martedì 24 maggio 2011

Muti: no a canzonette in chiesa


di Pierachille Dolfini

La "esse" non la pronuncia ancora bene. Ma è cosa da poco. «Devo ringraziare il Padre Eterno che mi ha salvato perché nel modo in cui sono caduto, adesso potevo essere su una sedia a rotelle oppure non parlare». Riccardo Muti se l’è vista davvero brutta lo scorso 3 febbraio quando, in prova con la Chicago symphony, ebbe uno svenimento e cadde dal podio. Tanta paura. Un’operazione chirurgica. E l’annullamento dei concerti americani. Quattro mesi dopo, il direttore d’orchestra rilegge con occhi diversi quell’episodio.

Lo fa a Trieste dove ieri il sindaco Roberto Dipiazza gli ha conferito la cittadinanza onoraria. Per ringraziarlo di essere stato «protagonista con il suo prestigioso talento di un evento di pace destinato a segnare la storia e il futuro della città». L’evento è il concerto delle Vie dell’Amicizia diretto da Muti il 13 luglio dello scorso anno a Trieste quando seduti uno a fianco all’altro in piazza Unità d’Italia c’erano il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il capo di Stato sloveno Danilo Turk e quello croato Ivo Josipovic.

Un momento di riappacificazione. Una serata che, per il maestro, «ha dimostrato come culture e religioni diverse possano convivere nel nome della fratellanza e della bellezza». Sul leggio c’era il Requiem in do minore di Luigi Cherubini. Ricordandolo, Muti ne ha approfittato per parlare di musica sacra.

Ringraziando Papa Benedetto XVI per l’auspicio, espresso più volte, che «nelle chiese si torni al grande patrimonio musicale. Bisogna dire basta – ha detto il direttore d’orchestra – a canzonette o strimpellate di chitarra su testi inutili e insulsi».

Muti ha spiegato che «la grande storia della musica è dovuta proprio a quello che la Chiesa ha fatto. Non capisco perché una volta c’erano Mozart e Bach mentre ora si va avanti a canzonette: così non si ha rispetto per l’intelligenza delle persone. Anche l’uomo più semplice e lontano, sentendo l’<+corsivo>Ave verum <+tondo>può essere trasportato verso una dimensione spirituale, ma se sente le canzonette è come stare in un altro posto». Muti se l’è presa poi anche con i «flautini infami usati nell’educazione musicale nelle scuole».

Ed è tornato sulla situazione della musica in Italia, dopo aver contribuito con le sue pressioni sul ministro Tremonti al reintegro del Fondo unico per lo spettacolo. «Il problema della cultura va affrontato in maniera massiccia, non solo dando dei soldi, ma mettendo tutta l’attività culturale in condizione di poter vivere e non sopravvivere». Perché, e qui l’affondo al clima politico di questi giorni, «siamo un Paese strepitoso, ma portiamo dentro di noi una voglia di controversia continua per cui invece di risolvere i problemi perdiamo tanto tempo ad accapigliarci».

Fonte: Avvenire

L'alleanza scienza-fede, secondo Benedetto XVI



Intervista al professor Giuseppe Tanzella-Nitti*

* Direttore del Centro di Documentazione Interdisicplinare di Scienza e Fede, e Ordinario di Teologia fondamentale nella Pontificia Università della Santa Croce, Tanzella-Nitti partecipa insieme al DISF Working Group all'organizzazione di un convegno sull'argomento, che si terrà il 28 maggio, e che vedrà la partecipazione delCardinale Camillo Ruini,Presidente del Comitato per il progetto Culturale della CEI.
Al termine della conferenza avrà luogo la presentazione del volume di J. Ratzinger - Benedetto XVI, “Fede e Scienza. Un dialogo necessario”, un’antologia di scritti a cura di Umberto Casale della Facoltà di Teologia di Torino, edito da LINDAU.




La scienza e la fede vivono “un rapporto sempre in costruzione” al quale Benedetto XVI sta offrendo un contributo decisivo, spiega a ZENIT il professor Giuseppe Tanzella-Nitti.

L'esempio più visivo di questo contributo del Papa è stata la conversazione con gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale, in occasione dell'ultima missione dello Shuttle Endeavour, sabato scorso.

Il rapporto tra fede e ragione è stato uno dei temi più trattati da Benedetto XVI fin dall’inizio del suo pontificato. Ad esso ha dedicato importanti discorsi, spesso intrecciati con il tema della ricerca della verità e la critica al relativismo. Nota qualche elemento di novità rispetto agli insegnamenti di Giovanni Paolo II sullo stesso tema?

Professor Tanzella-Nitti: Fra il magistero di Giovanni Paolo II e quello di Bendetto XVI c’è grande continuità, ma al tempo stesso vi sono delle enfasi diverse che arricchiscono il quadro generale. Non potrebbe non esservi continuità in quanto Joseph Ratzinger, come ben sappiamo, è stato uno dei principali collaboratori del pontificato del nuovo Beato. Al tempo stesso Govanni Paolo II era stato professore di etica, mentre Benedeto XVI aveva insegnato soprattutto teologia fondamentale e poi dogmatica. Giovanni Paolo II era preoccupato della verità nell’agire morale e di come tale verità fosse in grado di recuperare il meglio della grande riflessione etico-filosofica sull’uomo, che egli ha sempre indicato come la strada maestra che la Chiesa doveva percorrere per far comprendere a tutti il suo messaggio salvifico. Benedetto XVI ha una prospettiva principalmente teologico-fondamentale e gnoseologica. La sua è una difesa della ragione umana, perché immagine di Dio e capace di portare a Dio, pur con tutti i limiti derivanti dai limiti e dagli errori della condizione umana. E anche lui, come Giovanni Paolo II, in questo cammino intende recuperare il meglio della riflessione filosofica. Una ragione debole non interessa alla fede. Per quanto diversa possa essere l’impressione data da alcune voci critiche, la fede cristiana si consolida proprio mediante il superamento dell’idolatria e della superstizione, due mali che la ragione debole, oggi predominante, sembra invece allegramente sottostimare.

In molti suoi discorsi Benedetto XVI parla volentieri del Logos creatore. E parla anche della ragione umana come immagine di Dio in sintonia con questo Logos, e quindi capace di conoscere la natura. In questo contesto si è anche riferito più volte alla matematica. Cosa intende dire in particolare?

Professor Tanzella-Nitti: In un’epoca, come la nostra, dove mancano certezze e punti di riferimento, dove nelle decisioni importanti si tende a riportare tutto alla convenzione o al parere della maggiornaza numerica, Benedetto XVI vuole indicare che può esserci un sapere condiviso al quale tutti, credenti e non credenti, possono accedere. Questo sapere può costruirsi pazientemente solo partendo dal riconoscimento della nostra creaturalità, della nostra condizione di dipendenza da un Creatore causa del mondo in cui viviamo e delle leggi di natura. E, come tale, questo Creatore è depositario anche della nostra verità. Questa conoscenza, ancora una volta, può innestarsi in una tradizione filosofica che ha sempre riconosciuto la presenza di un Logos che custodisce e rivela il progetto del mondo e dell’uomo, un Logos che la ragione intravede, intuisce, e al quale può aprirsi con stupore e riverenza. Il riferimento alla matematica, che d’altronde non va neanche troppo enfatizzato al di là delle intenzioni esemplificative del Pontefice, vuole probabilmente mettere in luce che anche il sapere scientifico è aperto al riconoscimento di questo Logos e che la nostra intelligenza, nel rendersene conto, si comprende ragionevoelmete come Sua immagine.

