domenica 19 febbraio 2017

Due papi, due università, due climi diversi. Con una sensazione






di 

La visita di papa Francesco all’Università Roma Tre, in un clima di festa e di grande affetto verso il pontefice, mi ha fatto tornare alla memoria un episodio ben diverso.

Come qualcuno ricorderà, nel gennaio 2008 papa Benedetto XVI venne invitato a tenere un discorso all’Università La Sapienza di Roma. La visita, prevista per il giorno 17, fu però annullata due giorni prima. Era stato il rettore di allora, Renato Guarini, a invitare il papa per l’inaugurazione dell’anno accademico, naturalmente dopo aver interpellato il senato accademico, che si disse felice di ricevere il vescovo di Roma, come era già successo con Paolo VI nel 1964 e con Giovanni Paolo II a Roma Tre nel 2002.

Alcuni docenti però manifestarono la loro opposizione, prima con un intervento, pubblicato dal «Manifesto», del professor Marcello Cini, poi con una lettera firmata da una settantina di professori della facoltà di Fisica (per la precisione, sessantasette docenti, su un totale di 4500) e sottoscritta in seguito da altri settecento docenti italiani e stranieri di vari atenei.

Il caso deflagrò quando, il 10 gennaio, la lettera fu rilanciata dal quotidiano «La Repubblica». Fu così che, in un clima di polemiche, Benedetto XVI comunicò a malincuore la sua decisione di rinunciare alla visita, per non alimentare un fuoco che minacciava di avere serie conseguenze.  Alla vigilia dell’evento ci furono infatti manifestazioni studentesche contrarie all’invito, culminate con l’occupazione della sede del senato accademico e del rettorato.

Chi scrive visse quei giorni da cronista, intervistando i giovani e i professori contrari all’arrivo del papa, a incominciare da Cini (poi scomparso nel 2012 a ottantanove anni), che andai a trovare nella sua casa. Mi fu così possibile toccare con mano la miscela di pregiudizio, furore ideologico e, spiace dirlo, ignoranza che portò alla contestazione e all’annullamento della visita.

Per sbarrare l’ingresso a Ratzinger venne fatta, fra l’altro, una lettura distorta della lectio tenuta da Benedetto XVI nel 2006 all’Università di Ratisbona su «Fede, ragione e università»  (il famoso discorso nel quale il papa affrontò anche il problema del rapporto della religione islamica con la violenza) e si manipolò un discorso tenuto alla Sapienza dal cardinale Ratzinger nel 1990.

La vicenda, rievocata ora in un libro («Sapienza e libertà. Come e perché papa Ratzinger non parlò all’Università di Roma», scritto dal giornalista Pier Luigi De Lauro ed edito da Donzelli), fu molto triste da ogni punto di vista. Di fatto al vescovo di Roma fu impedito di parlare nell’università più grande e più importante della sua diocesi, un ateneo fondato, fra l’altro, proprio da un pontefice: Bonifacio VIII. Anche se il rettore, e gliene va dato atto, volle poi che il discorso del papa fosse letto nel corso della cerimonia, si trattò di un’occasione persa, una sconfitta per tutti.

In quella brutta storia ebbero un ruolo decisivo i mass media. Furono loro in gran parte a fomentare gli studenti e amplificare il caso. Il primo ad ammetterlo è Gianluca Senatore, allora rappresentante degli studenti. La chiusura di Cini e degli altri suoi colleghi, spiega oggi Senatore, non nacque in realtà dalla preoccupazione di difendere la laicità dell’istituzione universitaria, ma dalla paura di fare i conti con un papa teologo che metteva seriamente in crisi la pretesa di dominio delle scienze naturali ed empiriche sulla conoscenza.

Lo stesso Senatore rivela che all’epoca non aveva letto nulla di Ratzinger, ma in seguito cercò di approfondirne la conoscenza, scoprendo insospettabili punti di contatto tra le preoccupazioni del papa e quelle dello stesso professor Cini, per esempio a proposito delle terribili derive assunte dalla scienza e della tecnica nel corso dell’ultimo mezzo secolo.

Purtroppo, dice Senatore, vinse l’intolleranza, ma quella storia almeno un effetto positivo lo ebbe: lo studente di allora, incominciando a leggere Ratzinger, arrivò alla conclusione, confermata oggi, che il papa tedesco ha rappresentato uno dei momenti più alti della tradizione culturale della Chiesa cattolica.

Ma che cosa avrebbe detto Ratzinger se avesse avuto la possibilità di parlare? Raramente si ricorda che il papa aveva preparato un testo tanto umile nella forma quanto di alto livello nei contenuti, un contributo che almeno per sommi capi merita di essere ricordato, sia per dimostrare quanto fossero infondati i timori dei contestatori sia per ricordare la finezza di quel pontefice.

Il discorso si apriva così: «È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della Sapienza – Università di Roma in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere».

La Chiesa, sottolineava il papa, ha sempre guardato «con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni».

Poi Ratzinger, riaffermando l’assoluta autonomia dell’università e chiedendosi che cosa possa dire un papa rivolgendosi a un ateneo statale che opera nella sua diocesi, allargava il discorso ponendosi due questioni di fondo: «Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: qual è la natura e la missione dell’università?».

Alla prima domanda Benedetto XVI rispondeva che certamente il papa «non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà». Al di là del suo ministero pastorale, è comunque suo compito, precisava,  «mantenere desta la sensibilità per la verità» e «invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio». E qui Benedetto XVI non temeva di rivendicare il «patrimonio di sapienza» di cui la comunità dei credenti è depositaria in quanto  custode  di «un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche che risulta importante per l’intera umanità».

Insomma, spiegava Benedetto XVI concedendosi una punta di provocazione, «la sapienza delle grandi tradizioni religiose è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee».

