di Massimo Introvigne
3.
La bellezza del dono di sé nel sacerdozio e nella vita religiosa
C’è una bellezza particolare anche nella vita sacerdotale. Celebrando l’ora
media in Duomo a Milano con i sacerdoti, i seminaristi e le persone consacrate,
Benedetto XVI ricordava come Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, nel 1958
paragonava la vita sacerdotale a un poema: «Comincia la vita sacerdotale: un
poema, un dramma, un mistero nuovo … fonte di perpetua meditazione …sempre
oggetto di scoperta e di meraviglia; [il Sacerdozio] è sempre novità e bellezza
per chi vi dedica amoroso pensiero … è riconoscimento dell’opera di Dio in noi»
(
Omelia per l’Ordinazione di 46 Sacerdoti, 21 giugno 1958). E il Papa,
attento alla musica, ha paragonato la vita sacerdotale e consacrata a una
«sinfonia», in cui tre elementi – unione personale con Dio, servizio alla Chiesa
e servizio all’intera umanità – non si contrappongono ma s’incontrano
armoniosamente.
Di questa bellezza della vita consacrata e sacerdotale sono parte integrante
la castità e il celibato. Certo, «l’amore per Gesù vale per tutti i cristiani,
ma acquista un significato singolare per il sacerdote celibe e per chi ha
risposto alla vocazione alla vita consacrata: solo e sempre in Cristo si trova
la sorgente e il modello per ripetere quotidianamente il “sì” alla volontà di
Dio». Il Papa richiama le radici della Chiesa ambrosiana, il magistero di
sant’Ambrogio. «“Con quali legami Cristo è trattenuto?” – si chiedeva
sant’Ambrogio, che con intensità sorprendente predicò e coltivò la verginità
nella Chiesa, promuovendo anche la dignità della donna. Al quesito citato
rispondeva: “Non con i nodi di corde, ma con i vincoli dell’amore e con
l’affetto dell’anima” (
De virginitate, 13, 77)». E ancora il Pontefice
cita un sermone di sant’Ambrogio alle vergini: «Cristo è tutto per noi: se
desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura
delle febbre, egli è fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia;
se hai bisogno di aiuto, egli è potenza; se hai paura della morte, egli è vita;
se desideri il paradiso, egli è via; se rifuggi le tenebre, egli è luce; se sei
in cerca di cibo, egli è nutrimento» (
De virginitate, 16, 99).
4.
La bellezza del dono di sé nella famiglia
C’è una bellezza del sacerdozio e della vita consacrata e c’è una bellezza
della famiglia. Nell’omelia della Messa del giugno al Parco di Bresso per
il VII Incontro Mondiale delle Famiglie Benedetto XVI è partito dalla bellezza
della Chiesa, «la famiglia di Dio», «
sacrarium Trinitatis» come la
definisce sant’Ambrogio con un’espressione che il Papa tiene a ricordare nel
giorno della festa liturgica della Santissima Trinità, «popolo che – come
insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e
del Figlio e dello Spirito Santo» (
Lumen gentium, 4). La Chiesa quando
comprende la sua natura diventa «capace di riflettere la bellezza della
Trinità».
Ma chiamata a riflettere questa bellezza, «chiamata ad essere immagine del
Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata
sul matrimonio tra l’uomo e la donna». L’amore è infatti la bellezza ultima
dell’uomo. «L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della
Trinità, immagine di Dio». Questa immagine trinitaria si riflette anche nei tre
significati dell’amore umano, che è tre volte fecondo: «fecondo – ha detto il Pontefice
agli sposi – innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il
bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare».
Fecondo, in secondo luogo, «nella procreazione, generosa e responsabile, dei
figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente». E
in terzo luogo «fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la
prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle
persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la
cooperazione». Così la famiglia riflette anch’essa, come la Chiesa, la bellezza
della Trinità.
Questa bellezza dell’amore oggi spesso è compresa in modo sentimentale o
superficiale. Nel dialogo del 2 giugno, il Papa ha ricordato che in molte
società tradizionali e in molte zone dell’Europa, fino ai primi decenni del XX
secolo – «mi ricordo, ha detto, che in un piccolo paese, nel quale sono andato
a scuola, era in gran parte ancora così» –, il matrimonio era combinato tra le
famiglie o i clan. «Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione
dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato
sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento,
diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio». Questo sviluppo è accolto dalle
nuove generazioni con grande entusiasmo. «In quel tempo – ricorda il Pontefice
– tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore
di per sé garantisse il “sempre”, perché l’amore è assoluto, vuole tutto e
quindi anche la totalità del tempo: è “per sempre”». La realtà, però, ha
smentito questi entusiasmi: «si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non
sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si
vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio
esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo
sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di
discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi
ragione, sentimento e volontà».
