venerdì 3 aprile 2026

Quel versetto che Gesù cantò e parla di sua Madre (ma nessuno te lo ha mai detto)





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by Aldo Maria Valli 03apr 2026




di Investigatore Biblico

Nella notte in cui consegnò sé stesso, Gesù non compì soltanto dei gesti: interpretò la propria morte imminente dentro la preghiera di Israele. I Sinottici ricordano che, terminata la cena, “dopo aver cantato l’inno” uscirono verso il monte degli Ulivi; nel contesto pasquale giudaico questo rimanda tradizionalmente all’Hallel, cioè ai Salmi 113–118, che la Mishnah collega precisamente al seder pasquale. Per questo il Salmo 116 non è un semplice sfondo devozionale dell’Ultima Cena, ma una delle chiavi più alte per entrare nella coscienza filiale e sacerdotale di Cristo nel momento in cui si offre al Padre.

Il versetto decisivo è Sal 116,16, nel testo ebraico: ʾānnāh YHWH kî-ʾănî ʿabdeka, ʾănî ʿabdeka, ben-ʾămāteka; pittaḥtā lemoserāy. Tradotto con rigore: “Ti prego, Signore, poiché io sono il tuo servo, io sono il tuo servo, figlio della tua ancella; tu hai sciolto i miei legami”. Le parole vanno pesate una a una: ʿeved (עֶבֶד) significa servo, schiavo, appartenente: non semplicemente un collaboratore religioso, ma uno che è totalmente del suo signore, ʾāmāh (אֲמָה) significa ancella, serva, donna appartenente alla casa. E l’espressione ben-ʾămāteka (בֶּן־אֲמָתֶךָ), “figlio della tua ancella”, non è un ornamento poetico: è una formula di appartenenza radicale, che designa il servo nato nella casa, il servo per origine, non soltanto per funzione. L’ultima espressione, pittaḥtā lemoserāy (פִּתַּחְתָּ לְמוֹסֵרָי), indica lo sciogliere i vincoli, spezzare i legami, liberare da una costrizione reale. Il testo ebraico tiene dunque insieme tre elementi: appartenenza, origine materna e liberazione.

La Settanta, che costituisce l’ambiente linguistico in cui il cristianesimo nascente ha letto i Salmi, traduce il versetto così (la numerazione è diversa da quella ebraica cfr. Sal 115,7 LXX): ō kyrie, egō doulos sos, egō doulos sos kai huios tēs paidiskēs sou; dierrēxas tous desmous mou, “O Signore, io sono tuo servo, io sono tuo servo e figlio della tua ancella; hai spezzato i miei legami”. Qui la corrispondenza è teologicamente preziosa: l’ebraico ʿeved diventa doulos (δοῦλος), mentre ʾāmāh diventa paidiskē (παιδίσκη), termine che indica la giovane serva o ancella domestica. La LXX accentua così il dato relazionale e familiare: il soggetto non è soltanto “servo”, ma “figlio dell’ancella”, cioè nato dentro la casa di Dio e dentro una storia di appartenenza.

È precisamente qui che il testo si apre al suo compimento cristologico e mariano. In Luca 1,38 Maria risponde all’angelo: idou hē doulē Kyriou; genoito moi kata to rhēma sou, “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola”. Il greco di Luca non ripete il termine della Settanta del Salmo, paidiskē, ma usa doulē (δούλη), il femminile di doulos. Questa differenza lessicale è importantissima e non va banalizzata. Luca non sceglie un termine più debole o sentimentale: sceglie il vocabolo più forte dell’appartenenza. Maria non si presenta come una figura devota nel senso generico del termine; si definisce come colei che appartiene interamente al Kyrios. È il lessico dell’obbedienza piena, dell’alleanza, della disponibilità assoluta. Proprio per questo il parallelismo con il Salmo non si indebolisce, ma si approfondisce: il Salmo offre la formula genealogica, “figlio della tua ancella”; Luca offre la persona storica dell’ancella, Maria, che dice liberamente il proprio fiat.

