sabato 2 giugno 2012

Il peccato e la legge morale








Domanda:
Ad una persona che non crede, il fatto di peccare crea comunque una forma di rimorso che caratterizza la differenza fra gli uomini (razionalità) e la loro natura animale (istinto). Questo sentimento porta quasi involontariamente a seguire i comandamenti. Si potrebbe pensare dunque che ognuno di noi in fondo e un po’ cristiano anche se non crede?


Risposta:
Nella domanda c’è una certa confusione insieme alla constatazione di una verità importante.
Tanto per cominciare il peccato non è un problema “istintuale”. Gli istinti possono spingerci a peccare, questo è vero, ma il peccato implica sempre una scelta morale che è frutto di una deliberazione che mette in gioco l’intelligenza, la ragione e la volontà.
Non si pecca per istinto, si pecca perché si vuole fare del male, perché scegliamo di andare contro l’ordine morale inscritto anche nella nostra coscienza.
Gli animali che vivono in una dimensione realmente istintuale non peccano in alcun modo. Non possono peccare perché i loro atti non sono imputabili, mancando in loro l’essere personale libero, intelligente e auto-cosciente. Anche l’uomo, se è quando agisce in modo puramente istintivo non pecca, e anche la legge civile – quando la cosa è dimostrabile – non gli imputa alcun reato. È il caso, per esempio, della legittima difesa. Colui che, accecato dalla paura, apre istintivamente il fuoco sul suo aggressore uccidendolo, non può essere definito assassino e quindi non può essere condannato.
La legge morale non è una sovrapposizione alla struttura antropologica (struttura intrinseca dell’uomo), ma risponde alle esigenze più profonde dell’uomo e della ragione. Ecco perché anche un non credente, un ateo, soprattutto se libero da condizionamenti ideologici, è sensibile alla voce della coscienza che risponde alla legge morale naturale. Potrà non esserci una corrispondenza piena, potranno esserci anche tante contraddizioni, ma mai un’insensibilità radicale. La morale cristiana risponde alla morale naturale, integrandola, esplicandola e – in ultima analisi – perfezionandola. In ognuno di noi in fondo risplende la luce insopprimibile della verità, ed è una luce che chiede di essere rispettata:
«In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen»
(Rm 1,18-25).
Domanda:
Perché esistono persone che commettono azioni orribili senza poi provare alcun rimorso?


Risposta:
La legge morale è già stato evidenziato nella precedente domanda.
Questo discorso però è tanto più vero quanto più l’uomo è libero da condizionamenti ideologici o di altro genere che ne oscurino la coscienza: una coscienza naturalmente sensibile alla verità morale ma che può essere gravemente compromessa. Una coscienza infatti può essere erronea ma – a seguito della malizia deliberata – può degenerare anche in coscienza falsa. Una coscienza falsa è tale perché in essa l’ordine della verità è più o meno gravemente pervertito. A questo stato di cose dunque non ci si arriva per un “incidente di percorso” ma per una serie di scelte libere e perseguite con ostinazione. Una coscienza così diventa capace di chiamare bene il male… e male il bene (Is 5,20). Ecco perché purtroppo è possibile compiere le azioni più efferate senza provare neppure il minimo rimorso.
Contro queste persone la Scrittura pronuncia una condanna durissima:
«Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti. Guai a coloro che sono gagliardi nel bere vino, valorosi nel mescere bevande inebrianti, a coloro che assolvono per regali un colpevole e privano del suo diritto l’innocente. Perciò, come una lingua di fuoco divora la stoppia e una fiamma consuma la paglia, così le loro radici diventeranno un marciume e la loro fioritura volerà via come polvere, perché hanno rigettato la legge del Signore degli eserciti, hanno disprezzato la parola del Santo di Israele» (Is 5,20-24).
Se il libro del profeta Isaia ne pronuncia la condanna, il libro della Sapienza mette in evidenza l’esito della loro vita; una vita dove purtroppo il pentimento umile e sincero rischia di non trovare più spazio alcuno:
«Abbiamo dunque deviato dal cammino della verità; la luce della giustizia non è brillata per noi, né mai per noi si è alzato il sole. Ci siamo saziati nelle vie del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? Tutto questo è passato come ombra e come notizia fugace, come una nave che solca l’onda agitata, del cui passaggio non si può trovare traccia, né scia della sua carena sui flutti; oppure come un uccello che vola per l’aria e non si trova alcun segno della sua corsa, poiché l’aria leggera, percossa dal tocco delle penne e divisa dall’impeto vigoroso, è attraversata dalle ali in movimento, ma dopo non si trova segno del suo passaggio; o come quando, scoccata una freccia al bersaglio, l’aria si divide e ritorna subito su se stessa e così non si può distinguere il suo tragitto: così anche noi, appena nati, siamo già scomparsi, non abbiamo avuto alcun segno di virtù da mostrare; siamo stati consumati nella nostra malvagità”. La speranza dell’empio è come pula portata dal vento, come schiuma leggera sospinta dalla tempesta, come fumo dal vento è dispersa, si dilegua come il ricordo dell’ospite di un sol giorno» (Sap 5,6-14).
Il Cappellano