A proposito di sapere scientifico, lei da molti anni lavora nel campo del dialogo tra scienza e fede e dirige un importante Portale web su questo tema. Rapresenta la scienza un campo importante per la Nuova Evangelizzazione ed è anche alla scienza che deve oggi guardare il rapporto fra fede e ragione?

Professor Tanzella-Nitti: Sull’importanza della cultura scientifica nella società contemporanea e sul suo influsso sul modo di pensare di tutti non ci sono romai dubbi. Ed è logico che questa grande influenza debba interessare anche alla teologia e all’evangelizzazione, che si preoccupano di rendere il messaggio cristiano sempre più intelligibile agli uomni e alle donne del loro tempo. Operare, nella Chiesa o nel lavoro teologico, trascurando questo campo, vorrebbe dire condannarsi all’inefficacia, al fideismo di una doppia verità, e, credo, anche tradire in buona parte lo spirito del Concilio Vaticano II. Sono stato molto soddisfatto nel vedere fra i cinque grandi ambiti di Nuova Evangelizzazione previsti dai Lineamenta del prossimo Sinodo, dedicato proprio a questo tema, un esplicito riferimento al mondo della ricerca scientifica e tecnologica, citato accanto agli altri tradizionali ambiti dell’evangelizzazione, come ad esempio la comunicazione, la vita socio-economica o i flussi migratori. Occorre però, a mio avviso, che nella formazione del clero si tributi oggi una maggiore attenzione alla preparazione dei futuri pastori e teologi in questo specifico campo, adeguata alla missione di una Chiesa nell’era scientifica, quella che stiamo ormai già vivendo. Nelle Università ecclesiastiche e nei circoli culturali di ispirazione cristiana vi sono finalmente dei significativi fermenti in questo senso. E vi sono anche dei servizi di documentazione e di approfondimento disponibili in rete, come il Portale http://www.disf.org, al quale lei si riferiva. Le oltre 120.000 pagine consultate ogni mese da tutto il mondo dimostrano che vi è un diffuso interesse per conoscere la posizione della Chiesa cattolica su tali argomenti e le sintesi che la teologia sta producendo al riguardo.

Un recente libro che si occupa del rapporto fra tede e scienza in Benedetto XVI (J. Ratzinger - Benedetto XVI, Fede e scienza. Un dialogo necessario, Antologia a cura di U. Casale, Lindau, Torino 2010) sarà presentato a Roma sabato prossimo 28 maggio in occasione di un Working Group organizzato dal Portale DISF, presente anche il cardinale Camillo Ruini. Quali sono gli elementi salienti del volume ed in cosa consiste questo Working Group?

Professor Tanzella-Nitti: Il volume raccoglie prima una serie di articoli di Joseph Ratzinger su fede e scienza e poi alcuni discorsi di Benedetto XVI che fanno riferimento al pensiero scientifico o trattano del rapporto fra fede e ragione. Come mette in luce il commento del curatore, don Umberto Casale, l’interesse per le scienze si innestava con naturalezza nel lavoro teologico del prof. Ratzinger, che ha sempre insistito sulla conoscenza scientifica come impresa di verità, e per questo capace di dialogare con la teologia, provocandola e lasciandosi provocare, se necessario. Una provocazione utile soprattutto per la teologia, come ironicamente segnalava lo stesso Benedetto XVI nell’introduzione al celebre discorso di Ratisbona, quando ricordava che da giovane docente, incontrando colleghi di altre Facoltà nel campus dell’Università, questi lo osservavano con curiosità, trattandosi di un professore di una Facoltà, quella di Teologia, che si occupava di un oggetto, Dio, che per molti di loro non esisteva. Quando la teologia cessa di suscitare questa curiosità vuol dire che è divenuta tristemente autoreferenziale, cioè si parla addosso ma non parla più al mondo. E quando le scienze perdono anch’esse la curiosità di interrogarsi su Dio, attorno al Fondamento di tutte le cose, vuol dire che hanno perso il loro afflato verso la verità, hanno smarrito la loro capacità di stupirsi di fronte al mistero del mondo. Il Working Group che gravita intorno al Portale DISF riunisce giovani laureati in materie scientifiche, impegnati nella ricerca in diverse Università o laboratori italiani, che non intendono perdere questo afflato e questo stupore, dando vita ad un Seminario Permanente lungo tutto l’anno. E proprio per questo ascoltano volentieri quanto la filosofia e la teologia hanno da dire. Tanto il magistero del Beato Giovanni Paolo II, quanto quello odierno di Benedetto XVI, hanno reso questo lavoro più facile, e ogni giorno più attraente.

Fonte: Zenit - 23 maggio 2011

Il Papa invita tutti i fedeli del mondo a partecipare alla Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina


Oggi, 24 maggio, nella memoria liturgica di Maria Ausiliatrice, tutti i fedeli cattolici sono stati invitati dal Papa a unirsi nella Giornata di preghiera per la Chiesa che è in Cina. L’appello è stato lanciato mercoledì scorso da Benedetto XVI durante l’udienza generale. Maria Ausiliatrice è venerata con grande devozione dai fedeli cinesi nel Santuario mariano di Sheshan, a circa 50 km da Shanghai.



“Cristo risorto dai morti, vincitore della morte e del peccato” è “vivo e presente nella vita della Chiesa e nelle vicende del mondo” – ha affermato il Pontefice mercoledì scorso: l’Amore di Dio “si espande incessantemente fino agli estremi confini della terra e, al tempo stesso, incontra rifiuto ed ostacoli in tutte le parti del mondo”. “Come allora, ancora oggi, dalla Croce alla Risurrezione”. Per questo, nel giorno della Vergine Maria, Aiuto dei cristiani, “tutta la Chiesa” si unirà in preghiera “con la Chiesa che è in Cina”:

“Là, come altrove, Cristo vive la sua passione. Mentre aumenta il numero di quanti Lo accolgono come il loro Signore, da altri Cristo è rifiutato, ignorato o perseguitato”.

“La Chiesa in Cina, soprattutto in questo momento, - ha detto il Papa - ha bisogno della preghiera della Chiesa universale”. L’invito è rivolto in primo luogo ai cattolici cinesi, ma anche a tutti i cattolici del mondo:

“…pregare per la Chiesa che è in Cina deve essere un impegno: quei fedeli hanno diritto alla nostra preghiera, hanno bisogno della nostra preghiera”.

“Quando Pietro era in carcere - ha ricordato il Santo Padre - tutti hanno pregato con forza e hanno ottenuto che un angelo lo liberasse”: “Anche noi facciamo lo stesso: preghiamo intensamente, tutti assieme, per questa Chiesa, fiduciosi che, con la preghiera, possiamo fare qualcosa di molto reale per essa”.

Se “i cattolici cinesi hanno detto molte volte di volere “l’unità con la Chiesa universale”, e “con il Successore di Pietro”, pregando – ha sollecitato il Papa - possiamo ottenere “per la Chiesa in Cina di rimanere una, santa e cattolica, fedele e ferma nella dottrina e nella disciplina ecclesiale”: “Essa merita tutto il nostro affetto”.

