lunedì 24 gennaio 2011

Il primo anno dell'Associazione Madonna dell'Umiltà



Un anno fa, il 22 gennaio 2010, si è costituita la nostra associazione Madonna dell’Umiltà, per l’applicazione nella Diocesi di Pistoia del motu proprio Summorum Pontificum cura di Benedetto XVI.

Dopo molti mesi di colloqui con il Vescovo per trovare un sacerdote disponibile, la prima celebrazione è iniziata il 23 ottobre 2010 nella chiesa della Madonna del Carmine a Pistoia. Il canonico Umberto Pineschi celebra nella forma straordinaria del Messale Romano ogni sabato alle ore 18:30, con canto gregoriano e musica d’organo eseguita dal Maestro Vannucchi.

Il bilancio della partecipazione alla Messa è molto positivo, poiché si è assestato su una media di trenta- quaranta persone, di cui fa parte un piccolo nucleo stabile ed il resto è costituito da fedeli che frequentano almeno due volte al mese e che probabilmente continuano ad andare nelle parrocchie di provenienza. La Madonna del Carmine infatti non è chiesa parrocchiale, pertanto i fedeli interessati provengono da varie realtà parrocchiali, tuttavia oltre un centinaio di fedeli, tra cui moltissimi giovani, mostrano un interesse continuativo per l’antica liturgia, partecipando almeno una volta al mese. La Messa di Natale è stata infatti la cartina di tornasole di questo trend positivo, con moltissime presenze.

A onor del vero, bisogna dire che questa Messa è stata molto osteggiata, soprattutto da parte del clero diocesano e in nessun modo è stata incoraggiata, ma ha ricevuto il favore dei fedeli, specialmente dei giovani e di coloro che sono nati dopo la riforma liturgica di Paolo VI (1970), nonostante la scarsa propaganda che è stata fatta.

La nostra associazione si propone di tenere viva l’antica liturgia, quale patrimonio spirituale di preghiera che dopo tanti anni è tornato ad essere di tutti, e a recuperare la vera tradizione cattolica nella liturgia, nella dottrina, nella morale, nella teologia, nella cultura e nella spiritualità. Per questo, oltre al rosario ogni primo sabato del mese (alle 18:10), nei prossimi mesi organizzeremo conferenze per l’edificazione spirituale delle anime.

domenica 23 gennaio 2011

Posizioni contraddittorie ed ambigue nella Fraternità San Pio X



venerdì 21 gennaio 2011


a cura della Redazione di “Disputationes Theologicae”




L’augurio 2011 dell’abbé de Cacqueray : “Non andate alla Messa del motu proprio”

Con un certo scandalo leggiamo i recentissimi propositi dell’abbé Régis de Caqueray (il superiore del distretto di Francia, il più grande e prestigioso della Fraternità San Pio X), sull’assistenza alla Messa di San Pio V, celebrata da sacerdoti canonicamente riconosciuti dalla Santa Sede. L’influente sacerdote, stimatissimo dai suoi superiori, al punto che ricopre uno dei ruoli più importanti nel sodalizio, si esprime, nel suo testo d’auguri per il nuovo anno 2011, con i termini che seguono : “Per essere completi su questo argomento (parlava dell’importanza dell’assistenza alla Messa tradizionale anche se essa è difficile da trovare), dobbiamo ancora citare le altre Messe di San Pio V celebrate col favore degli indulti successivi, e in ultimo col motu proprio. E’ vero che noi ve ne sconsigliamo la frequentazione »[1]. Non si dovrebbero, a suo dire, frequentare i sacramenti distribuiti da coloro che sono su posizioni diverse da quelle della Fraternità, ma in questo apparente clima d’accordi canonici, si afferma anche che sarebbe opportuno che i preti diocesani si avvicinassero al rito tradizionale, senza poter contare però - vista la severa ammonizione - sulla presenza dei fedeli della Fraternità.


E’ difficile dire quanto vi sia di “teologico”, in tali affermazioni, e quanto di “ideologico” o di “partigiano”. Qualunque sia l’intenzione dell’abbé de Cacqueray, il problema resta quello, come affermato in concomitanza dell’annuncio della riunione d’Assisi per il prossimo ottobre, “il pericolo che seguirebbe per le anime”. Va osservato che la frase dell’abbé de Caqueray, benché gravemente scandalosa, non è accompagnata da alcuna giustificazione teologica, e ancor meno da una rigorosa esposizione dei presupposti di una tale affermazione, né delle conseguenze ad essa connesse. Tuttavia i contorni da “Pétite Eglise” non sfuggono al lettore attento.