Quanto alla seconda domanda, la risposta preparata dal papa suonava così: «Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. […]. L’uomo vuole conoscere, vuole verità. […] Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: qual è quel bene che ci rende veri?».

Come si può ben vedere, da parte di Benedetto XVI nessuna invasione di campo, nessuna supponenza. Al contrario, il contributo profondo di un uomo, un docente, un teologo, sincero nel proporre il proprio punto di vista (con la questione della verità in primo piano), schietto nel chiedere di meditare sul fatto che verità significa di più che sapere e trasparente nell’interrogarsi su alcune grandi questioni che, dopo tutto, riguardano tutti, credenti e non credenti, e toccano da vicino soprattutto chi opera in un santuario del sapere quale è un’università.

Ma a quell’uomo, a quel docente, a quel teologo, a quel papa, con un atto di inaudita prevaricazione giacobina, fu sbarrata la strada.

Ora, il fatto che un altro papa, Francesco, sia stato invitato da un altro ateneo romano, l’Università Roma Tre, e non solo abbia potuto intervenire ma sia stato accolto con grande simpatia ed entusiasmo,  non può che far piacere a tutte le persone che amano il confronto libero delle idee.

Resta però un certo retrogusto amaro se si pensa che Francesco, rispondendo alle domande di alcuni studenti, non ha toccato nemmeno uno dei grandi temi riguardanti la verità e il rapporto tra ragione e fede. Francesco in effetti, più che da papa, più che da vescovo, più che da religioso, ha scelto di parlare da sociologo e da economista. Ha affrontato le questioni legate alla disoccupazione giovanile, alle migrazioni, alla globalizzazione. Ha chiesto, anche con accenti accorati, di cercare l’unità salvaguardando le differenze e non l’uniformità. Questioni importanti, sia chiaro. Ma colpisce il fatto che mai una volta ha nominato Dio o la fede.

È pur vero che nel testo scritto e poi non letto, perché il papa ha preferito rispondere ai giovani improvvisando, c’è un passaggio molto bello, nel quale Bergoglio con umiltà ma anche con efficacia dice così: «Mi professo cristiano e la trascendenza alla quale mi apro e guardo ha un nome: Gesù. Sono convinto che il suo Vangelo è una forza di vero rinnovamento personale e sociale. Parlando così non vi propongo illusioni o teorie filosofiche o ideologiche, neppure voglio fare proselitismo. Vi parlo di una Persona che mi è venuta incontro, quando avevo più o meno la vostra età, mi ha aperto orizzonti e mi ha cambiato la vita». Altrettanto vero è che il discorso scritto, sebbene non pronunciato, resta agli atti. Tuttavia, nel confronto diretto con gli studenti, e di conseguenza in tutte le cronache della giornata, i riferimenti alla trascendenza e alla fede in Gesù sono spariti.

Sarebbe folle pensare che il papa si sia autocensurato. Sicuramente, scegliendo di mettere da parte il discorso preparato a tavolino, ha semplicemente voluto farsi più vicino ai giovani e dimostrare meglio, con maggiore intensità emotiva, la sua partecipazione ai loro problemi, alle loro preoccupazioni. D’altra parte sono convinto che docenti e studenti di Roma Tre lo avrebbero applaudito anche nel caso in cui Francesco avesse fatto riferimento all’esperienza religiosa.

Tuttavia, osservando gli elogi e la simpatia riservati a Francesco e ripensando al divieto posto a Benedetto XVI nel 2008, è difficile sottrarsi all’impressione che l’uomo di fede, perfino quando è il papa in persona, sia oggi più apprezzato nel dibattito pubblico quando non affronta la questione di Dio e della verità. Quando, cioè, non è troppo papa e non troppo cattolico.


Aldo Maria Valli





http://www.aldomariavalli.it/2017/02/17






Caffarra: «Sposi come i monaci medioevali»




(a cura di Lorenzo Bertocchi)
di Carlo Caffarra*
13-02-2017


Pubblichiamo la terza parte e la conclusione dell'intervento che il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, ha tenuto ieri, per una conferenza organizzata dal Centro culturale Piergiorgio Frassati di Correggio (RE) alla presenza del vescovo reggiano Massimo Camisasca e intitolata "Perché tanto interesse della Chiesa per la famiglia?"




3. Madre e Maestra: come la Chiesa si interessa al matrimonio e famiglia

Prima di rispondere a questa domanda, devo fare due premesse.

La prima. La Chiesa ritiene che la condizione in cui oggi in Occidente versano matrimonio e famiglia debba essere riportata, per usare una parola evangelica, AL PRINCIPIO. I due beni relazionali messi in questione sono troppo importanti per la vera felicità dell'uomo per essere dilapidati.

La seconda. La Chiesa si interessa della salvezza dell'uomo mediante tre attività: il Magistero, la Santificazione, la Guida. Ora dirò qualcosa su ciascuna di queste tre attività.

3,1. Mediante la Divina Rivelazione Dio ci ha donato la luce della Verità; ci ha indicato la via della vita vera e buona. S. Agostino ha scritto: «nessuno può essere amico dell'uomo se non è innanzi tutto amico della verità»[Lett.155, 1].

