mercoledì 23 marzo 2016

La Corona di spine e i prodigi degli aculei verdi


La flagellazione del Caravaggio 
 




di Michele Lo Console*
23-03-2016
 
«… e i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo». È questa una delle frasi più celebri che riecheggia nelle chiese e nelle cattedrali di mezzo mondo durante le austere letture delle liturgie quaresimali della Passione di Cristo. La pericope, presente nei vangeli sinottici, descrive il gesto derisorio, da parte della soldataglia romana, dell’incoronazione di Gesù il Nazareno. 
 
Posta una corona di spine sul suo capo, egli viene schernito e proclamato Re dei Giudei. Tuttavia, non si trattò di una semplice corona o di un serto di spine, come verrà raffigurato dagli artisti nelle opere pittoriche, ma di un vero e proprio casco spinoso. Il macabro strumento, imposto sul capo di Gesù, avrebbe dovuto riprodurre la forma della mitria orientale, il copricapo regale dei regnanti giudei, come riportato su alcune monete che raffigurano, in bassorilievo, le effigi dei monarchi della Giudea romana. La Corona di Spine, unitamente alle altre Reliquie della Passione di Cristo, sarà portata alla luce da Elena, la madre dell’Imperatore Costantino, intorno al 326 d.C., allorquando, recatasi pellegrina in Terra Santa, comandò di rintracciare i principali luoghi evangelici della vita di Gesù, tra cui il sepolcro e il Golgota. Ed è proprio nel pressi del Calvario che l’Augusta imperatrice scoprirà la fossa in cui erano stati sepolti gli strumenti della Passione del Maestro galileo, oggi inglobata nella Cappella detta di Sant’Elena, all’interno della monumentale basilica gerosolimitana del Santo Sepolcro. 
 
Il primo pellegrino a dare testimonianza della presenza e del culto a Gerusalemme di una Corona di Spine, che aveva toccato e ferito il capo di Cristo, è il vescovo napoletano Paolino da Nola. Egli, giunto in Terra Santa nel 409, annota nel suo diario: «Alle spine con cui il nostro Redentore fu incoronato si rendeva omaggio unitamente alla Santa Croce e alla Colonna della flagellazione». Sarà san Vincenzo di Lerins, il pio e colto sacerdote francese, morto tra il 440 e il 445, a informarci che la Corona di Spine di Cristo venerata a Gerusalemme aveva la forma di «un pileus, ossia di un elmo militare romano, che toccava e rivestiva dappertutto il Suo capo». 
 
L’ipotesi che la Corona imposta a Gesù fosse, dunque, a forma di casco, e non di un semplice serto, è rafforzata anche da alcuni studi scientifici condotti sulla Sacra Sindone di Torino. Sul Telo sindonico, e in specie intorno al capo dell’Uomo della Sindone – l’immagine del corpo di un uomo, sia frontale che dorsale, la cui natura è ad oggi ancora ignota - sono state rinvenute più di settanta macchioline di sangue prodotte da ferite da punte acuminate, presenti sia nella zona frontale, sia occipitale. L’elevato numero dei decalchi fa pensare che l’oggetto in questione avesse proprio la forma di un casco, che ha torturato la testa del condannato fino a ferirne la nuca.  Da questa evidenza si comprende meglio il perché in Europa siano custodite oltre 200 Sacre Spine, tutte ritenute tratte dalla Corona di Spine di Cristo, di cui un centinaio in Italia. 
 
Se, infatti, sono almeno una settantina gli aculei che hanno insanguinato il capo dell’Uomo della Sindone – il numero sarebbe ancora più alto perché sul Lino torinese non si è potuta imprimere l’intera immagine della testa, a causa del risvolto operato sul tessuto che ne doveva permettere la corretta sepoltura secondo la ritualità vigente – molte altre sarebbero state le spine che formavano il macabro copricapo le cui punte, però, non hanno ferito la sua testa. Tante sono le Sacre Spine, custodite e venerate nelle chiese e nelle basiliche europee, che non presentano tracce di sangue raggrumato sugli steli legnosi. 
 
Lo studio scientifico sul Sacro Telo, poi, ci aiuta a comprendere se tra le due Reliquie della Passione di Cristo, la Sindone e la Corona di Spine, possano sussistere ulteriori elementi di confronto; ad esempio, se i pollini rinvenuti sul Lenzuolo torinese possono appartenere alle specie botaniche delle Sacre Spine considerate autentiche (1) o se il sangue presente sui Sacri Aculei è dello stesso gruppo sanguigno riscontrato sulla Sacra Sindone, nonché sulle particole dei numerosi Miracoli Eucaristici e sul Sudario di Cristo custodito ad Oviedo. La necessaria brevità di un articolo non permette di argomentare quanto accennato, questioni da me affrontate in un recente lavoro (2). Mi è però sufficiente aggiungere che le Sacre Spine ritenute della Corona di Cristo manifestano prodigi particolari, fenomeno che potrebbe spiegare, da solo, la loro autenticità. (3)
 
Quando il 25 marzo, festa dell’Annunciazione (o del concepimento di Gesù), coincide con il Venerdì Santo (memoria mobile della morte di Gesù) le Sacre Spine tratte dalla Corona di Cristo mostrano, e solo per quel giorno, una prodigiosa trasformazione fisica, come è stato documentato da numerosi atti notarili negli ultimi quattro secoli e, più recentemente, anche da fotografie e filmati. Alcune di esse rinverdiscono (l’aculeo sembra come ringiovanire o rinvigorirsi), altre prendono a fioreggiare (appaiono gemmazioni o funghi lattiginosi), altre ancora, infine, rosseggiano (le macchioline di sangue raggrumate, ove sono presenti sullo stelo legnoso, prendono a ravvivarsi di un rosso intenso). 
 
Non mancano casi in cui i fenomeni prodigiosi si manifestano nella duplice o nella triplice forma, come per le Sacre Spine di Andria (Bari), di Montone (Perugia) e di Napoli (Monastero delle Carmelitane Scalze ai Ponti Rossi). La concomitanza liturgica, rarissima, accade due o tre volte ogni cento anni. Nel secolo scorso è accaduto nel marzo del 1910, del 1921 e del 1932. Nel nostro secolo soltanto nel 2005 e nel 2016. In quello successivo, nel 2157 e nel 2168. La motivazione sembra chiara: è la coincidenza liturgica della memoria dell’Incarnazione di Cristo (prima Creazione) con la sua morte (che apre alla seconda Creazione o Risurrezione).  
 