Un’argomentazione ben strutturata

Più speculativamente profondo e logicamente strutturato è invece il pensiero di un altro teologo della Fraternità, l’abbé Mérel (già professore a Ecône, ricopre ora incarichi nel distretto di Francia). In un articolo[2] che ha fatto scuola - è stato ripubblicato in più occasioni su riviste locali della Fraternità a partire dal 2008 -, e che forse ha ispirato le più vaghe espressioni del suo superiore, si esprime in termini teologici accessibili, ma estremamente ben costruiti. Il discorso è semplice: la messa di San Pio V, presa in sé, é cosa buona. Assistere invece alla Messa di San Pio V non è sempre cosa buona, dipende dalle circostanze. Fin qui si potrebbe anche essere d’accordo. Tuttavia l’abbé Mérel continua affermando che, ove la Messa tradizionale venisse celebrata da un sacerdote dell’ Ecclesia Dei, non sarebbe cosa buona parteciparvi. Si può fare infatti un cattivo uso di una cosa buona, dice l’autore. Con il rhum - l’esempio è testuale - che una cosa buona in sé, ci si può anche ubriacare e fare peccato. Quali sarebbero le circostanze che renderebbero cattiva, dunque, la partecipazione alla Messa? Continua l’abbé Merrel : “non bisogna assistere alla messa dai “ralliés” (con questo termine si intendono i “traditori” che dipendono dall’Ecclesia Dei e non dalla Fraternità – vi è un’allusione al “ralliement” di Leone XIII)[3], perché essi si sottomettono alla gerarchia conciliare”. Continua : “la messa di un prete “rallié” (traduci “allineato”/ “traditore”) è la Messa di un prete che, ufficialmente almeno, obbedisce al vescovo del luogo e al Papa (…) un prete che obbedendo alle autorità liberali e moderniste devierà necessariamente, un prete che, in fin dei conti, tradisce tutto ciò che ha fatto Mons. Lefebvre, tradisce le anime, le inganna”.


L’autore non tralascia le questioni pastorali, secondarie tuttavia nell’economia del discorso: dice per esempio che il fedele troverà nelle chiese dei “ralliés”, pubblicazioni piene d’errori, che potrebbero turbarlo, o incorrerà in predicazioni poco ortodosse, fatte, durante la Messa tradizionale, da un prete che tradizionale non è, o frequenterà “fedeli meno formati sulla fede”, rischiando, a contatto con essi, “di lasciarsi attirare”. L’abbé Mérel però, col talento speculativo che lo contraddistingue, dà la vera ragione teologica, che è radicata in un terreno più “universale” e non su una variante legata alle circostanze, e parla, in maniera assoluta, di tutti i preti “ralliés”, non solo di quelli che predicano “male”. Sostiene infatti che il prete “rallié”, il prete sottomesso canonicamente a Roma, “non è in una posizione giusta nella Chiesa. Non è in regola con Dio”. E conclude: “non si può mai spiacere a Dio, queste messe non sono per noi!”. Qualora per ragioni eccezionali si dovesse assistere alle Messe degli Istituti “Ecclesia Dei”, bisognerebbe “astenersi dal fare la comunione”, dice ancora l’autore, perché bisognerebbe restare in una resistenza ostensibilmente passiva. Si sta parlando, in questo caso, della stessa assistenza, prevista dai moralisti, ad un rito protestante o greco-scismatico. Insomma comunicare alle Messe dette da un sacerdote, che non aderisce alla posizione della Fraternità, è un peccato, è una cosa che “spiace a Dio”, e ciò in ragione del ministro. Non si deve partecipare quindi, non solo a causa delle omelie eterodosse, fattore variabile e secondario, ma in ragione del fatto che il celebrante è sottomesso ad un’autorità alla quale non si dovrebbe far altro che resistere, sotto pena di peccato. Sottolineiamo che l’autore non assume il rischio di rendere lecita l’assistenza alle Messe senza omelia, sarebbe obbligato ad ammettere che il sacramento è valido e lecito e non rischia di contaminare la fede dei fedeli; d’altro canto non vuol proibire la partecipazione alle Messe dei preti della Fraternità che sostengono tesi pericolose per la fede. E’ la sottomissione canonica a Roma che, da sola, fa sì che non si possa ricevere l’eucaristia.





Una magistrale dichiarazione di scisma
L’articolo dell’abbé Mérel è una magistrale dichiarazione di scisma, anche se, dal punto di vista dell’autore, il peccato di scisma (o di eresia, o entrambi, il testo non lo specifica) sembra piuttosto da imputare al Papa e a quelli che Gli si sottomettono. La gerarchia cattolica avrebbe, nel suo insieme, commesso il peccato di allontanarsi dalla verità e non si potrebbe quindi entrare in comunione con essa nei sacramenti, anche se il rito è tradizionale. Questo testo è stato scritto nell’estate 2008, per indicare ai fedeli come comportarsi dopo il motu proprio. Lo stesso Motu proprio richiesto al Papa dalle autorità de lla Fraternità, che avevano indetto, allo scopo, la crociata di un milione di rosari.


Per completezza va detto che non sarebbe completamente falso quanto detto dall’abbé de Caqueray, e cioè che alle volte si possa sconsigliare d’assistere ad una Messa. Potrebbe essere il caso, anche per messe tradizionali, quando il significato teologico della Messa di sempre è gravemente deformato o anche ridotto - come purtroppo talvolta accade - a un puro fenomeno teatrale, che finisce per amalgamare incenso, sete preziose e omelie eterodosse. Ma è insostenibile che il principio debba applicarsi universalmente a tutte le Messe di quanti sono canonicamente sottomessi al Papa: una tale rottura della communicatio in sacris, con tutti coloro che non sottoscrivono le posizioni della Fraternità, non è null’altro che l’applicazione pratica di una teoria scismatica. Quando San Tommaso d’Aquino parla di scisma distingue due modi di commettere questo peccato. Il primo è la separazione dall’autorità ecclesiastica, il secondo è il rifiuto di comunicare “in sacris” con altre parti della Chiesa sottomesse al Papa[4]. Quest’ultimo è anch’esso un modo di dilaniare il Corpo Mistico di Cristo.