L'amicizia dell'uomo che alberga nel cuore della Chiesa, implica in primo luogo il suo desiderio, la sua volontà di dire all'uomo la Verità. Non una qualsiasi verità, ma solo la Verità che è via di salvezza, la verità rivelata da Dio stesso in Gesù. La Chiesa compie questo basilare atto di amore, la carità della Verità, mediante il Magistero dei Papi, dei Concili, dei Vescovi. La Chiesa anche oggi si interessa del matrimonio e della famiglia dicendo la Verità su matrimonio e la famiglia.
3,2. Parto da testo mirabile del b. J. H. Newman. «La chiesa però sa ed insegna anche che la reintegrazione della natura umana cui essa mira deve essere attuata non soltanto per mezzo di iniziative esterne quali la predicazione e l'insegnamento, anche se questi sono suoi campi specifici, ma attraverso l'intima forza spirituale della grazia che scende direttamente dall'alto, e della quale essa è il canale. Essa si incarica di salvare la natura umana dalla sua miseria, ma a questo scopo non s'accontenta di riportarla al grado che le spetta: la innalza ad un grado molto superiore» [Apologia pro vita sua, cap. V; in Opere, Utet, Torino 1988, pag.368].

Quanto il grande cardinale inglese dice in generale, vale anche in particolare per il matrimonio. E' mediante il sacramento del matrimonio, che il medesimo matrimonio è salvato e guarito dalla miseria in cui è caduto, a causa della durezza del cuore dell'uomo e della donna. Ma il sacramento non è solo una medicina che guarisce. E' un atto di Cristo che unisce i due sposi, elevando il loro amore coniugale a simbolo reale dell'amore che lega Cristo alla Chiesa. Reale: l'amore coniugale non è una metafora più o meno pallida, è la partecipazione reale al vincolo che stringe Cristo alla Chiesa. Il dono che Cristo fa di se stesso alla Chiesa sulla Croce, eucaristicamente sempre presente, dimora nell'amore coniugale; e l'amore coniugale è innestato, come tralcio nella vite, nel rapporto Cristo-Chiesa.

3,3. La terza modalità in cui si esprime e realizza l'interesse che la Chiesa ha per il matrimonio e la famiglia, è la guida pastorale sia di chi intende sposarsi sia di chi è già sposato sia di chi vive un "fallimento matrimoniale". Il tempo che ho a disposizione mi obbliga a brevi e schematiche riflessioni. Faccio due premesse.

La prima. E' uno dei carismi fondamentali del servizio pastorale del S. Padre Francesco aver richiamato la Chiesa, e con gesti luminosamente evangelici e con le parole, a porsi accanto alle persone. La guida pastorale deve assumere la cifra dell'accompagnamento. Se non assumessimo questa attitudine spirituale, dilapideremmo la grazia di questo pontificato.

La seconda. Come ho mostrato nel secondo punto, il mainstream del nostro tempo non solo non vede più l'intrinseca bontà dello sposarsi e del dono della vita. Ha anche equiparato matrimonio e famiglia ad ogni aggregazione sociale, costituita solamente da legami emotivi-affettivi. L'accompagnamento della Chiesa deve acquisire anche la dimensione medicinale; deve saper curare. E' la famosa metafora dell'ospedale da campo.

Fatte queste due premesse, mi sembra che il problema centrale che la Chiesa nel suo accompagnamento deve affrontare, sia la ricostruzione del soggetto umano. Che cosa intendo dire?

L'Es. Ap. Amoris laetitia dice: "Credere che siamo buoni- solo perché proviamo dei sentimenti è un tremendo inganno" [145]. La soggettività umana -la capacità di capire, di volere, di compiere scelte, l'esperienza del dovere morale nella sua regale maestà, l'integrazione delle varie dimensioni di cui siamo fatti - è stata ridotta all'emotività. "mi sento; non mi sento di ... ". Si rompe il matrimonio perché non si sente più amore.

Ben a ragione, il S. Padre Francesco dice che a queste persone ripetere semplicemente la dottrina e/o leggi morali, è inefficace. E' necessario, come dice Gesù a Nicodemo, rinascere. La Chiesa ha già affrontato questo problema: far rinascere una persona umana. Fu quando il Vangelo si scontrò col paganesimo greco-romano. Ha risolto il problema inventando il catecumenato. Oggi, come ha detto Francesco recentemente, inaugurando l'anno giudiziale della Rota, è necessario un "catecumenato al matrimonio". [ Il miglior testo finora pubblicato sulla tematica di questo § 3,3 è J. Granados, St. Kampowski, J. J. Pérez-Soba, Amoris laetitia. Accompagnare, discernere, integrare, Cantagalli ed. Siena 2016]

4. Conclusione

Esistono ancora sposi che vivono il loro matrimonio radicati e fondati NEL PRINCIPIO, ricchi del dono del vino nuovo che Cristo mediante il sacramento continua a donare loro, vigilati da Maria che avverte subito il suo divino Figlio se comincia a scarseggiare. Sposi che non vivono il matrimonio ideale: il matrimonio ideale non esiste; è una invenzione ottocentesca. Ma che vivono la verità del matrimonio in modo attraente e bello.

Sono essi il seme spesso nascosto, che, dopo questi giorni tristi, faranno rifiorire quella che S. Giovanni Paolo Il chiamava la civiltà della verità e dell'amore. Nello splendore del loro non raramente faticoso quotidiano risplende la potenza dell'amore eterno di Dio. L'aurora di un nuovo assetto sociale fu, un tempo, il monastero benedettino. Ora sono gli sposi che vivono il dono sacramentale del loro matrimonio.

*Arcivescovo emerito di Bologna





http://www.lanuovabq.it






sabato 18 febbraio 2017

LO SCOPO DELLA NOSTRA VITA È LA DEIFICAZIONE, PER GRAZIA. NIENTE DI MENO






da «La deificazione: scopo della vita umana» dell'archimandrita Giorgio, abate del sacro monastero di San Gregorio nel Monte Athos 


La questione del destino della nostra vita è di primaria importanza e riguarda il tema più importante dell’uomo: lo scopo della sua esistenza sulla terra. Se l’uomo si orienta correttamente su questo problema, se comprende la sua vera destinazione, allora è capace di affrontare correttamente gli affari quotidiani della sua vita, le relazioni con gli altri uomini, gli studi, la professione, il matrimonio, il mantenimento e l’educazione della prole. Se non si appoggia su questa base, allora fallirà negli altri scopi della vita. Che significato può avere il prossimo quando la vita umana, nel suo complesso, non ha senso?

