricordarvi che mi avete visto nei giorni delle vostre apparizioni inginocchiato e credente sotto la sacra volta della vostra Grotta di Lourdes». J. B. Estrade

Perché proprio a Lourdes
Notizie tratte dal libro “Ipotesi su Maria”
di Vittorio Messori

Fra i tanti paesini della Francia in cui avrebbe potuto apparire in quegli anni di sconvolgimenti rivoluzionari e di anticlericalismo massonico, la S. Vergine scelse proprio una piccola città delle Contea di Bigorre. Abbiamo scritto altrove nel sito che anche i luoghi delle apparizioni hanno un significato nel disegno di salvezza che Dio propone agli uomini e le apparizioni di Lourdes ce ne forniscono una prova lampante.

Andiamo molti anni addietro, al secolo X, quando regnava sul territorio che ora chiamiamo Francia il cristianissimo Carlo Magno, re dei Franchi e dei Longobardi, il quale non riusciva ad avere ragione sui mussulmani che assediavano la fortezza-castello di quella che oggi chiamiamo Lourdes e che allora era donominata “Mirambel”. Nel suo seguito vi era anche il Vescovo di Le Puy-en-Velay, luogo molto famoso all’epoca per un Santuario dedicato alla S. Vergine, che si recò dal capo saraceno dicendogli: “Poiché non vuoi cedere davanti ad alcun uomo, cedi ad una Signora: la Madre di Dio venerata a Puy.”

Il mussulmano accettò il patto e insieme agli altri capi saraceni si recò al Santuario di Le Puy portando sull’altare della Madonna fascetti d’erba e di fiori recisi dal terreno sotto la fortezza. Si fece poi battezzare con il nome di Lordus, che, mutato in Lourdes, sarebbe diventato la denominazione della città.

Tutti i documenti attestano che, dopo ciò, chiunque prese dominio del castello continuò ad offrire questo tributo alla S. Vergine del Santuario di Le Puy.

Qualche secolo dopo, nell’anno 1062, venne in possesso del castello, con tutti i suoi possedimenti, il conte Bernardo I, il quale fece atto spontaneo e volontario di sottomissione e vassallaggio alla S. Vergine, facendoLe donazione di tutti i suoi beni e nominandola Signora e Contessa dell’intera Contea di Bigorre. Inoltre stabilì di concedere al Capitolo di Le Puy una rendita annua di sessanta scudi da deporre sull’altare della S. Vergine e obbligò se stesso e suoi discendenti a rispettare i diritti di vassallaggio, lanciando anche un anatema contro di essi se non l’avessero riconosciuta come feudataria.

Nel 1303 la Contea passò sotto la proprietà dei Re di Francia, che continuarono a pagare il tributo stabilito, mentre ogni anno il giorno 25 marzo, festa dell’Annunciazione, tutta la popolazione di Lourdes si recava in pellegrinaggio al lontano Santuario di Le Puy per portare alla Madonna il proprio omaggio di erba e fiori.

Il tutto si interruppe durante i lunghi anni della Rivoluzione francese: nel 1794 l’immagine della Madonna di Le Puy, venerata dalla popolazione da immemore tempo come Nostra Signora di Lourdes, venne portata in giro su un carro di letame e poi bruciata nel luogo dove impiccavano i condannati. Il Santuario fu saccheggiato, la diocesi fu soppressa, il clero perseguitato.

Con la Restaurazione, salito al trono nel 1827 Carlo X di Borbone, sembrò esserci una ripresa delle antiche venerazioni e il 15 agosto dell’anno 1829 fu l’ultimo in cui la popolazione si recò a portare i suoi tributi alla S. Vergine.

L’anno successivo, salì sul trono di Francia il “re borghese” Luigi Filippo e di nuovo la Francia, e Lourdes con Lei, ripiombò nel precedente clima rivoluzionario e anticlericale.

Per le leggi feudali gli obblighi dei vassalli si estinguevano dopo trent’anni di mancati pagamenti censuari e il feudatario, se non li avesse rivendicati con le buone o con le cattive, non poteva più esigere i suoi diritti.

Nel 1858, un anno prima della scadenza dei trent’anni, dopo i quali avrebbe perso i diritti di Signora di Lourdes perché caduti in prescrizione, la S. Vergine comparve alla piccola Bernadette.



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sabato 8 febbraio 2014

Il Movimento Neocatecumenale

 

 


Esposizione e giudizio del Servo di Dio Mons. P. C. Landucci*

(* 1900-1986, sacerdote e teologo, autore di decine di libri tra cui "Prima che Abramo fosse, Io sono", è stato consultore per la Congregazione dei seminari e socio ordinario della Pontificia Accademia Teologica Romana. Dal 2002 è in corso il processo di canonizzazione per innalzarlo agli onori degli altari).

L’opinione approssimata che, per sentito dire, avevo di questo movimento era parzialmente favorevole, ritenendo che si trattasse di gruppi beneficamente attivi e volenterosi, anche se un po' troppo autonomi e un po' fissati su alcune loro originalità liturgiche.

Ma l'accurata analisi che ho potuto ora compiere mi ha purtroppo svelato un quadro ben diverso e gravissimo. Ho potuto studiare attentamente il volume di quasi 400 pagine che contiene gli "orientamenti" per i catechisti del movimento, tratti "dai nastri degli incontri avuti da Kiko e Carmen per orientare i catechisti di Madrid nel febbraio 1972". Storia, finalità, dottrina e prassi sono qui condensati nel modo più autentico. Tutte le citazioni tra virgolette le ho riportate accuratamente da qui, pur non indicando il numero di pagina, trattandosi di affermazioni spesso ripetute e non essendo il libro (dattiloscritto e ciclostilato) normalmente reperibile.

Si tratta infatti di un testo riservato ai catechisti, i quali non lo cedono a nessun altro. Io ho potuto averlo e fotocopiarlo solo con uno stratagemma. Va quindi subito notata questa qualità negativa del movimento: il segreto, l’esoterismo. Ripetutamente è scritto: "Non dite nulla di tutte queste cose". "Ciò che dirò non è perché lo diciate alla gente, ma perché voi l'abbiate come fondo, come base".

Ma sono proprio questo "fondo", questa "base" che risultano inammissibili. Quindi e i neo-catechizzandi e i superiori ecclesiastici (verso i quali i catecumenali ostentano tanto ossequio) non essendo illuminati su tale "fondo" sono ingannati. E si tratta, come mostrerò, di gravi deviazioni dottrinali e pratiche.

Nel quadro dolorosamente statico di certe parrocchie i gruppi catecumenali, con le loro attività settimanali (riunioni bibliche, preparate da alcuni membri, a turno, e lunga riunione eucaristica), con gli scambi di esperienze e l'accentuazione comunitaria delle riunioni di "convivenza" mensili, con il programmatico allenamento alla sopportazione del prossimo e al distacco dai beni, con la confessata prospettiva di essere solo in "cammino" di "conversione" da proseguire nel "pre-Catecumenato" e nel "Catecumenato" (cammino di sette anni), tali gruppi, dico, danno la buona impressione di impegno e fervore.

