mercoledì 6 aprile 2011

Don Bux: senza forma non esiste la liturgia


L'intervista: sull'adeguamento liturgico ci sono state cattive interpretazioni.

di Andrea Zambrano




REGGIO EMILIA (6 aprile 2011) - "Le chiese devono essere luoghi di culto, non auditorium". E’ questo il giudizio di fondo che il consultore dell’ufficio delle celebrazioni del sommo pontificie don Nicola Bux dà di molti adeguamenti liturgici operati in molte chiese negli ultimi anni. Don Bux sarà protagonista giovedì sera alle 21 dell’incontro promosso nella Sala del Capitano del Popolo dalla delegazione Emilia Occidentale dell’Ordine di Malta, con Italia Nostra, il Museo dei Cappuccini e il circolo Frassati di Correggio e chiamato “Liturgia romana e arte sacra fra innovazione tradizione”. Con Bux, ormai una conoscenza di molti fedeli (è la terza volta che viene nel Reggiano in pochi anni), parleranno anche don Enrico Mazza e l’ex sovrintendente Elio Garzillo.
Sarà inevitabile toccare anche il tema dell’adeguamento liturgico della Cattedrale di Reggio dopo il complesso restauro architettonico degli anni scorsi. Il GdR ha intervistato in anteprima don Bux, collaboratore di Papa Benedetto XVI non solo sui temi della liturgia, ma anche nella Congregazione della dottrina della fede.

Don Bux, che cos’è l’adeguamento liturgico?

E’ un’espressione coniata negli anni dopo il Concilio Vaticano II per indicare i lavori ritenuti necessari affinché le antiche chiese potessero essere più idonee alle celebrazioni secondo la forma rinnovata del rito Romano.

E quali risultati ha prodotto?

L’adeguamento è partito con l’intento di operare quei ritocchi per favorire la celebrazioni dei sacramenti, ma si è imposto soprattutto il tema della messa celebrata con l’altare verso il popolo. Un adeguamento vistoso del quale si è abusato.

Perchè?

Perchè lo stesso messale non dice mai che il celebrante non deve essere di spalle al popolo. E questo è dimostrato dal fatto che per ben tre volte, subito dopo l’offertorio, nell’ecce agnus Dei e nella benedizione finale si prescrive che il sacerdote si rivolga al popolo. Ne consegue che durante la celebrazione l’orientamento deve essere un altro.

Cioè spalle al popolo...

Non propriamente. Questa è una male interpretazione dello stesso messale di Palo VI e una forzatura che ha fatto si che si pensasse che dare le spalle al popolo fosse un atto di maleducazione. Come dire: “Scusate la spalle”.

Dunque?

Dunque è una questione di orientamento verso il Signore che viene. Ecco perchè la tradizione ci ha consegnato le celebrazioni con il sacerdote e i fedeli entrambi rivolti ad oriente, simbolo del Signore che viene e successivamente indicato nella croce. In sostanza il rivolgersi al popolo era indicato come una possibilità.

Così la critica principale è che il sacerdote non è in comunione con i fedeli...

Infatti Benedetto XVI, già da cardinale insisteva sul fatto che se il popolo è rivolto al crocifisso e con lui il sacerdote, tutti rivolgono lo sguardo a Cristo, che è l’aspetto centrale della liturgia. Come diceva Ratzinger con il sacerdote fronte al popolo si chiude il cerchio all’incontro con il Signore.

Come si può risolvere la questione?

Come ha giustamente proposto il Santo Padre, sarebbe opportuno che con la stessa posizione, si inserisse una croce sull’altare in modo che tutti possano avere in primo piano il soggetto centrale della liturgia: Cristo che viene. E’ bene che i sacerdoti sappiano spiegare che la loro posizione deve essere funzionaleall’orientamento della celebrazione.

Quali altri temi toccherà domani?

L’incontro è promosso dal desiderio di molti laici, preoccupati che il cosiddetto adeguamento non vada in collisione con il rispetto della tradizione. In questo caso nella Cattedrale di Reggio anche con l’aiuto del professor Mazza si vuole cercare di offrire gli strumenti per capire che è il popolo che si deve adeguare alla liturgia e non il contrario.

Un tema dibattuto a Reggio è quello della sede episcopale, portata giù dal presbiterio e davanti all’assemblea...

La sede non è l’elemento più importante in un edificio sacro. Prima vengono l’altare, la croce e il tabernacolo, che sono il segno della presenza divina permanente in mezzo al popolo. Per importanza, dopo l’ambone, quello che una volta era chiamato pulpito o pergamo e che era funzionale a stare in mezzo all’assemblea per ragioni acustiche, c’è la sede della presidenza.

Ma dove deve essere collocata?

Nelle chiese primitive siriache, eredi delle sinagoghe la sede era in testa all’assemblea, come oggi avviene quando a teatro si riserva la poltrona centrale all’autorità. Ben presto la sede di chi presiede è stata posta in testa all’assemblea a sinistra o a destra in una posizione di raccordo tra l’assemblea e l’altare.

Qual è la posizione ideale?

In testa alla gradinata, come ancor oggi fanno gli orientali che mettono la sede del patriarca in testa all’assemblea, ma non frontale. E’ bene poi che i posti dei fedeli non siano trasversali o diagonali, ma guardino tutti con un unico sguardo.

Dunque sul presbiterio, non in basso?

Il luogo dei sacerdoti e del vescovo è il presbiterio, lo dice il nome stesso. Il fatto che la sede sia posta in basso confonde le idee.

Le potrei obiettare che anche il vescovo fa parte del popolo di Dio...

E’ vero, ma anche la tradizione ha un suo peso. Non bisogna cadere nel populismo. Lo stare insieme ai fedeli non dipende dalla posizione.

Quanto pesa in questo discorso l’accusa di eccessivo formalismo?

Una cosa è la forma, un’altra il formalismo. Senza una forma la liturgia non esisterebbe e la sostanza sarebbe deforme. Il parlare di formalismo invece è un po’ ideologico e riduttivo. Ultimamente è in uso parlare di poli liturgici. Ebbene, nel rito romano deve prevalere l’unità.