È un
durus sermo, quello del Papa, quando ricorda che l’essere
sinceramente innamorati di per sé non fa il matrimonio. «Nel Rito del Matrimonio,
la Chiesa non dice: “Sei innamorato?”, ma “Vuoi?”, “Sei deciso?”. Cioè:
l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione
in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande
profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il
discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: “Sì, questa è la mia
vita”». «Io penso spesso – ha confidato il Pontefice – alle nozze di Cana. Il
primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve
venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore
definitivo che diventi realmente “secondo vino” è più bello, migliore del primo
vino».
Testimoniare questa bellezza oggi non è facile. Come già nella visita del 3
maggio 2012 al Policlinico Gemelli e nell’omelia di Pentecoste, il Papa nella
Messa del 3 giugno è tornato sul tema – centrale nell’enciclica
Caritas in
veritate – della tecnocrazia, del «mondo dominato dalla tecnica», che crea
un mondo dove la vocazione al matrimonio cristiano «non è facile da vivere».
Ultimamente, di fronte al mondo tentato dalla tecnocrazia la famiglia
testimonia la verità che «l’amore è l’unica forza che può veramente trasformare
il cosmo, il mondo». «Nel libro della Genesi – ha ricordato il Pontefice –, Dio
affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la
indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione
della Sacra Scrittura, possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di
collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza
e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera
preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore».
La tecnocrazia, appunto, intende la trasformazione del mondo come qualche
cosa che può essere valutato solo con il criterio dell’utile. Così, «nelle
moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del
lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa
esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e
del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al
bene della famiglia e ad edificare una società giusta, perché porta con sé
concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai
consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad
estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a
convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto
sociale».
Si moltiplicano così i fallimenti, le separazioni e i divorzi. Nel dialogo
del 2 giugno il Papa ha confidato che «il problema dei divorziati risposati è
una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici
ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i
singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo
divorzio». Dopo avere ribadito quanto aveva affermato nelle sue Allocuzioni alla
Rota Romana del 2007 e del 2011, che «molto importante sarebbe, naturalmente,
la prevenzione», compreso un esame serio da parte dei parroci delle reali
intenzioni delle coppie che si presentano per sposarsi, il Pontefice ribadisce
alle coppie in situazione irregolare «che la Chiesa le ama, ma esse devono
vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia,
di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano
di essere amate, accettate, che non sono “fuori”». Naturalmente, la Chiesa
accetta e ama le persone, non la loro irregolarità: devono essere accolte in
chiesa ma «non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia». Ma, se pure non
possono essere assolte in confessione, «tuttavia un contatto permanente con un
sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere
che sono accompagnati, guidati». E, se pure non possono ricevere l’Eucarestia,
«anche senza la ricezione “corporale” del Sacramento, possiamo essere
spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante.
Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola
di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è
un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la
stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è
solo
un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della
Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se
realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo,
che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa».
La mentalità utilitarista e tecnocratica, che appunto non è tra le ultime
cause del fallimento di tante famiglie, tende anche a ignorare, o a vedere con
sospetto – ha detto il Papa nell’omelia del 3 giugno –, che «l’uomo, in quanto
immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa». Mette in crisi così
la nozione della domenica come giorno del Signore e anche «giorno dell’uomo e
dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la
natura, gioco, sport». La Chiesa non può accettare questa crisi: «pur nei ritmi
serrati della nostra epoca – invoca il Papa –, non perdete il senso del giorno
del Signore! È come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia
dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio».
Famiglia, lavoro e festa sono per Benedetto XVI «tre doni di Dio, tre
dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio.
Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e
la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire
società dal volto umano». Per affermare la bellezza della famiglia occorre
privilegiare «sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la
prima costruisce, la seconda finisce per distruggere».
5.
La bellezza di una società al servizio dell’uomo
Un tema caro a Benedetto XVI è che c’è anche una bellezza delle istituzioni,
che si manifesta quando esse sono davvero a misura d’uomo e conformi al piano
di Dio. «La fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, vivente in mezzo a
noi – ha detto il Papa nel saluto del 1° giugno in Piazza Duomo – deve animare
tutto il tessuto della vita, personale e comunitaria, pubblica e privata,
privata e pubblica, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a
partire dalla famiglia, che va riscoperta quale patrimonio principale
dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore
dell’uomo».
