martedì 2 aprile 2024

Fusaro, il turbo-marxista che incanta i cattolici




Rilanciamo dalla rivista “La Bussola Mensile” di febbraio 2024 questo articolo sul filosofo Diego Fusaro nelle cui invettive contro la sinistra borghese qualcuno vede elementi di cristianesimo, senza accorgersi che i suoi maestri restano Hegel, Marx e Gramsci.



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Di Stefano Fontana, 2 APR 2024

Un nuovo dialogo tra marxismo e cristianesimo?


Il filosofo Diego Fusaro è marxista, anche se di un certo tipo, ed è piuttosto ascoltato tra i cattolici, soprattutto quelli di un certo tipo, che ambiscono alla sua presenza in occasione di presentazioni di libri o di convegni e vedono molte convergenze tra la sua analisi della situazione attuale del mondo e della Chiesa e la visione cattolica. Verrebbe da pensare ad una nuova fase del dialogo tra marxismo e cristianesimo. Negli anni Settanta del secolo scorso questo dialogo tendeva a far convergere i cristiani su posizioni rivoluzionarie, adesso si pensa che sia il neo-marxismo alla Fusaro a convergere verso posizioni cattoliche conservatrici.

Fusaro scrive molto ed è anche frequentemente presente nel web e nelle tv. I suoi interventi vogliono rovesciare le canoniche posizioni della sinistra borghese progressista. Per esempio egli è critico del Sessantotto (“liberazione non dal capitale ma del capitale”); sembra tenere molto alle identità nazionali e rimprovera la sinistra di demonizzare il nazionalismo chiamandolo fascismo; recupera, anche se a suo modo, il concetto di “patria” che invece è inviso al cosmopolitismo della sinistra; si ritiene populista mentre questo termine viene demonizzato dal neosocialismo liberale; parla della comunità come luogo delle “radici etiche” e accusa la sinistra di pensare più agli omosessuali che agli operai; denuncia il nuovo globalismo finanziario delle élites internazionali, è contrario alla cancel culture, al reddito minimo garantito, all’abbandono dei simboli del crocefisso e del presepe e vuole che si torni al concetto di verità … Capita così che molti cattolici che non siano “cattolici democratici”, apprezzino e condividano queste sue novità, perfino (o forse soprattutto) quando egli critica la linea di papa Francesco, valutandola come obbediente alle logiche dei Soros e degli Schwab. Le sue invettive contro il “turbocapitalismo”, che elimina le identità e che genera una classe di sconfitti (il “popolo degli abissi”) e una di dominanti “demofobi”, ossia che odiano il popolo come scrive nel libro “Demofobia”, sono considerate conformi ad un certo cattolicesimo comunitarista e solidarista.

Questo risulta ad una lettura di superfice, ma invero le cose non stanno così.

Figlio del nemico che vuole combattere

La principale contraddizione che si può riscontrare in Fusaro è che egli rimane all’interno della prospettiva di pensiero che intende contrastare. La cosa è evidente anche dal semplice esame dei suoi autori di riferimento. Le citazioni spaziano su un numero infinito di pensatori moderni, ma non c’è dubbio che i maestri di Fusaro siano Hegel, Marx e Gramsci. Soprattutto quest’ultimo al punto che Fusaro si propone come il nuovo Gramsci. Ora, la prospettiva degli autori di riferimento di Fusaro deriva dal modernismo filosofico, ma a quella stessa eredità di pensiero fanno riferimento anche i fenomeni che egli contesta – dal turbocapitalismo all’”open space della società liquida cosmopolitica”, come egli scrive. Per questo motivo è lecito sostenere che egli si contraddica e, soprattutto, che non dia vita ad una vera alternativa.

A questo proposito, esaminiamo la proposta di Fusaro nella sintetica formulazione datane da lui stesso: “populismo integrale socialista e democratico”. L’espressione contiene i tre concetti di popolo, di socialismo e di democrazia che Fusaro accoglie e ripropone nei significati dati loro dalla modernità successiva alla Rivoluzione francese e che quindi contraddicono il significato che la dottrina politica cattolica assegna loro. Il popolo, per lui, è quanto “sta sotto” (ceti medi e classi lavoratrici), in contrapposizione a quanto sta “sopra” (le élites), sicché l’appartenenza al popolo è un dato sociologico e “di classe”. Infatti, egli contrappone l’”oligarchismo liberista” e il “populismo socialista”. Il popolo di Fusaro manca di due elementi che gli sono invece essenziali per la visione cattolica: avere una base naturale, ossia essere l’insieme di una serie di società naturali e non solo sociologiche, prima di tutto la famiglia, ed essere unito dai fini naturali e, soprattutto, dal fine ultimo. Anche il concetto di “lotta di classe”, che Fusaro ripropone nella nuova versione della guerra tra élite e popolo, è estraneo al pensiero sociale cattolico, dato che il bene comune suppone la concordia e non la lotta.