 
 
* Studioso delle reliquie della Passione di Gesù, è autore tra l’altro dei libri “La tela e la spina – Due reliquie a confronto” (Progedit 2014), e “La corona di spine di Cristo. Storia e Mistero” (Cantagalli 2005)
 
 
 
               
                   
1 Cfr. Michele Loconsole, Il Telo e la Spina. Due Reliquie a confronto, Bari 2016.
2 Cfr. Michele Loconsole, La Corona di Spine di Cristo. Storia e Mistero, Siena 2005, p. 17-22.
3 Cfr. Emanuela Marinelli, La questione dei pollini presenti sulla Sindone di Torino e sul Sudario di Oviedo, in I Congreso Internacional sobre la Sàbana Santa in España, Valencia (Spagna), 28-30 aprile 2012.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

martedì 22 marzo 2016

Celebrazioni Vetus Ordo nella Settimana Santa a Pistoia

 


 
 
 
 
 
presso Santuario della Madonna delle Grazie (del Letto)
piazza San Lorenzo - Pistoia
 
 

 Santa Messa in Rito Romano antico:
 
 
 Giovedì Santo ore 21:00

  Domenica Santa Pasqua ore 10:00
 



 
 
indicazioni stradali: 
 
 
 
 

Lavanda per tutti. Il giovedì santo di Francesco

            
           




La lavanda dei piedi mette ormai in ombra la messa dell'ultima cena. Il papa ha ammesso al rito le donne, purché appartenenti alla Chiesa. Ma lui si spinge più in là e lava i piedi anche ai musulmani   



di Sandro Magister
ROMA, 22 marzo 2016 – Come riformatore, papa Francesco si distingue anche in campo liturgico. E dopodomani, giovedì santo, nelle chiese di tutto il mondo sarà sotto gli occhi di tutti l'innovazione che egli ha introdotto nel rito della lavanda dei piedi, alla quale anche le donne sono ora ammesse.

Come teatro del rito da lui celebrato, Francesco ha scelto questa volta un centro profughi, mentre negli anni passati si era recato nel 2013 in un carcere minorile, nel 2014 in un ospizio per disabili e nel 2015 in una grande prigione. Sempre quindi in luoghi di umanità sofferente.

Questo di dopodomani sarà dunque il primo giovedì santo successivo alla riforma. Ma Jorge Mario Bergoglio l'ha messa in pratica fin dal suo primo anno di pontificato, lavando già allora i piedi anche a delle donne.

Anzi, il papa è persino andato al di là di quanto consentito dalla sua stessa riforma, lavando i piedi – come ha fatto più di una volta – anche a uomini e donne non appartenenti alla Chiesa.

Ma andiamo con ordine. Il criterio generale al quale Francesco si ispira per innovare in campo liturgico l'ha enunciato nel 2013 nella sua intervista programmatica a "La Civiltà Cattolica" e ad altre dodici riviste della Compagnia di Gesù:

"Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea… I frutti sono enormi. Basta ricordare la liturgia. Il lavoro della riforma liturgica è stato un servizio al popolo come rilettura del Vangelo a partire da una situazione storica concreta".

Questa concezione della liturgia come atto pedagogico dettato dall'attualità è un immiserimento che ha comprensibilmente lasciato interdetti i cultori della materia. Tra i quali il cardinale Robert Sarah, pur promosso da Francesco nel 2014 a prefetto della congregazione vaticana per il culto divino.

Sta di fatto che, dopo la nomina, il papa subito ha detto al cardinale Sarah di avere in animo un cambiamento nel rito della lavanda dei piedi. Cambiamento che ha reso esplicito ed imposto in una lettera allo stesso Sarah del 20 dicembre 2014:

"Dispongo che venga modificata la rubrica secondo la quale le persone prescelte per ricevere la lavanda dei piedi debbano essere uomini o ragazzi, in modo tale che da ora in poi i pastori della Chiesa possano scegliere i partecipanti al rito tra tutti i membri del popolo di Dio".

Ma c'è voluto più di un anno, fino all'Epifania del 2016, perché Sarah emettesse il relativo decreto. Evidentemente non convinto della bontà della riforma, il cardinale ha chiesto e ottenuto di pubblicare assieme al decreto, da lui firmato, anche la lettera con la quale Francesco gli aveva ordinato l'innovazione, affinché la reale paternità del cambiamento fosse manifesta.

Nel decreto si dispone appunto che al rito della lavanda dei piedi non accedano più solo degli "uomini", ma più genericamente dei "prescelti tra il popolo di Dio". Cioè in pratica "uomini e donne, giovani e anziani, sani e malati, chierici, consacrati, laici".

Il risultato è un cambiamento nella simbologia del rito. Mentre tradizionalmente la lavanda dei piedi riproduceva il gesto fatto da Gesù con gli apostoli nel cenacolo e per questo era compiuta solo con uomini e in numero di dodici, ora essa dovrebbe rappresentare tutt'altra cosa: "la varietà e l’unità di ogni porzione del popolo di Dio".

È curioso che un distacco così netto dal gesto compiuto da Gesù con i dodici apostoli sia stato voluto proprio da un papa gesuita, cioè seguace di quel sant'Ignazio che era sensibilissimo alla precisa "composizione di luogo" – scena, parole, personaggi – di tutti i gesti compiuti da Gesù nella sua vita terrena, e incitava a immaginarli e a riviverli come realmente erano narrati nei Vangeli, applicandovi tutti i cinque sensi.

Non solo. Con la modifica del rito è venuto a cadere anche un elemento che ci si sarebbe aspettato molto caro a Francesco e alla sua incessante predicazione della misericordia: cioè il fatto che tra i dodici apostoli ai quali Gesù lavò i piedi c'era anche Giuda, al quale egli offrì perdono e amicizia fino all'ultimo, anche dopo che il diavolo gli aveva già messo in cuore di tradirlo.

Certo, l'innovazione voluta da Francesco non è obbligatoria per tutti, ma solo consentita a chi vuole.

Interpellato sull'argomento – dopo che in un commento ufficiale al decreto il segretario della congregazione per il culto divino, Arthur Roche, aveva fatto pensare a un obbligo – il cardinale Sarah ha ribadito che il giovedì santo non "si deve" lavare i piedi anche a delle donne ma semplicemente "si può".

Ma i fatti si impongono con forza propria, tanto più quando hanno il papa come protagonista.

Con lui la messa "in Cena Domini" del giovedì santo entra di fatto nell'ombra – e con essa il ricordo dell'istituzione dell'eucaristia e dell'ordine sacro –, mentre a prorompere in primo piano è il gesto della lavanda dei piedi, che tra l'altro fino al 1955 si era sempre celebrato fuori della messa.

Un gesto il cui carattere "inclusivo" sovrasta ora su ogni altro. Perché se è vero che la lettera del decreto di riforma ammette alla lavanda dei piedi solo gli appartenenti al "popolo di Dio", cioè alla Chiesa cattolica, lo spirito con cui Francesco lo mette in pratica non conosce confini.

Nel giovedì santo del 2013, nel carcere minorile romano di Casal del Marmo, il papa ha lavato i piedi anche a dei cristiani ortodossi e a dei musulmani, tra i quali ultimi una giovane donna di nazionalità serba.

Nel giovedì santo del 2014, nel centro per disabili "Santa Maria della Provvidenza" della Fondazione don Gnocchi, Francesco ha lavato i piedi, oltre che a quattro donne, a un libico di religione musulmana.