Ai vescovi, che “soffrono e sono sotto pressione nell’esercizio del loro ministero episcopale”, “ai sacerdoti e a tutti i cattolici che incontrano difficoltà nella libera professione di fede” il Papa ha espresso la sua “vicinanza”: “Con la nostra preghiera possiamo aiutarli a trovare la strada per mantenere viva la fede, forte la speranza, ardente la carità verso tutti”.

Il Papa ha chiesto pure di scongiurare un rischio presente: “Con la preghiera possiamo ottenere che il loro desiderio di stare nella Chiesa una e universale superi la tentazione di un cammino indipendente da Pietro”.

Infine, l’invocazione alla Madonna: “A Maria chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo”.


Fonte: Radio Vaticana

BAGNASCO: MESSA IN LATINO E' PATRIMONIO DI RISCOPRIRE






di Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 23 mag.

I vescovi italiani daranno piena attuazione all'istruzione "Universae Ecclesiae" volta a dare una corretta applicazione del motu proprio "Summorum Pontificum" (documento che liberalizza l'uso dell'antico messale in latino) del 7 luglio 2007.
Lo ha assicurato il cardinale Angelo Bagnasco che in apertura della 63esima Assemblea Generale dell'Episcopato Italiano ha ricordato l'intento perseguito da due documenti che mirano "al recupero piu' impegnativo e armonioso nell'ambito delle singole Diocesi dell'intero patrimonio liturgico della Chiesa universale".
"In sostanza - ha aggiunto il cardinale - a non ferire mai la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale, operando piuttosto per unire tutte le forze e restituire alla liturgia il suo possente incanto".

© Copyright (AGI)

lunedì 23 maggio 2011


CATECHESI
nella Chiesa della Madonna del Carmine
p.zza del Carmine - Pistoia


venerdì 27 maggio 2011

ore 21


Padre Clario Salatin:

“Il credo”

Le icone mariane: una finestra sull’alba


di p. Angelo Maria Geiger, FI


Tutte le immagini della Madonna col Bambino sono riconducibili, in un certo qual modo, alle icone dell’antica Chiesa orientale che conservano, come ancora oggi, la Tradizione apostolica in forma visiva. In Occidente abbiamo molto da imparare dai nostri fratelli orientali per quanto riguarda la Madonna nell'arte. Le icone mariane non sono soltanto rappresentazioni della Vergine, ma vere finestre sull'alba della Rivelazione cristiana, depositarie dei misteri di Dio.

Ci sono tre maggiori prototipi iconografici della Madre di Dio: la Madre della Tenerezza, Colei che indica la Via e la Madre di Dio Orante.

L'icona della Madre della Tenerezza o Eleousa mostra la Madonna col Bambino, in un amabile abbraccio nel quale le due facce sono in stretta prossimità, e le loro forme sono racchiuse nella realtà umana di una madre in relazione col figlio. Il prototipo esprime la realtà storica ed umana dell'Incarnazione, e allo stesso tempo suggerisce la compassione di Maria Santissima per le sofferenze del Figlio. L'icona della Madonna del Perpetuo Soccorso è di questo tipo e rende molto esplicita la compassione materna di Maria. L'intimità della Madre e del Figlio nei misteri dell'Incarnazione e della Redenzione suggerisce l’elemento della cooperazione umana nel piano di Dio. Infatti, san Giovanni Damasceno, un Padre orientale, dice che «il nome Theotokos (Madre di Dio) contiene tutta la storia della divina economia nel mondo».

L'icona di Colei che indica la Via o Odighitria, mostra un atteggiamento diverso nella relazione tra la Madonna e il Bambino. Nostro Signore siede in trono sul braccio della Vergine Maria il cui sguardo è diretto all'osservatore. É maestosa e dominante nel suo gesto di indicare "la Via" con la sua mano destra. Il Signore risponde in un modo che è suggestivo di benedizione e riconoscimento per la presenza di sua Madre. Ora siamo invitati a partecipare alla relazione della Madonna col Bambino. Questo prototipo sembra essere trans-storico e riassume la nostra comprensione dogmatica del posto dell'Immacolata Vergine nei misteri della Fede. La spiritualità di san Luigi Grignion de Montfort, «a Gesù per Maria», trova qui la sua antica espressione popolare a cui noi facciamo pure riferimento come l'universale Mediazione di Maria. Anche l'immagine della Vergine Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore, Roma, e l'immagine della Madonna di Czestochowa, è un'icona Odighitria.

Il terzo prototipo della Madonna col Bambino nell’iconografia è la Madre di Dio Orante o Oranta, approvata come autentica espressione di fede dopo il Concilio di Efeso nel 1431, nel quale fu definito il dogma della Divina Maternità di Maria e la Madonna fu appellata col titolo di Theotokos, Madre di Dio. In questa immagine le mani della Madonna sono in un atteggiamento di preghiera, ritte in un gesto di supplica. Una delle versioni più comuni di questo prototipo è la Madonna del Segno o Panaghia. In questa icona il Bambino Gesù, in atteggiamento di benedizione, si mostra in una mandorla sull'addome della Vergine, ovvero, un circolo concentrico che simbolizza un luogo o uno stato di gloria. La Chiesa ortodossa ha dato a quest'immagine un'espressione poetica: «Tu, che l'universo è così piccolo da contenerti / hai confinato Te stesso nel grembo di una Vergine / e l'hai resa più spaziosa dei cieli». Lei è Vergine nel concepimento e nel parto e diventa il grande segno profetizzato da Isaia: "Ecco: la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele, che significa Dio con noi” (cf 7, 14). Costei è la Madonna quale realizzazione del Vangelo, o se possiamo tradurlo nella teologia occidentale del Concilio Vaticano II, la Madonna quale personificazione e archetipo della Chiesa.

Queste icone mariane sono davvero delle finestre sull'alba. Come la stella mattutina, la Madonna riflette la luce di Cristo su di noi tramite queste finestre. La verità sulla Vergine Maria è scritta su questi oggetti sacramentali in un modo semplice e bello, facile per noi da capire. Attraverso queste finestre possiamo entrare nel luogo dove si sono realizzati i misteri della fede e dove sono connessi misticamente con la persona dell'Immacolata Vergine. L'icona non è giusto un segno ma, in un certo modo, fa che la presenza della Madonna sia immediata ed effettiva. Attraverso di esse comprendiamo e rispondiamo alla sua cooperazione nel mistero della Redenzione, alla sua compassione per le sofferenze di Cristo e alla sua presenza nella Chiesa come Madre e Maestra.

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, n. 19, 15/05/2011

sabato 21 maggio 2011

La dura battaglia della chiesa per la castità


Pubblichiamo il testo della lezione tenuta martedì 10 maggio 2011 dal cardinale prefetto della congregazione per il Clero alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Torino su invito dei seminaristi di tutte le diocesi piemontesi alla presenza dell’episcopato della regione, dei formatori e dei docenti.


di Mauro Piacenza


Cari confratelli, carissimi seminaristi,

Sono particolarmente lieto di essere tra voi quest’oggi, in occasione della Giornata regionale dei seminaristi piemontesi e vi ringrazio per il cordiale invito. Il tema che mi avete proposto è quanto mai attuale e ritengo debba caratterizzare, in maniera sostanziale, ogni percorso formativo al sacerdozio ministeriale, poiché l’educazione della sfera affettiva non è mai separata, né separabile, dagli altri ambiti della formazione intellettuale, spirituale e pastorale. Svolgerò questa mia relazione in due punti fondamentali e cercherò di trarre delle conclusioni dall’analisi condotta.