Un altro tema scottante è l’assenza di inginocchiatoi...

Un’altra stranezza a cui si assiste talvolta. La liturgia prescrive di inginocchiarsi in certi momenti della messa. Il fatto è che il disincentivare l’inginocchiarsi rischia di ridurre la Chiesa ad un auditorium o la liturgia a intrattenimento. Invece il Papa ci ricorda che la liturgia è adorazione e il suo segno esteriore più visibile è proprio il mettersi in ginocchio.

Quanto conta nelle chiese la conservazione di manufatti artistici e l’introduzione di nuove opere moderne?

Ci vuole sempre del gusto nelle cose. Stranamente oggi si tende a musealizzare tutte le bellezze e gli arredi, ma le cose vanno in un museo se non sono più fruibili. In molti casi invece arredi e suppellettili sono espressione della pietà del popolo e dei sacrifici che sono stati fatti per introdurli. Sempre che parliamo di oggetti che servano non per la nostra gloria personale, ma per quella di Dio. La stessa cosa vale per i paramenti. A volte il sacerdote mette o toglie paramenti a seconda del suo gusto o della sua comodità, come se fosse un abbigliamento privato. In realtà sono l’espressione dell’oggettività del rito che viene affidato al ministro, anche se indegno moralmente.

martedì 5 aprile 2011

Dove sta il centro del mondo



di Konrad Krajewski


Ogni giorno celebro l'Eucaristia nelle Grotte Vaticane. Osservo come i dipendenti della basilica e tutti coloro che si recano al lavoro nei diversi dicasteri e uffici del Vaticano, i gendarmi, i giardinieri, gli autisti, cominciano la giornata con un momento di preghiera presso la tomba di Giovanni Paolo II: toccano la lapide e gli mandano un bacio. È così tutte le mattine.

Dal 2000 il Papa aveva cominciato a indebolirsi sempre di più. Aveva grande difficoltà nel camminare. Preparando il grande Giubileo con l'arcivescovo Piero Marini ci auguravamo che almeno potesse aprire la porta santa. Era quasi impossibile pensare al futuro.

Mentre mi trovavo sulle montagne polacche, una volta ho sentito questa affermazione: "Ancora non ci conosciamo, perché non abbiamo sofferto insieme". Con monsignor Marini abbiamo partecipato per cinque lunghi anni alle sofferenze del Papa, al suo eroico combattimento con se stesso per sopportare la sofferenza. Mi vengono in mente le parole del salmo 51: "Purificami con issopo e sarò mondato", che si possono intendere anche così: "Toccami con la sofferenza e sarò puro".

Essere con Giovanni Paolo II voleva dire vivere nel Vangelo, essere dentro il Vangelo.

Negli ultimi anni del servizio accanto a lui mi sono reso conto che la bellezza è sempre legata alla sofferenza. Non si può toccare Gesù senza toccare la croce: il Pontefice era così provato, si può dire martoriato dalla sofferenza, ma così estremamente bello, in quanto con gioia ha offerto tutto ciò che ha ricevuto da Dio e con gioia ha restituito a Dio tutto ciò che da Lui ha avuto. La santità infatti - come diceva Madre Teresa di Calcutta - non significa soltanto che noi offriamo tutto a Dio, ma anche che Dio prende da noi tutto quello che ci ha dato.

L'atleta che camminava e sciava sulle montagne ora aveva smesso di camminare; l'attore aveva perso la voce. A poco a poco gli era stato tolto tutto.

Prima di cominciare le esequie, monsignor Dziwisz e monsignor Marini hanno coperto il volto del Papa con un panno di seta, un simbolo dal significato molto profondo: tutta la sua vita è stata coperta e nascosta in Dio. Mentre compivano questo gesto, stavo accanto alla bara e tenevo in mano l'Evangeliario, un altro segno forte. Giovanni Paolo II non si vergognava del Vangelo. Viveva secondo il Vangelo. Scioglieva secondo il Vangelo tutti i problemi del mondo e della Chiesa. Secondo il Vangelo ha costruito tutta la sua vita interiore ed esteriore.

Il mistero di Giovanni Paolo II, cioè la sua bellezza, si esprime molto bene attraverso la preghiera di Papa Clemente XI che si trovava negli antichi breviari: "Voglio tutto ciò che tu vuoi, lo voglio perché tu lo vuoi, lo voglio come e quando lo vuoi tu". Chi pronuncia queste parole con il cuore diventa come Gesù che, umile, si nasconde nell'ostia e si offre per essere consumato. Chi fa proprie queste parole comincia a vivere con lo spirito di adorazione del Santissimo Sacramento.

Seguendo il Pontefice nei viaggi apostolici, durante le lunghe trasvolate, mi domandavo spesso: dove sta il centro del mondo? Tredici giorni dopo l'elezione, con alcuni suoi collaboratori, il Papa si recò vicino Roma, alla Mentorella, dove c'è il santuario della Madre delle Grazie. Domandò ai suoi compagni di viaggio: "Cosa è più importante per il Papa nella sua vita, nel suo lavoro?". Gli suggerirono: "Forse l'unità dei cristiani, la pace nel Medio Oriente, la distruzione della cortina di ferro...?". Ma egli rispose: "Per il Papa la cosa più importante è la preghiera".

Nel mio Paese c'è questo detto: "Il re è nudo davanti agli occhi dei suoi servi". Quanto più cominciavamo a conoscere Giovanni Paolo II, tanto più eravamo convinti della sua santità, la vedevamo in ogni momento della sua vita. Egli non oscurava Dio.

Se volessi indicare cosa è più importante per la vita sacerdotale e per ciascuno di noi, guardando a lui potrei dire: non coprire o offuscare Dio con se stesso, ma, al contrario, mostrarlo e diventare il segno visibile della sua presenza. Dio nessuno lo ha visto, ma Giovanni Paolo II lo ha reso visibile attraverso la sua vita.