Mentre nel giovedì santo del 2015, nel carcere romano di Rebibbia, tra i sei uomini e le sei donne ai quali il papa ha lavato i piedi hanno fatto notizia la showgirl congolese Silvy Lubamba e soprattutto il transessuale brasiliano Isabel.









http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351258



domenica 20 marzo 2016

Buona Domenica delle Palme. Inizia la Settimana Santa per tutti coloro che hanno la vera e unica Fede.

 
 
 
Massimo Viglione
20 marzo 2016
 
Leggo molti commenti di sconcerto perché due "preti moderni" hanno aperto la chiesa ai musulmani adibendo un parte al culto di Allah, e hanno giustificato ciò dicendo che in fondo non c'è nulla di strano perché abbiamo lo stesso Dio.
 
Scusate, e perché vi scandalizzate o vi arrabbiate? La logica, come la matematica, non è un'opinione, altrimenti non sarebbe logica. Se da decenni il clero cattolico nella quasi sua totalità va dicendo che le "tre grandi religioni monoteiste" adorano lo stesso Dio, se da decenni (e non solo recentemente) si organizzano fino ai più alti livelli gerarchici incontri di preghiera per pregare appunto un non meglio definito "dio", allora, secondo logica, dove starebbe l'errore di questi sacerdoti? [vedi, nel blog]
 
Qui, delle due l'una: o le "tre grandi religioni monoteiste" sono appunto tutte e tre religioni che adorano "dio" oppure non ci sono tre grandi religioni monoteiste, bensì due monoteiste e una trinitaria, e quest'ultima è l'unica religione vera dell'unico vero Dio, che è non solo Padre, ma anche Figlio e Spirito Santo, nell'Unità assoluta delle Tre Persone, che non sono tre dei ma un solo Dio.
Insomma, decidiamoci: capra e cavoli non si possono avere, che tradotto in termini teologici e aristotelico-tomisti sta a significare che "a non può essere non-a".
 
Volete l'ecumenismo? E allora siate coerenti fino in fondo, come questi due sacerdoti.
Non volete che i sacerdoti preghino o facciano pregare Allah in chiesa? E allora siate coerenti, e tornare all'unica vera Fede nell'unico vero Dio dell'unica vera Religione.
E... buona domenica della Palme a tutti! La domenica in cui inizia la Settimana Santa per tutti coloro che hanno la vera e unica Fede.
 
 
 
 
 
 
 
 
chiesaepostconcilio.blogspot.it
 
 
 
 

Antifona della Domenica delle Palme: «Pueri Hebraeorum»

Melozzo da Forlì, Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1484-93, Sacrestia di San Marco, Santuario della Santa Casa, Loreto
 
 
 







sabato 19 marzo 2016

La virilità di san Giuseppe: quel conformare la propria vita alla volontà di Dio, nel silenzio

 
 
 
 
 
dall'esortazione apostolica Redemptoris Custos di Giovanni Paolo II
 
Anche sul lavoro di carpentiere nella casa di Nazaret si stende lo stesso clima di silenzio, che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe. E' un silenzio, però che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura. I Vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe «fece»; tuttavia, consentono di scoprire nelle sue «azioni», avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero «nascosto da secoli», che «prese dimora» sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo contemplativo, si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale.

Il sacrificio totale, che Giuseppe fece di tutta la sua esistenza alle esigenze della venuta del Messia nella propria casa, trova la ragione adeguata nella «sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta» («Insegnamenti di Paolo VI», VII [1969] 1268).

Questa sottomissione a Dio, che è prontezza di volontà nel dedicarsi alle cose che riguardano il suo servizio, non è altro che l'esercizio della devozione, la quale costituisce una delle espressioni della virtù della religione (cfr. S. Thomae, «Summa Theologiae», II-II, q. 82, a. 3, ad 2).

La comunione di vita tra Giuseppe e Gesù ci porta a considerare ancora il mistero dell'Incarnazione proprio sotto l'aspetto dell'umanità di Cristo, strumento efficace della divinità in ordine alla santificazione degli uomini: «In forza della divinità le azioni umane di Cristo furono per noi salutari, causando in noi la grazia sia in ragione del merito, sia per una certa efficacia» (cfr. S. Thomae, «Summa Theologiae», II-II, q. 8, a. 1, ad 1).

Tra queste azioni gli evangelisti privilegiano quelle riguardanti il mistero pasquale, ma non omettono di sottolineare l'importanza del contatto fisico con Gesù in ordine alle guarigioni (cfr., ex. gr., Mc 1,41) e l'influsso da lui esercitato su Giovanni il Battista, quando entrambi erano ancora nel grembo materno (cfr. Lc 1,41-44).

La testimonianza apostolica non ha trascurato - come si è visto - la narrazione della nascita di Gesù, della circoncisione, della presentazione al tempio, della fuga in Egitto e della vita nascosta a Nazaret a motivo del «mistero» di grazia contenuto in tali «gesti», tutti salvifici, perché partecipi della stessa sorgente di amore: la divinità di Cristo. Se questo amore attraverso la sua umanità si irradiava su tutti gli uomini, ne erano certamente beneficiari in primo luogo coloro che la volontà divina aveva collocato nella sua più stretta intimità: Maria sua madre e il padre putativo Giuseppe (cfr. Pii XII, «Haurietis Aquas», III, die 15 maii 1956: AAS 48 [1956] 329s).

Poiché l'amore «paterno» di Giuseppe non poteva non influire sull'amore «filiale» di Gesù e, viceversa, l'amore «filiale» di Gesù non poteva non influire sull'amore «paterno» di Giuseppe, come inoltrarsi nelle profondità di questa singolarissima relazione? Le anime più sensibili agli impulsi dell'amore divino vedono a ragione in Giuseppe un luminoso esempio di vita interiore.

Inoltre, l'apparente tensione tra la vita attiva e quella contemplativa trova in lui un ideale superamento, possibile a chi possiede la perfezione della carità. Seguendo la nota distinzione tra l'amore della verità («caritas veritatis») e l'esigenza dell'amore («necessitas caritatis») (cfr. S. Thomae, «Summa Theologiae», II-II, q. 182, a. 1, ad 3), possiamo dire che Giuseppe ha sperimentato sia l'amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall'umanità di Cristo, sia l'esigenza dell'amore, cioè l'amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità.
 
 
 
 
 
 

San Giuseppe nella liturgia

 

G.F.Gaggini, 1727, S. Giuseppe dei Carmelitani, Mondovì
G.F.Gaggini, 1727, S. Giuseppe dei Carmelitani, Mondovì

 

FESTE E RICONOSCIMENTI LITURGICI
 
In Oriente
Dobbiamo ancora incominciare dall’Oriente. Il tenore liturgico dell’apocrifa Storia di Giuseppe il Falegname e la sua diffusione, dimostrata dalle varie traduzioni, ci inducono ad ammettere un culto molto antico, che risale alla Chiesa giudeo-cristiana, dalla quale si è diffuso nelle zone di influenza di detta “Storia”, con la istituzione di una festa presso i Copti monofisiti egiziani, che di fatto commemorano la morte (Transito) del Santo precisamente al 26 Abîb (= 20 luglio, equivalente oggi, nel calendario gregoriano iniziato nel 1582, al 2 agosto). La “Storia” contiene tratti che indicano la sincera stima dei suoi propagatori verso il Santo.