La situazione attuale

Sarebbe quanto meno imprudente approcciare l’importante tema della formazione affettiva, senza considerare la vera e propria rivoluzione accaduta nella società occidentale e, per letale contagio, un po’ in tutto il mondo, dagli anni Settanta in poi. L’aver separato, all’interno della sessualità, l’aspetto unitivo da quello fecondo, e aver, pertanto, ridotto uno degli atti antropologicamente più rilevanti al suo aspetto meramente istintivo, ha prodotto conseguenze devastanti, non soltanto sul piano morale – il che già sarebbe di inaudita gravità –, ma, con il passare dei decenni, anche sul piano psicoantropologico.

E’ impensabile affrontare il tema della formazione affettiva in seminario, senza partire dalla lucida consapevolezza che, anche indipendentemente dalla loro volontà, tutti coloro che sono nati dopo gli anni Settanta-Ottanta, sono cresciuti in un clima culturale pansessualista e ipereroticizzato, nel quale i poteri forti del mondo, che intendono piegare la libertà degli uomini a vari indecorosi interessi, non hanno risparmiato alcun mezzo, inclusi i messaggi subliminali, instillati fin dalla più tenera età, perfino in taluni cartoni animati, per ottenere la “destrutturazione” dell’aspetto psicoaffettivo della personalità umana e, con essa, la sottomissione dell’uomo ai propri istinti. A quella che potremmo chiamare la rivoluzione sessuale post sessantottina, deve essere sommata, poi, l’invadenza dei mezzi di comunicazione sociale, soprattutto la televisione e, più recentemente, Internet, i quali hanno portato in ogni casa, anzi in ogni stanza e luogo, immagini prima mai visibili che rimangono impresse, fin dalla più tenera età, nella memoria, nella fantasia e perfino nell’inconscio delle persone, le quali si ritrovano ad agire in maniera molto più difficilmente controllata e controllabile.

Se il peccato delle origini ha reso sempre particolarmente fragile la dimensione psicosessuale dell’uomo, tali recenti gravi mutazioni ne hanno determinato il vero e proprio stravolgimento, inserendosi non più soltanto nella sfera privata o della tentazione, ma divenendo costume diffuso, perfino cultura condivisa, al punto da far apparire come “estraneo” al giudizio comune ogni altro comportamento. Tale situazione, che potrebbe, a un primo impatto, apparire come “apocalittica”, descrive, in realtà, non tanto gli atteggiamenti morali, quanto piuttosto la reale situazione culturale, nella quale, anche coloro che sentono la chiamata al celibato e al sacerdozio ministeriale, sono profondamente immersi e dalla quale, in fondo, provengono.

Ancora, in tale contesto socioculturale, è purtroppo necessario riconoscere quella che definirei la “caduta di significato” della affettività, in generale, e della sessualità, in particolare. Mi spiego. L’aver artificialmente svincolato l’aspetto unitivo da quello fecondo, ha irrimediabilmente ridotto l’ampia sfera dell’affettività al solo esercizio della genitalità, privandola di quel contesto di definitività che le è proprio e, per conseguenza, ne ha prima, semplicemente, “alleggerito” l’importanza e oggi, ormai, l’ha decisamente banalizzata. Tale situazione è riscontrabile soprattutto nella superficialità con cui, non di rado, vengono compiuti determinati atti o gesti, i quali, per loro natura, presupporrebbero una maturità e una definitività che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono riscontrabili, e ciò senza il ben che minimo turbamento delle coscienze. Non è un mistero che, in taluni ambiti, alcuni giovani vivano un esercizio completo della genitalità, con la disinvoltura con cui ci si può stringere una mano, presentandosi!

Emerge con chiarezza come una tale situazione culturale esiga l’attento discernimento dei formatori, i quali sono chiamati a distinguere, in maniera netta, tra chi proviene da un’educazione tradizionalmente cristiana e consapevolmente impegnata, nella retta comprensione dell’affettività e della sessualità, e chi, invece, proviene dal mondo-mondo, vi è totalmente immerso, e perciò non è immaginabile, pur con l’aiuto della Grazia, che improvvisi atteggiamenti radicalmente diversi.

Tale giudizio non implica necessariamente la creazione di percorsi formativi differenziati, né comporta l’impossibilità di giungere a quello stabile equilibrio richiesto dall’impegno celibatario, previo alla sacra Ordinazione, ma certamente domanda una progressiva e radicale assunzione di consapevolezza, sia da parte del candidato, sia da parte dei formatori, non disgiunta da una buona dose di umile realismo e da un cammino quanto mai serio e impegnato, poiché non si tratta soltanto di vincere dei vizi e di acquisire delle virtù, ma di combattere e vincere, in se stessi, quella che è una struttura antropologica mutuata dalla cultura dominante e da essa continuamente riproposta. Bisogna essere veramente liberi! Si crea una situazione di osmosi con tale cultura dominante e, se non si è vigili si finisce con l’essere anestetizzati attraverso una sorta di flebo che “goccia-goccia” mondanizza.
Un tale contesto disorientato e disorientante non ha conseguenze unicamente nella sfera psicosessuale, ma investe l’intero ambito relazionale delle persone. Il crescere in un contesto iper eroticizzato, nel quale, quasi inconsciamente, si respira una sessualità disordinata, ha conseguenze anche sull’agire quotidiano delle persone e sul loro ordinario relazionarsi.

Il vero dramma, poi, in questo contesto è costituito dal fatto che anche gli stessi soggetti, vittime, consapevoli o meno, della generale deriva psicoaffettiva, vivono in una radicale insoddisfazione, unicamente determinata proprio dalla distonia tra ciò per cui l’uomo è stato creato, con il conseguente profondo significato della sua affettività, e quanto egli attualmente vive.

Il cuore dell’uomo è fatto per la definitività. Qualunque sia la vocazione, verginale o sponsale, a cui Dio lo chiama, è unicamente la definitività a determinarne il reale appagamento. Immagine e somiglianza di Dio Amore infinito, l’uomo avverte, tra i propri bisogni elementari, quello della verità, della libertà, della bellezza, della giustizia, dell’amore e, sintesi di tutti – oggi così poco adeguatamente compreso, anche se tentativamente cercato, e talora perfino preteso –, quello della felicità! Ciascuno percepisce come il soddisfacimento di questi bisogni domandi, anzi postuli, la totalità. Nessuno accetterebbe, serenamente e supinamente, di essere “un po’” giusto, o “un po’” libero. Ciascuno domanda che tali bisogni antropologici universali abbiano compimento pieno, sia esperienzialmente, sia cronologicamente parlando; tale pienezza è ciò che, nel linguaggio condiviso, si descrive con il termine “definitività”. La Scrittura ci insegna a resistere “saldi nella fede” a colui che “come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1Pt 5,8-9), anche quando tale esperienza fosse quella del nostro uomo vecchio. La fragilità, talvolta estrema, delle unioni matrimoniali e l’incapacità di tanti giovani ad assumere decisioni definitive, non hanno radici differenti dalla difficoltà a vivere un’affettività ordinata e a maturare l’accoglienza serena della Vocazione verginale. Se, in ogni epoca, è stato complesso vivere la perfetta continenza per il Regno dei Cieli e il conseguente celibato, a causa della fragilità della natura umana, paradossalmente, nella nostra epoca, appare particolarmente arduo, poiché la rete delle comunicazioni veicola un pansessualismo violento, capace di distorcere la percezione stessa della sfera affettiva, sessuale e relazionale.