Qui si comprende il punto decisivo: quando Gesù canta il Salmo 116 nella Pasqua, le parole “io sono tuo servo… figlio della tua ancella” non restano semplicemente la voce del salmista antico; diventano, nella lettura cristiana, autorivelazione. Cristo è il vero ʿeved YHWH, il Servo del Signore, non in senso metaforico ma in senso pieno. Isaia aveva parlato del Servo di YHWH che sarà “innalzato”, ma passando attraverso l’umiliazione, colui che “ha versato sé stesso fino alla morte” e “ha portato il peccato di molti”. Il Nuovo Testamento legge la missione di Gesù precisamente in questa forma di obbedienza servile e filiale: Filippesi 2,7 dice che egli ha assunto “forma di servo”, e Ebrei 10,5-7 interpreta la sua venuta nel mondo come un “eccomi” orientato totalmente al compimento della volontà del Padre. Dunque il “servo” del Salmo 116, il Servo di Isaia e il Cristo dell’Ultima Cena convergono in un unico mistero: l’obbedienza del Figlio che si consegna.

Ma proprio qui emerge il dato mariano, e emerge non come appendice devozionale, bensì come necessità interna del testo. Se Cristo pronuncia davvero in pienezza huios tēs paidiskēs sou, “figlio della tua ancella”, allora la sua preghiera rimanda concretamente a colei nella quale egli ha assunto la carne. Il legame con Maria non è un artificio retorico; è la conseguenza dell’Incarnazione. Il Figlio eterno del Padre, entrando nella storia, ha voluto essere veramente figlio di una donna che si è definita doulē Kyriou. La mariologia qui nasce dalla cristologia stessa: il Servo incarnato può dire al Padre “sono figlio della tua ancella” perché ha voluto venire al mondo mediante il sì dell’Ancella. Il versetto del Salmo, sulle labbra di Gesù, acquista così una densità che nessuna lettura puramente storica riesce a esaurire.

Per questo i Padri della Chiesa hanno letto il passaggio in una direzione fortemente ecclesiale e cristologica. Agostino, commentando il Salmo, insiste sulla formula “Io sono tuo servo e figlio della tua ancella”, e collega “ancella” alla Gerusalemme celeste e alla vera appartenenza alla Chiesa; ma proprio in questa logica la tradizione cristiana ha visto che il vertice personale di tale appartenenza è Cristo stesso, il Servo perfetto, e che la sua verità incarnata apre inevitabilmente al mistero di Maria. In Agostino, inoltre, il seguito del versetto – “hai spezzato le mie catene” – viene interpretato in rapporto alla liberazione e all’offerta di lode: il servo è liberato non per sottrarsi al Signore, ma per appartenere più profondamente a Lui. Questo è esattamente il movimento pasquale di Gesù: l’obbedienza fino alla morte non è servitù cieca, ma libertà filiale consumata nell’amore.

Filologicamente, dunque, il rapporto tra Sal 116,16 e Lc 1,38 va formulato con precisione. Non si deve dire ingenuamente che Luca cita il Salmo: non lo cita verbatim. La LXX del Salmo usa paidiskē, Luca usa doulē. Ma proprio qui sta la finezza dell’ispirazione biblica. La connessione non è di mera ripetizione lessicale, bensì di concentrazione teologica. Paidiskē mette in evidenza la condizione domestica e genealogica dell’ancella; doulē mette in evidenza l’appartenenza assoluta al Signore. Maria raccoglie in sé entrambe le dimensioni: è l’Ancella in senso biblico forte, non una figura servile abbassata, ma la donna dell’alleanza, la donna totalmente disponibile a Dio, colei nella quale l’antica servitù dei giusti diventa il luogo nuovo dell’Incarnazione. In lei l’Antico Testamento non viene semplicemente ricordato: viene portato alla soglia del suo compimento.

Si deve allora osare una formulazione più radicale. Quando Gesù, nella notte del tradimento, canta il Salmo 116, non canta solo la propria obbedienza; canta anche la storia umana attraverso cui il Padre l’ha introdotto nel mondo. Canta la sua missione di Servo e, implicitamente, il grembo credente da cui questa missione ha preso carne. Canta come Figlio eterno che sta per offrirsi, ma canta anche come figlio di Maria, la doulē, l’Ancella. In questo senso il versetto ben-ʾămāteka / huios tēs paidiskēs sou diventa uno dei punti in cui la Scrittura lascia intravedere, con sobrietà e potenza, l’unità inscindibile tra il mistero di Cristo e il mistero di sua Madre. Non una fusione, non una confusione, ma un’unità ordinata: tutto in Maria rimanda a Cristo, e in Cristo si illumina definitivamente il senso del sì di Maria.