Ma, in realtà, è fervore o fanatismo? È frutto di grazia o di plagio? Kiko mette le mani avanti: "Non si tratta - dice - di plagiare nessuno", in quanto non viene compiuto alcun "lavaggio del cervello attraverso ragionamenti". Ma tale "lavaggio" e il "plagio" derivano invece proprio dalla mancanza di chiari ragionamenti e dal fuoco di fila di affermazioni drastiche, suggestionanti, di tono carismatico.

A parte le ovvie differenze di contenuto, è con tali analoghi mezzi suggestivi e con la radicale imposizione di una forte autorità di guida che si è avuto in America il plagio di masse, aggiogate ad avveniristici movimenti pseudoreligiosi e sociali, fino all'ultimo di Jim Jones (il "Tempio del popolo"), finito con il tragico eccidio della Guyana del 18 novembre 1978. Sono, senza dubbio, situazioni disparatissime. Ma il metodo suggestivo è quello.

Ecco Kiko: "Il cristianesimo tradizionale, come battezzati... prima Comunione... Messa domenicale... non ammazzare, non rubare... non aveva niente di cristianesimo, era uno schifo... eravamo precristiani... senza aver ricevuto uno Spirito nuovo avuto dal cielo... Ora Dio ci ha convocati per iniziare un Catecumenato, verso la rinascita"; "anche se pochi stiamo segnando una pietra miliare... facendo presente che il regno di Dio è arrivato sulla terra"; per il "rinnovamento del Concilio" ci voleva la "scoperta" del "Catecumenato"; "Abramo è la figura del Catecumenato"; "vi parlo in nome della Chiesa, in nome dei Vescovi... i catechisti catecumenali hanno un carisma confermato dai Vescovi"; "sono Giovanni Battista in mezzo a voi: "Convertitevi, perché il regno di Dio è molto vicino a voi"; "io sto dando la vita a voi, attraverso la parola di Dio depositata in me... la spiegazione della parola la dò io"; "come Mosè nel deserto siamo il vostro aiuto"; "che Gesù è risuscitato è testimoniato dagli Apostoli: ed io pure lo testimonio... garantendolo con la mia vita"; "come Abramo camminò... voi dovete camminare, secondo la parola che vi abbiamo promesso"; "noi vi consegneremo lo Spirito Santo"; "sarete convocati in assemblea dallo Spirito Santo..., vi parlerà Dio"; "tutti voi siete stati segnalati a dito da Dio"; "nessuna comunità fondata da noi è fallita ...: vi assicuro che qui c'è Dio" .

La carica suggestiva e fanatica è continuamente rafforzata dalla radicalità ed esagerazione delle affermazioni e dai richiami integralisti ed acritici alla Bibbia.Per esempio, la "partecipazione" (soprannaturale) della natura divina è affermata come un divenire "Dio stesso", un "avere la natura divina"; il "risorgere con Cristo" vien fatto corrispondere ad avere "lo stesso sangue redentore di Gesù Cristo", divenire anche noi "Spirito vivificante", con il compito di ripetere e "manifestare ad ogni generazione ciò che è avvenuto una volta sul Calvario, lasciandoci uccidere"; l'influsso deleterio del peccato personale nella comunità è affermato come un "distruggere la comunità, la chiesa"; quando nel pre-Catecumenato "si dirà di vendere i beni, si dovranno vendere tutti... non potendo altrimenti entrare nel Regno e neanche nel Catecumenato"; il nostro cristianesimo, prima della nostra conversione catecumenale, fa "schifo", ecc. Tutto ciò, anziché allontanare, accentua il plagio e il fanatismo di chi si è lasciato prendere, tanto più nella prospettiva del promesso lungo (sette anni) cammino formativo.

Ma ben più gravi appaiono le deficienze e la dannosità di questo movimento se da queste modalità si passa ai contenuti. Non c'è alcuna posizione dottrinale o pratica cattolica che non sia gravemente deformata. Il tutto presentato con impressionante grossolanità e confusione teologica e biblica, congiunte all'ostentato atteggiamento di acuta riscoperta e di suggestionanti prospettive di personale, elitario impegno e sacrificio.

La "riscoperta" dei primitivi e autentici valori cristiani viene presentata su un piano fideistico, carismatico, di fede "esistenzialmente" vissuta. Cordiale disprezzo delle assunzioni "filosofiche" della Chiesa e di quello che viene chiamato il "giuridicismo" della speculazione "teologica", organizzata nei vari trattati: "Avevano messo in scatola lo Spirito Santo, lo avevano imbottigliato e messo in trattati che potevamo dominare, in cui avevamo tutti i più puri gioielli della conoscenza di Dio: de Deo uno et trino, de Deo creante, ecc. e senza rendercene conto avevamo impoverito la visione di Dio". Particolarmente deprecabile "l’immobilismo quasi totale determinato dal Concilio di Trento", che sarebbe stato finalmente superato dal "Vaticano II".

Similmente tutta la struttura, prassi, liturgia ecclesiastica sarebbero caduti, dopo la pace di Costantino e l'irruzione nella Chiesa delle grandi masse, in un "giuridicismo", di puri riti e impetrazioni di favori celesti, comuni ad ogni povera "religiosità naturale" perdendo la autentica vitalità di fede della "Chiesa primitiva", che finalmente, dopo il Vaticano II, viene ora "riscoperta" e ricuperata, proprio mediante il movimento catecumenale.

Il fatto che oggi "le nazioni escono dalla Chiesa" costituirebbe, a tale riguardo, un vantaggio, neutralizzando l'effetto di quella irruzione delle masse e riportandoci all'epoca precostantiniana. "Così il cristianesimo potrà brillare con tutta la sua purezza e freschezza. Così potremo riaccostarci alla Chiesa primitiva".

Un crocione su secoli e secoli di vita della Chiesa, con presuntuosa noncuranza, se non altro, di tanti santi che li hanno costellati.

Si tratta dunque di un movimento non di massa, ma di élite. Esso però intende tutt'altro che restare chiuso in se stesso. Dicono bensì: "Noi non conquistiamo nessuno, non predichiamo un cristianesimo proselitista". Ma, di fatto, premono per moltiplicare nelle parrocchie i loro gruppi (che non devono superare alcune decine di membri). Intendono anche costituire l'unico vero modo per la "salvezza del mondo".

Qui tocchiamo una prospettiva fondamentale del movimento, strettamente collegata a una nebulosa e inammissibile nozione di "salvezza", continuamente e confusamente ripetuta.La salvezza consisterebbe nell’annuncio e nella accettazione, per fede, della "buona notizia", cioè dell’"evento" salvifico che è la risurrezione di Gesù, quale definitiva "vittoria sulla morte" e segno quindi dell'avvenuto, amoroso, "perdono" di Dio. I catecumenali comunicano tale "buona notizia" e manifestano tale "segno" con l'accettazione dell’"evento" e il suo rinnovamento personale della "vittoria sulla morte". Questa avverrà, come fu per Gesù, "passando attraverso la morte", cioè "facendoci uccidere" per "amore" paziente degli altri, rispondendo con la "non violenza" alla loro opposizione, "finendo sulla croce dei difetti altrui che ci distruggono".