Chiesa Mar Mina, Cairo, Egitto, sec. XVIII
 
Nel Sinassario Mediceo della Chiesa copta di Alessandria, scritto verso il 1425, al giorno 26 del mese di Abîb si legge: “Requies (= morte) sancti senis iusti Josephi fabri lignarii, Deiparae Virginis Mariae sponsi, qui pater Christi vocari promeruit”. I calendari che menzionano la festa di san Giuseppe in Oriente sono del secolo X, compilati nel monastero palestinese di San Saba. Di tale epoca è appunto il Menologio di Basilio II, considerato come il primo testimonio certo del culto di san Giuseppe in Oriente. Esso fissa la commemorazione di san Giuseppe nello stesso giorno di Natale (i re Magi e San Giuseppe, sposo e protettore della Santa Vergine) e il ricordo della fuga in Egitto il giorno seguente. Altri Sinassari collocano al 26 dicembre una festa di Maria e di Giuseppe suo sposo; essi celebrano, inoltre, nella domenica precedente il Natale, la festa degli antenati di Gesù, “da Abramo a Giuseppe, sposo della Beatissima Madre di Dio” e nella domenica posta nell’ottava di Natale la festa di san Giuseppe assieme al re Davide e a Giacomo il Minore.
Nella poesia religiosa bizantina è illustre il siciliano san Giuseppe l’Innografo († 883), il cui nome è legato al Canone delle lodi di quest’ultima festa (PG 105, 1273-4).
 
 
G. Giamberardini, San Giuseppe nella tradizione copta, Cairo 1966
 
I libri  liturgici dei Siri alludono a san Giuseppe a partire dal secolo XIII (Add. mss.14698, conservato al British Museum).
Come appare dall’insieme, non si tratta sempre di feste esclusive di san Giuseppe; esse, tuttavia, si collocano tutte nella prossimità del Natale con l’intento di includerlo nel mistero al quale egli intimamente appartiene.
Anche gli Ucraini cattolici, volendo introdurre una nuova festa di san Giuseppe in ossequio all’enciclica  Quamquam pluries, scelsero il giorno dopo Natale, onorando così san Giuseppe in “Sinassi” con la S.ma Theotócos. Più recentemente, in occasione della riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, la gerarchia Caldea ha voluto parimenti considerare la domenica precedente il Natale come la domenica di san Giuseppe.


In Occidente

Juan Zapata Inca, 1660-1670
Juan Zapata Inca, 1660-1670
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Sacramentario di Fulda, 975 ca., Gottinga
Sacramentario di Fulda, 975 ca., Gottinga

I documenti occidentali sono anteriori di almeno un secolo a quelli orientali. Il culto di san Giuseppe è attestato per la prima volta nel manoscritto Rh 30, 3 (sec. VIII), conservato nella Biblioteca cantonale di Zurigo: “XIII kal. Aprilis Joseph sponsus Mariae”. La commemorazione di san Giuseppe al 20 marzo, che incontriamo nel Calendario-martirologio di questo codice, è la più antica menzione esplicita del Santo vicina al 19 marzo; esso proviene (1862) dalla abbazia benedettina di Rheinau, antica cittadina del Canton Zurigo, ma se ne ignora il luogo primitivo di origine, da ricercarsi nella Francia settentrionale o nel Belgio, e il posto esatto nella tradizione martirologica.

Sacramentario di S. Wolfgang – Verona
 
Nei martirologi e calendari che vanno dal secolo IX (Fulda [Vat. Lat. 3809], Oengus, Reichenau) in poi (sec. X ovvero IX: (Irlanda) Tallaght, Reichenau, San Gallo, Fulda, Ratisbona – oggi a Verona, Biblioteca Capitolare, cod. 87 -, Messale di Robert de Jumièges; sec. XI: Winchester, Sherborne, Evesham, Wescester, Stavelot; sec. XII: Werden, Abbadia di Sta Maria e San Werburgh, martirologio metrico di O. Gorman, ecc.), la menzione di san Giuseppe compare al 19 marzo: “In Bethleem, sancti Ioseph” con la seguente apposizione: “nutritoris Domini”; permane, tuttavia, una certa confusione di date tra il 19 e il 20 marzo (per esempio, nei martirologi di San Remigio di Reims e di San Massimino di Treviri, dove si legge: Antiochia S. Ioseph Sponsi S. Mariae). Le spiegazioni che vengono date circa la scelta e lo scambio delle due date si fondano sopra supposizioni di omonimia relativa a due martiri, Giuseppe di Antiochia e Joserus, che sarebbero commemorati in tali giorni da antiche recensioni del “Martirologio Ieronimiano”.
 
Calendario di Winchester, anno 1031
 
Aggiungiamo, a titolo di informazione, che c’è chi collega la data del 1° marzo con l’antica festa di Minerva, dea degli operai e degli artigiani, e con quella di Giove e Giunone, divinità protettrici dello Stato, ugualmente al 1° marzo. G. Lefebvre riferisce che nella liturgia gallicana la festa di san Giuseppe si celebrava il 3 gennaio (Liturgia, a cura di R. Aigrain, Paris 1947, p. 637); l’Ordine di Cluny la celebrava il giovedì della terza settimana di Avvento (Breviarum Cluniacense, 1686 e 1779). A questo punto, poiché la missione eccezionale di san Giuseppe si trova meglio inquadrata nel periodo natalizio, come nelle liturgie più antiche, piuttosto che nella Quaresima, dove incontra ostacoli e subisce spostamenti, si affaccia la domanda circa l’opportunità o no di conservare ancora la data attuale, probabilmente solo casuale.
 
Miguel de Samaniego, sec. VIII, Museo de Arte Colonial, Quito
Miguel de Samaniego, sec. VIII, Museo de Arte Colonial, Quito
 
Evangeliario miniato, sec. XI, Praga (Rep. Ceca)
 
La prima menzione del nome di san Giuseppe si trova in un Messale del sec. XII (Biblioteca Vaticana, n. 4770); è collocato in uno schema di Litanie, da cantare durante la funzione del Sabato Santo, tra il nome di Simeone e quello dei SS. Innocenti.
Il primo Ufficio canonico completo, con note musicali, in onore di san Giuseppe, è del secolo XIII e proviene ancora da una abbazia benedettina, San Lorenzo, di Liegi; si ricorre, per la prima volta, al suo “patrocinium”. Nel monastero austriaco di San Floriano un messale della fine del secolo XIV elenca una messa votiva al padre nutrizio del Signore.
 