La formazione affettiva al sacro celibato

Come immaginare un percorso formativo efficace per candidati al sacerdozio, che giungano da un tale contesto culturale? Da dove partire e verso dove andare per evitare, per quanto sia umanamente possibile, errori, che potrebbero rivelarsi drammaticamente fatali per il futuro sacerdote? Dopo una premessa di metodo, articolerò questo secondo punto della conferenza, che è quello centrale del tema assegnatomi, in tre sottopunti, dinamicamente integrati tra loro, ma che, per efficacia didattica, preferisco distinguere, per poi mostrarne l’intima relazione. Prenderemo in esame, successivamente, le dimensioni: 1. della purificazione della memoria, 2. dell’educazione del presente vissuto affettivo e, infine, 3. dell’attesa orante del dono del sacerdozio e della relativa grazia di stato da esso derivante, così essenziale per vivere il sacro celibato. Quanto fin qui detto, se ancora ce ne fosse bisogno, ci ricorda l’importanza della formazione affettiva e la radicale serietà con la quale essa domanda di essere affrontata.

Non è tollerabile che, nel tempo della formazione, si censuri o si affronti, solo tangenzialmente e superficialmente, la questione affettiva. Nel rispetto più rigoroso della necessaria e canonicamente riconosciuta distinzione tra foro interno e foro esterno, è necessario che la dimensione affettiva sia messa a tema esplicitamente con i superiori del seminario e, nel caso ciò non avvenga spontaneamente, dai superiori del seminario. Certamente ciò implica che essi siano persone affettivamente mature, riconciliate con se stesse e con la propria dimensione psicoaffettiva, non frustrate e, perciò, almeno non tendenti a proiettare sugli altri i propri nodi non risolti. E’ necessario che abbiano integrato i propri eventuali problemi psicoaffettivi, per poter accompagnare gli altri in questo cammino di maturità. Pertanto, è necessario che la scelta dei formatori sia particolarmente ponderata e tenga conto, non solo, delle competenze teologiche e pastorali, ma anche, e forse soprattutto, della maturità psicoaffettiva e dell’equilibrio armonico generale della persona.

Pur nel riconoscimento dell’indispensabile dimensione della responsabilità personale nel percorso educativo, è sempre necessario mantenere chiara la distinzione tra educatori ed educandi, tra coloro ai quali è stato chiesto, dal Vescovo, di occuparsi della formazione dei futuri sacerdoti, e i candidati all’ordinazione. Ogni equivoco, in tale ambito, sarebbe foriero di gravi conseguenze, non da ultime, l’inefficacia della stessa azione educativa.

La purificazione della memoria

Accennavo, prima, a come sia indispensabile distinguere, tra i candidati, coloro che provengono da una formazione motivatamente cristiana, e dunque sono stati presumibilmente educati al reale significato dell’affettività umana, e quelli che, totalmente immersi nel mondo e nelle sue abitudini affettivo sessuali, si sono convertiti, sono stati chiamati e hanno bussato alla porta del seminario. Per entrambi, è tuttavia necessario compiere un veritiero e integrale percorso di purificazione della memoria, sia dal punto di vista spirituale, sia sotto il profilo morale e psicologico.

Non è possibile purificare la memoria, senza “fare memoria”. Evitando il rischio di rimanere impantanati nelle paludi dei ricordi e delle conseguenti reazioni sensibili a essi, è necessaria, almeno nel foro interno, una disarmata narrazione della propria storia affettiva, per presentarla a Dio, nella sua bellezza e nella sua problematicità, nei suoi frutti e nelle sue cadute, nei suoi errori sporadici e accidentali, o nei suoi limiti strutturali e reiterati. “Fare memoria” significa favorire quel sano realismo, senza il quale è semplicemente impossibile ogni autentico cammino di guarigione! “Fare memoria” significa permettere, almeno al superiore di foro interno – il direttore spirituale –, di conoscere realmente la storia personale del candidato, di raccogliere quanti più elementi possibile sul suo percorso, per poter impostare un cammino spirituale davvero efficace, cioè capace di accompagnare a una sufficiente integrazione della dimensione affettiva e ad una presumibile fedeltà all’impegno celibatario. Cari amici, piuttosto che tacere aspetti fondamentali e rilevanti delle proprie esperienze affettive, è meglio parlarne con qualcuno, anche di esterno al seminario, con i cosiddetti confessori invitati o con un sacerdote di propria fiducia, i quali, se necessario, possano progressivamente aiutare a mettere a tema, eventualmente, fosse opportuno esplicitare, onde evitare che l’aver taciuto su elementi essenziali, arrivi ad inficiare la stessa rettitudine di intenzione.

La purificazione della memoria, che ha una sua fase iniziale e fondamentale nel tempo della formazione seminaristica, ma che dura per l’intera esistenza terrena, domanda e, in certo modo, implica una radicale umiltà. Sant’Ignazio di Loyola, nei suoi Esercizi spirituali, ci è maestro nell’arte del discernimento degli spiriti, intimamente legata alla purificazione della memoria. Ciascuno può fare esperienza di come la fragilità della natura umana e il limite della memoria possano permettere, talvolta perfino in maniera ostinata, il permanere di immagini e di ricordi, che, anche se sottoposti al “potere delle chiavi” e alla divina Misericordia, e perciò distrutti da Dio, continuano a insidiare e talvolta ad assediare la vita spirituale.

La cultura contemporanea, poi – come detto – tende letteralmente a “imbottire” i giovani di immagini, e dunque di “memorie” un tempo inimmaginabili. E’ sufficiente passeggiare per le vie di qualunque città, per essere sottoposti a un vero e proprio linciaggio di immagini, per non parlare, poi, della televisione e, ancor più, di Internet. Dall’esperienza dello studio delle tristi cause di dispensa dagli oneri decorrenti dall’ordinazione, mi pare di poter evincere che, nel cattivo uso per mezz’ora di Internet, si possa vedere ciò che, in passato, nemmeno in un’intera esistenza, era dato di incontrare! Se i candidati al sacerdozio provengono da questo tipo di esperienza, è indispensabile che essi stessi scelgano e siano aiutati a compiere un taglio davvero radicale, ma che è indispensabile, anche solo per immaginare la possibilità di una fedeltà all’impegno celibatario. Tutte le memorie non purificate nel tempo della formazione e le cattive abitudini non vinte, tornano al pettine, determinando seri problemi di equilibrio psicoaffettivo e, talvolta, dolorosissime situazioni spirituali, morali e psicologiche.