Quando pregava, ho avuto l'impressione che si gettasse ai piedi di Gesù. Quando pregava, sul suo viso era visibile il totale affidamento a Dio. Era veramente trasparente; era, per usare un'immagine poetica, come l'arcobaleno che lega il cielo alla terra e la sua anima correva sulle scale dalla terra al cielo. Torno ora alla domanda: "Dove sta il centro del mondo?".

Pian piano ho cominciato a rendermi conto che il centro del mondo era sempre dove io mi trovavo con il Papa: non perché stavo con Giovanni Paolo II, ma perché lui ovunque egli si trovasse, pregava.

Ho capito che il centro del mondo è dove io prego, dove io sono insieme a Dio, nella più intima unione che c'è: la preghiera. Sono al centro del mondo quando cammino alla presenza di Dio, quando "in lui infatti vivo, mi muovo ed esisto" (cfr. Atti degli apostoli, 17, 28).
Quando celebro o partecipo all'Eucaristia sono al centro del mondo; quando confesso e mi confesso, nel confessionale c'è il centro del mondo; il posto e il tempo della mia preghiera costituiscono il centro del mondo perché, quando prego, Dio respira dentro di me.

Il Papa ha permesso a Dio di respirare attraverso di lui: ogni giorno passava tanto tempo davanti al tabernacolo. Il Santissimo Sacramento era il sole che illuminava la sua vita. E lui davanti a quel sole andava a riscaldarsi con la luce di Dio.

La vita di Giovanni Paolo II era intessuta di preghiera. Aveva sempre tra le dita la coroncina del rosario, con la quale si rivolgeva a Maria confermando il suo Totus tuus. Una volta, dopo l'infortunio del 1991, il cardinale Deskur portò al Papa un contenitore di acqua santa da Lourdes e gli disse: "Santità, quando laverà la parte dolente, dovrà recitare l'Ave Maria". Giovanni Paolo II rispose: "Caro Cardinale, io dico sempre l'Ave Maria".

Il mio compito nell'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche consiste nel curare, sotto la guida del maestro, le celebrazioni pontificie e non di scrivere articoli o preparare conferenze. È stato così per tredici anni. Dopo il 2 aprile 2005, quando qualcuno mi chiede di dare testimonianza su Giovanni Paolo II, rispondo spesso: "Sì, con grande gioia!". E invito a prendere parte ogni giovedì alla messa davanti alla sua tomba nelle Grotte Vaticane. Così come invito a recarsi nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, dove ogni pomeriggio si recita la coroncina della Divina Misericordia seguita dalla Via Crucis. Ogni giovedì sera si incontrano nel mio appartamento sacerdoti che lavorano o studiano a Roma, suore e laici. Insieme recitiamo i vespri, preghiamo e ci sediamo alla tavola comune. Radunarsi in preghiera e stare insieme per ritrovarsi al centro del mondo: ho imparato questo da Giovanni Paolo II.

Non mi meraviglia che il Papa sia beatificato nella domenica della Divina Misericordia, anche se è una sorpresa della Provvidenza il fatto che quest'anno coincida con il 1° maggio. Così quel giorno si parlerà principalmente di santità. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II trasformeranno quella ricorrenza in un evento religioso inedito nella storia: una processione di maggio verso la santità e la preghiera.

Fonte: L'Osservatore Romano 2 aprile 2011

La dottrina eucaristica di san Tommaso d'Aquino (II parte)


Nella dottrina eucaristica del Dottore angelico, il Christus passus presente nel Sacramento dell'altare non è il Christus patiens, il Cristo che soffre ora, ma il Cristo che ha sofferto, prefigurato dall'agnello pasquale, il quale costituisce un sacrificio assolutamente perfetto, perché, avendo una carne passibile e mortale, era adatto all'immolazione.


Nei passi che contengono direttamente l'espressione "Christus passus", la menzionata posizione "esterioristica" è dimostrata soprattutto dall'affermazione che il "Christus passus" fu prefigurato dall'agnello pasquale.

Ma perché la figura dell'agnello pasquale dimostra la veracità della posizione "esterioristica"? Qui è importante sottolineare il motivo per cui l'agnello pasquale è la figura del "Christus passus": questo motivo si fonda sulla sua immolazione. Cercando quindi che cosa significhi l'immolazione nei testi di san Tommaso, vediamo che il Dottore angelico intende sotto la voce "immolari" ("immolare") ciò che viene fatto esternamente sulla vittima.

Citiamo alcuni passi: «...l'immolazione dell'agnello pasquale figurava l'uccisione del Cristo...». «Come la celebrazione di questo sacramento è l'immagine rappresentativa della passione di Cristo, così l'altare rappresenta la sua croce, sulla quale Cristo venne immolato nel suo aspetto proprio». «...la celebrazione di questo sacramento... è un'immagine rappresentativa della passione di Cristo, che è una vera immolazione... In base dunque al primo motivo si può dire che Cristo veniva immolato anche nelle figure dell'Antico Testamento, per cui nell'Apocalisse [13, 8] si legge: "I nomi dei quali non sono scritti nel libro della vita dell'Agnello, il quale è stato immolato [ucciso] fin dall'origine del mondo». «Sebbene la verità corrisponda in parte alla figura, non le corrisponde però in tutto: poiché la realtà deve superare la figura che la rappresenta. Era giusto quindi che la figura di questo sacrificio, in cui viene offerta per noi la carne di Cristo, fosse non la carne umana, bensì la carne degli animali che prefiguravano tale offerta. La quale costituisce il sacrificio assolutamente perfetto..., perché essendo una carne passibile e mortale, era adatta all'immolazione».

Dai passi citati è rilevabile che all'immolazione corrisponde l'uccisione della vittima, cioè la separazione del sangue dal corpo. Ne segue che l’Aquinate, parlando del "Christus passus", intende "il Cristo immolato, nello stato di separazione del suo sangue dal suo corpo".