Le frasi di Sant'Ambrogio sul primato petrino





La Chiesa non potrà essere sfasciata e sommersa dalle tempeste perché «Fondata saldamente sulla pietra apostolica» (Epistulae, 36, 1);  Pietro è personalmente «pietra della Chiesa» (Aeterne rerum conditor).

«Dove c'è Pietro, là c'è la Chiesa» (Explanatio Psalmi xl, 30, 5).

 «[In Pietro] c’è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina» (De virginitate, 16, 105).



Il Papa ribadisce il valore del celibato



Incontrando i religiosi e le religiose nel Duomo di Milano, Benedetto XVI ha ricordato: la verginità è segno della donazione totale a Dio


Il Papa in Duomo

Il Papa in Duomo




















di Andrea Tornielli
È uno di quei temi ricorrenti nel dibattito all’interno del mondo clericale: alla mancanza di sacerdoti, di fronte al calo delle vocazioni, bisogna rispondere abolendo l’obbligo del celibato sacerdotale? Papa Ratzinger, dal Duomo di Milano dove questa mattina ha iniziato la sua seconda giornata della visita, ha ribadito il valore del celibato e della verginità consacrata, che alcuni movimenti del dissenso – come ad esempio la Pfarrer-Iniziative dei parroci austriaci – vorrebbero mettere in discussione.


Accolto da una cattedrale gremita di suore, religiosi e preti, alla presenza di molti cardinali che hanno raggiunto Milano nelle ultime ore da vari Paesi del mondo, Benedetto XVI ha pregato l’Ora Terza secondo la liturgia ambrosiana. Nel suo saluto iniziale, il cardinale Angelo Scola ha ricordato l’impegno della nuova evangelizzazione e ha detto che nei primi mesi del suo episcopato ambrosiano è già venuto a conoscenza di decine e decine di esempi di santità nel clero della sua diocesi.


Nella sua omelia, il Papa ha detto che «la preghiera quotidiana della liturgia delle Ore costituisce un compito essenziale» per i sacerdoti, prolungando il mistero eucaristico. Benedetto XVI ha quindi indicato, con le parole del Concilio, il principio e la fonte dell’unità della vita dei preti. «Non c’è opposizione tra il bene della persona del sacerdote – ha detto il Papa – e la sua missione; anzi, la carità pastorale è elemento unificante di vita che parte da un rapporto sempre più intimo con Cristo nella preghiera per vivere il dono totale di se stessi per il gregge».


Il «segno luminoso di questa carità pastorale e di un cuore indiviso – ha continuato Ratzinger – sono il celibato sacerdotale e la verginità consacrata». L’amore di Gesù, ha aggiunto «acquista un significato singolare per il sacerdote celibe e per chi ha risposto alla vocazione alla vita consacrata: solo e sempre in Cristo si trova la sorgente e il modello per ripetere quotidianamente il “sì” alla volontà di Dio».


Prima di concludere la preghiera con una visita alla cripta del Duomo, il Papa ha voluto ricordare «le schiere di sacerdoti ambrosiani, di religiosi e religiose che hanno speso le loro energie al servizio del Vangelo, giungendo talvolta fino al supremo sacrificio della vita», come i beati sacerdoti Luigi Talamoni, Luigi Biraghi, Luigi Monza, Carlo Gnocchi, Serafino Morazzone; i Beati religiosi Giovanni Mazzucconi, Luigi Monti e Clemente Vismara, e le religiose Maria Anna Sala ed Enrichetta Alfieri.






