venerdì 7 febbraio 2014

Attacco delle Nazioni Unite alla Chiesa Cattolica

 

di Alessio Biagioni

 

Da anni capita troppo spesso di parlare della gioia di essere cristiano e trovare sempre qualcuno che ti rinfaccia quella macchia scura, imbarazzante e inquietante. “Come spieghi l’esistenza dei preti pedofili?”. Sì, una domanda imbarazzante e inquietante, perché anche la presenza di un solo prete pedofilo è un dramma per tutti noi. Noi siamo membra di uno stesso Corpo e allora come non potremmo soffrire, come non potremmo preoccuparci anche se una sola unghia fosse gravemente malata? Quella gioia allora è scalfita? Assolutamente no. Innanzitutto, e non è poco!, perché siamo cristiani e sappiamo bene che il male (anche quando ci ferisce da dentro) non può prevalere. Ma non solo. Il rapporto di sedici pagine sulla conformità dei comportamenti dello Stato della Città del Vaticano alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia diffuso dal Comitato per i Diritti del Fanciullo delle Nazioni Unite, parla, come spesso è successo in questi anni, senza alcuna documentazione statistica e scientifica, di “decine di migliaia” di bambini vittime di preti pedofili.

In realtà la situazione è ben diversa. Studi statistici hanno dimostrato una bassa percentuale di sacerdoti che a seguito delle accuse sono risultati effettivamente pedofili, rispetto ad altri ambienti, come la scuola (di recente pubblicazione Massimo Introvigne- Roberto Marchesini «Pedofilia. Una battaglia che la Chiesa sta vincendo» Sugarco, 2014). Inoltre non è affatto vero che la Chiesa non abbia preso dei decisi provvedimenti. Questi dati certo non sono una consolazione, ma ci fanno capire che le non documentate accuse del Comitato siano pretestuose e che gli invocati diritti del fanciullo siano solo una scusa per colpire la Chiesa.

Il citato documento infatti richiede alla Gerarchia Ecclesiastica, con evidente violazione della liberta religiosa, la modifica della dottrina in materia di omosessualità, contraccezione e aborto. Viene alla luce proprio quella visione del mondo pansessualista oggetto della relazione Lunacek recentemente votata nel Parlamento europeo e di molti altri provvedimenti legislativi e amministrativi adottati nei paesi occidentali che, ledendo la libertà di educazione (che appartiene ai genitori e non allo Stato), vogliono imporre fin dall’infanzia ai nostri figli. Secondo questa visione i bambini dovrebbero precocemente scoprire la sessualità per diventare “adulti”, scegliere fin da piccoli se essere maschi o femmine, essere – permettetemi – “iniziati” alla contraccezione, all’aborto per poter vivere così il sesso con soddisfazione e senza responsabilità.

Tutto questo ovviamente senza l’influenza negativa e bigotta dei sacerdoti, ma anche dei genitori e nonni che potrebbero avere ancora una visione troppo retrograda della vita! Ma questo si fa a favore dei bambini? Gli adulti oggi sono liberi, tanto liberi che è di moda la madre childfree, che non vuole avere figli “per avere tutto”. Inoltre in alcuni locali, per la tranquillità dei clienti, è interdetta la presenza dei bambini. Che lo scopo di questi provvedimenti sia solo voler inculcare un’ideologia edonistica fin dall’infanzia è più di un sospetto. È chiaro perciò che la nemica principale di questa ideologia è la Chiesa il cui Fondatore ha detto “se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Matteo 18, 3-4).

Il cattolico sa che esiste il male, il peccato, la malizia, l’egoismo che ci fa chiudere gli occhi e non ci fa accogliere il prossimo, specialmente quando è piccolo e indifeso come un bambino. Ma se noi ci pentiamo e ci facciamo così piccoli da entrare dalla porta stretta, la Chiesa ci accoglierà nell’abbraccio della Misericordia di Dio. È questa la gioia che testimoniamo contro le accuse di chi usa il male non per riconoscerlo, rifiutarlo, perdonarlo ma come pretesto per imporre la propria ideologia.

 

 

 

 

 

 

mercoledì 5 febbraio 2014

QUANDO SI VUOLE PRESENTARE UNA FEDE ALLA MODA

 


Si moltiplicano le uscite di vescovi che aderiscono alle mode del momento su divorziati risposati e coppie di fatto, mascherandole da princìpi cattolici. Niente di nuovo, ma sono facilmente smascherabili. Alle virtù cardinali e teologali sostituiscono quelle laiche.

di Tommaso Scandroglio

Rodriguez Maradiaga, Andreas Moehrle, Vincenzo Paglia, Domenico Mogavero. Nomi di alti prelati che su comunione ai divorziati risposati – i primi due – e coppie di fatto – i secondi - qualche nota fuori dal coro del cattolicamente corretto l’hanno cantata. Da ultimo in una nuova intervista, ma questa volta al Frankfurter Allgemeine Zeitung, il cardinale honduregno Maradiaga, responsabile di quell’equipe di otto cardinali voluti dal Papa per riformare la curia, è tornato sul tema della famiglia e ha detto che occorre “attribuire patenti” anche ad altre relazioni interpersonali (leggi coppie di fatto). Il cardinal Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in occasione della plenaria del suo dicastero, ha tagliato corto: «Alla crescente mancanza di comprensione circa la santità del matrimonio la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico a ciò che appare inevitabile, ma solo con la fiducia piena nello spirito di Dio».

Che dire di Maradiaga &Co.? Nulla di nuovo in realtà sotto la cupola di San Pietro: in casa cattolica si sono sempre aggirati dei falsari. Artisti del dogma che con perizia spacciano per autentiche opere d’arte della fede dipinti e sculture che invece sono delle croste. E non serve mica la competenza dell’esperto per capire di tenere tra le mani un falso: basta un’occhiata superficiale e ci si accorge subito di essere di fronte ad una copia d’autore. Quest’ultima espressione è corretta perché chi riproduce la sana dottrina corrompendola non è in genere uno qualunque – il catechista dell’oratorio o il sagrista – bensì spesso si veste delle insegne episcopali, è direttore o presidente di qualche consesso prestigioso che si fregia della qualifica di “cattolico”, siede (all’occorrenza) da “credente” in Parlamento, regge un ateneo di ispirazione “cattolica”, insegna da teologo in qualche rinomata università pontificia, scrive su giornali e riviste di carattere religioso che stampano decine di migliaia di copie.