Ma in che modo Cristo immolato è contenuto nel sacramento dell'Eucaristia? Parlando del "Christus passus" e non del "Christus patiens", san Tommaso non parla del Cristo che adesso soffre, ma del Cristo che ha subito la sofferenza in passato. L'Aquinate afferma inoltre: «[…] Non avendo la divinità mai lasciato il corpo che assunse, dovunque si trova il corpo di Cristo ci deve essere anche la sua divinità... L'anima invece fu realmente separata dal corpo... Se quindi in quel triduo di morte fosse stato celebrato questo sacramento, l'anima non vi sarebbe stata presente né in forza del sacramento, né per concomitanza naturale. Ma poiché Cristo risorto dai morti non muore più, come dice S. Paolo (Rm 6,9), la sua anima è sempre realmente unita al corpo. E così in questo sacramento il corpo di Cristo è presente in forza del sacramento stesso, I 'anima invece per reale concomitanza».

Ne deriva che l'unico caso possibile in cui l'Eucaristia potrebbe contenere in un certo senso la stessa passione di Cristo, cioè contenere il Corpo del Signore senza la sua anima (e similmente il Corpo e il Sangue veramente separati), sarebbe quello ipotetico della celebrazione della Messa nel triduo della morte del Signore: altrimenti ciò è del tutto impossibile ed escluso.
In effetti lo stesso Dottore Angelico ha affermato che «...questo sacramento è segno della passione di Cristo e non la passione stessa».

Le parole dei santi


L'ISTITUZIONE DEL SACRAMENTO EUCARISTICO

Era conveniente che questo sacramento fosse istituito nella Cena, cioè in quella circostanza in cui Cristo per l’ultima volta si trattenne con i suoi discepoli […] perché senza la Passione di Cristo non ci poté mai essere salvezza, in conformità alle parole di san Paolo: «Dio ha prestabilito Cristo quale mezzo di propiziazione per la fede nel suo sangue». Era quindi necessario che in ogni tempo presso gli uomini qualche cosa rappresentasse la Passione del Signore. Di essa nel Vecchio Testamento il simbolo principale era l'agnello pasquale. Ora, nel Nuovo Testamento doveva subentrare ad esso il sacramento dell'Eucarestia, che è commemorativo della Passione avvenuta, come l’agnello pasquale era prefigurativo della Passione futura. Era quindi conveniente che nell'imminenza della Passione, dopo aver celebrato l’antico, venisse istituito il nuovo sacramento.

San Tommaso d'Aquino

lunedì 4 aprile 2011

La dottrina eucaristica di san Tommaso d'Aquino (I parte)


La dottrina del Dottore angelico ed eucaristico, san Tommaso d 'Aquino, sul mistero del Sacramento dell'altare si sofferma in particolare a considerare il "Christus Passus", ossia il "Cristo che ha sofferto " presente nel divin Sacramento. II Padre domenicano Stepàn Martin Filip ha dedicato all'argomento un interessante studio di cui offriamo una sintesi.

L’espressione "Christus passus" (il Cristo che ha sofferto) ricorre di frequente nelle opere di san Tommaso d'Aquino, che egli dedica al Santissimo Sacramento dell'Eucaristia. Tale espressione sembra, in effetti, compendiare la dottrina del Dottore Angelico, chiamato anche Dottore Eucaristico, sul Sacrificio della Messa. Riportiamo alcuni dei principali passi tomasiani in cui si rinviene l'espressione "Chistus passus".

«L 'Eucaristia è il sacramento perfetto della Passione del Signore, in quanto contiene Cristo stesso che ha sofferto». «Per quanto riguarda il Cristo stesso immolato, che è contenuto in questo sacramento, la figura principale va riscontrata in tutti i sacrifici dell'antico Testamento ... ». «Infatti i sacrifici dell'antica legge contenevano il vero sacrificio della morte di Cristo solo in modo figurato… Era quindi giusto che il sacrificio della nuova legge, istituito da Cristo, avesse qualcosa di più: che cioè contenesse Lui stesso che ha sofferto non solo sotto forma di simbolo o di figura, ma nella realtà». «Infatti, essendo questo il sacramento della Passione del Signore ..., contiene in sé il Cristo che ha sofferto ... ».
San Tommaso quindi scrive che l'Eucaristia unisce l'uomo al "Christus passus", il quale viene imbandito a noi come banchetto pasquale: «L 'Eucaristia... è il sacramento della Passione di Cristo in quanto l'uomo viene reso perfetto in unione a Cristo che ha sofferto». «Nel sacramento dell'Eucaristia... si commemora la morte di Cristo in quanto Cristo stesso che ha sofferto viene imbandito a noi come banchetto pasquale, secondo le parole di san Paolo (1 Cor 5,7s.): Cristo, nostra Pasqua, è estato immolato: banchettiamo dunque ... ».

Il Dottore Angelico afferma anche che il "Christus passus” fu prefigurato nell' Antico Testamento per mezzo dell'agnello pasquale. E l'agnello pasquale era figura del "Christus passus" perché veniva immolato.

Ma a che cosa si riferisce il Dottore Angelico quando usa l'espressione "passus"? Si riferisce alla ''passione nell'azione di colui che patisce" o anche all'esterna separazione del sangue dal corpo? In altri termini bisogna chiarire se san Tommaso intende soltanto la ''passione nell'azione di colui che patisce" (''passio in actione patientis"), cioè quell'atto interiore col quale il Cristo offrì Se stesso al Padre per la salvezza dell'umanità, o se intende anche quello che è accaduto esteriormente sulla croce, cioè la separazione del Sangue dal Corpo.

Alcuni sostengono come genuina dottrina del Dottore Eucaristico la prima posizione "interioristica": ad essa sembrano favorevoli alcune affermazioni dell' Aquinate, secondo le quali la morte di Cristo sulla croce fu redentiva solo in quanto procedente dall'amore e obbedienza della sua volontà. Fra i molti passi di san Tommaso dove egli ne tratta c'è, ad esempio, un brano desunto dal suo Commento alla Lettera ai Romani in cui si legge: «…la morte di Cristo... può essere considerata in quanto procedente dalla volontà di Cristo sofferente, volontà che era tesa a sopportare la morte, sia per obbedienza verso il Padre, Fil 2,8: "si fece obbediente al Padre fino alla morte”, sia anche per amore verso gli uomini, Ef 5,2: "Ci ha amato e ha dato se stesso per noi". E in forza di ciò la morte di Cristo fu meritoria e atta a soddisfare per i nostri peccati, e così accetta a Dio da poter riconciliare tutti gli uomini ... ».