E si comprende anche l’ultima frase del versetto: “Tu hai sciolto i miei legami”. Qui il Salmo raggiunge un’altezza quasi vertiginosa se lo si ascolta nella bocca di Gesù. Colui che va incontro alla passione come Servo obbediente non è schiacciato da una necessità cieca: entra liberamente nell’ora voluta dal Padre. I suoi “legami” non sono spezzati per sottrarlo alla Pasqua, ma perché la sua obbedienza sia pienamente libera, totalmente filiale, assolutamente redentrice. La libertà di Cristo non è il contrario del servizio; è il servizio portato alla sua perfezione divina. E Maria, l’Ancella, non è estranea a questa libertà: è il primo luogo umano in cui essa è stata accolta con un fiat. Perciò il parallelismo tra il Servo di YHWH, il Servo del Salmo e l’Ancella dell’Annunciazione non è una costruzione devota secondaria; è una costellazione teologica di rara compattezza.

In conclusione, il Salmo 116, letto nella sua lettera ebraica, nella sua ricezione greca e nel suo compimento cristologico, conduce a una verità di straordinaria forza. L’ʿeved del Signore trova il suo volto definitivo in Gesù, il vero Servo di YHWH; il ben-ʾămāteka, il “figlio della tua ancella”, trova il suo riverbero storico e personale nel Figlio nato da Maria; il doulē Kyriou dell’Annunciazione manifesta la forma umana concreta attraverso cui il Servo è entrato nel mondo; e il canto dell’Hallel all’Ultima Cena rivela che Gesù va alla passione non come vittima travolta, ma come Figlio obbediente, Servo regale, Figlio dell’Ancella. Qui la filologia non spegne il fuoco della fede: lo purifica. E la teologia, quando è veramente rigorosa, non indebolisce il mistero: lo rende più tagliente, più limpido, più inevitabile.



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Belgio: numero record di morti tramite suicidio assistito





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by Aldo Maria Valli, 03 apr 2026


Closeup of patient’s arm with IV drip in a hospital bed

Nel corso del 2025 in Belgio il 4% di tutti i decessi è stato causato da suicidio assistito, un dato record in forte aumento rispetto all’anno precedente.

Le persone morte tramite suicidio assistito sono state quasi cinquemila, per l’esattezza 4486, con un aumento del 12,4% rispetto all’anno precedente. Quasi un quarto di queste persone non era destinato a morire a breve termine per cause naturali.

Right to Life ha riassunto i dati diffusi dal governo, che mostrano come il 2025 sia stato l’anno con il maggior numero di decessi per eutanasia da quando la pratica è stata legalizzata nel 2003. Nel primo anno successivo alla legalizzazione, furono 235 i decessi per suicidio assistito, cifra poi aumentata costantemente nel corso degli anni.

Come detto, quasi il 25% delle persone decedute tramite suicidio assistito non era destinato a morire per cause naturali nel breve periodo, ovvero nei mesi successivi. Si tratta di persone che soffrivano di depressione, disturbi da stress post-traumatici, cecità e altre patologie, ma non erano malati terminali.

Nel 2025 sono stati 151 i decessi per suicidio assistito tra coloro che presentavano “disturbi cognitivi” o “disturbi psichiatrici” come condizione di base, con un aumento del 36% rispetto all’anno precedente. Oltre il 92% di queste persone con disturbi cognitivi o psichiatrici non aveva malattie tali da determinare una morte imminente. I dati dicono che ogni anno, a partire dal 2018, oltre il 90% delle persone affette da questo tipo di disturbi, e decedute tramite suicidio assistito, non era malato terminale.

A partire dalla legalizzazione nel 2003, oltre 42 mila persone sono morte per suicidio assistito in Belgio, dove la legge non richiede che coloro che richiedono il “morte assistita” siano prossimi alla fine.

Dal 2014 i limiti di età sono stati rimossi, consentendo anche ai minori “con capacità di discernimento” di porre fine legalmente alla propria vita. Nel 2025 un minore è morto in questo modo.