Vatican Insider  2 giugno 2012

“Amici, non questi toni”. A Milano il papa volta pagina



beethoven





di Sandro Magister

Venerdì 1 giugno, la prima sera della sua trasferta a Milano Benedetto XVI l’ha passata alla Scala, ad ascoltare la Nona Sinfonia di Beethoven (nella foto, un particolare dell’autografo) diretta da Daniel Barenboim.
Come fa sempre al termine di ogni concerto, anche questa volta papa Joseph Ratzinger ha preso spunto dalla musica eseguita per ricavarne una traccia di cammino verso Dio, quel Dio che i dolori di questa vita, i terremoti ma non solo, fanno sembrare così inerte e lontano, e che invece – ha detto il papa – “soffre con noi” e proprio così ci rende capaci di “voltar pagina” e cantare un Inno alla Gioia, come quello che chiude la sinfonia.

Ecco qui di seguito il passaggio centrale del discorso di Benedetto XVI alla Scala.

*

[...] La gestazione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven fu lunga e complessa, ma fin dalle celebri prime sedici battute del primo movimento si crea un clima di attesa di qualcosa di grandioso e l’attesa non è delusa.
Beethoven pur seguendo sostanzialmente le forme e il linguaggio tradizionale della sinfonia classica, fa percepire qualcosa di nuovo già dall’ampiezza senza precedenti di tutti i movimenti dell’opera, che si conferma con la parte finale introdotta da una terribile dissonanza, dalla quale si stacca il recitativo con le famose parole “O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi”, parole che, in un certo senso, voltano pagina e introducono il tema principale dell’Inno alla Gioia.
È una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio. Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione.
Su questo concerto, che doveva essere una festa gioiosa in occasione di questo incontro di persone provenienti da quasi tutte le nazioni del mondo, vi è l’ombra del sisma che ha portato grande sofferenza su tanti abitanti del nostro paese. Le parole riprese dall’Inno alla Gioia di Schiller suonano come vuote per noi, anzi, sembrano non vere. Non proviamo affatto le scintille divine dell’Elisio. Non siamo ebbri di fuoco, ma piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha tolto casa e dimora a tanti.
Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare discutibile. Il buon padre è solo sopra il cielo stellato? La sua bontà non arriva giù fino a noi? Noi cerchiamo un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza. In quest’ora, le parole di Beethoven, “Amici, non questi toni…”, le vorremmo riferire proprio a quelle di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti.
Dopo questo concerto molti andranno all’adorazione eucaristica, al Dio che si è messo nelle nostre sofferenze e continua a farlo. Al Dio che soffre con noi e per noi e così ha reso gli uomini e le donne capaci di condividere la sofferenza dell’altro e di trasformarla in amore. Proprio a ciò ci sentiamo chiamati da questo concerto. [...]


Settimo Cielo   1 giugno 2012

venerdì 1 giugno 2012

“La Liturgia in Romano Guardini” 2

seconda parte della conferenza tenuta da don Enrico Bini il 27 aprile 2012:





Burke: "La cultura secolare ha intaccato anche la liturgia latina, la sua sacralità, la sua dimensione cattolica"


 Omelia pronunciata dal card. Raymond Leo Burke durante la S. Messa celebrata nel Santuario di Santa Maria de finibus terrae a Leuca il primo maggio 2012. 






 Dopo la statio liturgica presso queste coste luminose – donde il significato di Leuca in greco – dove l'apostolo Pietro approdò, secondo la tradizione, siamo saliti in pellegrinaggio qui dove la Santa Madre di Dio gode di una plurisecolare venerazione. Tra il carisma petrino, presente nel Papa, successore dell'Apostolo, e il carisma mariano c'è piena corrispondenza. Infatti, siamo venuti sulle orme di Benedetto XVI, il Papa che il Signore ha scelto per questo inizio del terzo millennio cristiano.

La nostra fede, trasmessaci attraverso l’ufficio petrino, per la Tradizione, è guardata con gratitudine ed è illuminata tramite la devozione più antica del pellegrinaggio. Siamo rinnovati e cresciamo fino alla misura di Gesù Cristo che, nell'immagine venerata sull'altare, la Vergine Maria ci mostra, ma, anche nella quale il suo Figlio Divino ci indica la Madre come via sicura per arrivare a Lui.