Il falso d’autore viene praticato poi non per burla, come avvenne con le famose teste di Modigliani trovate in un fosso di Livorno, ma con la convinzione che i propri manufatti siano espressioni autentiche del depositum fidei oppure in alcuni casi, siano più veri del Vero, quasi il suo naturale superamento, la sua inevitabile evoluzione. Insomma il falsario delle fede crede nel suo lavoro d’artista.

Ci credono poco invece quei cattolici che hanno il vezzo dell’ortodossia e che esaminando affermazioni, scritti e iniziative dei falsari scoprono una serie infinita di adulterazioni ed hanno facile gioco nello sconfessare la paternità dell’opera. Questo processo di sofisticazione del portato culturale cattolico negli ultimi anni si è infittito e riguarda democraticamente un po’ tutto lo scibile dottrinale sia nel campo della morale che in quello della fede: dall’omosessualità all’aborto, dalla fecondazione artificiale all’eutanasia, dal divorzio alle coppie di fatto, dalla figura storica di Gesù alle veridicità dei Vangeli, dal primato petrino all’ecumenismo, dalla liturgia ai sacramenti.

Il falso è facilmente individuabile perché la mano dell’artista ha provveduto a sostituire alcuni elementi pittorici dell’originale, i più salienti e caratteristici, con altri di propria fattura, spesso grossolana. Un esempio è dato dalla sostituzione delle virtù cardinali e teologali con le virtù laiche. Passiamole dunque in rassegna.

La prudenza da virtù che indirizza la ragione a declinare il vero e il giusto nella situazione concreta e a rinvenire gli strumenti atti allo scopo, è diventata pusillanimità. Da habitus che ci aiuta a decidere con risolutezza e sicurezza cosa fare è scolorata nel suo opposto, incarnandosi in un atteggiamento attendista, incline a rimandare sempre a tempi migliori la decisione perché “la situazione è complessa e bisogna agire tenendo in conto tutte le sensibilità presenti”. Temporeggiare affinchè sia la storia a decidere a posto nostro.

Poi c’è la giustizia che da virtù che sprona la volontà a dare a ciascuno il suo ora è stata degradata a giurisprudenza. Su questioni morali rilevantissime come aborto e “nozze” gay – così il falsario si esprime - attendiamo ossequiosi la sentenza dei giudici. Perché quella di Dio sarà sicuramente conforme alla prima e comunque nell’Aldià – statene certi - sarà ridotta ad amnistia generale. Si è sostituita così la giustizia con il legalismo di impronta positivista rintracciando in norme e sentenze ingiuste qualche barbaglio di verità che dovrebbe guidare il cattolico nella sua esistenza terrena. Nelle mani del falsario la giustizia non è più la virtù che insieme alle altre ci avrebbe potuto meritare il Paradiso: ora al massimo ci può far evitare sanzioni pecuniarie dall’Agenzia delle Entrate perché abbiamo pagato le tasse, unico e vero peccato contro lo Spirito Santo.

Arriviamo alla fortezza scalzata dalla codardia apostolica: mai esporsi, mai denunciare, mai battagliare, mai resistere fino alla morte sui principi non negoziabili, mai avere il coraggio di metterci la faccia prendendo decisioni impopolari, ma semmai delegare le stesse ad organi consultivi, comitati e conferenze di esperti, così la colpa del fallimento eventualmente non verrà divisa per uno ma per cento. Invece sempre sfumare, sempre mediare, sempre ammorbidire, sempre minimizzare, sempre dire e non dire e quando si opta per il dire farlo tra le righe. La fortezza impallidisce nel volto del politico o dell’uomo di cultura “cattolico” in atteggiamento remissivo ed imbelle, evapora nell’arrendevolezza di chi si abbassa le braghe ad ogni refolo di vento contrario. Il falsario, che porta con sé sempre una immacolata bandiera bianca pronta all’uso, concilia tutto con tutti, fuorché con la sana dottrina verso cui mai è accondiscendente perché i suoi padroni, da servire con docilità, sono il consenso e la vita senza troppi scossoni.

Una volta Sant’Agostino così ebbe a scrivere dei cattivi e codardi pastori d’anime: “Chi è il mercenario? Colui che fugge, se vede il lupo; colui che cerca la sua gloria, non la gloria di Cristo; colui che non ha il coraggio di riprendere con libertà di spirito i peccatori. Il lupo azzanna una pecora e la trascina per il collo; il diavolo induce un fedele a commettere adulterio. E tu taci, non riprendi. Tu sei mercenario; hai visto venire il lupo e sei fuggito. Forse egli dirà: no, sono qui, non sono fuggito. No, rispondo, sei fuggito perché hai taciuto; e hai taciuto perché hai avuto paura” (In Ioannis Evangelium tractatus, 46, 8).

La temperanza poi da virtù che rende capace la volontà di porre un dominio su se stessi è stata intesa - forse per una certa assonanza tra le due parole - come tolleranza del male sempre e comunque. Dall’accoglienza del peccatore all’accoglienza del peccato. Si vuole alleggerire il carico e la quantità dei peccati elencati nel Catechismo sperando così di imbarcare più passeggeri per la vita eterna. Si tenta invano di stemperare il male intingendolo nel catino di una falsa misericordia che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno a Dio stesso.