Hermann di Steinfeld
 
Nel secolo XIII il culto privato del Santo è attestato dal mistico Hermann di Steinfeld (+1241), monaco premonstratense, che ricevette il nome di Giuseppe in una visione della Madonna; è stato attestato, inoltre, da Margherita da Cortona († 1297) e da santa Gertrude († 1302).
Alla presenza dei Francescani, Domenicani e Carmelitani ad Agrigento è dovuta l’accettazione colà di un ufficio in onore di san Giuseppe, del secolo XIV, conservato nell’Archivio Capitolare del Duomo: “Officium Sanctissimi Joseph nutricii et patris adoptivi Domini nostri Jesu Christi”; esso dipende dalla Legenda aurea di Giacomo da Varazze († 1298). Si tratta, fino al presente per l’Italia, della più antica testimonianza liturgica sul culto di san Giuseppe. Questo ufficio contiene una chiara allusione alla santificazione di san Giuseppe, chiamato sanctorum sanctus; nell’antifona del Magnificat si legge: “O proles almifica / de Bethleem electa, / gemma nimis ardua / ab omni labe erepta”.
 
Antifonario Mozarabico della Cattedrale di Leon
 
Il culto di san Giuseppe nell’Ordine Carmelitano era già introdotto nella seconda metà del secolo XV, come è comprovato da due breviari (Bruxelles 1480; Venezia 1490), che contengono un ufficio proprio di san Giuseppe. Appartiene al loro Ordine un ufficio del 1434 circa.
All’inizio del 1400 il nome di san Giuseppe viene elencato tra i santi del 19 marzo al primo posto.
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Antifonale, sec. XIV, Convento delle Domenicane, Soest (Germania)
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La festa di San Giuseppe
B. Mei, S. Famiglia con simboli della passione, 1659, S. Maria del Popolo, Roma
 
L’abbazia benedettina di Winchester rivendica l’onore di essere stata la prima a celebrare la festa di san Giuseppe verso il 1030.
I Servi di Maria, come risulta dagli Atti del Capitolo tenuto a Orvieto nel 1324, furono i primi a celebrare solennemente la festa di san Giuseppe.
I francescani adottarono la festa nel Capitolo generale di Assisi nel 1399, usando come testo liturgico della Messa il “Commune Confessorum”. Tuttavia, Franc. Florentinus testimonierebbe una festa di san Giuseppe in vigore nell’Ordine fin dal secolo XIII (Vetustius occidentalis Ecclesiae Martyrologium D. Hieronymo tributum, Lucca 1668).
Gregorio XI (1371-78), avendo eretto la cappella in onore di san Giuseppe nella chiesa di Sant’Agricola ad Avignone, vi avrebbe stabilito anche la festa del 19 marzo.
 
Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos, + 1711
Gregorio Vasquez de Arce y Ceballos, + 1711
 
A Milano la festa di san Giuseppe fu stabilita nel 1467 e si celebrava il 20 marzo, giorno dell’ascesa al potere di Galeazzo Maria Sforza; dal 1509 fu fissata al 19 marzo; san Carlo Borromeo (card. e arciv. dal 1560 al 1584) la trasferì al 12 dicembre, giorno adottato anche dalla diocesi di Sens (Missale Senon., 1715); nel 1897 ritornò al 19 marzo.
Il francescano Sisto IV concesse nel 1480 ai Frati Minori di celebrare con rito doppio maggiore la festa del 19 marzo, già presente nel calendario dei messali (1472) e dei breviari (1476) romani da loro usati.
 
 
Diffusasi la festa nelle diocesi e negli Ordini religiosi, Pio V la inserì con rito doppio nella riforma del breviario (1568) e del messale (1570). La festa fu istituita dai Domenicani nel Capitolo generale del 1508; fu elevata a più alto grado e fissata al 19 marzo nel 1513.
L’8 maggio 1621 Gregorio XV rese obbligatoria per tutta la Chiesa la festa di san Giuseppe; tale decreto, tuttavia, non trovò esecuzione ovunque e Urbano VIII il 13 settembre 1642 rinnovò l’ordine con la bolla “Universa per orbem”.
 
Gesù incorona san Giuseppe
Gesù incorona san Giuseppe
 
Su richiesta di Luigi XIV, l’assemblea del clero di Francia, nel 1661, istituisce la festa di san Giuseppe come festa di precetto.
Clemente X (6 dicembre 1670) elevò la festa al rito doppio di seconda classe, introducendo nel breviario (1671) i tre inni in onore di san Giuseppe (Te, Ioseph, celebrent – Caelitum, Ioseph, decus – Iste, quem laeti); autore di questi inni sarebbe il cistercense fogliante card. Giovanni Bona († 1674); altri indicano Johannes von der Empfängnis (+1700). Clemente XI il 4 febbraio 1714 concesse a san Giuseppe per il 19 marzo messa e ufficio propri. Pio IX l’8 dicembre 1870 eleva la festa del 19 marzo a rito doppio di prima classe.
 
 
Quispe Tito Diego, Natività, 1650, Cuzco
Quispe Tito Diego, Natività, 1650, Cusco
Vittore de Nicola, 1720, S. Giuseppe e S. Rocco in adorazione, Chiesa di S. Giuseppe, Alba
Vittore de Nicola, 1720, S. Giuseppe e S. Rocco in adorazione, Chiesa di S. Giuseppe, Alba
 
Pio X (24 luglio 1911) conferma, designando la festa col titolo: Commemoratio Sollemnis S Joseph, Sponsi B.M.V., Confessoris, ma il 28 ottobre 1913 essa ritorna al rito doppio di seconda classe.
Benedetto XV il 12 dicembre 1917 la eleva nuovamente al rito doppio di prima classe.
Il Codice di Diritto Canonico (1917) la include tra le feste di precetto per tutta la Chiesa (can. 1247; cf. CJC 1983, can. 1246).
In Italia la festa di san Giuseppe non è più di precetto dal 1977, quando cessò di essere considerata festiva agli effetti civili (Comunicato C.E.I., 8 marzo 1977).
 
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Antifonario dell’Ufficio di San Giuseppe, 1718, Biblioteca Nazionale, Città di Messico
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La festa dello Sposalizio
Raffaello, Sposalizio, 1504, Pinacoteca di Brera (Milano)
 
E’ a Giovanni Gersone (+1429) che si deve la promozione della festa dello Sposalizio di Maria SS. con S. Giuseppe, sotto l’influsso di Henri Chicot (†1413), suo collega di canonicato a Chartres, dove da un État des offices fondés (1779) si ricava che Philippe le Bègue († 1450ca.), consigliere del parlamento di Parigi, vi aveva fondato la festa De Desponsatione, mentre quella De coniugio era stata fondata da H. Chicot e da un certo Jean de Harleville. Già presente nel 1517 tra le Suore dell’Annunciazione (Annunziate) di Giovanna di Valois (figlia del re Luigi XI), la festa dello Sposalizio fu adottata nel 1537 dai Francescani in onore della Madonna, seguiti dai Servi di Maria e da altri Ordini religiosi, ad esempio, i Cistercensi nel 1567. La data prescelta è il 23 gennaio.
Innocenzo XI concesse di celebrarla nei domíni dell’Imperatore Leopoldo I (1684), in riconoscenza della liberazione di Vienna, e ne estese il privilegio anche alla Spagna, che ottenne il permesso di trasferirla al 26 novembre. Altri scelgono una data diversa: i Minori il 7 marzo; i Servi di Maria l’8 marzo; i Domenicani il 6 marzo; in Francia il 22 gennaio, il 23 dicembre, il 18 luglio… Benedetto XIII nel 1725 introdusse la festa nello Stato Pontificio.
 