La purificazione della memoria potrebbe apparire, così, un’opera impossibile, ma noi sappiamo, cari amici, che nulla è impossibile a Dio! In tal senso, l’opera essenziale di tale purificazione, compiuta e fermamente perseguita dall’intelligenza, dalla libertà e dalla volontà umane, è perfezionata dalla grazia soprannaturale, che giunge a noi specialmente attraverso un’intensa vita spirituale e sacramentale. Ciò che potrebbe apparire impossibile ai nostri occhi, è reso possibile dall’intervento costante ed efficace di Dio, il Quale, se cava dei figli di Abramo anche dalle pietre, può plasmare uomini equilibrati, integrati, riconciliati con la memoria del proprio passato e casti, anche in questo tempo, così disorientato e disorientante dal punto di vista psico-affettivo!

Educazione del presente vissuto affettivo

L’Esortazione apostolica “Pastores dabo vobis”, al n. 44, afferma: “Poiché il carisma del celibato, anche quando è autentico e provato, lascia intatte le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto, i candidati al sacerdozio hanno bisogno di una maturità affettiva capace di prudenza, di rinuncia a tutto ciò che può insidiarla, di vigilanza sul corpo e sullo spirito, di stima e di rispetto nelle relazioni interpersonali con uomini e donne”. Con un linguaggio straordinariamente realistico e, per certi versi, “nuovo” ai documenti pontifici, il Beato Giovanni Paolo II ci ha consegnato un pilastro della formazione affettiva al celibato. Le inclinazioni dell’affettività e le pulsioni dell’istinto non vengono cancellate o modificate dal carisma del celibato, il quale – afferma il testo – le lascia intatte! E’ pertanto necessario educare il proprio presente affettivo, sia nella dimensione delle inclinazioni, sia in quella delle pulsioni, perché non accada di immaginare un futuro sacerdotale che, sotto il profilo psicoaffettivo-sessuale, sia radicalmente differente dal proprio presente seminaristico. E’ necessario perciò comprendere come l’importantissimo tempo del seminario sia dato anche per lavorare sul proprio equilibrio psicoaffettivo, per integrarne inclinazioni e pulsioni, e per scegliere e affilare quelle “armi” essenziali alla lotta, che dura tutta la vita. La consapevolezza che il carisma del celibato è un dono soprannaturale dello Spirito, impone che, nella formazione a esso, si riconosca il primato assoluto della grazia.
Se è necessario riconoscere e prudentemente utilizzare gli apporti delle scienze umane, in particolare la psicologia, a patto che facciano riferimento a una concezione antropologica veramente cristiana, è doveroso ammettere non pochi errori compiuti, in tale ambito, nei decenni passati.

Si è talvolta pensato di poter delegare alla scienze umane ciò che, invece, competeva ai formatori, essenziali mediatori dell’azione misteriosa e soprannaturale di Dio; si è pensato che la psicologia potesse essere la panacea di “tutti” i mali per “tutti” i candidati al sacerdozio, imponendo, talora senza discernimento, indiscriminatamente a tutti, di farvi ricorso, senza la doverosa distinzione tra le cosiddette nevrosi fisiologiche – che tutti abbiamo – e quelle patologiche, che domandano un intervento di carattere clinico; si è creduto di poter far internalizzare i valori evangelici, incluso il celibato, non grazie all’incontro personale, affascinante e vivificante con Cristo – come è ovvio –, ma attraverso vari processi di destrutturazione della personalità e presunte, mal riuscite sue ristrutturazioni, inclusive dei supposti menzionati valori…
Le cause di dispensa dagli oneri derivanti dalla sacra Ordinazione, incluso il celibato, documentano questi tragici errori nell’abuso o nell’uso errato delle scienze umane, nella formazione al sacerdozio ministeriale. Se usate con i dovuti criteri e laddove si mostrasse utile, allora tali scienze umane risulterebbero provvide.

Il dono del carisma celibatario fiorisce, è progressivamente accolto e matura, fino a definire la stessa personalità psicologica del sacerdote, unicamente nel rapporto intimo, prolungato, reale e interpersonale con Gesù di Nazaret, Signore e Cristo! Solo l’intimità orante con il Signore, la progressiva immedesimazione con la Sua Vita, con le Sue parole, con i Suoi pensieri – “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5) – permette di accogliere e di vivere il celibato, non come un elemento estraneo alla propria persona, da sopportare faticosamente, ma come la ridefinizione di sé, che nasce dall’incontro con Cristo e dal cambiamento e dalla vita nuova, che tale incontro genera.

Il celibato è, per eccellenza, quel nuovo orizzonte, che forse mai prima avevamo immaginato, e che l’incontro con Cristo ha radicalmente disvelato.
Tra l’altro – tutti ne facciamo esperienza – alla vocazione sacerdotale corrisponde, misteriosamente ma realmente, una straordinaria fioritura dell’umano. Che cosa sarebbe, infatti, la nostra umanità senza Cristo, senza la vocazione che Egli ci ha donato? Insieme alla chiamata al sacerdozio ministeriale, il Signore permette una fioritura della nostra umanità, una sua purificazione, un’inattesa e straordinaria dilatazione, perché essa diventi progressivamente capace di accogliere, definitivamente, un tale straordinario carisma e di viverlo come suprema testimonianza a Cristo, nella quotidianità dell’esistenza ministeriale.

Il mondo – anche nel tempo drammatico degli scandali, vergognosi e contro i quali è necessario agire con tutte le nostre forze, sia dal punto di vista della formazione, che sotto il profilo della penitenza e preghiera riparatoria, come pure e seriamente sotto il profilo disciplinare e penale – non attacca il nostro agire “sociale”, né le nostre opere caritative; esso non può tollerare la testimonianza della castità per il Regno dei Cieli e la conseguente azione educativa, che da essa scaturisce.

Se sempre ricca di fascino è, poi, la vita monastica, quando è veramente tale, non dimentichiamo mai, cari amici, che, paradossalmente, la testimonianza di un sacerdote secolare, cioè immerso nel suo tempo e nella sua società, per certi aspetti può essere ancora più dirompente. Noi non siamo monaci separati dal mondo, ai quali guardare con occhio sentimentalista, siamo uomini pienamente inseriti nel nostro tempo, “nel” mondo ma non “del” mondo, e testimoniamo, con la nostra scelta celibataria, che Dio c’è, che chiama a Sé gli uomini, che può dare significato all’intera esistenza e che vale la pena spendere, per Lui, la nostra vita!

L’intimità divina, condizione imprescindibile della formazione celibataria, si coltiva, innanzitutto – dicevo – nella orazione, nella quale dobbiamo essere totalmente immersi; “Conversatio nostra in Coelis est”; diversamente in terra ci si agita ma si realizza nulla! Formarsi a una radicale fedeltà alla santa Messa quotidiana, all’Ufficio divino, all’adorazione eucaristica, all’orazione mentale anch’essa quotidiana, alla preghiera del santo Rosario, che quotidianamente affida a Maria il proprio sacerdozio, è il “quoziente minimo” per poter anche solo sperare di vivere il celibato. Un sacerdote che non preghi, che non avverta l’urgenza di celebrare quotidianamente l’Eucaristia, superando le infondate teorie del “digiuno eucaristico” e gli scandalosi “giorni liberi”, nei quali pare di essere liberi anche dal rapporto con Cristo – che cosa triste per un sacerdote liberarsi da Cristo! –, ben difficilmente potrà vivere serenamente ed efficacemente il proprio celibato. Nel tempo del seminario è necessario formarsi a queste dimensioni indispensabili della vita presbiterale, domandando alla grazia soprannaturale che esse non siano soltanto delle buone e virtuose abitudini, ma divengano vera e propria struttura psico-antropologico-spirituale, nella quale la stessa identità personale è definita.