Con tale testimonianza salvano il mondo: "I Catecumeni sono custodi della Parola che è lo sperma dello Spirito, sono la presenza di Dio nel mondo, sono la Chiesa: una comunità di fratelli. Questo è un mistero impressionante: un gruppo di uomini sono deificati e formano il Corpo di Gesù Cristo risorto, il Figlio di Dio. Se questo si dà in un luogo, lì si dà la vittoria sulla morte. Questo è un annuncio costante della Buona Notizia che ormai la Vita Eterna è arrivata, che il Regno di Dio è vicino. E questo salva il mondo".

Siamo davanti ad affermazioni roboanti che, pur con qualche addentellato di verità, sono solo atte a suggestionare e plagiare, oltre che a nascondere la reale loro gratuità e incoerenza. Appare subito evidente che tra il Calvario di Gesù e quello che a noi può procurare il prossimo c'è una bella differenza; che Gesù non ha vinto la morte solo col sopportarla, ma fisicamente risorgendo; e che l'edificante solidarietà e altruismo di un gruppo, oltre che potere influire solo su una ristretta cerchia, non sono certo sufficienti per la universale diffusione della fede e della salvezza.

Ma, a parte ciò, il gravissimo equivoco riguarda la nozione fondamentale di salvezza. È vero che, nel quadro di tanta confusione teologica, si registrano anche, al riguardo, alcune affermazioni corrette. Ma esse sono contraddette da altre innumerevoli, che riducono quelle pochissime esatte a vani rattoppi e artificiosi alibi, difensivi contro il timore di condannare. Inutilmente, per esempio, si afferma, incidentalmente, che bisogna anche "dare i segni della fede. Noi non siamo protestanti. La fede senza le opere è morta".

Prima di tutto le opere non sono richieste solo come segno, ma come doverosa conformità alla legge morale, secondo il divino volere. Poi e soprattutto tale affermazione è dissolta dalle innumerevoli ripetizioni della concezione nettamente luterana al riguardo. Nessuno sforzo ascetico, con il sostegno della grazia; la salvezza solo mediante la fede: "L'uomo, separatosi da Dio, è rimasto radicalmente impotente a fare il bene, schiavo del maligno"; "L’uomo non si salva per mezzo di pratiche"; "per un cristiano alla S. Luigi - col suo: prima morire che peccare - è fondamentale essere in grazia di Dio, non perdere questa grazia, perseverare.

La grazia è un qualcosa che non si sa bene cosa sia, che si ha dentro, con cui bisogna morire... Ma poi ho capito che vivere in grazia è vivere nella gratuità di Dio che ti sta perdonando con il suo amore"; "Dio perdona i nostri peccati e il suo Spirito Santo ci fa santi figli di Dio. E questo gratuitamente a chiunque crede che Gesù è l'inviato del Padre come suo Salvatore"; "il cristianesimo non è un appello alla coscienza e all'onestà... ma l'invito ad accogliere l'annuncio del perdono gratuito di tutti i nostri peccati"; "il cristianesimo non è un moralismo.

"Gesù Cristo non è affatto un ideale, un modello di vita, non è venuto a darci l'esempio"; "i sacramenti non costituiscono un aiuto a tal fine"; "lo Spirito vivificante è ben lontano dallo spingere al perfezionismo, alle buone opere, alla fedeltà al Cristo morto"; "il cristianesimo non esige nulla da nessuno, regala tutto"; "al più peccatore, al più vizioso si regala una vita eterna". "Dio è amore al nemico ... ; se abbiamo fatto cose orribili, Dio ci ama, ci perdona... non si esige da te nulla"; la Parola di salvezza non chiede come la legge "uno sforzo in più, uno sforzo intimo, che ce la si metta tutta".

Ancor più grave e al di là della stessa concezione luterana è la negazione di ogni colleganza ontologica, soprannaturale, meritoria tra la salvezza e la immolazione di Gesù. Crolla la nozione fondamentale di redenzione, di riscatto: un cardine della fede. Con la risurrezione, dopo la morte, Gesù avrebbe solo notificato agli uomini che l'hanno ucciso la sua volontà di perdono. Con crassa ignoranza si osa affermare che "con il rinnovamento teologico del Concilio non si è parlato più di dogma della Redenzione, ma di mistero di Pasqua di Gesù", come se questa contraddicesse a quella. E con insistenza, sottolineata perfino da grossolana ironia: "Le idee sacrificali sono entrato nell'Eucaristia per condiscendenza suggerita dal momento storico alla mentalità pagana"; "al posto del Dio giustiziere delle religioni che appena ti muovi ti dà una bastonata in testa, scopriamo il Dio di Gesù Cristo"; "forse che Dio ha bisogno del sangue del suo Figlio per placarsi? Ma che razza di Dio abbiamo fatto? Siamo arrivati a pensare che Dio placava la sua ira nel sacrificio di suo Figlio alla maniera degli dei pagani".

Come ho detto, tutte le verità teologiche fondamentali sono deformate gravemente; e naturalmente anche i sacramenti. Mi limiterò a qualche rilievo su questi, in particolare sulla Confessione e l'Eucaristia.L’atteggiamento di fondo, in sé lodevolissimo, di voler fare sul serio è continuamente avvelenato dall'incomprensione e dal superficiale e presuntuoso disprezzo per tutto ciò che si è insegnato e fatto finora. Ecco come è trattata, per esempio, dalla Carmen, la classica e profonda distinzione tra attrizione e contrizione: "Si cominciò a dar valore alla contrizione. Fa quasi ridere pensare che è necessaria la sola attrizione se ti vai a confessare e la contrizione se non ti confessi". Ignoranza che irride!

Per la confessione non manca l'affermazione, di facciata, di obbedienza ecclesiale: "Manteniamo la confessione individuale perché si deve conservare e inoltre perché ha il suo valore". Probabilmente ci sarà stato anche al riguardo qualche esplicito richiamo della autorità. Ma è una prassi evidentemente sopportata. Ed è in antitesi comunque a tutto il contestuale insegnamento. La nozione di peccato come violazione della legge morale e ribellione alla volontà divina è rifiutata, essendo "concezione legalistica del peccato, come mancanza a una serie di precetti".

Si irride al presunto automatismo delle assegnate "espiazioni" (penitenze) per il "perdono", dimenticando il loro giusto aspetto di riparazione (che esige, certo, l'antecedente pentimento, assolutamente essenziale). Svalutato il pentimento: "La conversione non è pentirsi del passato, ma mettersi in cammino verso il futuro": come se la conversione possa guardare al nuovo futuro senza riprovare il passato (e avere dolore per l'offesa di Dio, mai nominata in questa catechesi). La conversione senza pentimento del passato si ricollega alla già vista affermazione del "gratuito" perdono di Dio, senza "sforzo" personale, col solo obbligo di riconoscersi peccatori e accettare tale perdono. Anche se nelle riunioni penitenziali sono ammesse le confessioni particolari con il rapido ascolto e le assoluzioni dei presbiteri, tali assoluzioni sono, in sé, ripetutamente svalutate e anzi criticate, unitamente al Tridentino che le ha prescritte, perché darebbero alla confessione un carattere "magico" (completa incomprensione dell'ex opere operato dei sacramenti). In base a pochi, unilaterali autori, pedissequamente seguiti, si espone una specie di storia della confessione, senza alcun riferimento alla precisa narrazione evangelica della sua istituzione.