F.Torriani, 1644ca,,Riva S.Vitale,Canton Ticino,Svizzera
F.Torriani, 1644ca, Riva S.Vitale,Canton Ticino, Svizzera
 
A Verona, san Gaspare Bertoni dedica l’altare maggiore della chiesa delle Stimmate ai SS. Sposi Maria e Giuseppe e vi celebra con solennità, dal 1823, la festa dello Sposalizio, tradizione sempre conservata dagli Stimmatini.
Sotto Giovanni XXIII, con l’Istruzione della Congregazione dei Riti del 14 febbraio 1961, tale festa fu soppressa, eccetto per i luoghi che hanno speciale motivo di celebrarla. Oggi questo “speciale motivo” non ce l’avrebbero tutti?
 
 
Quispe Tito Diego, 1650, Cuzco
Quispe Tito Diego, Circoncisione, 1650, Cusco
 
Proposte pastorali
Poiché il matrimonio è fondamentale rispetto alla “famiglia”, perché é da esso che questa scaturisce, ecco alcune “proposte pastorali” concrete:
I – La prima proposta più ovvia è che questo tema incominci finalmente a interessare la “scuola”. Esso deve essere inserito nella teologia del matrimonio, in modo che i futuri “maestri in Israele” si rendano conto che non si tratta di un semplice episodio devozionale, utile solo per illustrare la … vita di di Maria. Poiché siamo davanti ad un mistero salvifico, poco conosciuto perché ignorato dai “programmi scolastici”, è necessario che ne diventi oggetto come loro naturale complemento. Di proposito abbiamo inserito nel Sito, al numero 15, il tema: IL MATRIMONIO DI MARIA E GIUSEPPE.
 
Legnanino, + 1713
Legnanino, + 1713
 
II – Data la grande importanza pastorale della Liturgia, non deve mancare nei formulari della “Messa degli sposi” almeno un accenno al matrimonio di Maria e Giuseppe. Perché non inserirlo, allora, per esempio, nel “Prefazio”, là dove è detto: “Nell’alleanza tra l’uomo e la donna, rinnovata nell’unione sponsale e santa di Maria e Giuseppe, ci hai dato l’immagine viva dell’amore di Cristo per la sua Chiesa…”? E’ teologicamente facile rendersi conto che l’immagine dell’amore di Cristo per la sua Chiesa è piuttosto “sbiadita” “nell’alleanza tra l’uomo e la donna”, mentre è, invece, indubbiamente “viva e splendente” nell’amore sponsale e santa di Maria e Giuseppe. Perché, allora non proclamare chiaramente questo mistero salvifico?
 
III – Riconosciuta l’essenzialità del “dono” nel matrimonio, sarebbe logico, oltre che opportuno, che esso venisse maggiormente evidenziato non solo nella catechesi dei fidanzati, ma anche nel rito stesso del matrimonio. La recente sostituzione di “Io prendo te” con “Io accolgo te” è certamente un passo avanti, ma non esce dal “possesso”.  Poiché si tratta di esprimere un “consenso”, che riguarda il dono reciproco, segno o sacramento dell’amore, “Io mi dono a te” rimane la formula più esplicita, che racchiude il rispetto per la dignità dell’altro ed evidenzia che i contraenti possono “appartenersi” solo “donandosi”.
 
IV – Ugualmente utile alla pastorale familiare sarebbe l’introduzione nelle “Litanie lauretane” di un’invocazione che lodi Maria come “sposa”, onorando “insieme” san Giuseppe, che Dio stesso le ha dato come vero e purissimo sposo, ad esempio: “Dilecta (vel Laeta) iusti Ioseph Sponsa”. Non si dimentichi che agli occhi del mondo è stato san Giuseppe come “sposo” ad onorare la divina maternità di Maria. L’invocazione andrebbe inserita prima di “Mater Christi”, per il semplice motivo che il titolo di “Cristo” deriva a Gesù proprio in forza del matrimonio di  Maria e Giuseppe. Anche nelle “Litanie dei Santi” l’invocazione di san Giuseppe dovrebbe seguire immediatamente quella di Maria SS. sia per non separare ciò che Dio ha congiunto sia per la particolare santità di san Giuseppe.
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L. Giordano, 1688 circa, Louvre, Parigi
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La festa del Patrocinio
S. Giuseppe tra 57 Santi, sec. XVIII, Pinacoteca del Ministero degli Esteri, Lima (Perù)
 
Il Diario Romano di Gaspare Pontani segnala una festa di san Giuseppe il 13 maggio 1478, che allora corrispondeva alla quarta domenica dopo Pasqua, nella piazza di San Celso, al centro del rione Ponte Sant’Angelo.
Ad Avignone, dal 1500 la Confraternita degli agonizzanti celebrava, la terza domenica dopo Pasqua, la festa del Patrocinio si san Giuseppe, presto diffusa in tutta la città con solenne processione.
Pio IX il 10 settembre 1847 estese alla Chiesa intera l’ufficio proprio e la messa del Patrocinio di San Giuseppe, fissando la festa alla terza domenica dopo Pasqua con il rito doppio di seconda classe.
 
Scuola piemontese, seconda metà del XIX sec., Parrocchia di S. Giorgio, Niella Belbo (Cuneo)
Scuola piemontese, seconda metà del XIX sec., Parrocchia di S. Giorgio, Niella Belbo (Cuneo)
 
Tale festa era già stata ottenuta da molti Ordini: i Carmelitani nel 1680, gli Agostiniani nel 1700, i Mercedari Scalzi nel 1702, i Caracciolini nel 1723, i Domenicani, i Barnabiti e i Servi di Maria nel 1725, i Frati Minori Conventuali nel 1727, i Camilliani nel 1728, i Minimi nel 1729, gli Eremiti Camaldolesi di Monte Corona nel 1730, tutto l’Ordine dei Frati Minori e i Teatini nel 1733, tutto il Terz’Ordine di San Francesco e tutto l’Ordine dei Canonici Regolari del SS. Salvatore Lateranense nel 1735, gli Scolopi nel 1736.
 