Il meglio di sé comunque il falsario lo dà nelle virtù teologali. La fede nella Santissima Trinità oggi è stata sostituita nella triplice fede in Enzo Bianchi, Vito Mancuso e Gianteresio Vattimo. Ne consegue che tutto l’armamentario cattolico è cambiato: al posto dei Dieci Comandamenti si preferisce la Costituzione, all’autorità del Pontefice un governo di larghe intese, al Paradiso-Purgatorio-Inferno un wellness spirituale secolarizzato, alla salvezza eterna un posto di lavoro a tempo indeterminato, ai sacramenti dei corsi di autostima, alla dottrina infallibile del Magistero l’arbitrio della propria coscienza creduta sempre infallibile.

La speranza poi non guarda più al Cielo nella fiduciosa attesa di essere salvati, posto che ne abbiamo lucrato i meriti, ma si è prostituita nell’aspettativa tutta mondana che la scienza possa allungare la vita dell’uomo quasi all’infinito, che la tecnica possa rendere sempre più leggero il carico di sofferenze della nostra esistenza, che l’uomo rinsavisca del tutto e non ci siano più guerre e fame nel mondo, che il genere umano viva d’aria e non si cibi più di animali e vegetali perché il creato, quello no, proprio non si tocca. La speranza si è miniaturizzata in una frustrante illusione utopica.

Infine la carità. Questa non ci sprona più ad amare Dio e gli altri in virtù dell’amore per Dio, bensì - adulterata dai copisti - è scemata in filantropia, non proprio sempre accessibile a tutti. E sì perché una volta uno poteva eccellere nella carità anche chiuso per tutta la sua vita in una cella di un monastero e da lì raggiungere con gli strali del suo amore ogni persona sulla faccia della terra. Ma oggi non è più così: devi avere un cellulare per essere in grado di aiutare con due euro gli sfollati del Regno delle Banane distrutto da un ciclone (cosa giustissima si badi bene), devi aver il dono della bi-tri-multilocazione per fare in contemporanea il volontario nella Caritas, nella mensa per i poveri e nel Gruppo di ausilio dei senzatetto (cose sempre giustissime). Per accendere e accedere alla carità una volta bastava avere un cuore pensante e pulsante. Ora invece la carità l’hanno delocalizzata, come si fa con le aziende in crisi, e si trova quasi esclusivamente in Pakistan sotto le tende di Emergency, in Amazzonia nelle missioni e a Scampia il quartiere napoletano ad alta infiltrazione mafiosa. Per i più fortunati la carità si trova anche nel negozietto sotto casa che vende prodotti del commercio equosolidale.

© LA NUOVA BUSSOLA QUOTIDIANA


Il sacramento dell'ordine negli studi di Joseph Ratzinger

 


Oltre la crisi verso il rinnovamento





di Gerhard Ludwig Müller


Se Cristo, per mezzo della sua risurrezione, ha superato la più grande crisi mai esistita della fede -- la crisi pre-pasquale dei discepoli -- e, in particolare, la crisi della missione e della potestà apostolica, e dunque anche del sacerdozio cattolico, allora, è proprio e soltanto nel nostro sguardo rivolto al Signore che è possibile superare anche tutte le crisi storiche del sacerdozio.


Corrispondendo al suo sguardo su di noi e sul nostro sacerdozio, con il nostro sguardo rivolto a Lui, fissando i nostri occhi in quelli del Sommo sacerdote, crocifisso e risorto, possiamo superare ogni ostacolo e difficoltà.


Penso in particolare alla crisi della dottrina del sacerdozio, avvenuta durante la Riforma protestante, una crisi a livello dogmatico, con cui il sacerdote è stato ridotto a un mero rappresentante della comunità, mediante una eliminazione della differenza essenziale fra il sacerdozio ordinato e quello comune di tutti i fedeli. E poi alla crisi esistenziale e spirituale, avvenuta nella seconda metà del XX secolo ed esplosa dopo il concilio Vaticano II, delle cui conseguenze noi oggi ancora soffriamo.




Joseph Ratzinger, nell'ampio volume Annunciatori della Parola e servitori della vostra gioia -- il dodicesimo dell'opera omnia -- ha suggerito un superamento di queste crisi con una proposta ad alto livello teologico, donandoci una guida per favorire un rinnovamento del sacerdozio sacramentale istituito da Cristo.

Gli studi scientifici, le meditazioni e le omelie sul servizio episcopale, presbiterale/sacerdotale e diaconale, contenute in questo volume, abbracciano un lasso di tempo di quasi cinquant'anni, a partire dagli anni immediatamente precedenti l'inizio del Vaticano II.


A questo avvenimento, che è stato quello che più ha segnato la storia recente della Chiesa, molti associano, a seconda della rispettiva posizione, l'inizio di una trasformazione conforme allo spirito del tempo, ovvero l'inizio di una profonda crisi della Chiesa e in particolare del sacerdozio.


Il concilio ha inquadrato la costituzione gerarchica della Chiesa -- la quale si dispiega nei differenti compiti del vescovo, del sacerdote e del diacono -- in un'ecclesiologia di ampio respiro, rinnovata a partire dalle fonti bibliche e patristiche (cfr. Lumen gentium, 18-29). Le affermazioni sui gradi dell'episcopato e del presbiterato vennero approfondite nei decreti Christus Dominus e Presbyterorum ordinis.


In tal modo, il concilio ha cercato di riaprire una nuova strada verso l'autentica comprensione dell'identità del sacerdozio. Perché mai si giunse allora, all'indomani del concilio, a una sua crisi d'identità, paragonabile storicamente solo con le conseguenze della Riforma protestante del XVI secolo?




Nella parte a) del libro, dal titolo «Teologia del sacramento dell'ordine», Joseph Ratzinger intende rispondere anche a questa domanda e mostra, con afflato positivo, sia il fondamento biblico che il conseguente sviluppo storico-dogmatico del sacramento dell'ordine.


Nella parte b), il lettore troverà, sotto il titolo «Servitori della vostra gioia», una raccolta di meditazioni sulla spiritualità sacerdotale. Tale titolo riprende le parole che il novello sacerdote Joseph Ratzinger pose sull'immaginetta-ricordo della sua prima messa.