Scartata la maturazione teologica sancita dal Tridentino, la norma sarebbe data dalla confusamente supposta prassi della Chiesa primitiva. Eccoci a una riunione penitenziale: "Quanto vi abbiamo annunciato dell'amore di Dio e del perdono dei peccati, ora si realizzerà, perché Dio ci dà il potere non solo di annunciare il perdono, ma di comunicarlo attraverso un segno", "nella Chiesa primitiva il perdono non era dato con l'assoluzione, ma con la riconciliazione con tutta la comunità, mediante il segno della riammissione all'assemblea, in un atto liturgico", "il valore del rito non sta nella assoluzione, visto che in Gesù Cristo siamo già perdonati". "è la comunità ecclesiale, lì presente, segno di Gesù Cristo per gli uomini, che perdona concretamente". Siamo in linea con la negazione protestante del vero sacramento.

Tutto ciò senza che sia stata compresa minimamente la vera natura de sacramento cattolico, come risulta da questa grottesca esposizione che ne viene fatta: "Così abbiamo vissuto noi la confessione, ed ecco perché questa pratica oggi è in crisi. Il perdono passa in secondo piano, rimanendo essenziale il semplice confessare i peccati e ricevere l'assoluzione. La confessione si trasforma in qualcosa di magico. Si ha una visione leglista del peccato, per la quale non importa tanto l'atteggiamento interiore quanto il confessare esternamente e dettagliatamente tutti i peccati di ogni tipo. Visione individualista, completamente privata, in cui la Chiesa non compare da nessuna parte ed è un uomo che ti perdona i peccati". Incomprensione completa della confessione tridentina.

Impressionante saggio della grossolanità teologica del movimento. In questo sacramento, tanto è primario il perdono che se ne cerca la sicurezza nell'assoluzione; è tanto poco magica (ricorso a falsi poteri) che dipende dal divino potere di Gesù; tanto poco incurante dei valori interiori che il pentimento interno ne condiziona la validità; tanto poco dipendente da un semplice uomo che questi opera in persona Christi e per mandato della Chiesa. Anche Lutero fece lo stesso per attaccare le verità cattoliche: deformandole.

Quando ebbi le prime notizie sulle riunioni eucaristiche catecumenali pensai che quelle originalità rituali costituissero soltanto delle libertà liturgiche, in parte tollerabili e in parte correggibili. Non avrei mai immaginato che esse avessero invece un retroterra così gravemente eterodosso. Ora capisco anche perché tanta resistenza a richiami autorevoli per conformare i riti alle prescritte norme liturgiche. Tali atteggiamenti di autonomia e difformità, rispetto alle comuni norme e prassi, sono connessi, dottrinalmente e psicologicamente a opposizioni di fondo.

Si pretende addirittura di "scoprire" la vera Eucaristia, giacché avevamo "frainteso e impoverito tutto". [vedi] - [vedi anche] .L’Eucaristia non sarebbe che "il memoriale della Pasqua di Gesù, cioè del suo passaggio dalla morte alla vita, dal mondo al Padre, nel quale esultante evento noi esperimentiamo la risurrezione dalla morte", cioè il "nostro proclamato perdono e la nostra salvezza", essendo "il carro di fuoco che viene a trasportarci verso la gloria".

L'essenza della Messa, come sacrificio, è nettamente negata, a modo luterano: "Le idee sacrificali sono entrate nell'Eucaristia per condiscendenza alla mentalità pagana"; "la massa di gente pagana (che irruppe dopo Costantino) vide la liturgia cristiana con i suoi occhi religiosi, volti all'idea del sacrificio"; "nell'edificio che Dio costruisce, le idee sacrificali che aveva avuto Israele, e che erano state superate dallo stesso Israele nella liturgia pasquale, erano le impalcature: adesso che l'edificio è stato costruito si è tornati a tali impalcature, cioè alle idee sacrificali e sacerdotali del paganesimo"; "le discussioni medievali sul sacrificio riguardavano cose non esistenti nell'Eucaristia primitiva, non essendovi in essa alcun sacrificio cruento, ossia qualcuno che si sacrifica, Cristo, il sacrificio della croce, il Calvario, ma solo un sacrificio di lode, per comunicazione alla Pasqua del Signore, ossia al suo passaggio dalla morte (spezzamento del pane) alla risurrezione (calice)". Con queste ultime affermazioni, mentre giustamente è escluso dall'altare il sacrificio cruento, è escluso anche il sacrificio incruento, di Gesù sacramentalmente presente, e quindi è esclusa l'attualità sacrificale della Messa.

Questa esclusione, d'altra parte, è pienamente coerente con la esclusione già vista della immolazione cruenta e salvifica di Gesù per la nostra proclamata salvezza. Esclusi i redentivi meriti del Calvario non avrebbe senso per i catecumenali la loro applicazione mediante il mistico Calvario dell'altare. Ed è anche penosamente coerente la loro ostilità alle molte ripetizioni delle Messe, essendo ignorato (Lutero) il frutto impetratorio.

Netta opposizione pure a tutta la parte offertoriale. Se è Dio che fa tutto, che dà il grande annuncio di salvezza, che "passa come carro di fuoco e trascina tutta la umanità", a che pro le offerte? "Offrire le cose a Dio per renderlo propizio: come siamo lontani dalla Pasqua!"; "è l'idea pagana di portare offerte per placare Dio"; "si è giunti fino alla enormità di dire: con l'ostia pura, santa e immacolata ti offri tu, il tuo lavoro e il giorno che comincia!"; "nell'Eucaristia non offri nulla: è Dio assolutamente presente che dà la cosa più grande, la vittoria di Gesù Cristo sulla morte"; "processioni, basiliche grandiose... offertori... riempiono la liturgia di idee legate a una mentalità pagana". Sono affermazioni tutte penosamente coerenti alla negazione che Gesù sacramentalmente si immoli e si offra: ogni altra offerta non è concepibile che in unione alla sua.

Sono eliminati così ogni movimento ascensionale a Dio e ogni intimo colloquio con Gesù sacramentato, come se questo non fosse che abbassamento "statico" della Eucaristia, la quale non dovrebbe essere che "esultazione" per la "discesa" del divino intervento e anzi la proclamazione della vittoria già ottenuta: "Abbiamo trasformato l'Eucaristia che era un canto al Cristo risorto nel divino prigioniero del Tabernacolo; abbiamo parlato, come nelle ‘prime Comunioni’, di ‘un bambin Gesù’ che ci mettiamo nel petto quando vogliamo... invece la Eucaristia è tutto il contrario... è Dio che passa e trascina l'umanità".