Il primo capitolo della Sacra Scrittura rivela subito lo scopo della nostra vita quando l’agiografo scrive che Dio ha creato l’uomo “a sua immagine e somiglianza”. Constatiamo subito il grande amore del Dio Triunico verso l’uomo. Egli non vuole che l’uomo sia semplicemente una creatura con determinati doni (charismata) e determinate qualità, con una certa superiorità sul resto della creazione: Egli vuole che sia un dio per Grazia. L’uomo esteriormente sembra solo un essere biologico, proprio come qualsiasi altra creatura vivente, come gli animali. Naturalmente l’uomo è un animale ma, come dice particolarmente san Gregorio il Teologo: “L’uomo è la sola creatura che si eleva al di sopra di tutta la creazione, la sola che può divenire dio’’ (Omelia sull’epifania MPG 36, 324, 13).

“Secondo la sua immagine”. La frase si riferisce ai doni che Dio ha concesso unicamente all’uomo tra tutte le altre sue creature cosicché egli è l’immagine di Dio. Questi doni sono: una mente razionale, una coscienza, una libera volontà (la libertà), la creatività, l’eros ed un ardente desiderio per l’assoluto e per Dio. Inoltre, l’uomo ha una consapevolezza personale di sé e di tutto quello che compie la quale si impone sul resto della creazione e delle creature viventi in modo unico e personale. In altre parole, qualunque cosa la persona umana faccia, riflette i doni “secondo la sua immagine”.

Dotato dell’“immagine”, l’uomo è chiamato ad acquisire “la somiglianza” raggiungendo la deificazione. Il Creatore, Dio, per natura . chiama l’uomo a divenire dio per Grazia. Dio ha dotato l’uomo di doni molto alti perché possa acquisire, attraverso di essi, una somiglianza con il suo Dio e Creatore, non per avere una relazione esterna o morale con Lui, ma per un’ unione personale. Forse è molto audace dire e pensare che lo scopo della nostra vita è divenire dei per Grazia, ma dobbiamo farlo perché la Sacra Scrittura ed i Padri della Chiesa non ci hanno nascosto tale fine.

Sfortunatamente molte persone al di fuori della Chiesa come pure molte all’interno di essa, sono ignoranti. Esse credono che lo scopo della nostra vita è, al più, esclusivamente un perfezionamento morale, divenire ‘‘brava gente”. Tuttavia, secondo il Vangelo, la Tradizione della Chiesa e i santi Padri, questo non è lo scopo della nostra vita. L’uomo non deve solo divenire migliore, più morale, più giusto, più casto e diligente. Queste qualità devono essere assunte, ma non sono lo scopo più importante, lo scopo finale per il quale il nostro Fattore e Creatore ci ha fatto vivere. Qual’è questo scopo? La deificazione ossia l’unione dell’uomo con Dio, non un’unione esterna o sentimentale ma intima e vera. L’antropologia ortodossa pone l’uomo molto in alto al punto che se la paragoniamo con le antropologie di tutti gli altri sistemi filosofici, sociali e psicologici, comprenderemo facilmente quanto poco profonde esse siano e quanto poco corrispondano al grande e ardente desiderio dell’uomo in cerca di qualcosa d’infinito e di vero per la sua vita. Dal momento in cui l’uomo è chiamato ad essere a “somiglianza di Dio” egli è stato creato per divenire dio, per cui se non è nel cammino verso la deificazione, sente in se stesso un vuoto, sente di sbagliare qualche cosa. Allora non si rasserena e non è felice neppure quando cerca di riempire questo vuoto con altre attività. Egli si può inebetire immergendosi in un mondo fantastico il quale è, contemporaneamente, poco profondo, piccolo e limitato. Nonostante ciò egli vi aderisce schiavizzandosi ed imprigionandosi in esso. Organizza la sua vita in modo tale da non essere quasi mai in pace, nemmeno quando è solo con se stesso. Tra rumori, nervosismo, televisione, radio e informazioni su qualsiasi avvenimento, egli prova, come fanno alcuni, a dimenticare attraverso l’uso di medicinali, a non pensare, a non preoccuparsi, a non ricordarsi che è sulla via sbagliata, lontano dal suo scopo. Alla fine, comunque, il misero uomo contemporaneo non è soddisfatto, fino a che non trova qualcos’altro di meglio, di più grande, qualcosa che esiste nella sua vita, qualche cosa di veramente bello e creativo. L’uomo può unirsi a Dio? Può essere in comunione con Lui? Può divenire dio per Grazia?


IL MOTIVO DELL’ INCARNAZIONE DI DIO: LA DEIFICAZIONE DELL’UOMO

I Padri della Chiesa affermano che Dio è divenuto uomo perché l’uomo divenisse dio. L’uomo non avrebbe raggiunto la deificazione se Dio non si fosse incarnato.