Catherine Robinson, portavoce di Right to Life, commenta: “È straziante apprendere del crescente numero di persone che in Belgio si tolgono la vita ricorrendo al suicidio assistito o all’eutanasia. È particolarmente doloroso apprendere che molte di queste persone non sono morte in circostanze ragionevolmente prevedibili a breve termine e che diverse di esse hanno posto fine alla propria vita a causa di disturbi cognitivi o patologie psichiatriche. Le persone che soffrono di problemi fisici o psicologici meritano di ricevere le cure e il sostegno necessari per alleviare la loro sofferenza, consentendo loro al contempo di continuare a vivere. Lo Stato non dovrebbe favorire il loro suicidio”.






giovedì 2 aprile 2026

Un ritorno alla tradizione il Giovedì Santo: Papa Leone XIV laverà i piedi a dodici sacerdoti



Nella traduzione di MiL, l’articolo della vaticanista Diane Montagna, pubblicato sulla sua pagina Substack il 1º aprile, in cui commenta la notizia secondo la quale Papà Leone XIV tornerà a celebrare la Messa del Giovedì Santo nella Basilica di San Giovanni in Laterano e laverà i piedi a dodici sacerdoti della Diocesi di Roma: l’ultima volta che un Papa ha lavato i piedi a dodici sacerdoti durante la Messa del Giovedì Santo è stato nel 2012.



Diane Montagna, 1 aprile 2026

Papa Leone XIV celebrerà la sua prima Messa del Giovedì Santo come Papa nella Basilica di San Giovanni in Laterano, lavando i piedi a dodici sacerdoti romani — un netto contrasto con papa Francesco, che durante il suo pontificato ha celebrato il rito con detenuti, migranti e donne, tra cui musulmani e altri non cattolici.

La notizia è stata diffusa oggi in un comunicato stampa del Vicariato di Roma che ha reso note le identità dei dodici sacerdoti (QUI). Undici sono stati ordinati lo scorso anno da Papa Leone XIV, mentre il dodicesimo, don Renzo Chiesa, ricopre il ruolo di direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore. L’elenco completo comprende don Andrea Alessi, don Gabriele Di Menno Di Bucchianico, don Renzo Chiesa, don Francesco Melone, don Clody Merfalen, don Federico Pelosio, don Marco Petrolo, don Pietro Hieu Nguyen Huai, don Matteo Renzi, don Giuseppe Terranova, don Simone Troilo e don Enrico Maria Trusiani.

L’ultima volta che un Papa ha lavato i piedi ai sacerdoti durante la Messa del Giovedì Santo è stato il 5 aprile 2012, quando Papa Benedetto XVI ha celebrato il tradizionale rito con dodici sacerdoti della Diocesi di Roma nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

La scelta di Papa Leone XIV rappresenta quindi un approccio decisamente più tradizionale rispetto a quello del suo immediato predecessore, le cui liturgie del Giovedì Santo si svolgevano spesso al di fuori delle Basiliche romane e coinvolgevano persone ai margini della società.

Dopo la sua elezione nel 2013, papa Francesco ha celebrato per lo più la Messa della Cena del Signore nelle carceri e in altre strutture di detenzione. Nel suo primo anno ha presieduto la funzione presso l’Istituto penale per minorenni Casal del Marmo a Roma, e negli anni successivi ha celebrato la Messa e compiuto la lavanda dei piedi in diversi luoghi a Roma e oltre, tra cui la Casa circondariale di Rebibbia e la Casa circondariale di Velletri. Nel 2024 ha celebrato la Messa del Giovedì Santo nel reparto femminile della Casa circondariale di Rebibbia, lavando i piedi a dodici detenute.

La liturgia del Giovedì Santo commemora l’Ultima Cena e la lavanda dei piedi degli Apostoli da parte di Cristo. Al termine della celebrazione, il 2 aprile, Papa Leone XIV porterà il Santissimo Sacramento in processione all’altare della reposazione nella Cappella di San Francesco della Basilica di San Giovanni in Laterano.

Di seguito è riportato il comunicato stampa del Vicariato di Roma [QUI: N.d.T.].







mercoledì 1 aprile 2026

Badilla. “Messa in latino? Si torna a come erano le cose con Benedetto XIV. E si farà gradualmente






Luigi Casalini mercoledì, 1 Aprile 2026




Grazie a Luis Badilla per questa analisi sulle vicende della liturgia tradizionali e le persecuzioni contro i fedeli tradizionali.
Da leggere con attenzione le riflessioni finali di Badilla.
Luigi Casalini




"...Senza enfasi polemiche e mettendo sul campo un “nuovo sguardo fra fedeli”



Luis Badilla, 1 apr 2026

Messa in latino? Si torna a come erano le cose con Papa Benedetto XIV. E si farà gradualmente, senza enfasi polemiche e mettendo sul campo un “nuovo sguardo fra fedeli”.