Qui già si delinea un oscuramento della fondamentale verità della presenza reale, ammessa la quale dovrebbe apparire invece la preziosità e del Tabernacolo e della presenza in chi si è comunicato e dell'intimo colloquio. Ma ben più grave e diretto tale oscuramento apparisce da altre affermazioni; oscuramento che si riflette ovviamente e sul fatto della consacrazione e sulla natura e il valore dei poteri sacerdotali: "Il sacramento è il pane, il vino e l'assemblea: è dall'assemblea che sgorga l'Eucaristia" (parole adeguate per un rito puramente commemorativo, non certo per il sacramento eucaristico e l'esercizio dei poteri sacerdotali). E, con presuntuosa ostentazione di superiorità su tutta la teologia e la prassi cattolica, spinta fino all'ironia: "La Chiesa Cattolica divenne ossessionata riguardo alla presenza reale, tanto che, per essa, è tutto presenza reale" (falso: non la ritiene tutto, ma fondamento di tutto); le "discussioni teologiche sull'ossessivo fatto se Cristo è presente nel pane e nel vino, fanno ridere"; "in un certo momento fu necessario insistere contro i protestanti sulla presenza reale... ma ora non è più necessario e non bisogna insistervi più (con l'attuale disordine teologico e liturgico è invece più necessario di prima)"; "inutili tentativi filosofici di spiegare come è presente, con gli occhi o senza, fisicamente, ecc. o con la transfinalizzazione olandese... si è preteso con la transustanziazione di spiegare il mistero" (non "spiegarlo" ma precisarlo essenzialmente, determinarlo, come hanno fatto, nel modo più impegnativo, il tridentino e tutto il Magistero successivo, disprezzati dai catecumenali: la noncuranza circa la presenza "fisica" a pari come per l'antitetica transfinalizzazione olandese, svela, per lo meno, l'incomprensione della vera presenza).

Escluso ogni aspetto di sacrificio e tutto ridotto a "banchetto" di esultanza (concezione, questa sì ossessiva, dei catecumenali, spinta fino a ricevere la Comunione a sedere e a considerare "inconcepibile il non comunicarsi di qualcuno, perché alla cena pasquale si va proprio per mangiare"), "tutti i valori di adorazione e contemplazione alieni dalla celebrazione del banchetto vanno eliminati"; "il pane e il vino non sono fatti per essere esposti, perché vanno a male (!); la preoccupazione per i ‘frammenti’, caratteristica di chi crede nella presenza reale, è ridicolizzata: ‘Non è questione di briciole, ma di sacramento di assemblea’"; "Tabernacolo, Corpus Christi, esposizioni solenni, processioni, adorazioni, genuflessioni, elevazione, visite al santissimo, tutte le devozioni eucaristiche, andare a Messa per far la Comunione e portare Gesù nel cuore, ringraziamento dopo la Comunione, Messe private... minimizzano l'Eucaristia... sono molto lontani dal senso della Pasqua".

Altre continue affermazioni cercano di svalutare il problema della presenza, che è invece il fondamento di tutto il resto: "La cosa importante non sta nella presenza di Gesù Cristo nella Eucaristia... ma nel fine, nella Eucaristia qual mistero di Pasqua". E si moltiplicano affermazioni evanescenti: "Come Dio era presente nella Pasqua, cioè nella liberazione dall'Egitto, così Gesù è presente con il suo spirito, risuscitato da morte" (presenza di azione, non di persona?); "invece di porre il problema della presenza di Cristo nella Eucaristia, si pensi che Cristo è una realtà vivente che fa Pasqua e trascina la Chiesa"; "la presenza di Cristo è un'altra cosa. È il carro di fuoco che viene, a trasportarci verso la gloria, a farci passare dalla morte alla risurrezione".

Purtroppo questa stessa evanescenza, proprio su punti che esigerebbero la massima determinazione, comparisce anche a riguardo della risurrezione di Gesù: "Il memoriale che egli lascia è il suo spirito risuscitato da morte"; "come hanno visto gli apostoli Cristo risorto. Come un fantasma? No, l'hanno visto in loro stessi... costituito Spirito vivificante". Questa ultima espressione è spesso ripetuta. Certo Gesù ha mandato il suo Spirito. Ma la risurrezione riguarda il corpo reale di Cristo.

È una evanescenza consona alla grande confusione teologica e scritturale e alla superficialità, congiunte alla presunzione di acutezza e di approfondimento critico, senza dire della presunzione carismatica. Come ho già detto, non c'è verità teologica o biblica che non sia deformata, anche perché questi catechizzatori laici, mancando di qualsiasi solida formazione teologica e biblica di base, dipendono da pochi testi, scelti tra i meno sicuri e più avventati (per esempio, la rivista Concilium). Questa evanescenza e confusione si inquadrano poi nella fondamentale dottrina catecumenale, vista all'inizio, dell'annuncio pasquale di salvezza, nebulosamente presentato, senza alcuna precisazione, e inconsistente quanto al dogma della redenzione.

Il metodo semplicistico e astuto di questi impreparati e improvvisati maestri per scavalcare ogni seria indagine e discussione teologica è di svalutarla in partenza e sostituirla con categoriche affermazioni. E il metodo per evitare condanne e fratture con i superiori sono la raccomandazione del segreto, la nebulosità di certe espressioni (cortine fumogene) e le affermazioni di ossequio al Magistero inserite qua e là, che hanno tutta l'aria di polvere negli occhi, essendo continuamente contraddette dal contesto.

Ci troviamo, in conclusione, davanti a un penoso e dannosissimo lavaggio del cervello, di tipo fanatizzante, sul piano dottrinale, pratico, liturgico, su gruppi di fedeli, animati, in fondo, da ottime intenzioni, ma illusi e deviati dalla giusta via della sicura ascetica, dell'esempio dei santi, e della ortodossia. Questi gruppi suscitano ammirazione, nei confronti con certi ambienti tanto grigi e apatici, perché si presentano volenterosi e impegnati. Sono mossi effettivamente dalla brama dell'autentico, del diverso, del più, rispetto a tanto grigiore. Ma questo "diverso" purtroppo è inteso come ripulsa della maturazione dottrinale e pratica della Chiesa da Costantino in poi, ritorno ossessivo alla Chiesa primitiva (inesattamente interpretata), avversione alle "strutture" ecclesiali, autonomia laica rispetto al clero e alla Gerarchia (nelle riunioni la presidenza data al parroco è fittizia: la guida effettiva è dei catechisti, anche nelle riunioni bibliche).

Le interpretazioni integriste e acritiche della Scrittura, come il vendere tutto, l'assoluta passività non violenta, la prospettiva stessa di morire per gli altri, danno l'impressione di grande e ammirevole fervore. Ma, se questo può essere equilibrato e reale in alcuni soggetti, in complesso riflette un falsificante processo di fanatizzazione e una ingannevole costruzione sulla sabbia, con il grande danno complessivo dello sbandamento dottrinale e disciplinare. Anche Valdo (salve le proporzioni) si lanciò e lanciò i suoi laici catechisti, partendo dal totale "vendi ciò che hai", suscitando fervorosi seguaci e finendo nella ribellione ed eresia.