Scuola del Cuzco, sec. XVIII, Museo de América, Madrid (Spagna)
Tra le diocesi che ottennero la concessione ricordiamo, in ordine di tempo, quella di Messico (1703), di Puebla de los Angeles (1704), la prelatura nullius di Altamura (Bari, 1713), Palermo (1719), La Plata (Argentina), Lipari, Messina e Catania (1721), Siracusa (1723), Monreale e Malaga (1725), Cartagena (1726), Cadice, Pavia e Siviglia (1727),  Badajoz, Santiago di Cuba, Bari, Orihuela e Brescia (1728), Michoacan e Mazara del Vallo (1729), Lima e Malta (1731), Avellino e Frigento (1732), Vittorio Veneto (1733), Piacenza, San Severino, Freising, Ratisbona, Ascoli Satriano, Colonia, Münster, Paderborn, Hildesheim, Telese e Salerno (1734), Napoli, Orvieto e Narni (1735), Asti (1741), Acqui (1785); il clero secolare e i religiosi di Roma l’ottennero nel 1809.
Se consideriamo i territori, l’Etruria l’ottenne nel 1723; le Puglie, il regno di Valenza, gli stati e i domíni del re di Spagna nel 1729; la repubblica di Venezia nel 1730; il ducato di Modena nel 1733; il regno di Polonia e province nel 1735; lo stato del principe dell’Umbria nel 1736; lo stato di Urbino nel 1743; il regno e domíni del Portogallo nel 1744; i domíni del Palatinato nel 1753; il principato di Colonia nel 1783. Il 28 ottobre 1913 Pio X stabilì che la festa del Patrocinio, divenuta dal 24 luglio la “Solennità di San Giuseppe, sposo della B.V. Maria, Confessore e Patrono della Chiesa universale”, con rito doppio di prima classe o ottava, fosse celebrata nel terzo mercoledì dopo Pasqua. Il 24 aprile 1956 un decreto della Congregazione dei Riti aboliva la solennità di San Giuseppe, sostituendola con quella di San Giuseppe artigiano, con rito doppio di prima classe. Il titolo di San Giuseppe come Patrono della Chiesa universale fu aggiunto alla sua “festa principale” del 19 marzo. Solo i Carmelitani Scalzi hanno ottenuto nel 1957 l’indulto di recitare, con rito doppio di prima classe, l’ufficio speciale da essi introdotto nella Chiesa latina del 1680.
Nel Calendario promulgato da Paolo VI (1969) la festa del 19 marzo ha la massima categoria liturgica: S. Ioseph Sponsi B.M.V.,  Sollemnitas (I Cl.); il 1° maggio, invece, viene ridotto a “memoria ad libitum. La festa del 1° maggio: Sancti Ioseph opificis, Sponsi B.M.V., confessoris, era stata istituita il 1° maggio 1955 da Pio XII, il quale l’11 marzo 1958 compose anche una preghiera in onore di san Giuseppe lavoratore.
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P. Dalle Ceste, Santuario di San Giuseppe, Imperia
P. Dalle Ceste (+1974), Santuario di San Giuseppe, Imperia
La festa della Santa Famiglia
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Il beato Francesco Laval, primo vescovo di Québec, il 4 novembre 1664 introduce la festa della Sacra Famiglia nella sua vasta diocesi, che allora si estendeva dal Canada al Golfo del Messico. I testi per l’Ufficio e la Messa, fatti da lui comporre, furono confermati, il 23 marzo 1865, da Pio IX, che aveva già approvato la festa, nel 1863, per l’Associazione di Lieja. Leone XIII, il 14 giugno 1893, stabilisce la festa dell Sacra Famiglia “pro aliquibus locis”; la celebrazione, con nuovi testi per l’Ufficio e la Messa, è assegnata alla terza domenica dopo Pasqua. Benedetto XV trasferisce la fesa al 19 febbraio e, in seguito, assecondando la petizione del superiore generale dei Figli della Sacra Famiglia, appoggiata da numerosi Vescovi, alla prima domenica dopo l’Epifania, iscrivendola nel calendario universale della Chiesa.
 
Juan Simon Gutiérrez
Juan Simon Gutiérrez. +1718, coll. privata
Giovanni Paolo II, nell’Esortazione apostolica “Redemptoris Custos” (1989)  afferma chiaramente il fondamento teologico della festa della Santa Famiglia, la quale fa parte dei “Misteri della vita di Cristo”: “Inserita direttamente nel mistero dell’Incarnazione, la Famiglia di Nazaret costituisce essa stessa uno speciale mistero. E’ contenuta in ciò una conseguenza dell’unione ipostatica: umanità assunta nell’unità della Persona divina del Verbo-Figlio, Gesù Cristo. Insieme con l’assunzione dell’umanità, in Cristo è anche ‘assunto’ tutto ciò che è umano e, in particolare, la famiglia, quale prima dimensione della sua esistenza in terra” (n. 21).
 
Medaglia commemorativa del Patrocinio, 1871
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Altre feste
 
Secondo l’antico Messale Romano, in alcuni luoghi era celebrata il 17 febbraio la commemorazione della Fuga in Egitto; nello stesso Messale l’episodio della fuga in Egitto veniva assegnato alla vigilia dell’Epifania. Evidentemente il senso della fede vi scorgeva un mistero della vita di Cristo. I Copti ne fanno memoria in liturgia il 24 bashans, corrispondente al 19 maggio del calendario giuliano e al 1° giugno di quello gregoriano. Nel loro Sinassario dichiarano che “questa è festa propria degli Egiziani”, segno della predilezione di Dio per la loro terra.
Nel Messico, il Servo di Dio P. José Maria Vilaseca aveva istituito la festa di San Giuseppe del Buon Consiglio (25 gennaio): i Misioneros Josefinos, da lui fondati, avevano ottenuto la festa di San Giuseppe della Missione (19 settembre), per invocare san Giuseppe come protettore dell’opera di evangelizzazione.
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Prerogative di san Giuseppe

Arco trionfale, S. Maria Maggiore, Roma
Arco trionfale, S. Maria Maggiore, Roma
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Zillis
Lopicinus, + 1147, Chiesa di S. Martino, Zillis, Svizzera
 
Queste continue oscillazioni liturgiche evidentemente non sono di aiuto alla teologia Giuseppina nella determinazione del fondamento della dignità e dei privilegi di san Giuseppe, indicato da alcuni nel matrimonio con Maria SS. e da altri nella paternità verso Gesù.
Le formule usate nei calendari e martirologi hanno sia Sposo della B.V.M., sia Padre Nutrizio di Gesù, sia solo Confessore.
 
Cristobal de Villalpando, sec. XVII, Tepotzotlan (Messico)
 
Da uno studio di  M. Garrido Bonaño risulta che fino al secolo XII incluso la denominazione di san Giuseppe “Sposo della Vergine Maria” è più accettata nel Nord- Est della Francia e in Inghilterra, mentre quella di “Padre nutrizio di Cristo” è preferita nel centro Europa; che la denominazione di “Confessore” comincia nel secolo XIV; che nel secolo XV i libri liturgici dei Carmelitani menzionano quasi sempre san Giuseppe col titolo di “Nutrizio del Signore”. Lo stesso Autore conclude che dalla enumerazione dei calendari e dei martirologi si può dedurre molto poco circa la preminenza di una delle prerogative di san Giuseppe. È certo che la qualità di Sposo di Maria appare per prima in un calendario occidentale ed è più ripetuta; è tuttavia antico anche il suo appellativo di “Nutrizio del Signore”, né sono pochi i manoscritti che lo riportano. È ancora certo che nella Chiesa occidentale ha prevalso la sua qualità di Sposo della Vergine Maria. Così è entrato nel Martirologio Romano e così ha continuato fino ai nostri giorni.
 