Quanto Papa Leone XIV dice, con la firma del suo Segretario di stato Pietro Parolin riguardo al Vetus Ordo – la Messa in latino – sono riflessioni di grande rilevanza perché ovviamente anticipano decisioni importanti in questa materia dandone una visione d’insieme alla questione. In altre parole, e a differenza dei modi di pensare escludenti dove le parti esistono in funzione di un nemico, il Papa dice: guardate siamo una sola cosa e il problema che ci divide la cosa principale che siamo chiamati ad annunciare e a rinnovare nel mondo, l’Eucaristia.

Insomma, si cambia ed è altamente probabile che, come fatto già in altre materie, con Papa Prevost si torni sostanzialmente a ciò che aveva deciso Papa Benedetto XIV (Motu proprio data Summorum Pontificum – 7 luglio 2007).

Nella lettera ai Vescovi francesi del card. Parolin a nome del Pontefice, si legge:

“Avete infine, cari fratelli, l’intenzione di affrontare il delicato tema della liturgia, al quale il Santo Padre è particolarmente attento, nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo. È preoccupante che continui ad aprirsi nella Chiesa una dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità. Per sanarla, è certamente necessario un nuovo sguardo di ciascuno verso l’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità; uno sguardo che possa permettere a fratelli ricchi della loro diversità di accogliersi reciprocamente, nella carità e nell’unità della fede. Possa lo Spirito Santo suggerirvi soluzioni concrete che consentano di includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo, nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia.”

Sono parole magistrali: intelligenti, ben pensate e meditate, aderenti alla realtà vera, senza piglio ideologico o rivoluzionario e delineano un programma non marginale poiché si parla della centralità del cristianesimo, l’Eucaristia.

E’ molto interessante come transita sulla materia il pensiero del Papa usando parole diretta e comprensibile e senza polarizzare in cordate o sostenitori.

1) Leone prende atto del fatto che i vescovi francesi (come altri) torneranno a parlare di liturgia e che lo faranno “nel contesto della crescita delle comunità legate al Vetus Ordo”. E cioè, nulla di casuale o gustoso, mediatico o polemico si parlerà sul Vetus Ordo perché in Francia (e in molto Paesi del mondo) la questione è all’ordine del giorno come evidenzia la realtà.

2) Leone ammette che la “dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità”, che divide e antagonizza, separa e devasta, e va sanata con un “nuovo sguardo di ciascuno verso l’altro, in una maggiore comprensione della sua sensibilità”. Le differenze o problemi la comunità ecclesiale deve saper risolvere nell’unità e non deve usarli contro l’altro.

3) Leone rifiuta la categoria “nemici” e ribadisce quella di fratelli che devono rivolgersi con il medesimo atteggiamento allo Spirito Santo per trovare soluzioni consensuali. Perciò occorre la fede della carità e dell’unità per arrivare ad “includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo

4) Leone pensa con chiarezza che coloro che sono legati a Vetus Ordo devono essere sinceri e non usare la Messa tridentina per combattere il Concilio Vaticano II e quanto i padri conciliari decisero in materia di Liturgia. Questo passaggio esclude i ‘Lefebvriani’ che furono i primi a fare della Messa in latino un pretesto per opporsi al Concilio. Loro, tra l’altro, come hanno detto in queste settimane si preparano per alcune ordinazioni episcopali scismatiche il 1° luglio.

5) Leone non ha fretta e in questa materia ha fatto già capire che vuole vedere, accompagnare, scambiare analisi e notizie con le diocesi e gli Episcopati nazionali. Si dice che qualcuno lo avrebbe chiamato “Gatto di marmo” (proverbio lombardo) e ciò starebbe ad indicare la sua gradualità e camminare passo a passo, lentezza, cosa che altri desiderano identificare invece con l’immobilismo del pregiato marmo. Papa Leone ha il suo tempo e fino ad oggi a quasi un anno dalla sua elezione ha dimostrato ampiamente che amministra questo tempo secondo la realtà delle cose, senza lasciarsi condizionare.