Ma, nonostante questi forti argomenti, sembra che l'opinione propria di san Tommaso sia quella "esterioristica", come risulta chiaramente dalla maggioranza dei suoi testi. Nel suo trattato sull'Eucaristia egli non attribuisce mai alla parola ''passio'' un significato solo interiore, cioè riferito alla Passione nella volontà di Cristo, ma intende anche ciò che è accaduto esternamente sulla croce, cioè la separazione del Sangue di Cristo dal suo Corpo. Fra i molti testi probativi ve ne sono almeno due di particolare spessore: «Sebbene tutto Cristo sia presente in ciascuna delle due specie, non vi è tuttavia presente inutilmente. Primo, perché ciò serve a rappresentare efficacemente la Passione di Cristo, nella quale il sangue fu separato dal corpo. Per cui nella forma stessa della consacrazione del sangue viene ricordata la sua effusione». «II sangue consacrato separatamente rappresenta in modo speciale la Passione di Cristo, attraverso la quale il suo sangue fu separato dal corpo».

domenica 3 aprile 2011

Cardinal Siri: un gruppo potente tentò di manipolare il Concilio


di Stefano Maria Pace e Paolo Biondi
Rivista "30 Giorni", n° 6, Giugno 1989, pp. 70-75


“Un gruppo molto potente, che voleva avvicinare la Chiesa ai protestanti, si riunì, in un modo non del tutto legittimo, in una certa parte d’Europa.

La loro linea era contro l’impostazione voluta da Giovanni XXIII e contro il Magistero tradizionale della Chiesa Cattolica. L’elezione dei membri di due terzi delle Commissioni del Concilio fu “guidata” da tale gruppo. Tutto fu “orchestrato” da loro, scegliendo in tutto il mondo quelli che più si conformavano ad un indirizzo modernista e progressista, escludendone gli altri. La lista “cattolica” alternativa che il Card. Siri presentò, fu da loro fatta bocciare.

C’è stata, dunque, una chiara volontà, da parte di questo gruppo, di manipolare e stravolgere il Concilio”. Questa intervista esplosiva, rilasciata dal Card. Siri il 17 gennaio 1985, a causa delle polemiche strumentali dei media progressisti su un giudizio del Card. Ratzinger sugli anni del post-concilio, fu deciso di rimandarne la pubblicazione che avvenne dopo la morte del Cardinale, grande campione dell’ortodossia. Si tratta di una testimonianza preziosa perché viene da una persona che è sempre vissuta in piena comunione con la Chiesa. “Esiste un diritto dell’intero popolo di Dio perché gli venga esplicitato con chiarezza ed oggettività che cosa sia stato il Vaticano II. Ne va della fede e dell’autentica testimonianza cristiana. Che non tutto, a tale riguardo, sia limpido e trasparente come uno zampillo d’altissima quota, s’avverte anche, o tra le righe o addirittura con esplicite denunce, in qualche autorevole intervento” (Brunero Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II, Un discorso da fare, Casa Mariana Editrice, 2009, p. 17).



L’idea di convocare un Concilio era già affiorata durante il pontificato di Pio XII. Perché venne accantonata?

SIRI: Sì, era già affiorata. Ma, nonostante io fossi molto vicino a Pio XII, non me ne ha mai parlato. /…/ Il Concilio venne convocato da Giovanni XXIII. Chi glielo suggerì, o per lo meno richiamò alla memoria, fu il cardinal Ruffini (Arcivescovo di Palermo), il 16 dicembre del 1958, a distanza di quasi due mesi dalla sua elezione. Il Papa se ne entusiasmò e ne colse l’idea. /…/ Non so però cosa successe il 25 gennaio del 1959. Ma l’idea del Concilio già girava. Pio XII, credo, aveva anche costituito una piccola commissione che silenziosamente studiasse la proposta. Era una cosa che stava lievitando.


Una volta disse che fu nelle prime riunioni della Commissione per gli Affari straordinari (o “per le grane” come lei la definì) e in quelle del Consiglio di presidenza che il Concilio prese un determinato iter piuttosto che un altro. Cosa intendeva precisamente?

SIRI: Quando è iniziato il Concilio ero membro della commissione cardinalizia per gli Affari straordinari, definita da Papa Giovanni “la testa del Concilio”. Durò solo per la prima sessione e fu soppressa da Paolo VI che diede via all’attività di venti cardinali: i dodici componenti il Consiglio di presidenza del Concilio (di cui feci parte anch’io), i quattro moderatori del Concilio stesso e i quattro coordinatori. Questi venti cardinali rappresentavano il nerbo del Concilio, perché le grandi questioni, i grandi dibattiti, le grandi risoluzioni furono prese in questa commissione che si riuniva quasi tutte le settimane. Chi non conosce i verbali di questo Consiglio credo che non possa scrivere la vera storia del Concilio.


In occasione di alcune conferenze che tenne a Cannes nel ‘69 lei lanciò una pesantissima accusa: denunciò l’esistenza di una “contro impostazione” del Concilio...

SIRI: Come ha avuto i testi delle due conferenze?


Sono stati pubblicati recentemente nel primo volume delle sue opere.

SIRI: Quelle conferenze non avrebbero dovuto essere divulgate. Erano però tra i miei dattiloscritti. /…/ Non posso far altro comunque che confermare quanto dissi.


Un gruppo molto potente - lei disse – si era organizzato in…

SIRI: Sì. Si riunì, in un modo non del tutto legittimo, in una certa parte d’Europa. La prova evidente la ebbi quando si dovettero eleggere i due terzi dei membri delle commissioni.


Vuol forse dire che l’elezione dei membri nelle commissioni fu “guidata” da tale gruppo?