Il sacerdote non solo celebra la santa Messa, ma in essa si identifica, poiché, progressivamente ma realmente, la santa Messa diviene la sua vita, ed egli “è” la santa Messa che celebra! In questa dimensione chiaramente soprannaturale, alla quale progressivamente ci si educa e si viene educati, ogni pensiero, ogni parola e, ovviamente, ogni atto in distonia con la grandezza della propria vocazione, devono essere evitati, certamente, per la loro valenza peccaminosa, ma anche – e direi soprattutto – per l’infelicità che generano nella loro totale inadeguatezza alla verità, sia del sacerdozio, sia delle azioni ministeriali che il sacerdote compie.

Le scienze umane possono costituire un valido aiuto per conoscere, almeno a grandi linee, le fondamentali dinamiche della psiche e dell’affettività, ma il più bravo degli psicologi può dire quali problemi ci sono, può prestare un aiuto veramente prezioso, ma certamente non può risolverli. Solo Cristo salva l’uomo nella sua interezza!
Due elementi mi paiono ancora essenziali nell’educazione del proprio presente affettivo: il rapporto con il mondo e il ruolo della formazione intellettuale.

Nel rapporto col mondo – già ampiamente descritto nel primo punto della presente relazione –, appare con preoccupante evidenza come, troppo spesso, nella formazione seminaristica si verifichino impressionanti ingenuità. Se negli anni Cinquanta-Sessanta era, per certi versi e per taluni, necessario aprirsi al mondo o, per lo meno, mostrare nuovamente, in modo comprensibile al mondo, tutta la bellezza del cristianesimo, oggi si è immersi nel rischio diametralmente opposto: quello di essere totalmente immersi nel mondo.

Ritengo che, nelle attuali circostanze, sia semplicemente impossibile percorrere un serio e impegnato cammino di formazione alla perfetta castità per il Regno dei Cieli, se non si è capaci di vivere quel taglio radicale con il mondo, che è, soprattutto e innanzitutto, un taglio con la sua mentalità. Del resto solo così si può servire la società. Può un seminarista avere le stesse identiche abitudini di quando era un giovane animatore della parrocchia o un giovane universitario nel mondo? Può, in quelle fughe che a volte diventano i tirocini pastorali, frequentare gli stessi luoghi, con gli stessi atteggiamenti?

Non si tratta, qui, carissimi amici, di irrigidirsi in atteggiamenti bacchettoni o incapaci di autentiche relazioni interpersonali; si tratta semplicemente di fuggire le occasioni prossime di peccato e di non esporre sistematicamente e reiteratamente la propria psiche, la propria emotività e il proprio corpo a situazioni che, inevitabilmente, rendono ancora più difficile la perfetta continenza per il Regno dei Cieli.

L’ultimo aspetto riguarda l’importanza della formazione teologica, anche nel cammino di educazione al celibato sacerdotale. Una sana cristologia, fedele al dato scritturistico, alla Tradizione e al Magistero ininterrotto, deve porre in luce la straordinarietà dell’umanità di Gesù Cristo e la bellezza dell’essere configurati a Lui, e quindi anche alla Sua umanità perfettamente casta, con l’Ordinazione sacerdotale. Una ecclesiologia che non voglia tradire la verità, non può ridurre i sacerdoti a “funzionari di Dio”, ma deve riconoscerne, all’interno di un contesto tutto soprannaturale, il misterioso e necessario compito distinto, essenzialmente e non soltanto per grado, da quello battesimale e in relazione alla promozione di questo.

Sono profondamente persuaso che una certa fragilità teologica, diffusa in non pochi ambiti accademici, abbia ben gravi responsabilità, anche nella tenuta delle Vocazioni sacerdotali, le quali, senza adeguate ragioni – come è logico –, non reggono l’urto violento e persistente del mondo.

E concludo questo approfondimento sull’educazione del presente vissuto affettivo, sottolineando ancora una volta il primato assoluto e incontrovertibile della grazia nella formazione al celibato. Guardiamo alla Misericordia, compresa, celebrata nel sacramento della Riconciliazione e continuamente invocata. Essa è la prima “medicina” per guarire dai limiti della concupiscenza e vivere, in modo progressivamente sempre più perfetto, quella continenza per il Regno dei Cieli, così strettamente legata al ministero presbiterale, tanto da indurre la chiesa a scegliere i suoi sacerdoti solo tra coloro che ne hanno ricevuto il carisma. Ciò che appare impossibile alle sole forze umane, è reso sperimentalmente possibile dalla grazia, alla quale continuamente senza limiti, è necessario affidarsi.

L’attesa orante del dono del sacerdozio

La comunità del seminario ha il suo modello supremo nel Cenacolo di Gerusalemme, nel quale gli Apostoli, fatta l’esperienza di Gesù Risorto e stretti intorno a Lui, vivono in attesa orante del dono dello Spirito, uniti alla Beata Vergine Maria. Se il momento dell’Ordinazione sacerdotale è l’effusione dello Spirito, che rende capaci di parlare lingue nuove, di annunciare il Regno efficacemente, di guarire con la potestà sacramentale e di compiere ogni altro atto di Ministero autentico, allora il Seminario vive, si nutre, cammina e cresce come vero e proprio Cenacolo. Come, nel Cenacolo, tutti gli Apostoli hanno fatto l’esperienza di un rapporto personale con Gesù e Lo hanno visto Risorto, così ciascun seminario deve essere una comunità di uomini che hanno incontrato Gesù Cristo e la cui vita è stata cambiata da quell’incontro; uomini che hanno fatto l’esperienza del Risorto, che vivono la chiesa come il popolo eletto da Dio e come il Suo vero Corpo, che oggi cammina nel tempo e nella storia.

Quel gigante di santità e anche di sapienza umana che è San Benedetto, nella sua Regola, invita, senza dubbio alcuno, ad allontanare dal monastero chiunque vi entrasse per ragioni diverse dalla ricerca di Dio. Credo che la stessa chiarezza e fermezza debba essere utilizzata nel discernimento sull’ingresso e sulla permanenza nella comunità del Cenacolo che è il seminario.
Tutti i limiti possono essere abbracciati, sopportati e supportati dalla comunità del seminario, che è, per sua natura, una comunità formativa e di transizione – anche gli Apostoli non sono rimasti tutta la vita nel Cenacolo –, ma la mancanza di retta intenzione e il permanere in seminario per ragioni differenti da quella di cercare e servire Dio e la sua chiesa, non può essere tollerata, perché impedisce ogni autentico cammino di conversione e reale formazione. La comunità del Cenacolo, e quindi il seminario, è una comunità orante. Il sacerdote è e deve essere un uomo orante! Una comunità seminaristica che non avesse al proprio centro la dimensione della preghiera, ben difficilmente riuscirebbe ad assolvere al proprio compito.