Prima di Cristo esistevano molti uomini saggi e virtuosi. Gli antichi greci, ad esempio, avevano raggiunto alti livelli di consapevolezza filosofica riguardo le virtù e Dio. Di fatto, la loro filosofia contiene elementi di verità, il cosiddetto logos spermatikos. Dopo tutto, essi erano uomini particolarmente religiosi, certamente non atei, come li vorrebbero vedere alcuni dei nostri dotti e malati uomini contemporanei. Essi non conoscevano il vero Dio. Tuttavia, benché pagani, erano pii e timorati verso la divinità. Per questa ragione tutti quei pedagoghi, insegnanti, capi politici e civili che, a differenza dell’antica tradizione greca, hanno tentato di sradicare la fede in Dio dall’anima della nostra devota gente senza alcun suo consenso, hanno commesso hybris nel significato antico del termine. Essi, di fatto, hanno cercato di privare la nazione del suo carattere greco, della tradizione dei greci, della nostra storia antica, medioevale e recente nella quale è sempre esistita una tradizione di venerazione e di rispetto per Dio. Questa tradizione si è universalmente diffusa attraverso il contributo culturale dell’ellenismo ed è rinvenibile ancor oggi. Nella filosofia degli antichi greci può essere riscontrato un ardente desiderio per il Dio ignoto e per l’esperienza di Dio. Essi erano fedeli e devoti ma senza un diritto e una piena conoscenza su Dio. Ad essi mancava la comunione con Lui. La deificazione non era possibile.

Pure nell’Antico Testamento, troviamo uomini giusti e virtuosi. Tuttavia, l’unione assoluta con Dio, la deificazione, divenne possibile e realizzabile solo con l’ incarnazione di Dio, il Verbo (Logos) di Dio. Questo è lo scopo dell’incarnazione di Dio.

Se lo scopo della vita umana fosse solo divenire moralmente migliori, non ci sarebbe stato alcun bisogno della presenza di Cristo nel mondo. Non ci sarebbe stato alcun bisogno dell’economia divina, dell’incarnazione di Dio, della sua croce, morte e risurrezione i cui eventi hanno al loro centro Cristo stesso, se all’umanità fosse bastato migliorarsi moralmente, attraverso l’insegnamento dei Profeti, dei filosofi e degli uomini giusti di allora. Sappiamo che Adamo ed Eva sono stati fuorviati dal diavolo ed hanno desiderato divenire dei senza la cooperazione divina, senza l’umiltà, l’obbedienza e l’amore, ma contando solo sulla propria volontà egoisticamente ed autonomamente. È proprio questa l’essenza della caduta: l’egoismo. Per assumere l’egoismo e l’autosufficienza, i nostri progenitori si sono separati da Dio ed invece di raggiungere la deificazione, sono arrivati alla meta opposta: la morte spirituale.

I Padri della Chiesa dicono che Dio è vita. Quindi chiunque si allontana da Dio si allontana dalla vita. È perciò che in Adamo ed Eva la morte e l’inattività spirituale (la morte fisica e quella spirituale) furono la conseguenza della loro disubbidienza. Tutti noi comprendiamo le conseguenze della loro caduta. La separazione da Dio ha portato l’uomo ad una vita carnale, bestiale e demoniaca. La magnificenza della creazione di Dio è stata seriamente danneggiata subendo una ferita quasi mortale. La “sua immagine” è stata distorta. Dopo la caduta l’uomo non ha i requisiti per muoversi verso la deificazione, come nella situazione precedente al peccato. In questo stato di malattia quasi mortale, l’uomo non può più orientarsi verso Dio. È perciò che l’umanità ha avuto bisogno di un nuovo capostipite. È stato necessario un uomo nuovo, sano, capace di orientare la libertà umana verso Dio. Questo nuovo capostipite . l’uomo nuovo . è l’Uomo. Dio (il Theanthropo), Gesù Cristo, il Figlio e il Verbo (Logos) di Dio. Egli dal momento in cui si è incarnato costituisce il nuovo capostipite, il nuovo inizio, la nuova umanità e il nuovo lievito.

Un grande teologo della nostra Chiesa, san Giovanni di Damasco, afferma che con l’incarnazione del Verbo è comparsa una seconda comunione tra Dio e l’uomo. La prima comunione, quella nel Paradiso, è stata rotta dal momento in cui l’uomo si è separato da Dio. Allora, il nostro Dio, pieno di compassione, ha provveduto per un’altra, una seconda comunione, cioè un’unione con gli uomini che non potesse più essere infranta. Egli ha ottenuto questo scopo realizzando la sua unione con l’ umanità nella persona di Cristo. Cristo, l’Uomo-Dio, il Figlio e il Verbo del Padre, ha due nature perfette: la divina e l’umana. Secondo la famosa definizione del quarto santo concilio ecumenico di Calcedonia, queste due nature perfette sono unificate “senza confusione, senza cambiamento, indivisibilmente e inseparabilmente” in una persona di Dio, nel Verbo, in Cristo. I pronunciamenti di questo concilio costituiscono per sempre una guida ed un’arma sicura nello Spirito Santo per la nostra Chiesa ortodossa contro ogni genere di eresia cristologica. In tal modo sappiamo che Cristo ha due nature: la divina e l’umana. La conseguenza è chiara: la natura umana, attraverso l’unione ipostatica delle due nature nella persona di Cristo, è irrevocabilmente unita con quella divina perché Cristo è, d’ora in poi, eternamente Uomo-Dio. Come Uomo-Dio è asceso in cielo, come Uomo-Dio si è seduto alla destra del Padre, come Uomo-Dio verrà a giudicare il mondo nella sua seconda venuta. Perciò la natura umana è ora intronizzata nella Santa Trinità, nel cuore della Trinità stessa. Nulla può separare la natura umana da Dio. Questo è il motivo per cui, ora, dopo l’incarnazione, pure se commettiamo dei peccati o ci allontaniamo da Dio, pentendoci è possibile rinsaldare nuovamente quell’ unione per la quale diveniamo dei per Grazia.

giovedì 16 febbraio 2017

Quando la forma è sostanza






Giovanni Scalese 

Fece un certo scalpore, nel novembre scorso, la dichiarazione rilasciata dal Presidente della Commissione per la famiglia della Conferenza episcopale polacca, Mons. Jan Wątroba, a proposito dei dubia dei quattro Cardinali circa l’esortazione apostolica Amoris laetitia. In quell’occasione il Vescovo di Rzeszów ebbe a dire: «Io personalmente — forse per abitudine, ma anche con profonda convinzione — preferisco un’interpretazione come era solito fare Giovanni Paolo II, dove non c’era bisogno di commenti o interpretazioni del magistero di Pietro» (qui).