SIRI: Sì, ne sono certo. È stata orchestrata da loro, scegliendo in tutto il mondo quelli che più si conformavano ad un certo indirizzo e escludendone gli altri. Io presentai allora una lista alternativa definita “cattolica” perché i membri dovevano essere eletti in numero proporzionale al numero dei cattolici esistenti nei rispettivi paesi. Ma loro la fecero bocciare.


Sono accuse di non poco conto. Ne parlò con Giovanni XXIII?

SIRI: Sì, anche lui si rese conto del pericolo costituito da tale gruppo; in una lunga udienza mi disse chiaramente che non era «affatto contento del Concilio».


Quali erano secondo lei i fini specifici di questo gruppo?

SIRI: Forse avvicinare la Chiesa ai protestanti e rendere in tal modo più facile il loro ritorno. Ma può darsi che li stia giustificando troppo.


Lo definisce un gruppo di “controimpostazione conciliare”. L’aggettivo “contro” che valenza ha? Era “contro” l’impostazione voluta da Giovanni XXIII, “contro” il Magistero tradizionale della Chiesa cattolica o, più semplicemente, “contro” una visione tradizionalista della Chiesa che in Concilio ebbe i suoi leaders oltre che in lei nei cardinali Ruffini e Ottaviani?

SIRI: Contro l’impostazione voluta da Giovanni XXIII. Certo. Contro il Magistero tradizionale della Chiesa. Sicuro. Si formò tra noi un gruppo? Loro erano una corrente, la quale provocò necessariamente una controcorrente.


Il teologo Schillebeeckx ha affermato in un’intervista al settimanale spagnolo Vida Nueva che l’orientamento di cui lei fece parte era minoritario, ma riuscì ad influenzare il Concilio perché molto agguerrito, e soprattutto perché assecondato da Paolo VI.

SIRI: Una minoranza la nostra? Ma il Concilio erano i 2500 Padri che vi hanno partecipato e che votavano. E votavano bene. Di questi, solo 500 presero la parola almeno una volta. Tutti gli altri, ed erano i quattro quinti, erano lì, attenti, e giudicavano. Ed erano loro la maggioranza. La maggioranza silenziosa, ma che faceva il Concilio. E i documenti del Concilio furono tutti approvati quasi all’unanimità. Non si comprende il Concilio se non si comprende questo. Schillebeeckx faceva parte del Concilio come “esperto” dell’episcopato olandese. Io ero alla tribuna della presidenza e gli esperti erano nella tribuna alla mia destra. Li vedevo bene. Anzi, non li vedevo affatto: non c’erano quasi mai. Erano sempre in giro per Roma a tenere conferenze, dibattiti, assemblee. A parlare di tutto. A tentare di influenzare maldestramente i Padri conciliari.


Alla ripresa dei lavori dopo la morte di Giovanni XXIII, ci fu subito «una delle maggiori e sorde lotte che abbiano caratterizzato il Vaticano II», come lei la definì. Fu il dibattito sul “De Ecclesia” che culminerà nella “Lumen Gentium”, il cui nucleo era la collegialità episcopale.

SIRI: Risuscitando gli errori di Basilea e le opposizioni al Vaticano I, si tentò di sminuire, o forse anche negare, il Primato del Papa. Lo strumento di cui ci si servì per tale scopo fu l’idea della collegialità episcopale. La collegialità è sempre esistita, ma l’intento era di condurla ad un piano di completa parità col Primato di Pietro se non addirittura ad essere un limite per il Primato stesso. Me ne accorsi in una delle sedute della Commissione preparatoria centrale del Concilio, quando un Padre pronunciò l’espressione «cogubernatio Ecclesiae». Lui stesso deve essersi accorto di aver detto troppo, perché subito l’attenuò con un termine meno impegnativo. Era un concetto errato. Come già si sapeva, e come poi ha precisato il Vaticano II, il Collegio Episcopale e il Papa sono due soggetti del potere supremo, ma il Collegio, per essere ed agire come tale, deve essere col Papa e sotto il Papa, mentre il Papa stesso ha un potere personale che non ha alcun bisogno, per essere tale, del Collegio Episcopale. Fu proprio questo il particolare su cui si è serrata la lotta. E la lotta fu dura. È proprio il Primato del Romano Pontefice a garantire tutto: senza di quello sarebbe la distruzione. Se vogliamo stabilire una gradazione tra i problemi e le crisi suscitate nel post-concilio, ritengo che questo abbia il primo posto. Mi ricordo che una volta mi recai da Pio XII e notai sulla sua scrivania, perfettamente sgombra, due testi: uno era sulla collegialità. Mi chiese che cosa ne pensassi: «Santità - risposi - lo getti via. Io l’ho letto e non c’è niente di buono».


Si trattava forse del libro di Padre Congar, “Vera e falsa riforma della Chiesa”?

SIRI: Preferisco non rispondere. In Concilio, comunque, quando vidi la ferocia dell’attacco al Primato di Pietro, preparai un intervento. Allora ero ammalato, soffrivo di labirintite, non riuscivo contemporaneamente a leggere e a parlare. Appena cominciavo sopraggiungeva una crisi e mi accasciavo al suolo. Era un lunedì.
Il termine del dibattito era previsto per mercoledì mattina. Mi rivolsi ai “quattro cavalieri dell’Apocalisse”, i quattro moderatori che sedevano proprio sotto di noi, e mi feci iscrivere a parlare per ultimo: chi parla per ultimo ha “più ragione”. Preparai un testo di 10-15 righe. Mi rivolsi al Card. Ruffini, che sedeva alla mia sinistra, dicendogli: «Mercoledì prenderò la parola, non riuscirò a terminare perché cadrò prima. Non curarti di me, ho già il mio segretario che mi sorreggerà, ma prendi i fogli e finisci tu il discorso».
Il giorno seguente, il martedì mattina, entrò in aula il Segretario generale del Concilio, Pericle Felici: lesse un discorso a nome del Papa. Era l’intervento che avrei voluto fare io. Dissi al Card. Ruffini: «Oggi ho visto l’intervento dello Spirito Santo sul Concilio».