La preghiera non è un’interruzione delle cose da fare, ma, al contrario, si interrompe talvolta la preghiera per fare delle cose, e anche nelle altre opere è necessario custodire uno spirito orante. La riforma del clero, da più parti auspicata, non potrà che essere frutto della radicale riscoperta della dimensione soprannaturale del Ministero e del conseguente primato del rapporto orante con Dio. Primato che, nella stessa preghiera ufficiale del seminario, deve trasparire chiaramente: per la fedeltà alla Liturgia, così come la chiesa determina che venga celebrata, per la cura di ogni gesto, atteggiamento. In ciò non ci può essere nulla di formalistico. La giusta forma, inoltre, aiuta la custodia e la veicolazione della sostanza.

Accanto alla preghiera della chiesa, costituita non solo dalla santa Messa e dall’Ufficio divino, ma anche dall’Adorazione eucaristica, dal santo Rosario e da ogni pio esercizio, che sostenga e alimenti la fede, la comunità del seminario è chiamata a educare i futuri sacerdoti anche alla preghiera personale, al silenzio, alla meditazione e agli spazi di reale intimità divina.
Trattandosi di una “educazione”, essa non può essere lasciata unicamente alla responsabilità o alla creatività personali, ma devono essere proposti momenti di silenzio e di Adorazione eucaristica, che, pur conservando il carattere della libertà, in ordine all’adesione, sono sistematicamente inseriti nel cammino quotidiano o ebdomadario. La mia personale esperienza è che l’inserimento di un’ora di adorazione eucaristica quotidiana nel percorso formativo, ha straordinari effetti sul cammino dei seminaristi, crea una consuetudine con il Signore che, nel tempo del ministero, sostiene e aiuta ad avvertire la nostalgia dello “stare con Gesù”, sospingendo la libertà a ricercare costantemente tali momenti.

L’attesa orante del dono del sacerdozio, poi, orienta l’intera preghiera. Non si prega indipendentemente dalla vocazione ricevuta, ma, partendo da essa, ci si pone davanti al signore quasi pregustando le dolcezze del ministero. Pregustando la celebrazione della santa Messa, l’amministrazione della divina Misericordia, pregustando quell’intimità divina che, con l’ordinazione presbiterale, diviene ontologica e alla quale siete chiamati a prepararvi interiormente. Dal punto di vista umano nulla s’improvvisa e dal punto di vista divino nulla si anticipa. In tal senso devono essere superati quei timori, anch’essi datati anni Settanta, di eccessiva “prossimità” alle cose di Dio. E’ necessario svegliarsi, la storia è andata avanti! Se oggi c’è un autentico problema, da tenere sempre ben presente, è quello della fragilità e dell’identità sacerdotale che, anche a causa di non poche fluttuazioni teologiche, non è sufficientemente delineata e, soprattutto, solo raramente coincide con la stessa identità psicologica del candidato.

San Giovanni Maria Vianney, modello dei sacerdoti, che abbiamo imparato a conoscere meglio anche grazie all’Anno Sacerdotale, è esemplare proprio per la totale immedesimazione con il proprio ministero. Condizione – questa – dell’efficacia apostolica, ma anche della pace interiore, della serenità e, soprattutto, del senso di piena realizzazione del sacerdote, al servizio di Dio, della chiesa e degli uomini.

Conclusioni

Al termine di questo lungo percorso, possiamo trarre alcune conclusioni, che, sebbene non definitive, possono orientare il percorso della formazione affettiva nel tempo del seminario. Per semplicità e chiarezza, le delineerò a mo’ di elenco.

1. La memoria tematizzata del proprio concreto vissuto psicoaffettivo e sessuale, costituisce un elemento fondamentale di un cammino, che voglia realmente essere fruttuoso, soprattutto nella coscienza vigilante e costruttivamente critica della contemporanea, problematica situazione culturale, nella quale lo spostamento dall’oggettività della conoscenza al più arbitrario soggettivismo, con il relativismo che ne deriva, è all’ordine del giorno.

2. Nella formazione affettiva, è necessario riconoscere il primato assoluto della Grazia, senza la quale non è nemmeno immaginabile una vita realmente casta. Tale primato si riconosce e si vive nel primato della dimensione spirituale, fatta di preghiera e di vita sacramentale, e nella progressiva delineazione, anche psicologica, della personalità presbiterale.

3. E’ necessario che la comunità del seminario trovi il giusto equilibrio tra l’anelito missionario, che non deve trasformarla in una comunità centrifuga, e l’essere realmente, come il Cenacolo di Gerusalemme, stretta intorno a Gesù, con Maria, in attesa del dono dello Spirito per la missione, ma mai chiusa su se stessa.

4. L’identificazione, fin dal tempo del seminario, con il Ministero che, a suo tempo, verrà affidato, favorisce il giusto orientamento della formazione affettiva. A differenza delle epoche precedenti, oggi il seminarista è la figura giuridicamente più fragile dell’intero corpo ecclesiale, poiché non è chierico fino al diaconato – per una giusta salvaguardia della sua libertà –, pur vivendo tutti i doveri di disciplina e obbedienza propri dello stato clericale. Tale debolezza giuridica non deve determinare una situazione d’incertezza, come se l’essere seminaristi non coincidesse già, in maniera prospettica, con un determinato stato di vita, impegnato, per lo meno, a rendere testimonianza a Cristo con l’impegno di formazione e di offerta della propria vita, nella perfetta continenza per il Regno dei Cieli.

5. La formazione teologica, ha un ruolo fondamentale anche nella formazione affettiva. Deve evitare di perdersi tra le opinioni dei vari teologi, restando fedele a quanto chiesto da Sapientia christiana, nella quale si indica lo studio delle Sacre Scritture, della Tradizione bimillenaria della chiesa e dell’ininterrotto Magistero, come ossatura irrinunciabile del ciclo istituzionale. Evitare il relativismo teologico e proporre la dottrina certa, contribuisce in modo determinante alla configurazione di una stabile personalità presbiterale e, con essa, a una motivata formazione affettiva.

Anche la corretta ermeneutica dei testi del Concilio Vaticano II, secondo quella riforma nella continuità, più volte indicata sia dal Beato Giovanni Paolo II, sia dal Santo Padre Benedetto XVI, è indispensabile fattore per una crescita ecclesiale serena e autentica, capace di superare, eliminandoli sul nascere, i motivi delle contrapposizioni (tutte mondane e politiche) tra “innovatori” e “conservatori”, che tanta infezione hanno portato e portano al corpo ecclesiale.

6. Il seminarista di oggi sarà il sacerdote di domani! Se è vero che, dal giorno dell’Ordinazione sacerdotale in poi, si impara a essere e a vivere da sacerdoti, è altrettanto vero che, soprattutto dal punto di vista della formazione affettiva, nulla può essere improvvisato. E’ più prudente, e moralmente esigibile da se stessi, attendere qualche tempo in più per domandare l’Ordinazione presbiterale, piuttosto che attentare a essa, senza aver risolto questioni fondamentali della propria affettività. In questo campo, come in quello dottrinale, occorre provata maturazione e non semplicemente assenza di impedimenti. Affido alla Beata Vergine Maria, Madre tenerissima dei sacerdoti, queste riflessioni, nella sicura speranza che, guardando a Lei, esempio sublime di affettività riconciliata, capace di autentico, profondo e fecondo amore, nella perfetta castità, possiamo camminare nella via splendida del Sacerdozio, che ci fa, a titolo del tutto speciale, suoi figli.


Fonte: Il Foglio - 16/05/2011