Qualora fosse necessario, affermiamo che essere sottomessi ad una autorità di diretta istituzione divina, come quella del Papa, non significa in alcun modo sottomettere pubblicamente l’intelligenza a tutto ciò che tale autorità sostiene o lascia intendere o sembra approvare, quando parla come teologo privato o agisce come persona privata. Questa non è la dottrina cattolica del Primato, né il Pontefice regnante ha mai richiesto una simile sottomissione. Infatti, benché si possa concedere che una certa frangia del tradizionalismo si diletti, con servilismo e con scarso senso teologico, nel dogmatizzare fino alle virgole le affermazioni di qualsiasi autorità ecclesiastica, anche solo locale, si dovrà con onestà riconoscere che questo fenomeno non è affatto universale. Di contro affermare che necessariamente, in tutti i casi di obbedienza canonica, si pecca contro la fede, per omissione di difesa della verità rivelata è non solo una menzogna e un inganno verso i fedeli, ma anche un’assurdità teologica. Saremmo alla ridicola affermazione che l’autorità suprema è divenuta formalmente eretica e con essa quanti vi si sottomettono visibilmente, per il solo fatto di sottomettersi.


La Fraternità, se non vuole essere scismatica, deve riconoscere che essa è già sottomessa visibilmente al Papa, tanto quanto lo è un qualsiasi prete diocesano. Ontologicamente, la sottomissione della Fraternità all’autorità ecclesiastica non differisce da quella di tutti gli altri Istituti, tradizionali o no. Permane tuttavia un problema canonico, che deve essere risolto al più presto, poiché di fatto il perdurare di questo stato anormale rischia di condurre alcuni dei suoi membri su posizioni teologiche gravemente erronee. I citati articoli lo confermano.



Le incoerenze di una duplice politica
Aggiungiamo che se è cosa naturale e comprensibile che i sacerdoti della Fraternità vogliano coerentemente restare fedeli ai principi del proprio fondatore, è anche cosa buona e moralmente necessaria, essere coerenti nei propositi dichiarati pubblicamente. Ora, la tesi sopra discussa, a nostro avviso teologicamente insostenibile, denuncia un ostacolo insormontabile alla conclusione di un accordo canonico tra la Fraternità e la Santa Sede, ma anche una chiara volontà di continuare su due binari paralleli, che non comunicano nemmeno nei sacramenti celebrati in rito tradizionale. Se infatti per comunicare in sacris con il Papa - come implicitamente affermato - bisognerà attendere l’accordo dottrinale, col quale la Santa Sede farà propria la posizione della Fraternità, allora bisognerà avere la coerenza di affermare che attualmente la gerarchia cattolica è almeno prossima all’eresia e allo scisma, tanto da giustificare una sì grave scelta. Tertium non datur.


Ma se al contrario l’accordo fosse possibile e forse imminente, secondo i termini di Mons. Fellay stesso, e qualora il Superiore Generale della Fraternità procedesse effettivamente ad un accordo canonico – permanendo le riserve espresse sul progetto della riunione interreligiosa d’Assisi e il disaccordo su certe scelte del Papa – cosa farà l’abbé de Cacqueray ? Sconsiglierà ai “suoi” fedeli di andare alla Messa alla Fraternità? Dirà loro di non ricevere la comunione dalle mani di Mons. Fellay, perché ha firmato con le autorità che organizzano gli incontri d’Assisi”? La coerenza tra i propositi di questi due importanti responsabili dell’opera fondata da Mons. Lefebvre è quantomeno difficile da comprendere: essa sembra piuttosto il riflesso d’una politica ambigua. Per questo e per altri motivi sempre, su queste pagine, si è espressa la ferma convinzione dell’opportunità di un accordo canonico, che non pretenda di essere “dottrinale”. Dal punto di vista dogmatico, infatti, è assurda l’idea di un accordo “dottrinale”, che il Vicario di Cristo dovrebbe sottoscrivere. Dal punto di vista pratico i fatti dimostrano che è una pretesa voler risolvere in poche righe - con qualche episodico incontro tra specialisti - la complessità dell’attuale situazione ecclesiastica e con essa i problemi sollevati da alcuni testi magisteriali. Non è invece assurdo - né teologicamente, né prudenzialmente - riconoscere canonicamente l’autorità di Pietro, salvaguardando un’autonomia di dibattito teologico su alcuni punti di perplessità.


Siamo pronti a pubblicare in questa sede, se necessario, qualsiasi correzione o precisazione che, sulla questione, provenga dai legittimi superiori della Fraternità San Pio X, e a rendere pubblica un’eventuale rettifica, qualora pubblicamente essi vogliano dissociarsi dai contenuti qui espressi. Aspettiamo anche e sopratutto una chiara risposta alla domanda se si può assolvere il precetto domenicale assistendo ad una Messa della Fraternità San Pietro e ricevere l’eucarestia da un sacerdote del Buon Pastore, del Cristo-Re o di una diocesi qualsiasi.


La Fraternità San Pio X, che non può essere accusata di lassismo, ha sempre precisato e talvolta punito con fermezza, quando le opinioni di un membro contrastavano con quelle generali. Se le opinioni da “Petite Eglise”, oggi apertamente sostenute da alcuni suoi sacerdoti, non sono condivise dal Superiore Generale, con altrettanta fermezza dovrebbero smentite pubblicamente. Altrimenti vorrà dire che il linguaggio è volutamente ambiguo.