Seguono, nella parte c), le prediche tenute in occasione di diverse ordinazioni sacerdotali e diaconali, di prime messe e di anniversari di sacerdozio o di episcopato. Non si tratta di lirica devota, ma del tentativo riuscito di portare alla luce le fonti spirituali alle quali ogni sacerdote giornalmente attinge, per essere un servo buono del suo Signore e un servitore della lieta novella di Cristo, capace di entusiasmare: un pastore che non pasce se stesso, ma che, come Cristo, il Pastore supremo, dà la sua vita per le pecore del gregge di Dio.


Ratzinger evidenzia che laddove viene meno il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, non solo si esaurisce la fonte alla quale si può efficacemente abbeverare una vita alla sequela di Cristo, ma viene meno anche la motivazione che introduce sia a una ragionevole comprensione della rinuncia al matrimonio per il regno dei cieli (cfr. Matteo, 19, 12), che del celibato quale segno escatologico del mondo di Dio che verrà, segno da vivere con la forza dello Spirito Santo, in letizia e certezza.




Se la relazione simbolica che appartiene alla natura del sacramento viene oscurata, il celibato sacerdotale diviene il relitto di un passato ostile alla corporeità e viene additato e combattuto come l'unica causa della penuria di sacerdoti. Non da ultimo, scompare poi anche l'evidenza, per il magistero e la prassi della Chiesa, che il sacramento dell'ordine debba essere amministrato solo a uomini. Un ufficio concepito in termini funzionali, nella Chiesa, si espone al sospetto di legittimare un dominio, che invece dovrebbe essere fondato e limitato in senso democratico.


La crisi del sacerdozio nel mondo occidentale, negli ultimi decenni, è anche il risultato di un radicale disorientamento dell'identità cristiana di fronte a una filosofia che trasferisce all'interno del mondo il senso più profondo e il fine ultimo della storia e di ogni esistenza umana, privandolo così dell'orizzonte trascendente e della prospettiva escatologica.


Attendere tutto da Dio e fondare tutta la propria vita su Dio, che in Cristo ci ha donato tutto: questa sola può essere la logica di una scelta di vita che, nella completa donazione di sé, si pone in cammino alla sequela di Gesù, partecipando alla sua missione di Salvatore del mondo, missione che egli compie nella sofferenza e nella croce, e che Egli ha ineludibilmente rivelato attraverso la sua risurrezione dai morti.


Ma, alla radice di questa crisi del sacerdozio, bisogna rilevare anche dei fattori infra-ecclesiali. Come mostra nei suoi primi interventi, Raztinger possiede fin dall'inizio una viva sensibilità nel percepire da subito quelle scosse con cui si annunciava il terremoto: e ciò soprattutto nell'apertura, da parte di tanti ambiti cattolici, all'esegesi protestante in voga negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.


Spesso, da parte cattolica, non ci si è resi conto delle visioni pregiudiziali che soggiacevano all'esegesi scaturita dalla Riforma. E così sulla Chiesa cattolica (e ortodossa) si è abbattuta la furia della critica al sacerdozio ministeriale, nella presunzione che questo non avesse un fondamento biblico.


Il sacerdozio sacramentale, tutto riferito al sacrificio eucaristico -- così come era stato affermato al concilio di Trento -- a prima vista non sembrava essere biblicamente fondato, sia dal punto di vista terminologico, sia per quel che riguarda le particolari prerogative del sacerdote rispetto ai laici, specialmente per ciò che attiene al potere di consacrare. La critica radicale al culto -- e con essa il superamento, a cui si mirava, di un sacerdozio che limitasse la pretesa funzione di mediazione -- sembrò far perdere terreno a una mediazione sacerdotale nella Chiesa.


Alla critica formulata dalla Riforma al sacerdozio sacramentale -- il quale avrebbe messo in discussione l'unicità del sommo sacerdozio di Cristo (in base alla Lettera agli Ebrei) e avrebbe emarginato il sacerdozio universale di tutti i fedeli (secondo 1 Pietro, 2, 5) -- si è unita infine la moderna idea di autonomia del soggetto, con la prassi individualista che ne deriva, la quale guarda con sospetto a qualunque esercizio dell'autorità.


Da una parte, osservando che Gesù, da un punto di vista sociologico-religioso, non era un sacerdote con funzioni cultuali e dunque (per usare una formulazione anacronistica) era un laico, e dall'altra parte, basandosi sul fatto che, nel Nuovo Testamento, per i servizi e i ministeri, non viene addotta alcuna terminologia sacrale, bensì denominazioni ritenute profane, è sembrato che si potesse considerare dimostrata come inadeguata la trasformazione -- nella Chiesa delle origini, a partire dal III secolo -- di coloro che svolgevano mere “funzioni” all'interno della comunità, in impropri detentori di un nuovo sacerdozio cultuale.


Joseph Ratzinger sottopone, a sua volta, a un puntuale esame critico, la critica storica improntata alla teologia protestante e lo fa distinguendo i pregiudizi filosofici e teologici dall'uso del metodo storico. In tal modo, egli riesce a mostrare che con le acquisizioni della moderna esegesi biblica e una precisa analisi dello sviluppo storico-dogmatico si può giungere in modo assai fondato alle affermazioni dogmatiche prodotte soprattutto nei concili di Firenze, di Trento e del Vaticano II.


La teologia cattolica potrebbe comprendere le obiezioni rivolte contro il suo sacerdozio se questo venisse da lei inteso come una mediazione autosufficiente, o anche solo integrativa, accanto o a esclusione di quella di Cristo. Perciò, anche le obiezioni di Martin Lutero, in realtà non toccano il nucleo centrale dell'insegnamento dogmatico vincolante sul sacerdozio sacramentale.


Il concilio di Trento, nel suo decreto sul sacramento dell'ordine, si limitò a respingere le obiezioni del primo riformatore, ma rinunciò a presentarne un'ampia trattazione teologica. E tuttavia, i decreti tridentini di riforma, per lo più a torto trascurati -- Ratzinger lo sottolinea con forza -- danno importanza alla concezione biblica del sacerdote come servitore della Parola e dei sacramenti, e anche come pastore sollecito della salute spirituale dei fedeli.