 Siamo venuti qui nel giorno che la Chiesa dedica a San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria e artigiano. San Giuseppe era un costruttore – nell’originale greco del Vangelo che è stato appena proclamato, tèkton (1) – termine che significa non un semplice artigiano o falegname, ma un lavoratore dell'edilizia, in grado di lavorare anche la pietra. San Giuseppe fu perciò costruttore di edifici, cioè preparato e capace nelle attività specializzate necessarie per costruire una casa.
 Nella liturgia odierna, all'antifona d'introito abbiamo pregato con le parole del Salmista: “Se il Signore non edifica la casa, invano si affaticano quelli che la costruiscono”(2). La parola ispirata del Salmo 126 ci fa ricordare la verità che oggi frequentemente dimentichiamo, cioè che Dio ha stabilito la legge umana del lavoro – come pure ricorda la preghiera colletta (3) – pertanto, il nostro lavoro può essere espressione dell'amore, se ogni giorno per Cristo, con Cristo e in Cristo è offerto a Dio Padre con umiltà. Proprio così ha fatto San Giuseppe. Nella Lettera ai Colossesi di San Paolo, troviamo la descrizione della dignità e del fine del nostro lavoro umano, che vediamo manifestato in modo eroico nella vita di San Giuseppe: “Qualunque sia il vostro lavoro, agite di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l'eredità”(4).
 Fu il Venerabile Papa Pio XII, ad istituire la Festa di San Giuseppe Lavoratore, affinché nel giorno che il mondo secolare dedicava alla festa del lavoro, fosse dalla Chiesa richiamata la verità sul lavoro umano e cioè il suo nesso essenziale con Dio Padre e Creatore. Oggi, seguendo l’ispirazione del Venerabile Pontefice, ci accorgiamo che un'economia – che dalla sua radice greca significa “legge per il mondo abitato” – non basata sulla dignità degli uomini che abitano la terra e la corrispondente dignità del lavoro umano, ma sulla speculazione finanziaria, entra in grave crisi.
La dignità dell'uomo che lavora, come ha testimoniato il Beato Giovanni Paolo II, non può essere rettamente riconosciuta se, prima di tutto, Dio non è riconosciuto. La fede, che costituisce la vera conoscenza che noi abbiamo di noi stessi, la nostra vera autocoscienza, ci fa comprendere che apparteniamo a Dio. Ne scaturisce un percorso che porta a guardare a Gesù Cristo non come un devoto ricordo, ma come vita della nostra vita che nessun errore e nessun potere può strappare.

È il percorso dei cuori attratti al Sacro Cuore di Gesù sempre aperto a riceverci, a purificarci e a rafforzarci con l’amore inesauribile che scaturisce in abbondanza dal Suo Cuore glorioso trafitto. Ciò riguarda tutti, vecchi e giovani, e spalanca un orizzonte e una direzione sicura, specie in questo tempo segnato da relativismo, materialismo e individualismo.
Eusebio, vescovo di Cesarea di Palestina, primo storico della Chiesa, vissuto al tempo dell'imperatore Costantino, a proposito di Giuseppe, figlio del patriarca Giacobbe, scrive: "In lui v'era un esimio pudore, una modestia e una prudenza somma; eccellente nella pietà verso Dio, splendeva di una meravigliosa bellezza anche nel sembiante"(5). Queste parole, San Giovanni Bosco, nella sua Vita di San Giuseppe, le attribuisce allo Sposo di Maria e padre putativo di Gesù. Abbiamo bisogno di ricorrere al suo esempio e alla sua protezione perché il Signore ci conceda di vivere così la nostra vita, in unione con il Cuore Divino, specialmente in ogni aspetto del nostro lavoro.