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[1] Abbé R. de Cacqueray, Les voeux aux fidèles, Suresnes le 27 décembre 2010, nella lingua originale : « Pour être complet sur ce sujet, il nous faut encore citer ces autres messes de saint Pie V célébrées à la faveur des indults successifs, puis finalement du motu proprio. Il est vrai que nous vous en déconseillons la fréquentation».
http://www.laportelatine.org/district/france/bo/voeux2011/voeuxpour2011.php [2] Abbé Jacques Merrel, « Discussion de parvis sur la messe des ralliés », in « Le Pélican », juillet-août 2008. Integralmente ripubblicato in « Le Sel de La Terre » n. 70, Automne 2009, p. 188-193. L’articolo beneficia di periodiche ripubblicazioni per la sua struttura teologica rigorosa anche se espressa sotto forma di accessibile dialogo fra un giovane fedele ed un sacerdote sapiente.

[3] Col termine “rallié” si designa in Francia il cattolico “amico del potere”, “traditore”. La parola si diffuse notevolmente sotto il pontificato di Leone XIII, col senso di “cattolico allineato” e designa negli ambienti della Fraternità San Pio X gli istituti che dicono la Messa tradizionale dipendenti dall’Ecclesia Dei .


[4] San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, IIa-IIae, qu. 39, a. 1, corpus : “Ecclesiae autem unitas in duobus attenditur, scilicet in connexione membrorum Ecclesiae ad invicem, seu communicatione; et iterum in ordine omnium membrorum Ecclesiae ad unum caput (…). Et ideo schismatici dicuntur qui subesse renuunt summo pontifici, et qui membris Ecclesiae ei subiectis communicare recusant”.



Pubblicato da Disputationes Theologicae a 6:19 PM

In Giappone il Cammino di Kiko non passa


I vescovi del Sol Levante non vogliono "divisione e caos". Il Vaticano cerca di mediare e corregge e approva i catechismi neocatecumenali. Che però restano segreti. E anche le messe continuano a essere celebrate separatamente e con modalità particolari

di Sandro Magister



ROMA, 19 gennaio 2011 – Nel discorso rivolto due giorni fa a migliaia di membri entusiasti del Cammino Neocatecumenale, riuniti nell'aula delle udienze, Benedetto XVI ha battuto per tre volte in sole venti righe sul tasto dell'obbedienza dovuta ai vescovi.

In effetti, il rapporto con i vescovi è un punto dolente del Cammino, fondato e diretto da più di quarant'anni dai laici spagnoli Francisco José Gómez Argüello, detto Kiko, e Carmen Hernández, affiancati dal sacerdote italiano Mario Pezzi.

Tra i vescovi, il Cammino conta molti sostenitori in tutto il mondo. Il prossimo 26 gennaio 250 di costoro, tra i quali 70 dagli Stati Uniti, si ritroveranno in Israele nella Domus Galilaeae, la residenza ideata e costruita da Kiko sulle pendici del Monte delle Beatitudini, con magnifica vista sul lago, per uno stage in cui lo stesso Kiko farà da mattatore.

Ma vi sono anche numerosi vescovi che dal Cammino si sono sentiti scottati, dopo averlo visto all'opera sul proprio territorio. Ad esempio i vescovi del Giappone.

Il 15 dicembre 2007, nella visita "ad limina" fatta al papa, il loro presidente, che all'epoca era l'arcivescovo di Tokyo, Peter Takeo Okada, disse a Benedetto XVI che "la potente attività simile a una setta sviluppata dai membri del Cammino produce acute e dolorose divisioni e lotte all'interno della Chiesa".

I vescovi giapponesi esigevano la chiusura del seminario che il Cammino aveva aperto nel 1990 nella diocesi di Takamatsu. Il Cammino faceva resistenza. Nel 2008 per due volte dei vescovi giapponesi dovettero recarsi a Roma a perorare la loro causa. Il segretario di stato vaticano Tarcisio Bertone studiò la questione e diede ragione ai vescovi. Entro l'anno i seminaristi e il loro rettore dovettero traslocare a Roma.

Ma i membri del Cammino presenti in Giappone non accettarono la cosa pacificamente. Il vescovo di Takamatsu, Francis Osamu Mizobe, scrisse loro una lettera in cui lamentava che celebrassero liturgie separate e chiedeva che obbedissero alle diocesi invece che ai loro capi.

Da Roma, la congregazione per l'evangelizzazione dei popoli inviò in Giappone un ispettore favorevole al Cammino, Javier Sotil Vaios Espiriceta. L'ispezione avvenne tra il 20 e il 25 marzo 2009. Ma non ebbe effetto.

Tant'è vero che nel 2010 i vescovi giapponesi, unanimi, decisero di farla finita. All'inizio dell'Avvento resero pubblica la loro decisione di sospendere per cinque anni la presenza del Cammino nell'intero paese.

Il Cammino fece appello a Roma, alle massime autorità della Chiesa. E in effetti lo scorso 13 dicembre si è svolta in Vaticano una riunione fuori del comune.

Da una parte del tavolo c'erano cinque vescovi giapponesi: quello di Osaka e presidente della conferenza episcopale, Leo Jun Ikenaga, gesuita (nella foto); quello di Takamatsu, Mizobe; quello di Fukuoka, Dominic Ryoji Miyahara; quello di Niigata, Tarcisius Isao Kikuchi; e quello emerito di Oita, Peter Takaaki Hirayama.