Nel dialogo ecumenico devono peraltro essere messi a tema, al di là delle differenze di contenuto, anche i principi formali della teologia: la Scrittura, la tradizione e il magistero, i quali, pur differendo fra essi, cooperano al fine di preservare la totalità della rivelazione. Rivelazione che deve essere protetta da un'esegesi soggettivistica e arbitraria, così da preservarne la pienezza e la pretesa totale.


Qui emerge anche quella dimensione del sacramento dell'ordine che va oltre le funzioni del presbitero e del diacono. Si tratta della responsabilità propria dei vescovi, come successori degli apostoli, nel loro ufficio magisteriale e pastorale rispetto alla Chiesa universale.


Per questo, secondo la concezione cattolica, anche il servizio del vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è di imprescindibile importanza. A tal proposito, Ratzinger rimanda di continuo a Ireneo di Lione che, con il principio della Scrittura apostolica, della tradizione apostolica e della successione apostolica dei vescovi, ne ha stabilito il criterio normativo permanente.


In fondo, già nell'opera di delimitazione della gnosi, compiuta da Ireneo con l'Adversus haereses, sono contenuti anche i tratti essenziali circa la dottrina del primato papale, tanto che il successivo sviluppo del magistero, nella sua intenzione autentica, può essere chiarito proprio a partire da Ireneo.


Fa parte della riconquista dell'identità sacerdotale la disponibilità a intendere se stessi come servitori della Parola e testimoni di Dio nella sequela di Cristo, e a vivere in comunione con Lui. Perché questo sia possibile, sono richieste al sacerdote sia una buona formazione teologica che un costante rapporto con la teologia scientifica.


(©L'Osservatore Romano 31 ottobre 2013)


 

martedì 4 febbraio 2014

Famiglia, la piazza piega il governo di Parigi. In Italia cosa aspettiamo a svegliarci?


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di Alfredo Mantovano

Parigi, 2 febbraio. Ancora una volta la piazza si riempie per protestare contro l’imposizione nelle scuole, fin dalle elementari, di programmi di educazione all’identità di genere: un provvedimento che si aggiunge – ultimo tassello in ordine di tempo – a un mosaico già composto di matrimonio fra persone dello stesso sesso e di legge-omofobia, alla vigilia del voto in Parlamento delle norme sulla Gpa-gestation pur autrui (l’“utero in affitto”).

Una manifestazione ben riuscita, con centinaia di migliaia di persone, che i contrari – i media, francesi e non, e gli esponenti del governo Hollande – hanno tentato di demonizzare, segnalando nel corteo presenze di politici di estrema destra e bollando l’insieme come il corrispondente gallico dei tea party, secondo l’espressione del ministro dell’Interno Manuel Valls. Quanto le famiglie con i passeggini, o i “musulmani per l’infanzia”, che hanno sfilato insieme per i boulevard parigini, abbiano in comune con i militanti del movimento antitasse USA può spiegarlo solo chi ha adoperato questa similitudine. Vero è che, in un momento non idilliaco per il presidente e per il suo esecutivo, con l’occupazione che addirittura decresce, tanti francesi che per l’ennesima volta marciano “contro” non fanno piacere. Tant’è che al governo vi è chi ha chiesto ai partiti che sostengono Hollande di organizzare, a loro volta, una contromanifestazione a sostegno delle sue politiche antifamiliari.

Madrid, 1° febbraio. In piazza ci vanno circa 20.000 donne per protestare contro il progetto di legge sull’aborto proposto dal ministro della Giustizia spagnolo Alberto Ruiz-Gallardon, con slogan che fanno tornare indietro di oltre trent’anni. In realtà quella bozza non riporterebbe alla situazione pre-Felipe Gonzales, bensì a quella pre-Zapatero: l’aborto resta entro la 14ma settimana in caso di violenza nel concepimento o di rischio per la salute fisica o psichica della gestante; nel riferimento all’indicazione “psichica”, è evidente l’estensione della praticabilità: il passo indietro non è poi così significativo. Ma per chi ritiene l’aborto un dogma, in quanto tale da non discutere neanche per sbaglio, ogni pur minuscola limitazione della libertà di uccidere il concepito è peggio di un attentato terroristico. E la protesta sta pagando: il governo Rajoy non appare così convinto dell’iniziativa del titolare della Giustizia, tant’è che ha fatto slittare la discussione e l’eventuale voto all’indomani delle elezioni europee. Anche a Madrid, come a Parigi, se pure in direzioni opposte, la piazza mette in difficoltà l’Esecutivo su un tema eticamente sensibile.

Roma/Italia, 2 febbraio. Come ogni prima domenica di febbraio a partire dal 1979, da pochi mesi dopo, cioè, l’approvazione in Parlamento della legge sull’aborto, in ciascuna parrocchia italiana si celebra la Giornata per la vita. Si celebra? Ho eseguito un piccolo e tutt’altro che scientifico sondaggio: ho chiesto a qualche decina di amici sparsi per la Penisola se e in che termini, andando a Messa domenica scorsa, hanno sentito pronunciate le parole “concepito” e “aborto”. Otto su dieci mi hanno dato risposta negativa; degli altri due, uno ne ha sentito parlare per qualche secondo al momento degli avvisi, uno in modo un po’ più diffuso, con l’invito ad acquistare piantine per aiutare madri in difficoltà. Che i fedeli vadano sollecitati a sostenere le gestanti che non ce la fanno è sacrosanto; che i Centri di aiuto alla vita svolgano un lavoro encomiabile, salvando migliaia di vite umane, è qualcosa che merita riconoscenza da tutta la Nazione; ma che la cifra complessiva di 5.400.000 bambini ammazzati in Italia con l’aborto “legale” dal 1978 a oggi – una media di 150.000 all’anno, secondo quanto informa il ministero della Salute, per 36 anni – meriti qualche cenno, qualche minuto e qualche energia in più, ritengo che sia altrettanto indiscutibile. A meno che non si condivida l’assunto di Stalin, per il quale uccidere una persona è omicidio, ma uccidere un milione di persone è un dato statistico… A meno che non lo si condivida anche solo implicitamente, convinti della sua ineluttabilità.