San Paolo ci ha esortato nell'Epistola di oggi: “Servite a Cristo Signore”(6). Riflettendo sulla verità del nostro lavoro, come non pensare al primato del nostro più perfetto lavoro, la Sacra Liturgia che giustamente si chiama opus Dei, ”opera di Dio”, a cui non anteporre null'altro, come dice San Benedetto(7)? Come non riscoprire la verità e la bellezza della liturgia come servizio di Dio, servizio all'altare? Sebbene i termini ministro e ministrante stiano ad attestarlo, nella cultura relativista, materialista e individualista di oggi, facilmente si dimentica che la liturgia va servita e non ci si deve servire di essa per mettere al centro noi stessi.
 Gesù, come ci ricorda il vangelo odierno e l'antifona di comunione(8), era conosciuto come figlio del falegname: San Giuseppe è stato per Gesù l'immagine vivente dell'operosità del Padre, il Quale, come dice Gesù, opera sempre(9). Se la liturgia è l'opera di Dio in quanto richiede la fede – la fede è l'opera di Dio – noi dobbiamo fare della liturgia la nostra opera più importante, sia per servire il Signore in terra, sia per essere trasformati da Lui e trovare in Lui il vero senso del nostro lavoro quotidiano.

L'antifona d'offertorio(10) inneggia al Signore che porta a buon fine il nostro lavoro: egli lo fa dal suo tempio santo, quel tempio ove presentiamo le offerte del pane e del vino, frutto del lavoro delle nostre mani. Infatti, sono i santi Misteri che riceviamo – ricorda la preghiera dopo la Comunione – che perfezionano il nostro operato e ci assicurano il loro premio(11). Così, ci prepariamo alla liturgia celeste ove opereremo per sempre a lode e gloria della Trinità Santissima.

 Siamo venuti qui, sulle orme di Papa Benedetto XVI che sta incoraggiando e sostenendo un nuovo movimento verso la liturgia e la sua corretta celebrazione, esteriore ed interiore(12). Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis il Santo Padre ci ricorda che il rinnovamento liturgico voluto dal Concilio contiene ricchezze non pienamente esplorate(13). L’esplorazione si è interrotta o è rimasta in superficie, perché la cultura secolare fortemente marcata dal relativismo, materialismo e individualismo, ha intaccato anche la liturgia latina specialmente la sua sacralità e la sua dimensione cattolica.

 Così si è sviluppato un conflitto tra innovatori e conservatori, in gran parte emotivo: per superarlo razionalmente bisognerebbe quasi riprendere in mano la Memoria sulla riforma liturgica(14), redatta nel 1949 sotto il Venerabile Papa Pio XII, che già prima del Concilio Ecumenico Vaticano II promuoveva il restauro della liturgia. In quella Memoria sono enunciati le necessità, i principi fondamentali, il programma organico e l'attuazione pratica. Vi si trovano anche le ragioni - all’epoca - della riforma liturgica: lo stato della liturgia, della scienza liturgica, del movimento liturgico mondiale, la situazione del clero, le promesse e iniziative della Santa Sede per la riforma liturgica definitiva.

Alla luce di tali presupposti, si può rileggere la Costituzione Sacrosanctum Concilium nei suoi punti fondamentali: la natura della liturgia e la sua importanza nella Chiesa, l’educazione liturgica del clero - a partire dalla formazione nei seminari - e dei fedeli, la riforma liturgica e spirituale, e i suoi criteri. Per distinguere la riforma dalle “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”(15), per adoperare la loro descrizione da parte di Papa Benedetto XVI, basterebbe verificare se siano state osservate due condizioni irrinunciabili: “probe servata eorum [rituum] substantia” e “restituantur vero ad pristinam sanctorum Patrum normam”(16), “conservata fedelmente la loro [dei riti] sostanza” e “siano riportati alla primitiva tradizione dei Padri”.

Si deve tenere in conto anche quanto abbia pesato nell'impostazione e, di conseguenza, nell'applicazione della riforma, per esempio, lo spirito di critica e di insofferenza verso la Santa Sede, un certo razionalismo nella liturgia senza nessuna preoccupazione per la vera pietà, il fatto che i liturgisti non sempre fossero teologi, malgrado nella liturgia, ogni gesto e parola esprima una realtà teologica. Poiché tutta la teologia già da allora era in discussione, le teorie correnti cadevano sulla formula e sul rito, con una gravissima conseguenza: mentre la discussione teologica rimane nell’ambito degli specialisti, la formula e il rito si diffondono nel popolo. Se ne riscontra una eco nella Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II Vicesimus Quintus Annus del 1988 ove si parla apertamente di “[a]pplicazioni errate”(17).