Sleale è il frequente appello che fanno al Vaticano II, come rotto con la Tradizione e in particolare col Tridentino, il che è assolutamente falso. È la falsità diffusa anche oggi da tutti i modernisti. I Catecumenali osano addirittura affiancarsi al Vaticano II, come se la sua linea si identificasse con quella catecumenale e soltanto con quella.

Ecco un saggio di questa sleale identificazione e delle clamorose prospettive fanatizzanti: "Vi assicuro che il rinnovamento del Concilio Vaticano II secondo l'itinerario catecumenale, porterà la Chiesa a una gloria indescrivibile e riempirà di stupore e ammirazione gli orientali e i protestanti, essendo il Concilio ecumenico".

Può servire da sintesi conclusiva.


Pier Carlo Landucci

tratto da "Chiesa e postconcilio"

 

SANT’IPPOLITO DI ROMA: “RIGUARDO L’ANTICRISTO”

 


Estratto del trattato “De Anticristo” di Sant’Ippolito di Roma, martire (170 circa – 235)

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Com’è tuo desiderio, mio amato fratello Teofilo, d’essere completamente informato su questi temi che ti ho sommariamente esposto in precedenza, ho pensato bene d’impostare codeste questioni d’indagine in maniera chiara dinnanzi ai tuoi occhi prendendo spunto dalle Sacre Scritture come fossero una fontana sacra, di modo da poter, analizzandole sotto la luce della (divina) autorità, glorificare Dio in tutto.

Tutto ciò sarà come un sicuro approvvigionamento per il tuo viaggio in questa vita presente, di modo che gli argomenti non compresi o malintesi dai più, tu li possa comprendere e seminare nel terreno del tuo cuore, il quale diverrà di conseguenza ricco e pulito. Con questi argomenti, inoltre, sarai in grado di mettere a tacere coloro che si oppongono o contraddicono la Parola di Salvezza.
Guardati tuttavia dal donare queste cose alle lingue increduli e blasfeme, poiché questo è un pericolo comune; piuttosto donale agli uomini pii e fedeli, che desiderano vivere santamente e rettamente. Infatti non è senza motivo che l’apostolo scrisse a Timoteo dicendo: «O Timoteo, custodisci il deposito, schivando le profane vacuità di parole e le opposizioni di quella che falsamente si chiama scienza, della quale alcuni facendo professione, si sono sviati dalla fede» (1 Timoteo 6:20-21) e ancora: «Tu dunque, figlio mio, attingi sempre forza nella grazia che è in Cristo Gesù e le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2 Timoteo 2:1-2).
Dunque, il benedetto (apostolo) si è mosso con pia cautela, percependo nello spirito che «non di tutti infatti è la fede» (2 Tessalonicesi 3:2).

I profeti benedetti sono divenuti, per così dire, come occhi per noi, prevedendo attraverso la fede i misteri della Parola, e sono divenuti ministri di queste cose anche per le generazioni successive, non solo raccontando il passato, ma anche annunciando il futuro; tutto ciò di modo che il profeta non sembri uno mero strumento del proprio tempo, ma anche uno strumento in grado d’annunciare il futuro a tutte le generazioni.
I veri profeti non sono dunque da sottovalutare.
Questi padri sono stati infatti ispirati dallo Spirito (Santo), e in gran parte onorati dal Verbo stesso; annunciavano ciò che Dio voleva e non ciò che volevano loro (non ci sia errore in questo), non hanno agito secondo un piacere personale.
Prima di tutto sono stati dotati di saggezza dalla Parola, poi ancora son stati correttamente istruiti riguardo futuro per mezzo di visioni, e poi, al momento opportuno, hanno annunciato le cose rivelate da Dio solo a loro e nascoste a tutti gli altri. Per quale motivo difatti il profeta dovrebbe essere chiamato tale, se non per il fatto che a lui veniva svelato il futuro?