Ciò che colpisce è che, sollecitati, gli italiani rispondono. La raccolta Uno di noi, tesa al riconoscimento giuridico in Europa dell’identità del concepito, ha raggiunto i due milioni di firme. La Marcia per la vita che si tiene da qualche anno nella seconda domenica di maggio raccoglie adesioni crescenti. Entrambe le iniziative sono state benedette da Papa Francesco, il 13 maggio dello scorso anno (qualora qualcuno abbia dubbi sulla loro opportunità); nella esortazione Evangelii gaudium il Pontefice ha individuato nella “difesa della vita nascente” il legame intimo con la difesa di “qualsiasi diritto umano”, anche sul piano legislativo.

I convegni che in queste settimane vengono organizzati da movimenti e associazioni ecclesiali in giro per l’Italia su famiglia e ideologia del gender vedono la partecipazione di volta in volta di centinaia di persone. Che cosa manca? Manca l’efficace coordinamento di queste iniziative e la spinta a indirizzarle verso una grande riedizione del Family day (posto che la prima edizione si è svolta non settanta, ma sette anni fa; perché mai non sarebbe possibile adesso?): per rendere chiaro a chi dai Palazzi fa uscire direttive sull’istruzione “di genere” nelle scuole, o vuol approvare leggi omofobia e sul matrimonio fra persone dello stesso sesso, che una parte significativa dell’Italia è fermamente contraria. E che al tempo stesso quel pezzo d’Italia è convinta che nel nostro ordinamento esistano delle discriminazioni che vanno rimosse e superate: sono le discriminazioni contro la famiglia, che rendono complicato sposarsi, mettere al mondo figli e farli crescere!

Nel 2007, col Family day, ciò è stato affermato in modo chiaro, e ha prodotto i suoi risultati.
Si potrebbe replicare: che cosa impedisce di puntare a una manifestazione simile? I laici nella Chiesa hanno la responsabilità di iniziative di questo tipo, facciano pure… È vero, a tal punto che tanti laici questa responsabilità la sentono e la esercitano. Ma un Family day bis non può venir fuori per iniziativa di un singolo movimento o associazione: così non riesce, nel 2007 è andata diversamente. Senza nascondere difficoltà ed equivoci di ogni tipo, superare la rassegnazione implicita che ha portato a trasformare la Giornata per la vita (con poche lodevoli eccezioni) nella Giornata del silenzio (sulla vita) potrebbe riservare positive sorprese.

Viceversa, sorprese negative verranno fuori dalla rinuncia a una iniziativa grande e coordinata: dal lato dei Palazzi, la percezione sarebbe – come è stato ultimamente – quella dell’irrilevanza di chi crede in certi principi, e quindi sarebbe intesa come un via libera al delirio legislativo; dal lato di chi protesta, pur con ragioni sacrosante, si accentuerebbe il rischio di derive estremistiche e radicali. Esserci tutti e in modo partecipe e convinto garantisce l’equilibrio della piattaforma con cui confrontarsi con le istituzioni; frammentarsi e lasciare alla libera, e talora anarchica, iniziativa, può rendere padrone del campo chi urla di più. Quando il solo urlo che dobbiamo puntare a moltiplicare è quello dei bambini che riprendano a nascere.




fonte: La nuova Bussola Quotidiana


domenica 2 febbraio 2014

Il Papa: "La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine"





Nella Giornata per la Vita appello pro life di Francesco all’Angelus. Il Pontefice poi tende la mano a chi negli ultimi giorni è stato colpito dalla violenta ondata di maltempo



Giacomo Galeazzi
"La vita va difesa dal grembo materno fino alla sua fine su questa terra". Appello pro-life di papa Francesco all'Angelus. "Oggi si celebra in Italia la Giornata per la Vita, che ha come tema "Generare futuro"- afferma il Pontefice a piazza San Pietro - Rivolgo il mio saluto e il mio incoraggiamento alle associazioni, ai movimenti e ai centri culturali impegnati nella difesa e promozione della vita. Mi unisco ai vescovi italiani nel ribadire che ogni figlio è volto del Signore amante della vita, dono per la famiglia e per la società".

Quindi, esorta Bergoglio, "ognuno, nel proprio ruolo e nel proprio ambito, si senta chiamato ad amare e servire la vita, ad accoglierla, rispettarla e promuoverla, specialmente quando è fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, dal grembo materno fino alla sua fine su questa terra".

In occasione della Giornata della vita consacrata, Francesco ha voluto rendere omaggio in modo particolare alle quasi 800mila suore diffuse nei cinque Continenti. «Ma pensiamo un po' - ha detto il Papa a braccio - cosa succederebbe se non ci fossero le suore, se non ci fossero le suore negli ospedali, se non ci fossero le suore nella missioni, se non ci fossero le suore nella carità, ma pensate una Chiesa senza le suore, no, non si può pensare: sono questo dono questo lievito che portano il messaggio di Gesù, sono grandi queste donne».

Inoltre il Papa tende la mano a chi negli ultimi giorni è stato colpito dalla violenta ondata di maltempo: "Il mio pensiero affettuoso va alle care popolazioni di Roma e della Toscana, colpite dalle piogge che hanno provocato allagamenti e inondazioni. Non manchi a questi nostri fratelli, che sono nella prova, la nostra solidarietà".

Francesco si è affacciato alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico per recitare l’Angelus con i numerosi fedeli e i pellegrini riuniti in piazza San Pietro. "Celebriamo la festa della Presentazione di Gesù al tempio - evidenzia Francesco- In questa data ricorre anche la Giornata della vita consacrata, che richiama l’importanza per la Chiesa di quanti hanno accolto la vocazione a seguire Gesù da vicino sulla via dei consigli evangelici".