«L’agnosticismo equivale a un ateismo pratico»




Di Alberto Strumia, 1 aprile 2026


Dal Catechismo all’esperienza cristiana

Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA


Puntata n. 9 – La coscienza della Redenzione (I)

A questo punto del discorso il tema della “coscienza della creaturalità” si intreccia con quegli elementi che definiscono il contenuto della “coscienza della Redenzione”. Perché nell’esperienza esistenziale dell’uomo, nel suo stato di “natura decaduta” (status naturae lapsae), insieme all’esperienza della “finitudine” naturale, creaturale, si sommano quegli elementi che provengono dall’esperienza del male e del dolore, sia come “male fisico”, che come “male morale”.

a) L’esperienza del “male fisico”: il dolore e la morte

L’esperienza del “limite temporale” della vita, prima o poi, entra con violenza nella storia di una persona: la morte è un fenomeno “biologicamente naturale”, come si dice, ma la nostra intelligenza e la nostra affettività si ribellano per il dolore che essa provoca a causa del distacco da una persona che amiamo e dalla quale siamo amati. Essa è sperimentata come un’“ingiustizia”, una cosa di cui non si comprende il senso, e che contraddice l’esigenza di bene che è in noi. In più, anche psicologicamente, interiormente, noi “ci sentiamo immortali” e la constatazione che non lo siamo nel nostro corpo, che degrada di giorno in giorno, si scontra con ciò che avvertiamo di dover essere. E soprattutto la ribellione nasce di fronte al dolore che contraddice l’esigenza di felicità durevole che è in noi. Queste esperienze, di per sé, pongono il duplice problema della ricerca di una spiegazione e di un rimedio, se sono possibili.

b) L’esperienza del “male morale” come incoerenza e tradimento

L’altra grave esperienza che una persona si trova a vivere è quella della contraddizione interna tra lo scopo che si prefigge per la vita e il venir meno dell’impegno preso in vista di questo scopo: è l’esperienza dell’“incoerenza”.

Per accorgersi della propria incoerenza occorre un lavoro di paragone attento e non superficiale. Normalmente si percorrono due stadi di questa esperienza. Il primo stadio consiste nella scoperta dell’“incoerenza degli altri” nei confronti degli impegni che hanno assunto verso di noi; e questa incoerenza è facilissima da rilevare. Il secondo stadio consiste, invece, nella scoperta dell’“incoerenza in noi stessi”; e questa è molto più difficile da ammettere. Tuttavia un po’ di riflessione e di oggettività nel guardare a se stessi la rivelano inesorabilmente.

– Anzitutto perché non c’è ragione plausibile perché noi, che abbiamo la natura umana come tutti, dobbiamo essere immuni da questo limite dell’incoerenza (e a questo si arriva con il ragionamento);

– In secondo luogo perché, prima o poi, la constatiamo nei fatti (e a questo si arriva per esperienza).

Il Vangelo sintetizza questa condizione di ogni uomo con la frase “ineludibile” di Gesù:

«Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra» (Gv 8,8).

Anche a questa condizione esistenziale una persona ragionevole cerca una spiegazione e un rimedio. Si prospettano, allora, due possibilità: o la spiegazione e il rimedio vengono dall’uomo, o vengono da “oltre” il semplice uomo, da Dio. Anche se “filosoficamente” si può teorizzare che la spiegazione non ci sia o sia irraggiungibile (“scetticismo”), o sia inconoscibile (“agnosticismo”), nella vita pratica non si può vivere che “come se Dio esistesse” o “come se Dio non esistesse”. Chi pensa di poter vivere nell’indifferenza sta già vivendo come se Dio non esistesse.

«L’agnosticismo equivale a un ateismo pratico» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2128).

Normalmente l’uomo cerca di rimediare con le sue risorse e si apre a considerare la possibilità che il rimedio possa venire da altro solo dopo che ha sperimentato, o verificato nella storia, il fallimento di una spiegazione e di un rimedio elaborato umanamente. L’uomo si arrende all’evidenza della sua impotenza solo dopo avere sperimentato su tutti i fronti la propria inadeguatezza. Per questo sono spesso più aperti a Cristo coloro che si convertono dopo una vita vissuta lontano dalla fede, e riconosciuta come fallimentare, di quanti hanno vissuto una religiosità farisaica e credono, in fondo al cuore, di non avere bisogno di conversione, perché pensano che non ci sia niente da rimediare in loro, o perché credono di poter rimediare con le loro sole risorse.