[…] Ma è giusto ora prendere in esame la questione principale, esattamente come già detto nell’introduzione per quanto riguarda la gloria di Dio, e può essere sufficiente esaminare le Sacre Scritture, scoprendo in esse in quale modo verrà l’Anticristo, in quale occasione e in quale momento dovrà essere svelato, da dove e da quale tribù (verrà), qual’è il suo nome indicato dal numero nella Scrittura, come porterà errori tra le popolazioni raccogliendole dalle estremità della terra, come deve suscitare la tribolazione e la persecuzione contro i santi, come egli glorificherà se stesso al pari di Dio, quale sarà la sua fine, come l’improvvisa apparizione del Signore sarà rivelata dal cielo ed il Giudizio finale.
Ora, come il nostro Signore Gesù Cristo, che è anche Dio, è stato profetizzato sotto la figura di un leone per la sua regalità e gloria, allo stesso modo le Scritture tempo addietro parlarono dell’Anticristo come un leone per la sua tirannia e violenza.
Difatti egli, l’ingannatore, cercherà di paragonarsi in tutto al Figlio di Dio.
Cristo è leone, così anche Anticristo vorrà essere un leone; Cristo è re (Giovanni 18:37) quindi anche l’Anticristo vorrà essere un re. Il Salvatore si è manifestato come un agnello (Giovanni 1:29) così anche lui, in modo simile, apparirà come un agnello, anche se all’interno sarà un lupo.
Il Signore mandò i suoi apostoli fra tutte le genti, ed egli similmente invierà falsi apostoli. Il Salvatore ha riunito le pecore che erano disperse, ed egli similmente riunirà un popolo che si era disperso.
Il Signore ha dato un sigillo a quelli che credono in Lui, ed egli vorrà dare qualcosa di simile.
Il Salvatore ha mostrato la sua carne santa come un tempio (Giovanni 2:19), e l’Anticristo vorrà costruire un tempio di pietre a Gerusalemme.
Ora, il beato Giacobbe nelle sue benedizioni porta una testimonianza profetica del nostro Signore e Salvatore: «Giuda, i tuoi fratelli ti loderanno; la tua mano sarà sulla nuca dei tuoi nemici; i figli di tuo padre si inchineranno davanti a te. Giuda è un giovane leone; tu risali dalla preda, figlio mio; egli si china, si accovaccia come un leone, come una leonessa; chi osa destarlo?
Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il bastone del comando di fra i suoi piedi, finché venga Sciloh’; e a lui ubbidiranno i popoli. Egli lega il suo asinello alla vite e il puledro della sua asina alla vite migliore; lava la sua veste nel vino e il suo manto nel sangue dell’uva. Egli ha gli occhi lucenti per il vino e i denti bianchi per il latte» (Genesi 49:8-12).
Ritengo giusto, al momento, spiegare questo estratto biblico per comprenderne il significato: queste sono cose veramente divine e gloriose, ben calcolate per portare beneficio all’anima.
Il profeta, utilizzando l’espressione “cucciolo di leone“, intendeva colui che proveniva dalla progenie di Davide secondo la carne, che tuttavia non fu concepito da seme d’uomo ma per opera (potere) dello Spirito Santo.
Il profeta Isaia disse: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici” (Isaia 11:1). Ciò che egli chiama “un fiore“, Giacobbe chiama “un germoglio“.
L’espressione “si china, si accovaccia come un leone” si riferisce alla morte di Cristo durata tre giorni; anche Isaia dice: “Come mai è diventata una prostituta la città fedele? Era piena di rettitudine, la giustizia vi dimorava; ora invece è piena di assassini!” (Isaia 1:21) e Davide, nel Salmo, scrive: “Io mi sono coricato e ho dormito; poi mi sono risvegliato, perché l’Eterno mi sostiene” (Salmi 3:5). In tutti questi estratti è chiaro il riferimento alla morte e resurrezione.
Inoltre, nel dire “lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il bastone del comando di fra i suoi piedi, finché venga Sciloh’; e a lui ubbidiranno i popoli“, indicava l’adempimento della profezia riguardante Cristo.
Egli infatti è la nostra aspettativa, è Colui che aspettiamo.
“Egli lega il suo asinello alla vite“: ciò significa che Egli unisce il suo popolo chiamandolo, Egli è la vite. in Giovanni 15:1 è scritto infatti: “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore“.
“Lava la sua veste nel vino e il suo manto nel sangue dell’uva“, cioè nel sangue della propria carne – dal cui fianco scorrevano due flussi, uno di sangue e uno di acqua, con cui le nazioni sono lavate e purificate.
“Egli ha gli occhi lucenti per il vino” E quali sono questi “occhi” di Cristo se non i profeti beati, che potevano vedere il futuro grazie allo Spirito (Santo) nonchè le sofferenze che dovevano abbattersi sul mondo, e si rallegrarono nel vedere il tutto con occhi spirituali, essendo “arredati” (per la loro vocazione) dalla Parola stessa e la Sua grazia?
E nel dire “e i denti bianchi per il latte“, si faceva riferimento ai comandamenti che procedono dalla santa bocca di Cristo, e che sono puri come latte.
Ma le Scritture parlano più volte di questo leone e un cucciolo di leone: in certi estratti troviamo anche riferimenti all’Anticristo. Mosè scrisse: “Dan è un giovane leone che balza da Basan” (Deuteronomio 33:22). Nessuno si sbaglierebbe nel pensare che questo è riferito al Salvatore, tuttavia è bene meditare più in profondo la questione.
“Dan“, sta scritto, “è un giovane (cucciolo di) leone“: nel citare la tribù di Dan, egli chiaramente ci dice in quale tribù l’Anticristo è destinato a nascere.
Così come Cristo nasce dalla tribù di Giuda, per antitesi l’Anticristo dovrà provenire dalla tribù di Dan.
Per supportare questa interpretazione leggiamo anche le parole di Giacobbe: “Dan sarà un serpente sulla strada, un aspide sul sentiero, che morde i talloni del cavallo, si che il cavaliere cade all’indietro” (Genesi 49:17).
Che cosa, allora, si intende con il serpente se non l’Anticristo, quel seduttore che è menzionato nella Genesi?
Ma, poiché è necessario dimostrare questa affermazione in maniera sufficiente, non ci si deve sottrarre al compito.
Che in realtà proverrà dalla tribù di Dan, quel tiranno, il figlio del diavolo, lo testimonia il profeta quanto dice “Dan giudicherà il suo popolo, come una delle tribù d’Israele” (Genesi 49:16).
Qualcuno potrebbe obiettare che questo passo fa riferimento a Sansone, il quale nacque dalla tribù di Dan, e giudicò il popolo per vent’anni. In vero, la profezia ha avuto il suo parziale compimento in Sansone, ma il suo definitivo compimento è riservato all’Anticristo, anche basandosi su quanto scritto da Geremia: “Da Dan si ode lo sbuffare dei suoi cavalli; al rumore del nitrito dei suoi destrieri, trema tutto il paese, perché vengono e divorano il paese e tutto ciò che contiene, la città e i suoi abitanti” (Geremia 8:16).
Tutto ciò può solamente riferirsi ad un tiranno, ad un arrogante avversario di Dio.

[…] Ma andiamo ora ad osservare nel dettaglio cosa dice il profeta Daniele nelle sue visioni.
Per distinguere i regni che devono venire, il Signore gli ha mostrato anche la venuta dell’Anticristo negli ultimi tempi. Nell’esporre la visione di Nabucodonosor, viene scritto così: “Tu stavi osservando, o re, ed ecco una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, si ergeva davanti a te con terribile aspetto. Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. Mentre stavi guardando, una pietra si staccò dal monte, ma non per mano di uomo, e andò a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li frantumò. Allora si frantumarono anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate; il vento li portò via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, divenne una grande montagna che riempì tutta quella regione” (Daniele 2:31-35).
Ora, se compariamo questo sogno con quanto descritto nella visione successiva (Daniele 7:2-14), potremmo facilmente notare come esse siano concordi.
Queste rivelazioni, le quali contengono un significato mistico, possono sembrare difficili da interpretare, ma si possono oggettivamente decrifrare.
La prima bestia della visione, “un leone“, rappresenta il regno di Babilonia, che è anche la testa d’oro nel sogno del regnante. Dicendo che “aveva ali d’aquila” s’intende che il re Nabucodonosor si innalzò contro Dio, difatti successivamente viene detto “le furono tolte le ali“, ovvero che è la gloria gli è stata tolta per questo suo orgoglio. “Le fu dato un cuore d’uomo” si riferisce al fatto che si pentì e riconobbe d’essere solamente un uomo, dando gloria a Dio.
La seconda bestia viene descritta “simile ad un orso“, e rappresenta i Persiani.
Infatti, dopo i Babilonesi, i Persiani sono saliti al potere. Le “tre costole in bocca” simboleggiano i tre grandi popoli di questo regno (rappresentato dal petto d’argento), vale a dire: i Persiani, i Medi e i Babilonesi.
Poi (c’era) “un’altra simile a un leopardo”, che rappresenta i Greci, il ventre di bronzo. Infatti, dopo i Persiani, Alessandro di Macedonia è divenuto regnante sovvertendo Dario. E nel dire che aveva “quattro ali d’uccello“, si fa riferimento a come venne suddiviso il regno di Alessandro dopo la sua morte. Per “quattro teste” si intendono infatti i quattro re che si spartirono il regno alla sua morte.
Infine “una quarta bestia spaventevole, terribile e straordinariamente forte, essa aveva grandi denti di ferro“. E chi rappresenterebbe, se non i Romani?
Il loro regno fu costruito con il ferro (le armi) – infatti è simboleggiato nel sogno con le gambe di ferro.
Dopo questo regno cosa verrà? cosa simboleggiano i piedi di ferro e argilla, mescolati insieme?
Tale mistico simbolo significa che alcuni re discenderanno dall’impero romano, come Daniele dice nel testo: “ e intorno alle dieci corna che aveva sulla testa, e intorno all’altro corno che spuntava e davanti al quale erano cadute tre corna, cioè quel corno che aveva occhi e una bocca che proferiva grandi cose e che appariva maggiore delle altre corna“.
Quest’ultimo corno sarà l’Anticristo, che includerà nel suo regno anche i Giudei.
Le tre corna che saranno divelte sono i re d’Egitto, Libia ed Etiopia, il quale riuscirà ad eliminare.
Qundi egli, dopo aver ottenuto un potere immenso sopra tutti i popoli, scatenerà la persecuzione contro i santi ed i cristiani, esaltando se stesso contro di loro, così come scritto: “guardavo e quello stesso corno faceva guerra ai santi e li vinceva finché giunse l’Antico di giorni e fu resa giustizia ai santi dell’Altissimo“.
Dopo questi terribili avvenimenti, la pietra in Daniele 2:34 arriverà dal cielo e sovvertirà tutti i regni, donando finalmente il regno ai santi dell’Altissimo. Questa è la pietra che diviene grande montagna e riempie tutta la terra, mostrando tutto il potere dato dal Padre al Figlio, Giudice di tutti.
Egli è nato, la Parola di Dio, prima di tutte le epoche e delle cose sulla terra, perché Egli si è fatto uomo in mezzo agli uomini, per ricreare un nuovo Adamo attraverso se stesso ed ha vinto la morte.
Poiché queste cose, dunque, riguardano il futuro, e come le dieci dita dei piedi della statua nel sogno sono equivalenti ad altrettante democrazie e le dieci corna della quarta bestia sono i dieci regnanti, dovremmo anche approfondire altri aspetti, considerandoli alla luce di un’indagine personale.