Nella discussione sul “De Episcopis” il suo amico Cardinal Ottaviani contestò non solo la funzione indicativa della votazione del 30 ottobre 1963 sulla collegialità, ma anche la sua legittimità, mettendo in pratica sotto accusa i moderatori stessi.

SIRI: È difficile dare una valutazione sui moderatori. Molto difficile.
Solo Agagianian raccoglieva l’approvazione e l’assenso di tutti. Ottaviani era un vero difensore della fede, ma aveva una caratteristica (non lo chiamo un difetto): si scaldava. E questo irritava gli altri. Un giorno Alfrink, presidente di turno, gli tolse addirittura la parola.


E il Concilio applaudì.

SIRI: No, non si può dire che applaudì. Ci fu qua e là... ma non fu un applauso dell’Assemblea. Il gesto di Alfrink non fu approvato della grande maggioranza, e recò una certa pena. Ottaviani era allora a capo del Sant’Uffizio: non se la presero con la persona ma con l’ufficio. Ottaviani quando si metteva in moto sembrava un ippopotamo. Una persona cara, eravamo tanto amici, un uomo di Dio. È stato parecchi anni cieco, eppure sempre sereno.


L’opposizione alla Curia non era dunque così diffusa.

SIRI: Sono di quelle cose di cui si parla per passare il tempo mentre si prende il caffé. /…/ Io dissi al cardinal Ottaviani: «Se capita un’altra volta che le facciano l’affronto di toglierle la parola, dica: “Sentite, state zitti voi, altrimenti io vado dal Papa a chiedere che mi dia la facoltà di sciogliere i segreti, perché so tutti i vostri affari”. Vedrà che finisce tutto».


A due anni dall’ inizio dei lavori conciliari, ci fu la discussione della “Dichiarazione sulla libertà religiosa”; la Chiesa non rivendicava solo il diritto di praticare la propria religione, ma anche che chiunque potesse osservare il suo culto verso Dio in modo pubblico e privato.

SIRI: Il “De Libertate Religiosa” si limitava a questo aspetto: lo stato non può intervenire per piegare a suo piacimento la coscienza religiosa. Fu una cosa generale. /…/


Fu in seguito a quel documento che nacque la contestazione del vescovo Lefebvre...

SIRI: La genesi del documento fu la volontà di fare un’indiretta condanna del comunismo, attraverso la solenne proibizione dei mezzi coercitivi «da parte di singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia volontà umana» nei rapporti tra gli uomini e l’attività religiosa. Lo spiegai a Lefebvre, tanto che lo convinsi ad accettare tutto il Concilio, poi dissi al Papa: «Lo riceva e prepariamo un comunicato di tre righe in cui si dia notizia dell’udienza e si dica che
Lefebvre ha regolato le sue pendenze con la Chiesa». Ma poi le cose andarono per le lunghe e sorsero altri problemi. /…/


In questo post-concilio uno degli aspetti più interessanti è il fiorire di nuovi movimenti ecclesiali. Cosa ne pensa?

SIRI: Tutta la piazza è piena di erba, erbacce, fiori ed alberi belli. Più volte ho sollecitato la Cei a mettere un po’ d’ordine ma finora non ha approvato nessun decreto a riguardo. Con la Fuci sono in lite da 54 anni. Ero loro assistente e mi hanno mandato via. E vedo che ancora non hanno abbandonato il loro concetto intellettualistico della fede. Ma i due movimenti più importanti in Italia sono i Focolari e Comunione e Liberazione.
Sono ottimi. A dire il vero quand’ero presidente della Cei venne intentato un processo al movimento dei Focolari. Su 20 votanti, diciotto non erano convinti dell’impostazione dei Focolari, e votarono Deleatur. Solo due erano a favore. Ma dei due che votarono non deleatur uno era il cardinal Pastore. L’altro, Montini" .


Fonte: Tertium non datur

sabato 2 aprile 2011

Attirerò tutti a me


di Paolo Risso


Narra l'evangelista san Giovanni (cf Gv 3,13-17), che Gesù affermò davanti a Nicodemo, il dottore della legge andato da Lui di notte: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Ormai vicino alla sua ultima ora, Gesù fa una promessa: «Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Questo diceva - commenta l'Evangelista - per indicare di quale morte Egli doveva morire (cf Gv 12,32-33).

Gesù ha la certezza di compiere un olocausto di adorazione a Dio e di espiazione dei peccati degli uomini, olocausto da cui verrà per Lui una grande attrazione d'amore e un grande trionfo sull'umanità, un trionfo unico, che nessun altro mai potrà avere. Così è stato, dovunque Gesù è giunto, dovunque il Crocifisso è stato innalzato. Così, a ben leggere la storia, e anche oggi.
Ci si dimeni dove si vuole: è Lui - solo Lui, Gesù solo! - il Vincitore. "Victor quia victima", come illustra sant'Agostino.

L'Ordine del Crocifisso

Esaltazione perciò della croce di Cristo, come dice il nome della festa di metà settembre, quasi Venerdì Santo e Pasqua di Risurrezione, all'inizio dell'autunno, quando l'Anno Liturgico volge verso la conclusione e pare esserci bisogno di richiamare, per il nostro impegno di santità, quanto rimane sempre fecondo il Sacrificio del Redentore, al di là di ogni debolezza, di ogni scoraggiamento, di ogni solitudine.

Ma oggi, guardandoci attorno senza occhi bendati da facile ottimismo, sembra realizzarsi quanto fu scritto fin dal 1819-20, da forze avverse a Lui: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della rivoluzione francese, cioè l'annichilimento del Cattolicesimo e perfino dell'idea cristiana, il seppellimento della Chiesa».
All'inizio del secolo XX, quando questo pensiero - con il modernismo - cominciava a dilagare anche all'interno degli uomini di Chiesa, distruggendo la Fede con il ridurre la Verità assoluta ed eterna a sentimento e opinione, un giovane convertito dall'anglicanesimo, Robert Hugh Benson (1871-1914), vide e previde lo sfacelo cui tale pensiero avrebbe portato all'interno stesso dei credenti. Scrittore brillante, diventato sacerdote cattolico e apostolo della Verità, nel 1906 scrisse un romanzo, II padrone del mondo, di singolare realismo e attualità a distanza di un secolo, oggi, in cui solo i ciechi o gli ingenui potrebbero negare lo sfacelo in cui siamo finiti («lo scatafascio» - diceva San Pio da Pietrelcina).