Il fallimento delle ideologie, di qualunque parte politica, che hanno prodotto un mondo “invivibile”, quando avevano il progetto di realizzare un mondo “ideale”, senza Dio, o comunque privatizzando la questione religiosa e la fede cristiana in particolare, è il “motivo di credibilità” più forte nei confronti della fede in Gesù Cristo. Il grado sempre crescente di “invivibilità” al quale si giunge senza Cristo, a livello della vita personale, familiare, sociale, nazionale e internazionale, è il “dato sperimentale” che verifica scientificamente l’affermazione di Gesù: «senza di me non potete fare nulla» (Gv 15,5).

Solamente chi si accosta a Cristo e alla Chiesa con questo atteggiamento di coscienza del proprio male morale, del proprio limite di incoerenza e del fallimento di tutti i tentativi di uscirne da solo, è nelle condizioni di intraprendere un cammino di fede, perché si attende la Salvezza da un Altro; diversamente uno presume di poter fare da sé. Questo vale sia per chi giunge alla fede da lontano, sia per chi è cristiano da anni: in entrambi i casi si tratta di una conversione a Cristo come risposta alle domande fondamentali dell’uomo.

Il peccato originale come spiegazione

Solo per chi arriva alla Chiesa – o si rimette di fronte ad essa con questo atteggiamento e quindi, in un certo senso, è sempre come se la trovasse per la prima volta – la Rivelazione si può proporre come una “spiegazione” della vita degna di essere presa in considerazione e la Redenzione si prospetta di conseguenza come l’unico rimedio adeguato per l’uomo. Diversamente il cristianesimo non è interessante perché è spiegazione di un problema che non è stato posto e rimedio a qualcosa che non è riconosciuto come un problema. Quando il cristianesimo è proposto solo come una dottrina dogmatica e morale, priva di implicazioni esistenziali, culturali e morali, e come una pratica religiosa esclusivamente privata, non è interessante ed è visto come sostanzialmente inutile, perché non si incontra con l’umano dell’uomo. È come se Dio non si fosse realmente incarnato. Una persona può anche aderirvi esteriormente, ma non può “viverlo” e, quindi apprezzarlo veramente.

La spiegazione che la Rivelazione giudeo-cristiana dà della condizione umana ha il suo fondamento nel “peccato originale”, dal quale il male sia fisico che morale hanno avuto origine nella storia. Per quanto il racconto biblico esprima questa spiegazione in termini mitico-simbolici e non con i dettagli e i caratteri della narrazione storiografica, la spiegazione che all’origine dell’attuale stato di decadimento dell’uomo ci sia una colpa libera e responsabile risulta essere, di fatto, quella più capace di rendere conto del dato storico ed esistenziale. Ed è questo che la rende interessante: un’ipotesi, anche per lo scienziato, è interessante quando consente di descrivere i fatti e di fare delle previsioni riscontrabili nell’esperienza. Ora la spiegazione basata sul peccato originale e le sue conseguenze rende conto, oltre che delle contraddizioni esteriori della storia, anche dell’esperienza di contraddizione interiore dell’uomo, dei suoi fallimenti e della precarietà dei suoi successi. Cosa che non è in grado di fare una spiegazione estrinsecista che scarichi il problema sulle strutture sociali, o sulle colpe di alcuni individui, o di una razza eliminata la quale il mondo dovrebbe cambiare. La storia smentisce rigorosamente con i fatti queste presunte spiegazioni.

«Quel che ci viene manifestato dalla Rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti, se l’uomo guarda dentro al suo cuore, si scopre anche inclinato al male e immerso in tante miserie che non possono certo derivare dal creatore che è buono. Spesso, rifiutando di riconoscere Dio quale suo principio, l’uomo ha infranto il debito ordine in rapporto al suo ultimo fine, e al tempo stesso tutto il suo orientamento, sia verso se stesso, sia verso gli altri uomini e verso tutte le cose create» (Gaudium et spes, n. 13; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 401).

La spiegazione offerta dalla Rivelazione risulta essere la più realistica e la più razionale, perché rende conto dell’esperienza in tutti i suoi dati. È la dottrina del peccato originale.