Dall'altra parte del tavolo c'erano il papa in persona, il cardinale Bertone, altri cinque cardinali e un arcivescovo. In curia il principale protettore dei neocatecumenali è il sostituto segretario di stato Fernando Filoni.

Le autorità vaticane hanno ordinato ai vescovi di riprendere il dialogo con il Cammino, con l'aiuto di un delegato inviato da Roma e seguendo le istruzioni della segreteria di stato e della congregazione per l'evangelizzazione dei popoli.

I dirigenti del Cammino hanno accolto la decisione vaticana come un loro successo. Ma i vescovi giapponesi faticano a pazientare ancora. Il 12 gennaio il loro presidente, l'arcivescovo Ikenaga, ha scritto sul settimanale cattolico giapponese "Katorikku Shimbun" che "noi vescovi, alla luce della nostra apostolica responsabilità pastorale, non possiamo ignorare il danno che producono i neocatecumenali".

E così ha proseguito:

"Nei luoghi dove passano quelli del Cammino aumentano la confusione, i conflitti, le divisioni, il caos. Speriamo che diano uno sguardo realistico ai motivi per cui le cose non hanno fin qui funzionato e, per la prima volta, ci aiutino ad andare alle radici dei problemi, affinché si possa arrivare a una soluzione".

Il delegato vaticano non è stato ancora designato. Quando arriverà, l'arcivescovo Ikenaga ha chiesto ai cattolici giapponesi entrati a contatto col Cammino di incontrarlo e di vuotare il sacco senza reticenze, perché questo è l'unico modo per "far arrivare il vero stato delle cose a un posto così lontano come Roma".

Nella conferenza stampa tenuta a Roma il 17 gennaio subito dopo l'udienza col papa, Kiko Argüello ha detto che il Cammino agisce sempre in obbedienza ai vescovi e quindi non opera nelle diocesi in cui il vescovo non lo consente.

Ma il caso del Giappone è la prova che le cose non si svolgono in modo così lineare. Dove il Cammino ha messo piede è difficile che retroceda, indipendentemente da cosa pensino i vescovi.

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Nella stessa udienza del 17 gennaio, Benedetto XVI ha toccato un altro punto dolente del Cammino, quello dei suoi testi di catechismo.

Questi testi – tredici volumi trascritti dall'insegnamento orale di Kiko e Carmen, oggi riassunti sotto il titolo di "Direttorio catechetico del Cammino neocatecumenale" – sono sempre stati segreti. Nel 1997 l'allora cardinale Joseph Ratzinger ordinò che fossero consegnati alla congregazione per la dottrina della fede, per essere sottoposti a un esame dei loro contenuti dottrinali.

L'esame si protrasse fino al 2003. La congregazione, che all'epoca aveva Bertone come segretario, apportò delle correzioni e introdusse circa 2000 rimandi a passi paralleli del catechismo ufficiale della Chiesa cattolica.

Eppure, solo alla fine del 2010 i tredici volumi dell'opera hanno avuto l'approvazione ufficiale, comunicata da Benedetto XVI nell'udienza di due giorni fa.

Perché questo lungo purgatorio? Stando a ciò che Kiko ha detto nella conferenza stampa del 17 gennaio, il motivo era che nel frattempo c'erano altre due questioni da sistemare: l'approvazione definitiva dello statuto del Cammino e l'approvazione del modo con cui nelle comunità neocatecumenali si celebrano la messa e altri sacramenti.

Lo statuto è stato approvato l'11 maggio del 2008 – un anno dopo che era scaduto il precedente statuto provvisorio – e in esso sono state fissate anche le regole liturgiche alle quali il Cammino deve attenersi.

Entrambi questi traguardi sono stati raggiunti con grande fatica e in capo a forti contrasti, specie in campo liturgico, come www.chiesa ha documentato a suo tempo.

E tuttora i comportamenti effettivi delle comunità neocatecumenali non obbediscono sempre e in tutto alle norme. Le messe continuano a essere celebrate nella gran parte dei casi separatamente, gruppo per gruppo, a porte semichiuse, con largo spazio alla creatività, cioè alle modalità rituali e parlate ritenute utili ai fini del cammino di iniziazione di ciascun gruppo.

Per i catechismi il criterio sembra essere lo stesso. "Anche ora che sono stati approvati – ha detto Kiko nella conferenza stampa del 17 gennaio – c'è un cammino di iniziazione che va rispettato. Non è bene che uno possa vedere subito l'intero percorso, prima ancora di cominciarlo. Se la Chiesa ce lo ordinasse li metteremmo in vendita. Ma preferiamo di no".

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Nell'udienza del 17 gennaio Benedetto XVI ha inviato in missione 230 famiglie neocatecumenali, che si sono aggiunte alle oltre 600 già in missione in vari paesi del mondo.

Oltre a queste, ha inviato "ad gentes" anche 13 sacerdoti accompagnati ciascuno da tre o quattro famiglie, col compito di impiantare un nucleo di Chiesa in luoghi in cui il cristianesimo è sparito o non è mai arrivato.

All'udienza erano presenti anche i 2000 seminaristi dei 78 seminari "Redemptoris Mater" che il Cammino ha in tutto il mondo, dai quali sono usciti in vent'anni 1600 preti.