Nel romanzo di padre Benson, il Papa domanda al sacerdote protagonista, padre Franklin: «Ebbene, che cosa dobbiamo fare?». Padre Franklin risponde: «Santo Padre, la Messa, il Rosario, la preghiera. Queste sono le prime e le ultime cose. II mondo nega la loro potenza e invece è in tutto questo che il cristiano deve cercare appoggio e rifugio. Tutte le cose in Gesù Cristo: in Gesù ora e sempre. Nessun altro può servire: Gesù solo!».
II Papa lo incoraggia: «Sì, figlio mio, dite con franchezza». Padre Franklin risponde: «Santità, ho un vecchio disegno ... antico quanto Roma. L'ideale dei pazzi. Un nuovo Ordine religioso, senza abito o distintivo particolare, soggetto direttamente alla Santità vostra. Più libero dei gesuiti e più penitente dei certosini. Uomini e donne che fanno i tre voti e in più dichiarano la loro disponibilità a ricevere il martirio, se Dio lo vuole. Il Cristo Crocifisso ne sarà il Patrono».

Ebbene, oggi all'inizio del III millennio, ogni cattolico, laico o sacerdote che sia, in forza del proprio Battesimo e della propria Cresima, deve prendere coscienza e sentire che è arruolato in quest'Ordine che è e può essere di tutti, che dovrà essere l'avanguardia, quasi la punta di diamante per proclamare, con lo studio, con la preghiera, con la retta Dottrina del Credo Cattolico, con la Messa ("la Messa Romana!"), con il sacrificio, con le opere e con la vita, la Verità e la pedagogia divina del Crocifisso, per riportare il mondo a Lui.

Alla scuola di Gesù, è chiaro ciò che dobbiamo fare: per attrarre le anime, le famiglie, la gioventù, i popoli a Lui, occorre che innalziamo il Crocifisso, e che esaltiamo la Croce di Cristo. Occorre che torniamo a mettere in primo piano, al centro di tutto, Gesù Crocifisso ed Eucaristico, ciò che proprio oggi non si fa.
Purtroppo, non diciamo nulla di nuovo a constatarlo, certa azione di oggi, cosiddetta catechetica o pastorale, si riduce di fatto alla dimenticanza, anzi alla negazione del Crocifisso, della Verità che è di Lui, e di quelle Verità che sono strettamente legate a Lui. Di lì, l'evanescenza totale di questa azione.

Il Paradiso è Gesù

È solo Gesù Crocifisso ed Eucaristico che attira, conquista, trasforma e rinnova tutto. É solo Gesù Crocifisso che salva. Le conseguenze da trarre sono enormi, nel pensiero, nell’azione, nell’impostazione di tutta la nostra opera. Noi crediamo a Gesù, alla sua promessa, alla sua Verità e alla sua divina pedagogia, alla sua attrazione di amore: «Quando sarò innalzato da terra [sulla croce], attirerò tutti a me». Mistero di dolore e di morte, sintesi suprema di sacrificio e di esaltazione, come la festa dell’Esaltazione della Croce ci insegna. Anche oggi, è operante questa mirabile attrazione di amore da parte di Gesù Crocifisso ed Eucaristico: oggi nel secolo XXI. Quando, oggi, incredibile ma vero, scopriamo dei giovani ventenni che vivono del Cristo, nella santa Tradizione Cattolica - non certo nel modernismo né secondo i “novatori”, che questi non producono nulla - noi tocchiamo con mano che è soltanto Gesù Crocifisso ed Eucaristico, Gesù solo, che attira e si riserva per sé i suoi amici e i suoi apostoli, nonostante i "novatori" irritati e preoccupati che ragazzi così siano sfuggiti dalle loro mani.

Anche oggi i non-credenti (sono non-credenti pure i modernisti!) sono costretti a porsi la domanda che il conte di Montalembert, esperto della storia, si poneva: «Ma chi è mai questo Cristo, che appeso al patibolo più infame degli schiavi, da 2000 anni continua ad attirare a sé la gioventù e l'amore?».
Laicismo, comunismo, ateismo fuori dalla Chiesa, modernismo in mezzo agli uomini di Chiesa, hanno provocato questo oscuro inverno che sembra interminabile, ma non smentiranno la promessa di Gesù: «Attirerò tutti a me». Dalle sue piaghe sanguinanti, dal suo cuore squarciato, dal nostro stile di vita con opere e anche con lacrime di sangue. Unito tutto al suo Sacrificio, la primavera verrà. Dobbiamo affrettarla, far presto a farla sbocciare.
La primavera è Gesù che regna già su questa terra. «Bisogna infatti che egli regni» (1Cor 15,25), nella Verità tutta intera, nell'adorazione che a Lui solo è dovuta, nell'immolazione che Egli merita come contraccambio di amore (la "redamatio"), nella purezza e nella verginità, nella dedizione assoluta. Poi, per ognuno di noi, meritato dalla Croce di Cristo cui associamo la nostra fedeltà e corrispondenza, ci sarà il Paradiso.

Al piccolo Guido di Fontgalland, morente a undici anni, nel gennaio 1925, fu domandato: «Come te lo immagini il Paradiso?». Guido rispose: «Io non me lo immagino, il Paradiso. Io so com'è. Il Paradiso è Gesù».
Noi non abbiamo, in fondo, che un sogno il cui compimento sarà la risposta definitiva e adeguata alle domande "profonde": "Perché la vita? Perché il dolore? Perché la morte? Come costruire il mondo e quale sarà il suo ultimo destino?". Questa risposta l'ha data Gesù Crocifisso al buon ladrone pentito ed è il sogno che vogliamo compiuto per noi e per i nostri fratelli: «Oggi sarai con me nel Paradiso» (Lc 23,43).

Fonte: Il settimanale di Padre Pio, n.12 - 27 marzo 2011