Il Vangelo odierno racconta che, "quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, Maria e Giuseppe portarono il Bambino al tempio per offrirlo e consacrarlo a Dio, come prescritto dalla Legge ebraica. Questo episodio evangelico costituisce anche un’icona della donazione della propria vita da parte di coloro che, per un dono di Dio, assumono i tratti tipici di Gesù vergine, povero e obbediente, il Consacrato del Padre". Dunque, sottolinea il Pontefice, "questa offerta di sé stessi a Dio riguarda ogni cristiano, perché tutti siamo consacrati a Lui mediante il Battesimo. Tutti siamo chiamati ad offrirci al Padre con Gesù e come Gesù, facendo della nostra vita un dono generoso, nella famiglia, nel lavoro, nel servizio alla Chiesa, nelle opere di misericordia".

Tuttavia, tale consacrazione è vissuta in modo particolare dai religiosi, dai monaci, dai laici consacrati, che "con la professione dei voti appartengono a Dio in modo pieno ed esclusivo". Perciò "questa appartenenza al Signore permette a quanti la vivono in modo autentico di offrire una testimonianza speciale al Vangelo del Regno di Dio".

Totalmente consacrati a Dio, sono "totalmente consegnati ai fratelli, per portare la luce di Cristo là dove più fitte sono le tenebre e per diffondere la sua speranza nei cuori sfiduciati". Quindi "le persone consacrate sono segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. Così intesa e vissuta, la vita consacrata ci appare proprio come essa è realmente: un dono di Dio. Ogni persona consacrata è un dono per il Popolo di Dio in cammino. C’è tanto bisogno di queste presenze, che rafforzano e rinnovano l’impegno della diffusione del Vangelo, dell’educazione cristiana, della carità verso i più bisognosi, della preghiera contemplativa; l’impegno della formazione umana e spirituale dei giovani, delle famiglie; l’impegno per la giustizia e la pace nella famiglia umana".

La Chiesa e il mondo "hanno bisogno di questa testimonianza dell’amore e della misericordia di Dio, perciò è necessario valorizzare con gratitudine le esperienze di vita consacrata e approfondire la conoscenza dei diversi carismi e spiritualità. Occorre pregare perché tanti giovani rispondano "sì" al Signore che li chiama a consacrarsi totalmente a Lui per un servizio disinteressato ai fratelli".

Per tutti questi motivi ("come è stato già annunciato, precisa Francesco") l’anno 2015 sarà dedicato in modo speciale alla vita consacrata: "Affidiamo fin da ora questa iniziativa all’intercessione della Vergine Maria e di san Giuseppe, che, come genitori di Gesù, sono stati i primi ad essere consacrati da Lui e a consacrare la loro vita a Lui". Dopo l'Angelus il Papa ha salutato "le famiglie, le parrocchie, le associazioni e tutti i pellegrini venuti da Roma, dall’Italia e da tante parti del mondo". In particolare "gli studenti spagnoli di Villafranca de los Barros e Zafra; i devoti del beato Stefano Bellesini provenienti da Verona, i fedeli di Taranto, i cori di Turriaco, di Modena e della provincia di Taranto". Infine il Pontefice si è rivolto al cardinale vicario Agostino Vallini e a quanti sono impegnati nella diocesi di Roma per l’animazione della Giornata per la Vita. "Esprimo il mio apprezzamento ai docenti universitari che, in questa circostanza, hanno dato vita a convegni sulle attuali problematiche legate alla natalità", ha concluso il Pontefice.




Vatican Insider   2/02/2014


Avanza la dittatura. Nel silenzio









Martedì prossimo il Parlamento europeo voterà un progetto (la Relazione Lunacek, ndr) teso ad obbligare tutti gli Stati membri dell’Unione a riconoscere i matrimoni omosessuali e qualsiasi altra forma di coppia, nonché ad iniziare i bambini e i giovani a una visione pansessualistica della realtà sociale. Una visione in cui di fatto vengono riconosciute alle devianze, anche le più patologiche, il valore di diritti, personali e sociali.

E’ un segnale sinistro di un coagularsi della mentalità laicista anticattolica - anzi più decisamente antiumana - in modo che essa sia imposta senza colpo ferire, e in cui anche il minimo riferimento dialettico sembra essere considerato quasi come un delitto di lesa maestà.

Maestà di chi? La maestà risiede nei popoli dell’Unione ed essi devono essere messi in grado di valutare con realismo e responsabilità le proposte che, appunto, dovrebbero permanere come proposte su questi temi di così grande rilievo per la vita dei popoli e delle nazioni.

Pertanto per la responsabilità che ho nei confronti della comunità cristiana - ma aldilà di essa, nei confronti di tantissimi uomini di buona volontà che incontro nel mio quotidiano impegno pastorale - sono cordialmente e ammiratamente d’accordo con le iniziative che Manif pour Tous in Europa e in Italia sta mettendo in atto (domenica 2 febbraio è prevista una manifestazione anche a Roma, ndr) per iniziare almeno un’opera di grande sensibilizzazione nei confronti di queste vicende di carattere etico sociale e dei tentativi ideologici che si stanno compiendo. Mi sembra l’espressione di una laicità sana, di una laicità che per protestare contro posizioni che si rivelano in effetti violente non fa riferimento ad altro che alla propria libera coscienza, alla propria capacità di responsabilità, alla volontà di servire il bene comune del popolo e della nazione.

Ma oltre che questo clima di caccia alle streghe per cui in Europa si cominciano ad arrestare cittadini rei soltanto di portare una maglietta che porta l’immagine di una famiglia normale, tradizionale; oltre questo clima di pressione impositiva, colpisce gravemente e stupisce il silenzio reiterato di tutte quelle realtà istituzionali che a vari livelli e nei vari ambiti della vita sociale sarebbero tenuti a una presa di posizione significativamente dialettica nei confronti di quello che si sta sostanzialmente imponendo.