Le ultime cifre danno il Cammino presente in oltre 1320 diocesi di 110 paesi nei 5 continenti, con 20.000 comunità in circa 6.000 parrocchie.

Di queste 20.000 comunità, 500 sono a Roma – definita "la diocesi del mondo in cui il Cammino si è più sviluppato" – e 300 a Madrid, suo luogo d'origine.

Se ad ogni comunità si assegnasse una media di 15 membri, il totale dei neocatecumenali adulti nel mondo sarebbe di 300.000.

"Ma con i bambini e i ragazzi passiamo il milione", dicono. Le famiglie neocatecumenali, infatti, sono molto prolifiche. Tra quelle inviate in missione la media è di 4 figli per coppia.

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sabato 22 gennaio 2011

L'attendibilità storica dei Vangeli



di Ruggero Sangalli
22-01-2011

Il messaggio del Santo Padre per la giornata del malato, memoria della Beata Vergine di Lourdes, esordisce con un significativo: «Dalle sue piaghe siamo stati guariti», che rinvia a un passo di San Pietro (1Pt 2,24), ma anche d'Isaia (Is 53,5), dettagliata profezia che con il Salmo 22 fu scritta molti secoli prima della crocifissione di Gesù.

Il nostro rincorrere l’attendibilità storica dei Vangeli impone qualche approfondimento, domandando fin d’ora perdono di qualche inevitabile crudezza descrittiva, necessaria a rimarcare l’assoluta sensatezza e scientificità del dato evangelico, fotografato dalla Sindone, come afferma Benedetto XVI. Quel 14 nisan, parasceve, Gesù assomma le piaghe che sono «la sorgente da cui sgorga la vita eterna [...]. Il Sacro Cuore è Cristo crocifisso, con il costato aperto dalla lancia dal quale scaturiscono sangue ed acqua (Gv 19,34)». Con le ferite fisiche di Gesù contempliamo quelle morali di Maria, profetizzate da Simeone 33 anni prima nel giorno della presentazione di Gesù al tempio (Lc 2,35).

Ecco dunque tutti i traumi: le corde che lo legarono (Gv 18,12); le percosse (Gv 18,22); i colpi di flagello (Gv 19,1); le spine messe sul copricapo da re (Gv 19,2), i fori dei chiodi; la lancia che trapassa il costato (Gv 19,34), visto da chi era là (Gv 19,35). Si aggiungono altri colpi presi durante il processo e la detenzione (Mc 14,65; Lc 22,63; Mt 26,67; Mt 27,30); le ferite della croce; le abrasioni da caduta di cui sappiamo dalla tradizione e dalla Sindone.

Tanto sangue induce a ricordare che la scoperta dei gruppi sanguigni risale al 1901 a opera dell’immunologo austriaco Karl Landsteiner che osservò l'agglutinazione durante trasfusioni di sangue, scoprendola il risultato di una reazione tra proteine (antigeni) sulla superficie dei globuli rossi di una persona e gli anticorpi specifici (agglutinine) nel plasma dell'altro individuo. Landsteiner dimostrò l'esistenza di due antigeni, A e B, che determinano il gruppo sanguigno di un essere umano. La distribuzione di questi gruppi varia per area geografica: in Italia il gruppo sanguigno AB è il più raro: ce l’ha circa il 7% della popolazione. La media europea è più bassa (attorno al 5%). Si noti che le reliquie più importanti del sangue versato da Gesù (la Sindone di Torino, il Sudario di Oviedo e la tunica di Argenteuil) si sono rivelate macchiate di sangue umano sempre del gruppo AB.

Nell’ipotesi di un plurimo “falso medioevale”, cara a certi fans del radiocarbonio (che attribuisce a queste tre reliquie datazioni differenti di alcuni secoli tra loro), i presunti falsari, agendo ognuno all’insaputa dell’altro, avrebbero imbroccato una probabilità, ricavabile dal calcolo combinatorio, pari a 1 su 2700 di usare sempre sangue AB. In aggiunta, un’altra reliquia del sangue di Gesù (per la fede le specie eucaristiche sono vero corpo e sangue di Cristo), a Lanciano, è ancora di sangue AB: la probabilità di imbroccare un “falso coerente” scende a 1 su 38000. Per gli scettici è meglio credere ad una stessa sacca di sangue nel congelatore, usata ogni tre/quattro secoli per produrre una reliquia...

C’è chi pensa che il corpo di Gesù non sia stato lavato dopo la deposizione dalla croce. In realtà ciò che possiamo vedere nella Sindone è scientificamente spiegabile solo presumendo un lavaggio del corpo martoriato del crocifisso. Il sangue colato dalle ferite dovute ai traumi subiti nella notte, nel mattino e nella crocifissione a mezzogiorno del 14 nisan, sarebbe comunque coagulato, rendendo poco nitido e dettagliato l’insieme delle lacerazioni perfettamente visibili sul telo sindonico, rigorosamente coerenti con i maltrattamenti riportati nei quattro vangeli, malgrado le ore trascorse tra uno e l’altro.

In effetti il lavaggio fu frettoloso, a motivo dell’imminenza del sabato; lo testimonia il terriccio trovato presente sulla Sindone in corrispondenza delle ferite alle ginocchia.