Quello che disse Mons. Wątroba è senz’altro vero: al tempo di Papa Wojtyla non c’era bisogno di tante interpretazioni; i suoi interventi erano generalmente chiari. Anche se non deve meravigliare che talvolta possa rendersi necessaria qualche precisazione. Per esempio, dopo la pubblicazione della lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis (22 maggio 1994), per quanto il suo contenuto fosse piú che chiaro, ci fu tuttavia bisogno di un ulteriore intervento della Congregazione per la dottrina della fede (CDF) che definisse il carattere infallibile dell’insegnamento in essa contenuto (Risposta a un dubium del 28 ottobre 1995). La CDF esiste anche per questo: per chiarire, quando ce ne fosse bisogno, eventuali dubbi in campo dottrinale e morale.

La dottrina della Chiesa a proposito del matrimonio è sempre stata piuttosto chiara ed era stata ribadita, appunto durante il pontificato di Giovanni Paolo II, nel Sinodo del 1980 e nella successiva esortazione apostolica Familiaris consortio del 22 novembre 1981. Per questo motivo non ho mai capito quale bisogno ci fosse di tornare sulla questione dopo solo pochi anni, attraverso una inusuale e macchinosa procedura (un concistoro, due sinodi e un’esortazione apostolica), oltretutto costellata di non poche anomalie durante il suo lungo percorso. Con quale risultato? Che quanto era prima chiaro ora è diventato confuso.

OK, non drammatizziamo. Sono cose che possono succedere. C’è sempre la possibilità di rimediare: basta cercare di individuare i punti controversi e chiarirli attraverso una interpretazione autentica. Non dimentichiamo che si tratta di un procedimento indispensabile, se si vuole che Amoris laetitia abbia carattere vincolante: da che mondo è mondo, lex dubia non obligat.

Ebbene, poco dopo la pubblicazione di Amoris laetitia, Papa Francesco propose a piú riprese come migliore interprete di essa il Card. Christoph Schönborn, Arcivescovo di Vienna, il quale era stato chiamato a presentare l’esortazione apostolica in Vaticano l’8 aprile 2016 (qui).

A settembre i Vescovi della Regione pastorale di Buenos Aires (si badi bene, non si tratta della Conferenza episcopale argentina, ma di una conferenza episcopale regionale) emanarono alcuni “Criteri di base per l’applicazione del capitolo 8 di Amoris laetitia”, e il Papa scrisse loro che «il testo è molto buono e spiega esaurientemente il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni» (qui).

Nei giorni scorsi il Card. Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi (PCTL), ha pubblicato il libretto Il Capitolo ottavo della esortazione apostolica post sinodale “Amoris laetitia”, che viene presentato da alcuni come la risposta ai dubbi sollevati dal documento (qui).

Allora siamo a posto? Tutto chiaro, finalmente? No, perché si tratta di interventi, ancorché autorevoli (due influenti Cardinali e il Papa stesso!), del tutto irrilevanti, per vizio di competenza o di forma. Il Card. Schönborn, per quanto possa godere della stima del Pontefice e sia stato chiamato a presentare l’esortazione apostolica, non ha alcun titolo per esserne l’interprete autentico. Il Card. Coccopalmerio non è intervenuto nella veste di Presidente del PCTL e, anche se lo avesse fatto, non sarebbe stato suo compito interpretare autorevolmente un testo che ha carattere dottrinale/pastorale e non giuridico (il PCTL si è già pronunciato in maniera ufficiale sul problema della comunione ai divorziati risposati con la dichiarazione del 24 giugno 2000, e in quell’occasione lo ha fatto in maniera autentica, trattandosi dell’interpretazione del can. 915). Almeno il Papa — si dirà — avrà titolo a interpretare i testi scritti da lui stesso! Non c’è dubbio, purché lo faccia nel modo dovuto. Non è sufficiente far trapelare indirettamente il proprio pensiero. Se è vero che uno dei criteri di interpretazione della legge è la mens del legislatore, è altrettanto vero che questa non si identifica con le sue personali vedute. Il Papa — in quanto tale e non come “dottore privato” — deve esprimere in modo chiaro la sua reale intenzione; e ha tutti gli strumenti giuridici per farlo.

Viviamo in un’epoca in cui si è portati a dare scarso valore alla “forma”: basta pronunciare questa parola per essere immediatamente tacciati di formalismo. Ma ci si dimentica che spesso la forma è sostanza: il mancato rispetto di essa può rendere invalido un atto. Basti pensare alla Corte di cassazione che annulla le sentenze senza entrare nel merito, ma semplicemente rilevando vizi procedurali. Anche in ambito sacramentale il rispetto della forma è ad validitatem: si pensi alle ordinazioni anglicane, dichiarate nulle per defectus formae, oppure al matrimonio, valido solo se contratto secondo la forma canonica (can. 1108). La stessa infallibilità pontificia sussiste solo a determinate condizioni formali.