Questo silenzio non impedirà alla storia di giudicarlo come una debolezza imperdonabile, che diviene di fatto collusione e quindi corresponsabilità. Ben altri furono gli atteggiamenti che, soprattutto da parte del popolo cattolico, si tennero in momenti gravi per la democrazia del paese.

In questa prospettiva un altro fattore mi ha colpito. Ho partecipato in qualità di arcivescovo di una diocesi italiana, alla serie di manifestazioni che si sono tenute in occasione della Giornata della memoria delle ingiustizie e dei delitti compiuti nei confronti della presenza ebraica nel nostro paese. Non ho potuto evitare un certo disagio quando soprattutto nella presentazione storica degli avvenimenti – non da parte delle istituzioni, ma da parte di partecipanti a titolo di impegno culturale - si è corso il rischio di ricostruzioni parziali in cui certi fattori degli eventi così tragici erano minimizzati. Ad esempio la grande presenza della Chiesa in Italia, la difesa di migliaia e migliaia di ebrei che per questo aiuto poterono sfuggire a destini terribili. Ma aldilà di questo mi ha colpito l’esilità della speranza che si voleva costruire su questa memoria, dove spesso prevaleva un atteggiamento di rivalsa.

Su che cosa si costruisce la speranza dei giovani, un futuro buono per la nostra società?
Si costruisce sulla memoria di un passato ignobile che certo non è da dimenticare, non può essere dimenticato, ma che non costituisce una base solida su cui porre quella speranza affidabile, umanamente affidabile, di cui ha parlato il grande papa Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi?

Ho pensato amaramente in questi giorni che se il marchingegno diabolico delle ideologie e dei sistemi totalitari è stato brutalmente imposto a popoli come la maggior parte di quelli europei, che erano stati maturati da secoli di una autentica e profonda educazione cristiana e umana; che se nonostante questo i popoli subirono questa violenza, resistendo molte volte nella loro coscienza e in moltissimi altri casi anche nella espressione della loro vita culturale e sociale. Allora, se certi sistemi sono stati imposti a quel tempo, quale resistenza potrà esserci alla dittatura che si sta preparando?

Essa è una dittatura del massmediatico, del politicamente e del culturalmente corretto, che trova una tradizione cattolica ignorata dalla maggior parte dei giovani, ignorata perché la maggior parte di quelli che doveva parlargliene non gliene ha parlato in modo adeguato; trova una trama di vita sociale debolissima sul piano personale, sul piano della coscienza umana, sul piano della consapevolezza dei valori etici fondamentali; insomma trova un popolo disintegrato, che rischia di subire una dittatura senza neanche la nobiltà dell’opposizione.

Non sono riuscito a uscire da queste manifestazioni, che hanno avuto per me personalmente il valore di una grande testimonianza, con una speranza sul presente e sul futuro, se non una sola: quella di non demordere quotidianamente dal mio impegno di essere educatore del popolo cristiano alla fede, e del popolo umano con l’esperienza del fascino del vero, del bene, del bello e del giusto. Ma l’amarezza è che forse si riducono ogni giorno di più le fila di coloro che si assumono questa responsabilità. E anche qui tanto silenzio incomprensibile non potrà che essere giudicato anch’esso a suo tempo se non come un tradimento.


* Arcivescovo di Ferrara-Comacchio




La nuova Bussola Quotidiana 01-02-2014 

FFI, Kafka, Curia da' i numeri...




di Marco Tosatti


La strana, e per certi versi kafkiana vicenda dei Francescani dell’Immacolata ha vissuto nei giorni scorsi un altro capitolo, che ha messo in rilievo la difficoltà crescente di alcuni pezzi di Curia di chiarire e gestire l’operazione. Il 31 gennaio scorso il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per i religiosi, e il segretario della medesima Congregazione José Rodríguez Carballo hanno tenuto una conferenza stampa.
Alla fine della stessa il segretario Carballo, secondo le agenzie di stampa, dichiarava: “Il commissariamento dei Francescani dell’Immacolata è partito dopo una visita apostolica durante la quale il 74 per cento dei membri ha dichiarato, in forma scritta, un intervento urgente della Santa Sede per risolvere i problemi interni dell’istituto, proponendo o un capitolo generale straordinario, presieduto da un rappresentante del dicastero, o il commissariamento dell’istituto da parte della Santa Sede…”.
I dati che si ricavano dalle risposte a un questionario dato ai frati dal Visitatore Apostolico mons. Todisco danno cifre diverse. Vi rimandiamo a questo articolo per un esame completo, e ci limitiamo a dire che dal computo sarebbero stati favorevoli al commissariamento non il 74 per cento dei frati , ma al massimo il 45 per cento. Diciamo al massimo perché nella risposta il commissariamento era posto in alternativa a un capitolo generale straordinario.
Lasciamo agli amanti del clericalese il pieno godimento della frase finale, secondo cui un commissariamento, tuttavia, “non è mai una punizione per la Santa Sede” bensì una “benevola attenzione che esprime la maternità della Chiesa”.
Ma resta un grande mistero. E’ stato detto nella conferenza stampa che i problemi sulla Messa Antica, cioè la celebrazione secondo il “Vetus Ordo”, “non è assolutamente il motivo principale di tale intervento”. Sarà, ma intanto, per i frati, ci vuole il permesso per celebrare la Messa nel “Vetus Ordo”; ci vuole il permesso per usare il “Rituale Romanum” nella forma antica; ci vuole il permesso per celebrare la liturgia delle Ore nel “Vetus Ordo”. E nella sua lettera di risposta a un articolo, il commissario il cappuccino Fidenzio Volpi, parlava di “deriva cripto-lefebvriana”. Ma il motivo reale per cui un ordine religioso fiorente, fedele al Papa e alla Chiesa è stato ed è trattato con una durezza che ben altri meriterebbero è ancora un mistero. E la non trasparenza delle autorità su questo punto non rende certamente un buon servizio al Papa, e autorizza ogni ipotesi. 





La Stampa   2 febbraio 2014