[…] Prima del ritorno di Cristo, infatti, vi sono da considerare i due precursosi, i due testimoni.
Il Signore disse al profeta Malachia: “Ecco, io vi mando Elia, il profeta, prima che venga il giorno dell’Eterno, giorno grande e spaventevole. Egli ricondurrà il cuore dei padri verso i figliuoli, e il cuore dei figliuoli verso i padri, ond’io, venendo, non abbia a colpire il paese di sterminio” (Malachia 4:5-6).
Questi due verranno a proclamare la venuta di Cristo dal cielo, e compiranno anche segni e prodigi affinché gli uomini possano vegnognarsi e pentirsi per la loro malvagità.
L’apostolo Giovanni infatti scrive: “E io darò ai miei due testimoni di profetare, ed essi profeteranno per milleduecento sessanta giorni, vestiti di cilicio“. Questa è la metà della settimana di cui il profeta Daniele ha parlato.
Spetta sicuramente a noi, in questa indagine, discutere della bestia, in particolare di come lo Spirito Santo ha misticamente indicato il suo nome per mezzo d’un numero: “Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. (…) e nessuno poteva comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei” (Apocalisse 13:17-18).
La figura della bestia che viene dalla terra simboleggia il regno dell’Anticristo.
Le due corna “simili a quelle di un agnello” intendono suggerirci che egli si proclamerà come il Figlio di Dio, e si dichiarerà re. Per “parlava come un drago” s’intende che sarà un ingannatore.
Il marchio della bestia sarà l’idolatria, e nessuno potrà comprare o vendere senza prima sacrificare agli idoli, così come Antioco Epifane costrinse gli ebrei a partecipare alle feste di Dioniso pena la morte.
Egli infatti, dopo tale orrendo decreto, ricevette la giusta ricompensa da Dio onnipotente, e finì con il morire consumato dai vermi.
Per quanto riguarda il nome dell’Anticristo, non è in nostro potere spiegare esattamente il significato del numero, ma solo fare ipotesi, infatti molti nomi potrebbero essere trovati: per esempio la parola Titano, un nome antico e notevole, o Evanthas ed altri ancora. Dobbiamo infatti meditare questi misteri di Dio nel nostro cuore e mantenere integro ciò che ci è stato rivelato dai profeti, di modo che quando queste cose verranno saremo pronti, e non ingannati.

[…] Ma ritorniamo per un istante alla persecuzione: verrà dunque il momento, dopo aver raccolto a sé i non credenti di tutto il mondo, in cui proclamerà la persecuzione dei santi, così come l’apostolo ed evangelista dice: “C’era in città un giudice che non rispettava nessuno: né Dio né gli uomini. Nella stessa città viveva anche una vedova. Essa andava sempre da quel giudice e gli chiedeva: Fammi giustizia contro il mio avversario’.
Per un po’ di tempo il giudice non volle intervenire, ma alla fine pensò: ‘Di Dio non mi importa niente e degli uomini non mi curo: tuttavia farò giustizia a questa vedova perché mi dà ai nervi. Così non verrà più a stancarmi con le sue richieste’“. (Luca 18:2-5)
Con la figura del giudice che non rispetta nessuno egli intende senza dubbio l’Anticristo, poichè è un figlio del diavolo e uno strumento di Satana, e nel dire che c’era una vedova in città si riferisce a Gerusalemme a stessa, che è una vedova infatti, avendo abbandonato il suo perfetto sposo celeste, il Signore Gesù Cristo.
Ora, per quanto riguarda la tribolazione di persecuzione, che coinvolgerà la Chiesa, Giovanni parla anche così: “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni” (Apocalisse 12:1-6).
La donna vestita di sole rappresenta la Chiesa, avvolta dalla Parola del Padre, la cui luminosità è superiore al sole, e la luna sotto i suoi piedi indica il suo essere adornata, come la luna, con gloria celeste.
Le dodici stelle si riferiscono ai dodici apostoli, dai quali la Chiesa è stata fondata.
In Apocalisse 12:14 sta poi scritto: “Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente“.
Vi sono dunque riferimenti ai milleduecentosessanta giorni durante i quali il tiranno, l’Anticristo, regnerà e perseguiterà la Chiesa che sarà costretta a fuggire da città a città, cercando di nascondersi nel deserto e tra le montagne, protetta dalla fede di Gesù Cristo (le ali d’aquila), e chiamerà a sé tutti coloro che credono in Lui, avvolgendoli come una chioccia con i suoi pulcini.
Infatti in Malachia 4:2 sta scritto: “Ma per voi che temete il mio nome, sorgerà il sole della giustizia con la guarigione nelle sue ali, e voi uscirete e salterete come vitelli di stalla“.

[…] Queste cose, mio caro amico, dovranno accadere, e il mondo intero finalmente si avvicina alla venuta del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo dal cielo, verso il quale abbiamo guardato con speranza, e sarà Lui a giudicare tutti coloro che si sono rifiutati di credere in Lui.
Queste cose, o Teofilo, ti ho esposto attingendo dalla Scrittura stessa in modo che, rimanendo coerente con ciò che è scritto e anticipando le cose che devono succedere, si possa essere coscienti di quanto accadrà e senza colpa davanti a Dio e gli uomini, “aspettando la beata speranza e l’apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro, Gesú Cristo” (Tito 2:13), quando, dopo aver resuscitato i santi, Egli si rallegrerà con loro, glorificando il Padre.
A Lui sia resa gloria nei secoli dei secoli. Amen.

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