Ebbene, tutti gli interventi su riportati sono viziati o per incompetenza o per difetto di forma. L’unico organo competente in materia (oltre il Papa, naturalmente) è la CDF, la quale però finora non si è pronunciata (le interviste recentemente rilasciate dal Card. Müller esprimono solo un punto di vista personale, e pertanto sono anch’esse irrilevanti). Le interviste, le conferenze stampa, gli articoli, i libri, le lettere private non sono atti di magistero; hanno lo stesso valore che può avere il post che state leggendo. Sarebbe ora che l’esercizio dell’autorità nella Chiesa tornasse a essere rispettoso anche della “forma”, se si vuole che essa — l’autorità — sia presa sul serio e si crei intorno ad essa quel clima di consenso e di collaborazione da tutti auspicato. A nulla vale lamentarsi che «anche gli stessi marinai chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare in senso contrario» (Alla Comunità de La Civiltà Cattolica, 9 febbraio 2017), se poi non si rispettano le regole. Non è una questione di vano formalismo; si tratta di semplice rispetto verso coloro dai quali ci si attende, giustamente, collaborazione e obbedienza.
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mercoledì 15 febbraio 2017

Il malato di Sla usato per il fine vita e per votare le Dat, ma l'unica soluzione è non legiferare






di Benedetta Frigerio
15-02-2017

In coincidenza con la discussione in Parlamento sulle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento), la stampa italiana riportava la vicenda di un uomo di Treviso malato di Sla, la cui moglie ha dichiarato, usando un eufemismo, essersi fatto sedare “profondamente” sospendendo alimentazione e idratazione, sempre da lei erroneamente definiti “trattamenti” terapeutici.

La tattica è ormai vecchia, ma resta sempre pericolosa: si usano casi strazianti per dimostrare che ci sono frangenti in cui la disperazione può portare a gesti estremi, ma che si ritengono comprensibili. Perché, si è indotti a credere censurando il fatto che a volte si è in grado di reggere difficoltà che non si sarebbe mai creduto di poter sopportare, non so come reagirei “se mi ci trovassi io”. Situazioni che, quindi, “chi sono io per giudicare?”. Perché, un conto è la teoria e un conto è la pratica. Di fatto, però, pur ammettendo che c’è un punto nel cuore umano che solo Dio puo’ giudicare, legiferare a favore della vita e della morte come se fossero a disposizione dell’uomo resta un errore. Le conseguenze sociali di una tale strada sarebbero infatti devastanti, dando adito a soprusi da parte dei più forti nei confronti dei più deboli. Perché appunto, un conto è lo sbaglio personale dettato dalla disperazione o dalla ribellione alla dipendenza, un conto è metterlo a norma, facendo diventare la morte procurata un valore sociale.

Eppure in Italia sta accadendo esattamente questo. Infatti, stabilendo che il paziente può decidere prima del tempo della sospensione di alimentazione e idratazione in caso di malattia (art.1), e che i genitori o tutori possono scegliere al posto dei minorenni impossibilitati a farlo (art. 2), si apre di fatto la via all’eutanasia e all’eutanasia minorile. Come ha fatto notare lunedì scorso l’Associazione dei ginecologi e ostetrici cattolici. E come dimostrano anche le legislazioni di Stati come l’Olanda e il Belgio che avendo introdotto norme simili, in nome della battaglia contro l’accanimento terapeutico, di fatto hanno stabilito che la vita, pur solo in certi casi limite decisi arbitrariamente, poteva essere disponibile, non degna. Un principio che ha reso fragilissimi questi stessi limiti di legge, facendoli cadere con il tempo uno a uno, fino ad ammettere (e quindi spingere verso) il suicidio e l’eutanasia di depressi, anziani e bambini.

Fu contro questo principio di autodeterminazione che cui alcuni si opposero alle Dat in qualsiasi forma, quando furono presentate per la prima volta in Italia immediatamente dopo l’omicidio di Eluana Englaro, morta dolorosamente di fame e di sete in seguito alla sospensione dei sostegni vitali (alimentazione e idratazione). Il ddl portato allora in parlamento dal centrodestra, convinto che occorresse scrivere una legge sostenendo che alimentazione e idratazione non potevano essere sospesi “se non in alcuni casi”, alimentò un dibattito fra cattolici. Infatti, sebbene l’intento fosse quello di salvare altre Eluane, di fatto si apriva una china pericolosa: quel tranne “in alcuni casi”, accettato da molti politici cattolici, rappresentava per altri il pertugio nella diga, la possibile relativizzazione della vita. Dunque bisognava difendere interamente la persona senza accontentarsi di mezze vittorie destinate a tramutarsi in sconfitte (vedi appunto Olanda e Belgio).

Ma quale poteva essere la soluzione se era impossibile stabilire che “alimentazione e idratazione non sono in nessun caso ammissibili” dato che ad alcuni terminali in agonia l’alimentazione non va somministrata? L’unica via, sostennero diversi laici e associazioni cattolici, fra cui Verità e Vita e Medicina e Persona, era quella di non legiferare e proclamare interamente la verità. Anche a costo di una legge peggiore (che poi sarebbe comunque arrivata) introdotta dalla sinistra, in modo che una sconfitta politica non avrebbe rappresentato però una sconfitta educativa. La sola strada era dunque quella di non legiferare, di respingere l’autodeterminazione introdotta dalle Dat, spiegando l’importanza di lasciare che fosse la saggezza del medico, in collaborazione con il paziente e la famiglia, a decidere le terapie caso per caso, in modo che la vita e la morte non venissero mai messe ai voti. Perché, una volta messe ai voti, sarebbero state relativizzate nelle mani dei più forti.
A confermare la saggezza di una tale posizione era, ed è tutt’ora, il Magistero della Chiesa che ancora oggi si esprime in merito con grande chiarezza. Ratzinger, allora prefetto per la Congregazione della dottrina della fede, emanò nel 2002 la famosa Nota per i cattolici in politica, valida anche per qualsiasi uomo dotato di raziocinio: “Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…) i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, le quali “devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale”. Perciò, nessun fedele “può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.