F. Verri, Ritrovamento nel Tempio, Meeting Point "Redemptoris Custos", Asti.
F. Verri, Ritrovamento nel Tempio, Meeting Point “Redemptoris Custos”, Asti.
 
Se consideriamo la presenza di san Giuseppe nel Messale Romano, promulgato da Paolo VI, esso contiene tre Messe in onore di san Giuseppe, ossia la solennità del 19 marzo, la memoria del 1° maggio e la Messa votiva; a queste va aggiunta la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Domenica fra l’ottava di Natale).
Poiché anche la collocazione ha la sua importanza, perché rivela la considerazione nella quale il Santo è tenuto, notiamo che tanto la Messa votiva come anche il Prefazio proprio sono posti tra gli Angeli e gli Apostoli; anche nel Canone Romano il nome di san Giuseppe segue immediatamente quello della Vergine Maria (non così ancora nelle Litanie dei Santi).
Quanto alle preghiere, esse esaltano la dignità e la santità di san Giuseppe, riconoscendo in modo esplicito il ruolo da lui avuto nella storia della salvezza: nella pienezza dei tempi cooperò al grande mistero della redenzione; hai voluto affidare gli inizi della nostra redenzione alla custodia premurosa di san Giuseppe.
 
Corte celeste, Anonimo, sec. XVIII, Cusco (Perù)

San Giuseppe è collocato coerentemente nel  mistero di Cristo e della Chiesa:
         a) nei misteri di Cristo: servì Gesù con fedeltà e purezza di cuore; nel tuo disegno di salvezza hai scelto san Giuseppe come sposo di Maria, madre del tuo Figlio; lo hai posto a capo della tua famiglia per custodire come padre il tuo unico Figlio;
        b) nel mistero della Chiesa, della quale è considerato patrono: continui dal cielo la sua premurosa custodia per la santa Chiesa che lo venera come protettore, e alla quale viene proposto come modello di fedeltà e purezza di cuore, di fedeltà alle responsabilità che Dio ci affida,  di  testimonianza all’amore di Dio, per camminare nelle vie della santità e della giustizia e cooperare fedelmente al compimento dell’opera di salvezza. San Giuseppe, uomo giusto e fedele, è il tipo evangelico del servo saggio e fedele, che il Signore pone a capo della santa Famiglia.
Fra le Messe della Beata Vergine Maria (ed. 1987), nel Prefazio della Messa Santa Maria di Nazaret, Maria è celebrata “unita a Giuseppe, uomo giusto, da un vincolo sponsale e verginale”.
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Altri interventi

A. Martinotti, presso Suore di Maria Bambina, Sovico (MI)
 
Completiamo il quadro dei riconoscimenti liturgici con altri interventi che non potevano essere collegati con quelli già esposti.
Il 19 dicembre 1726 Benedetto XIII inserì il nome di san Giuseppe nella Litania dei Santi di tutti i libri liturgici, dopo quello di san Giovanni Battista.
Pio VII incluse il nome di san Giuseppe nella preghiera A cunctis, subito dopo quello della Vergine (1815).
Pio IX moltiplicò le prove della sua devozione verso san Giuseppe, accordando indulgenze a pie pratiche. Ricordiamo la preghiera “Vi ricordi, o purissimo sposo di M.V.” (1863), e le preghiere “O felicem virum” e “Virginum custos et pater”, da recitare prima e dopo la Santa Messa (1877).
 
B. Luti, + 1724, Collegiata, Potenza Picena (Macerata)
B. Luti, + 1724, Collegiata, Porto Potenza Picena (Macerata)
 
Leone XIII approvò la recita dell’Ufficio votivo di san Giuseppe al mercoledì (1883); incluse l’invocazione di san Giuseppe nelle preghiere da recitarsi dopo la Messa (1884) e prescrisse una preghiera speciale a san Giuseppe (“A te, o beato Giuseppe”) da recitarsi durante il mese di ottobre dopo il santo Rosario: “Pensiamo essere sommamente convenevole che il popolo cristiano si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso, ‘insieme alla Vergine Madre di Dio’, il suo castissimo sposo san Giuseppe; il che debba alla stessa Vergine tornare accetto e caro” (Enc. Quamquam pluries, 1889).
Pio X promulgò e indulgenziò le Litanie del Santo per l’uso pubblico (1909); tra i promotori si distinsero Dom Marie- Sébastien Wyart († 1904), abate generale dei Cistercensi Riformati, e il Card. Vives y Tutó; la formulazione è del  Wyart.
 
Scuola del Cusco, sec. XVIII, coll. Mali, Lima (Perù)
 
Benedetto XV, il 9 aprile 1919, fece inserire nel Messale un prefazio proprio di san Giuseppe; suo autore è il passionista P. Luigi di S. Francesco di Paola (Luigi Besi). Lo stesso Pontefice, il 23 febbraio 1921, ne fece aggiungere l’invocazione nel “Dio sia benedetto”, a ricordo del 50° anniversario della sua proclamazione a patrono della Chiesa universale. Il 10 maggio 1921 concesse speciali indulgenze per la recita del Piccolo Ufficio di san Giuseppe.
Pio IX, il 9 agosto 1922, fece inserire nelle preghiere per i moribondi del Rituale Romano gli opportuni riferimenti a san Giuseppe.
Giovanni XXIII ordinò, il 13 novembre 1962, di inserire il nome di san Giuseppe nel Canone della Messa, al “Communicantes”; Giovanni Paolo II lo ricorda ben due volte nell’Esortazione apostolica Redemptoris custos (nn . 6 e 16), adducendone il motivo. Il I° maggio 2o13, un decreto della Congregazione per il culto divino estende la menzione del nome di san Giuseppe anche alle preghiere eucaristiche II, III e IV del Messale Romano.
 
 
Tra le preghiere attualmente indulgenziate, l’Enchiridion Indulgentiarum (3ª ed., 1986) ne annovera alcune in onore di san Giuseppe, ossia: A te, o beato Giuseppe, Litanie di san Giuseppe, Piccolo Ufficio di san Giuseppe; e le tre invocazioni: Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia, ecc. Queste invocazioni erano già state indulgenziate da Pio VII il 22 maggio 1823.
 
 
 
Sugli Inni dedicati a san Giuseppe, cf. T. STRAMARE, San Giuseppe negli Inni della Liturgia. Testo latino, traduzione e commento, in Omelie. Temi di predicazione, 98, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006.