Nell’incontro con le autorità del 2 giugno, il Pontefice è tornato su questa
bellezza delle istituzioni riferendosi ancora una volta a sant’Ambrogio. Il
santo ambrosiano è fra i Padri della Chiesa pronti a ricordarci che «l’istituzione
del potere deriva così bene da Dio, che colui che lo esercita è lui stesso
ministro
di Dio» (
Expositio Evangelii secundum Lucam,
IV, 29).
«Tali parole – commenta il Papa – potrebbero sembrare strane agli uomini del
terzo millennio, eppure esse indicano chiaramente una verità centrale sulla
persona umana, che è solido fondamento della convivenza sociale: nessun potere
dell’uomo può considerarsi divino, quindi nessun uomo è padrone di un altro
uomo». Allo stesso imperatore il santo scriveva: «Anche tu, o augusto
imperatore, sei un uomo» (
Epistula 51,11).
La bellezza delle istituzioni rifulge quando vi si pratica «la
giustizia,
virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera».
Ma la giustizia da sola non basta. «Ambrogio le accompagna un’altra qualità:
l’amore
per la libertà, che egli considera elemento discriminante tra i governanti
buoni e quelli cattivi, poiché, come si legge in un’altra sua lettera, “i buoni
amano la libertà, i reprobi amano la servitù” (
Epistula 40, 2)». Si
tratta però di comprendere la vera nozione della libertà. «La libertà non è un
privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il
potere civile deve garantire. Tuttavia, libertà non significa arbitrio del
singolo, ma implica piuttosto la responsabilità di ciascuno». S’intende così
anche in quale senso sia accettabile la nozione di «
laicità dello Stato»:
nel senso di «assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro
visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto
delle leggi che mirano al bene di tutti».
Nello Stato moderno, «nella misura in cui viene superata la concezione di
uno Stato confessionale», è tanto più necessario, per assicurare che le leggi
siano giuste, un continuo confronto con il diritto naturale: «appare chiaro, in
ogni caso, che le sue leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge
naturale, che è fondamento di un ordine adeguato alla dignità della persona
umana, superando una concezione meramente positivista dalla quale non possono
derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico». E di
questo «
ben essere» della persona, misurato dal diritto naturale, il
Papa ha fornito esempi precisi secondo quelli che ha più volte chiamato i tre
valori non negoziabili: il «diritto alla vita, di cui non può mai essere
consentita la deliberata soppressione», il «servizio della famiglia, fondata
sul matrimonio e aperta alla vita», e il «diritto primario dei genitori alla
libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro
giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo
Stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera
società».
In pratica, perché le leggi di uno Stato moderno siano conformi al diritto
naturale, e perché esso davvero operi per il bene comune, «appare preziosa una
costruttiva collaborazione con la Chiesa, senza dubbio non per una confusione
delle finalità e dei ruoli diversi e distinti del potere civile e della stessa
Chiesa, ma per l’apporto che questa ha offerto e tuttora può offrire alla
società con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue
istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo». Proprio
«il tempo di crisi che stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose
scelte tecnico-politiche, di gratuità»: di quella gratuità che trae alimento e
ispirazione dal cristianesimo e dalla dottrina sociale della Chiesa.
Nel dialogo del 2 giugno, rispondendo a una coppia di sposi greci rovinati
dalla crisi economica, il Papa ha aggiunto che «dovrebbe crescere il senso
della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non
possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili
per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche
responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini».
E nell’incontro con gli amministratori Benedetto XVI ha insistito sul fatto
che, perché le istituzioni manifestino la bellezza della libertà e della
giustizia, non è sufficiente che chi le guidi sia dotato di competenze
tecniche. «A quanti vogliono collaborare al governo e all’amministrazione
pubblica, sant'Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera
De
officiis egli afferma: “Quello che fa l’amore, non potrà mai farlo la
paura. Niente è così utile come farsi amare” (II, 29)». Oltre alla ragione
della competenza è necessaria, ha detto il Papa agli amministratori pubblici,
«la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini, e quindi una chiara espressione
e un evidente segno di amore. Così, la politica è profondamente nobilitata,
diventando una elevata forma di carità».