 Un altro tema importante è la desacralizzazione della liturgia già intravista da Paolo VI in alcune tendenze e sperimentazioni(18): la legge liturgica che fino al Concilio era una cosa sacra, per molti dopo il Concilio non esisteva e non esiste più. Non vi è alcun amore per ciò che è stato tramandato; ciascuno si ritiene autorizzato a fare quello che vuole.

 In occasione della pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum si è sostenuta l’incompatibilità dei due Messali Romani, quasi supponessero due ecclesiologie. L’intervento pontificio va letto, invece, come continuazione della riforma liturgica in linea con la Costituzione Sacrosanctum Concilium. Giova ricordare le parole di Papa Benedetto XVI sulla riforma liturgica: “Si tratta in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all’interno dell’unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”(19).

Basandosi sulla realtà dell’unità organica della Sacra Liturgia, specialmente dopo la pubblicazione dell’Istruzione Universae Ecclesiae dello scorso anno, dobbiamo tutti, specialmente negli Istituti e nelle cattedre di Sacra Liturgia nei Seminari e Facoltà, favorire una discussione onesta e perseverante, affinché vi sia l’arricchimento vicendevole tra la forma ordinaria e quella straordinaria del Rito della Messa, per il quale il Santo Padre insistentemente lavora.
Soprattutto tutte nostre chiese e cappelle devono essere luoghi dove la sacra liturgia è celebrata in modo esemplare come l’opera di Dio, affidata a noi e perciò la più alta e perfetta espressione della Sua santa Chiesa.

 Preghiamo Santa Maria di Leuca e San Giuseppe, suo sposo, “fidelis servus ac prudens, super Familiam tuam ... constitutus”(20) – “servo fedele e prudente messo a capo della Santa Famiglia” – affinché protegga il Santo Padre Benedetto XVI, ottenga la riconciliazione della Fraternità San Pio X con la Chiesa universale di cui tutti siamo parte, sostenga il lavoro che la Scuola Ecclesia Mater compie per la promozione della Sacra Liturgia, della musica, arte ed architettura sacre, e ispiri in tutti noi l’obbedienza alla disciplina della Sacra Liturgia, opera di Dio affidata a noi per la salvezza del mondo.
 Cuore di Gesù, fonte di vita e di santità, abbi pietà di noi. Santa Maria di Leuca, prega per noi. San Giuseppe, il Lavoratore, Sposo di Maria e Fedele Custode della Santa Famiglia, prega per noi.



 1 Mt 13, 55; cf. Mc 6, 3. 
 2 Sal 127 [126]: 1. 
 3 Cf. “Rerum conditor Deus, qui legem laboris humano generi statuisti:…” Missale Romanum ex decreto Ss. Concilii Tridentini restitutum Summorum Pontificum cura recognitum, Editio Typica 1962 [Missale Romanum 1962], ed. Manlio Sodi e Alessandro Toniolo, Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 2007, p. 600, “Oratio”. 
4 Col 17, 23-24. 
 5 Eusebio, Praeparatio Evangelica, libro VII, 32-34. 
 6 Col 17, 24. 
 7 Benedicti Regula, Cap. XLIII, 7. 
 8 Cf. Mt 13: 55; “Nonne hic est fabri filius”? Missale Romanum 1962, p. 601, “Ant. ad Communionem”. 
 9 Cf. Gv 5: 17. 
 10 Cf. “Bonitas Domini Dei nostri sit super nos, et opus manuum nostrarum secunda nobis, et opus manuum nostrarum secunda”. Missale Romanum 1962, p. 601, “Ant. ad Offertorium”. 
 11 Cf. “Haec sancta quae sumpsimus, Domine: per intercessionem beati Ioseph; et operationem nostram compleant, et praemia confirment”. Missale Romanum 1962, p. 601, “Postcommunio”. 
 12 Cf. Joseph Ratzinger, Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana [Opera omnia, Vol. XI], Città del Vaticano: Libreria Editrice Vaticana, 201, p. 26. 
 13 Cf. n. 3. 
 14 Cf. Carlo Braga, C.M., ed., La riforma liturgica di Pio XII: Documenti, I. La «Memoria sulla riforma liturgica», Roma: Centro Liturgico Vincenziano, 2003. 
 15 Benedictus PP. XVI, Epistula “Ad Episcopos Catholicae Ecclesiae Ritus Romani”, die 7 Iulii 2007, Acta Apostolicae Sedis [AAS] 99 (2007), p. 796. 
 16 Sacrosanctum Concilium Oecumenicum Vaticanum II, Constitutio Sacrosanctum Concilium, “De Sacra Liturgia”, AAS 56 (1964), p. 114, n. 50. Versione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 1, p. 51, n. 87. 
 17 “[u]sus vitiosi”. Ioannes Paulus PP. II, Litterae apostolicae Vicesimus quintus annus, “Quinto iam lustro expleto conciliari ab promulgata de Sacra Liturgia Constitutione Sacrosanctum Concilium”, 4 Novembris 1988, AAS 81 (1989), p. 910, c, n. 13. Versione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 11, p. 999, n. 1586. 
 18 Cf. “Resistite fortes in fide”, 29 giugno 1972, Insegnamenti di Paolo VI, Vol. 10 (1972), Città del Vaticano: Tipografia Poliglotta Vaticana, 1973, pp. 705-708. 
 19 “Agitur reapse de immutationibus percipiendis, quas intra unitatem voluit Concilium, quae historicum ipsius ritus progressum, absque inductis facticiis fractionibus, designat”. Benedictus PP. XVI, Adhortatio Apostolica Post-Synodalis Sacramentum caritatis, “De Eucharistia vitae missionisque Ecclesiae fonte et culmine”, die 22 Februarii 2007, AAS 99 (2007), p. 107, n. 3. Versione italiana: Enchiridion Vaticanum, Vol. 24, p. 91, n. 107. 
 20 Missale Romanum 1962, p. 1071, “Praefatio de S. Ioseph, Sponso B.M.V.”.




