mercoledì 28 gennaio 2026

Eutanasia, Zuppi tra cerchiobottismo e riallineamento



Ferma condanna del suicidio assistito dal presidente della Cei, finora ben più "sfumato" sull'argomento. Semplice cerchiobottismo o un cambio di passo (voluto o subito)? Quali che siano le ragioni, il messaggio al parlamento è chiaro.

Cosa ha in mente il cardinale?

Editoriali 



In apertura del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (CEI), il suo Presidente, il cardinal Matteo Zuppi, ha avuto parole molto ferme in merito alla legittimazione giuridica di eutanasia e suicidio assistito. Una critica che acquista ancor maggiore peso specifico se pensiamo che i lavori parlamentari sul Ddl 104 recante Disposizioni in materia di morte medicalmente assistita riprenderanno a breve, il prossimo 17 febbraio.

Così il cardinale: «Torniamo a esprimere forte preoccupazione rispetto al dibattito sul fine vita. […] La risposta alla sofferenza non è offrire la morte. […] Normative che legittimino il suicidio assistito e l’eutanasia rischiano […] di depotenziare l’impegno pubblico verso i più fragili e vulnerabili […]. Ribadiamo, pertanto, che nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita».

Di certo parole molto apprezzabili. Però c’è un però. Nel recente passato il Cardinal Zuppi si era mostrato meno tetragono nel rifiuto del suicidio assistito. Durante la conferenza stampa di chiusura della terza giornata dell’assemblea generale dei vescovi italiani, tenutasi ad Assisi nel novembre scorso, Zuppi si era espresso in merito alla legittimazione del suicidio assistito in modo un poco diverso: «Ci preoccupa soprattutto l’autonomia differenziata sul suicidio assistito». Frase che voleva dire questo: la preoccupazione del Presidente della Cei non era rivolta ad una legittimazione del suicidio assistito, ma all’eventualità che ogni Regione normasse la materia a proprio modo. E poi aggiunse: «Il dibattito in corso non è su un diritto, ma sulla depenalizzazione, sono cose molto diverse», cioè a voler sottolineare che la legge in esame in Parlamento prevede una depenalizzazione del reato di aiuto al suicidio, che parrebbe secondo le parole di Zuppi scelta eticamente condivisibile, e non il riconoscimento del diritto di essere aiutato a morire, scelta invece da condannare. Quindi state tutti tranquilli.

Questo cambio di fronte risulta ancor più marcato se andiamo a leggere la serie di articoli che soprattutto questa estate Avvenire, quotidiano ufficiale della Cei, aveva pubblicato a sostegno del Ddl sul suicidio assistito (clicca qui, qui, qui e qui). Dunque viene da chiedersi come mai ora il cardinal Zuppi abbia condannato esplicitamente qualsiasi norma legittimante l’eutanasia e il suicidio assistito, quando prima lui e il suo giornale avevano assunto posizioni differenti.

Proviamo a fornire qualche risposta. La prima: l’uscita recente del Presidente della Cei è assolutamente compatibile con le affermazioni di Assisi e con gli articoli di Avvenire. Zuppi al pari di Avvenire condanna la legittimazione del suicidio assistito, ossia il riconoscimento di un diritto a farsi aiutare a morire, ma non condanna la sua depenalizzazione, approvando quindi che tale condotta venga qualificata come una mera facoltà di fatto.

Ma, come avevamo sottolineato a suo tempo, un ordinamento giuridico deve sanzionare l’aiuto al suicidio a motivo dell’incommensurabile preziosità della vita umana, rectius: della persona umana. La risposta sanzionatoria è quindi strumento adeguato alla tutela di un bene di così alto pregio e perciò adeguato alla tutela del bene comune. Inoltre, sia la Corte costituzionale per sua stessa ammissione sia il Ddl non hanno scelto di depenalizzare questa condotta, bensì hanno scelto di legittimarla.

Seconda ipotesi: un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Era la strategia di Bergoglio: dire una cosa e poi il suo opposto. La tattica è efficace per più motivi. Ad esempio, se interpellato sul tema si può pescare nel proprio repertorio per difendere una tesi e il suo opposto e dunque si sarà sempre nel giusto di fronte al proprio uditorio o di fronte a chi muove critiche. Invece, sul versante di chi ha ascoltato tesi opposte, questa contraddittorietà sarà utile per usare una delle due tesi a sostegno delle proprie idee. Inoltre la confusione aiuta, per usare un’espressione cara all’illustre defunto, a sviluppare processi perché nelle contraddizione è facile sgusciare come un’anguilla e così portare avanti la propria agenda. Infine la contradditorietà delle posizioni assunte disorienta il credente, lo lascia un po’ inebetito e quindi facilmente plagiabile, inducendolo poi a pensare: «Secondo me c’è qualcosa che non va, ma sarò io a sbagliarmi perché non sono un vescovo, un cardinale o un Papa».

Terza ipotesi che riguarda il Pontefice regnante. Il 23 dicembre scorso, uscendo da Castel Gandolfo, il Papa, con i giornalisti lì presenti, commentò così l’approvazione da parte dello Stato dell’Illinois della legalizzazione del suicidio assistito, ricordando un suo precedente incontro con il governatore JB Pritzker: «A quel tempo il disegno di legge era già sulla sua scrivania. Eravamo molto chiari sulla necessità di rispettare la sacralità della vita, dall'inizio alla fine. E purtroppo, per diverse ragioni, ha deciso di firmare quel disegno di legge. Sono molto deluso da questo». Inoltre il Papa lo scorso 9 gennaio si è rivolto con le seguenti parole al Corpo diplomatico sul tema eutanasia: «È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia».

Si potrebbe dunque legittimamente pensare che, a fronte di queste recenti prese di posizione molto chiare del Papa in merito ad eutanasia e suicidio assistito, il cardinal Zuppi abbia deciso di fare dietro front o sia stato costretto a farlo dai piani alti.

Sia come sia il Presidente della Cei ha negato qualsiasi forma di legittimazione al suicidio assistito e questo è un fatto di per sè positivo al di là delle possibili motivazioni che lo hanno spinto a pronunciarsi in tal modo. Inoltre e soprattutto, farlo a qualche settimana dalla ripresa dei lavori parlamentari sul Ddl è molto significativo e lancia un messaggio assai chiaro ai parlamentari: la Chiesa italiana dice “No” a questo disegno di legge.






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