Gesù fu sepolto entro le tre ore dalla sua morte: la rimozione dei coaguli ha determinato una fuoriuscita di liquido ematico dalle ferite, tali da riprodurre esattamente e senza aloni ogni singolo taglio e abrasione, differente per vascolarizzazione, dimensione e profondità. Gesù ancora vivo sulla croce era letteralmente una maschera di sangue, indistinta, in parte coagulata ed in parte ancora fluida, pur in un progressivo shock ipovolemico. L’uomo sindonico, che mostra i segni del rigor mortis, ha macchiato il lino sia del sangue uscito da un individuo ancora vivo, sia del liquido ematico tipico delle primissime ore dopo il decesso. Anche in questo particolare le visioni di Caterina Emmerick, che dice del lavaggio del corpo di Gesù dopo la deposizione, sono sensate.

Nei primi secoli del cristianesimo non si hanno rappresentazioni pittoriche dirette di Gesù, ma piuttosto simboli ed immagini allegoriche, come il pesce (ichthys, è acronimo in greco delle parole Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore). Col tempo compaiono immagini dipinte di Gesù, sia in una versione da giovinetto (quasi sempre nelle sembianze di un pastore, fino al III secolo), sia da adulto e in tal caso sempre barbuto: catacombe S. Callisto a Roma, II-III sec., di Commodilla nel IV sec. e in S. Pudenziana a Roma un mosaico del V sec.

La scarsità odierna di immagini è data anche dall’eresia iconoclasta che imperversò per più di 100 anni a partire dalla fine del VII secolo e che proibiva la raffigurazione di Cristo, in quanto Dio (proprio mentre si diffondeva l’islam). Si salvarono opere ben nascoste o protette, come i mosaici di S. Apollinare o di S. Vitale a Ravenna, o il Cristo su legno del monastero di S. Caterina del Sinai, del VI secolo.

Una stranissima costante di queste icone è il “ciuffetto” in cima alla fronte: un dettaglio non scontato, visibile anche sul volto oggi a Manoppello [nella foto], probabilmente l’immagine acheropita documentata a Roma nel VIII secolo, pervenutavi per ripararla dalle distruzioni in atto a Bisanzio. Il particolare ricorda molto la ferita a forma di epsilon rovesciata che è presente sulla Sindone, che sarebbe non un rivolo di sangue ma una ciocca di capelli insanguinata, che ci rimanda all’incoronazione di spine. Tutte le immagini di Gesù, delle catacombe e dei mosaici, su legno nel monastero di S. Caterina e via via tutte le successive, somigliano tra loro e ricalcano sia il volto di Manoppello che l’uomo della Sindone; questo accade in tutti i filoni raffigurativi in Europa, nord Africa, area greca e slava ortodossa: data una persona vera e delle sue reliquie, c’è un identikit che “detta legge” da sempre.

Contempliamo le piaghe del mistero della Croce, sorgente di sapienza e sfida alla scienza.

Fonte: La bussola quotidiana

giovedì 20 gennaio 2011

Intervista al Card. Bartolucci



Card. Bartolucci: "Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, In Paradisum, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso, si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno". Ipse dixit


Da "30Giorni"
di Paolo Mattei




"Nel concistoro dello scorso 20 novembre Benedetto XVI ha creato cardinale monsignor Domenico Bartolucci. Nato il 7 maggio del 1917 a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze, Bartolucci è stato per più di quarant’anni, dal 1956 al 1997, maestro direttore perpetuo della Cappella musicale Pontificia “Sistina”. Successore di monsignor Lorenzo Perosi in questo incarico, il neoporporato, durante il pontificato di Giovanni XXIII, riorganizzò la Cappella musicale del Papa, le cui origini risalgono alla Schola cantorum romana dei tempi di Gregorio Magno.


Bartolucci, tra i più autorevoli interpreti di Giovanni Pierluigi da Palestrina – che della Cappella Sistina fu cantore –, è accademico di Santa Cecilia e prolifico compositore di musica sacra. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive. "



Mattei: Negli anni della sua direzione, la Cappella ha avuto anche un’intensissima attività concertistica.
Bartolucci: Abbiamo girato tutto il mondo. Nel ’96 siamo stati anche in Turchia. Cantammo l’Ave Maria a Istanbul, in latino, naturalmente, e la gente piangeva per la commozione. E non credo piangesse perché capiva la lingua…


M. Che intende dire?
B. Che dopo il Concilio Vaticano II il latino è stato messo da parte, ed è stato un errore esiziale. Con la promulgazione del Messale del 1970, i testi millenari del Proprium [l’insieme delle parti della messa che varia secondo l’anno liturgico o le memorie particolari, ndr] sono stati eliminati, e lo spazio per i canti dell’Ordinarium [l’insieme invariabile delle parti della messa, ndr] molto ridotto per l’introduzione delle lingue volgari.


M. È nota, eminenza, la sua avversione per questi cambiamenti.
B. Mi pare evidente come da allora la musica sacra e le scholae cantorum siano state definitivamente emarginate dalla liturgia, nonostante le raccomandazioni della constitutio de Sacra Liturgia del ’63 e del motu proprio Sacram Liturgiam, del ’64, nel quale il gregoriano è definito «canto proprio della liturgia romana».