Scuola Ecclesia Mater  31 maggio 2012

Parlateci di Nostro Signore Gesù Cristo e non di altro







Parlateci di Nostro Signore Gesù Cristo, parlateci della sua salvezza per noi, parlateci della grazia che perdona e santifica le nostre povere vite, parlateci della Vergine Maria, Madre di tutte le Grazie, parlateci dei santi e della vita eterna... e vi ascolteremo.

Ma non parlateci più di altro, delle cose di cui parlano i politici che passano, di economia o di socialità, di giustizia troppo umana che quindi giusta non è, o di psicologia spicciola che la scienza, quella vera, ha da tempo abbandonato: su queste e simili cose nessuno ascolta più.

È tutta colpa della svolta antropologica: avevano detto che non bisognava più partire da Dio per insegnare il Cristianesimo, ma dall'uomo... solo che in questi anni l'inganno si è consumato e, partendo dall'uomo, a Dio non si è più arrivati, ci si è fermati al piano terra. Si parla dell'uomo... si parla dell'uomo, ma a Dio, a Nostro Signore Gesù Cristo non si arriva più.

Vi è mai capitato di andare in certi incontri ecclesiali, in certe assemblee di clero e laici impegnati, e di stare lì seduti mentre il clero introduce con una preghierina, poi i laici descrivono la situazione del mondo e della Chiesa (!): ... il tempo passa... guardi l'orologio, sono trascorse quasi due ore, sei confuso in un malessere strano e ti accorgi che mai il nome di Gesù Cristo è stato pronunciato, neanche per sbaglio!

È veramente insopportabile per l'uomo tutto questo! A un Vescovo, a un sacerdote, l'uomo chiede la via di Dio, anche quando questa domanda resta inespressa e nascosta nelle pieghe dell'animo.

Vi supplichiamo, parlateci di Dio e non di altro. Se c'è un'urgenza sociale è questa: gli uomini hanno bisogno di Dio.

E smettiamola di dire che bisogna arrivarci con calma a parlare di Dio, con una cauta mediazione, parlando prima delle cose della vita: non è così, non è così nella Sacra Scrittura, nei Vangeli, non è così nella storia della Chiesa: è Cristo che salva l'uomo e lo guarisce, e allora dillo subito!

I protestanti pensarono di tenere Gesù Cristo buttando la Chiesa, e fu terribile.

Ma tenere una Chiesa senza Gesù Cristo, senza Dio, è terrificante.

Siate umili e semplici, parlateci di Dio e vi ascolteremo.



Editoriale di giugno 2012  RADICATI NELLA FEDE