Questo è quello che ancora oggi il Magistero cattolico insegna e che non può essere contraddetto dall’opinione di nessuno, nemmeno di un prelato per alto che sia, dato che il Vangelo da cui si origina è immutabile come è immutabile Dio. Eppure oggi, che a differenza del 2010 dove almeno si dibatteva come si fa delle cose vitali per un paese, vige l’indifferenza, le poche critiche mosse al testo sono già rassegnate alla ricerca di un compromesso.
















http://www.lanuovabq.it



















lunedì 13 febbraio 2017

Gesù risponde ai Dubia; causa finita












Nelle letture odierne il vangelo parla molto chiaro. Dal libro del Siracide: “… a nessuno ha dato il permesso di peccare”;

Dal Vangelo: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18 In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19 Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli…”




http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/02







sabato 11 febbraio 2017

Auctoritates







Giovanni Scalese (10/02/2017)

Sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica (quaderno 3999) il Vicedirettore Padre Giancarlo Pani ha pubblicato un articolo su “La donna e il diaconato” (abstract; parzialmente citato dal blog Settimo cielo), nel quale si avventura su un terreno insidioso, in cui, a mio parere, avrebbe fatto meglio a non inoltrarsi: la questione del sacerdozio femminile, definitivamente risolta con la lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II del 22 maggio 1994.

L’Autore riferisce fedelmente l’insegnamento della lettera apostolica («la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale»), insegnamento da tenersi in modo definitivo; come pure riporta correttamente la successiva risposta, data il 28 ottobre 1995 dalla Congregazione per la dottrina della fede (CDF), a un dubium circa la dottrina di Ordinatio sacerdotalis (si veda pure la nota della CDF emanata contestualmente alla pubblicazione del responsum), secondo la quale tale dottrina è da considerarsi appartenente al deposito della fede e perciò infallibile. Padre Pani, bontà sua, riconosce la chiarezza di tali pronunciamenti; ma, a quanto pare, non ritiene tale chiarezza sufficiente a chiudere ogni discussione. Con affettata nonchalance, butta là affermazioni, apparentemente innocue, che però finiscono per riaprire il dibattito su un insegnamento dichiarato e riconosciuto come definitivo:

— il dubbio posto alla CDF era dovuto «non tanto [alla] dottrina quanto [alla] forza con cui essa era presentata»;

— in un paragrafo non proprio lineare e piuttosto involuto, si addebita alla dichiarazione pontificia di non tener «conto degli sviluppi che nel XXI secolo hanno avuto la presenza e il ruolo della donna nella famiglia e nella società»;

— si esprime meraviglia, non si capisce bene perché, per il fatto che la risposta della CDF (per “la prima volta nella storia”!) faccia appello al n. 25 di Lumen gentium (che tratta del munus docendi dei Vescovi e dell’infallibilità del magistero ordinario e universale, oltre che dell’infallibilità personale del Pontefice Romano);

— non si mette in discussione (vorrei ben vedere) «il fatto storico dell’esclusione della donna dal sacerdozio»; ma a tale constatazione si contrappone quanto, nel 1948 («quindi molto prima delle contestazioni degli anni Sessanta»!), affermava Padre Yves Congar: «L’assenza di un fatto non è criterio decisivo per concludere sempre prudentemente che la Chiesa non può farlo e non lo farà mai», dimenticando (o fingendo di dimenticare) che certi “fatti” non hanno un carattere puramente fenomenico, ma possiedono per noi valore normativo. Dio, per rivelarsi, si è servito non soltanto di parole, ma anche di fatti: «Questa economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, e le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto» (Dei Verbum, n. 2). È proprio per questo che il responsum della CDF può considerare l’esclusione della donna dal sacerdozio — un fatto — come appartenente al deposito della fede;

— infine si riporta un passaggio del volume di Alberto Piola, Donna e sacerdozio (Effatà Editrice, Cantalupa, 2005), nel quale si lamenta una carenza di rationes a sostegno dell’esclusione della donna dal sacerdozio; salvo poi, vista l’impossibilità di negare l’abbondanza di motivazioni portate dai recenti interventi del magistero in materia, con non poca incoerenza, liquidare sbrigativamente tali rationes, senza portare alcuna giustificazione: «piú che espressione di autorità, paiono significare autoritarismo».

Anche Piola è costretto a riconoscere la chiarezza dell’insegnamento della Chiesa: «Oggi nella questione del sacerdozio femminile sono chiare le “auctoritates”, cioè le posizioni ufficiali del Magistero». Ma, ancora una volta, da tale chiarezza non si traggono le conseguenze che ci si aspetterebbe. 

Personalmente, aggiungerei che le auctoritates sono non solo chiare, ma anche di notevole prestigio:
— la testimonianza inequivocabile della Scrittura;
— l’ininterrotta tradizione della Chiesa;
— la dichiarazione formale di un Sommo Pontefice che, nell’esercizio del suo ministero di confermare i fratelli, afferma che tale dottrina «deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa»;
— l’intervento della CDF, con cui si dichiara che la dottrina di Ordinatio sacerdotalis è espressione del magistero infallibile della Chiesa e pertanto «si deve tenere sempre, ovunque e da tutti i fedeli, in quanto appartenente al deposito della fede». 

Padre Pani, mentre fa sua la richiesta di rationes contro le succitate auctoritates, non so se si avveda che, nel farlo, si appella, anche lui, a due auctoritates: i teologi Yves Congar e Alberto Piola. Evidentemente, ciascuno ha le sue auctoritates di riferimento: La Civiltà Cattolica si tenga pure le sue; noi continueremo a tenerci le nostre.
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