M. Era auspicata la «actuosa participatio» del popolo.
B. Che da allora non c’è più stata.


M. Come sarebbe a dire?
B. Prima di questi “aggiornamenti” il popolo cantava a gran voce durante i Vespri, la Via Crucis, le messe solenni, le processioni. Cantava in latino, lingua universale della Chiesa. Durante le liturgie dei defunti tutti intonavano il Libera me Domine, In Paradisum, il De profundis. Tutti rispondevano al Te Deum, al Veni creator, al Credo. Adesso, si sono moltiplicate le canzonette. Sono così tante che le conoscono in pochissimi, e non le canta quasi nessuno. Poi va corretta la mia fama di essere contro la partecipazione del popolo ai canti.


M. E come?
B. Ricordando, per esempio, che già prima del Concilio io curai un repertorio di canti in lingua italiana da destinare alle parrocchie: Canti del popolo per la santa messa, si intitolava. Naturalmente è sparito dalla circolazione.

domenica 16 gennaio 2011

La liturgia tradizionale

Una riflessione sulla liturgia tradizionale

È importante parlare della Messa tridentina su blog e forum, se non altro in questo modo si contribuisce a mantenere il tema “liturgia tradizionale” tra i principali argomenti di dibattito nell'orbe cattolico. Veniamo da decenni di ostracismo, dove quasi mai si sentiva parlare di Messa gregoriana in termini positivi. Da qualche anno la “cortina di ferro liturgica” è caduta, dunque possiamo parlarne liberamente.

Secondo me, uno dei principali problemi da affrontare è la scarsa preparazione dei “novizi” della Messa “more antiquo”. Molti fedeli sentono parlare su internet della sacralità della liturgia antica, della maestosità del latino, del decoro dei paramenti sacri, dell'armonia dell'intramontabile canto gregoriano, della riverenza della Comunione inginocchio, e di altri aspetti del rito antico; così decidono di andare di persona a vedere di che si tratta. Ma andandoci senza nessuna preparazione, si ritrovano disorientati dalle “novità” alle quali non erano abituati, e finiscono per deporre l'entusiasmo che avevano prima di entrare in chiesa. È importantissimo prepararsi prima della Messa, imparando a memoria le preghiere riservate ai fedeli e i principali canti gregoriani. Inoltre è bene prepararsi spiritualmente prima della Messa facendo un po' di meditazione sul Santo Sacrificio di Gesù Cristo.

Per quanto riguarda il numero dei fedeli che partecipano alla Messa tridentina, sono fiducioso che in futuro la situazione generale possa migliorare. Ricordo che alla prima Messa “usus antiquior” alla quale assistetti (era il 2002, ma sembra passato un secolo), la chiesa era strapiena di fedeli ben preparati, e persino i bambini erano attenti e devoti. Dunque anche in Italia, come avviene già in Francia e in altri Paesi, è possibile avere Messe gregoriane “affollate” di fedeli. A mio avviso, la soluzione di tutte (o quasi) le problematiche connesse alla liturgia tradizionale termineranno il giorno in cui verrà istituita un'amministrazione apostolica (o qualcosa di simile) per i fedeli “more antiquo”. Spero che questo giorno non sia troppo lontano.


Fonte: Cordialiter

sabato 15 gennaio 2011

Una recensione al libro di Nicola Bux


di Giulia Tanel

In questi giorni ho letto l’ultimo libro del sacerdote e docente della diocesi di Bari Nicola Bux, provocatoriamente intitolato “Come andare a Messa e non perdere la fede” (Piemme, pp.194, 12 euro).

In questo agile volumetto, molto indicato per la lettura sia dei fedeli che dei sacerdoti, Bux spiega nell’arco di sette capitoli la teologia e la spiritualità che è alla base di quello che è il momento culminante del culto cattolico, ovverosia la Messa.

In un momento come quello attuale, dove da più parti si dibatte su quello che è stato il Concilio Vaticano II, su quello che ha provocato all’interno della Chiesa, sui suoi pregi e i suoi difetti, un libro come quello di Bux risulta veramente essere stato scritto nel momento giusto.
L’Autore, infatti, confronta quella che è la situazione riscontrabile attualmente in molte realtà con le consuetudini che vigevano prima del 1965, ed opera anche un confronto con la liturgia orientale.
L’intento di Bux, però, non è assolutamente quello di criticare il Concilio Vaticano II in quanto tale, bensì di spiegare il significato intrinseco di determinati riti ed usanze che un tempo facevano parte della prassi e che oggigiorno sono cadute in disuso. Le sue osservazioni sono volte a portare l’attenzione su quello che dovrebbe essere il centro della questione e che invece molto spesso viene relegato ad un ruolo secondario, posto in sordina: Cristo si è fatto uomo ed è morto per noi, ci ha “amati di un amore eterno” (cfr. Geremia 31,3) nonostante il nostro nulla; cosa possiamo fare noi per santificarLo al meglio?

Afferma Bux: “La messa appare un rito stanco, trascurato, poco intelligibile e partecipativo per i fedeli che sempre più si sentono tagliati fuori e perdono motivazione; è necessaria una nuova catechesi per rivitalizzare la celebrazione eucaristica e degli altri sacramenti” (N. Bux, op. cit., p. 102).
Serve una nuova catechesi, quindi, e Bux – prendendo sempre a modello l’attuale Pontefice Benedetto XVI – dà il suo contributo in tal senso: cosa non fare a messa, come comportarsi in chiesa, quali sono i canti più indicati per glorificare Dio, come dovrebbero essere costruite le chiese, che cos’è la messa… sono solo alcuni degli argomenti che approfondisce nel suo ottimo libro.

Fonte: Libertà e persona