Il socialismo e la democrazia radicale vengono poi congiunti tra loro perché questo “popolo degli abissi”, secondo Fusaro, deve essere aiutato da un “moderno principe” (ecco che torna prepotente Gramsci) ad esprimere una “volontà collettiva” affinché le diverse domande sociali presenti nel popolo si trasformino in soggettività politica. Le forze eterogenee presenti nel popolo vanno aiutate a transitare verso il “blocco egemonico e storico”. Questo darebbe luogo ad una democrazia che Fusaro chiama “radicale” o “compiuta” e che fa tutt’uno con lo Stato sovrano, in modo che populismo e sovranismo coinciderebbero. Come esempi di questo processo, Fusaro indica il movimento spagnolo Podemos e l’italiano Cinque Stelle. Mai degli esempi hanno potuto essere così negativamente eloquenti.

Egli prefigura quindi un popolo culturalmente egemonizzato da un nuovo socialismo, plasmato culturalmente e guidato da un nuovo “moderno principe” che fa capo ad uno Stato sovrano: tutti concetti, compreso questo di “sovranità”, assolutamente alieni dalla dottrina sociale della Chiesa e figli, o nipoti, delle categorie politiche moderne. Del “turbocapitalismo” egli non riesce a spiegare le origini, se lo facesse le troverebbe nello stesso ceppo di pensiero a cui attinge anche lui.

La fine del cristianesimo?

Tornando alle numerosissime citazioni con cui Fusaro apre ogni capitoletto dei suoi libri, si nota che tutte finiscono per sostenere le sue tesi, anche se ad esprimerle sono autori molto lontani tra loro. Il capitolo del libro La fine del cristianesimo dal titolo “Senza Dio, il nuovo spirito del capitalismo”, è introdotto da una frase di Marx ed Engels, come se costoro non avessero contribuito ad un mondo senza Dio ma, al contrario, ne avessero messo in guardia. Quello di Fusaro è una specie di melting-pot delle citazioni, un sincretismo dei riferimenti che si traduce in un accostamento spericolato delle varie filosofie. Secondo lui il “fanatismo economico” del turbocapistalismo si oppone al “comunismo realizzato”, all’”etica borghese”, alla “lotta di classe planetaria”, agli “Stati sovrani nazionali” e … alla “prospettiva religiosa”, facendo così di ogni erba un fascio, dato che anche il comunismo realizzato o lo Stato moderno assoluto si oppongono alla prospettiva religiosa. Questo modo di procedere è particolarmente evidente quando Fusaro tratta del cristianesimo nel libro già citato. Alcuni esempi possono essere eloquenti.

Dopo aver criticato l’”assalto al cielo” del neocapitalismo che ha ridotto gli uomini ad “atomi disumanizzati”, Fusaro affida ad Hegel il compito di spiegare questo fenomeno e di fornire la risposta. Ad Hegel, che è il principale responsabile della riduzione della religione a mondo. Come alternativa all’appiattimento della realtà sull’esistente e all’uomo “resiliente”, ossia che si adatta come da Fusaro illustrato nel libro Odio la resilienza, egli parla di Thomas Münzer e il millenarismo protestante, di Ernst Bloch e la “corrente calda” del marxismo, e di Gioacchino da Fiore, tutti autori che però hanno storicizzato la trascendenza e, quindi, che hanno contribuito a produrre quell’”attacco al cielo” di cui Fusaro si lamenta. Se ne lamenta da marxista e quindi fa questi errori.

Prendendosela con le “logiche adattive” dello spirito di resilienza, Fusaro fa rientrare in questa categoria sia l’empirismo di Locke che il realismo di San Tommaso con la sua visione della verità come adaequatio rispetto alla realtà. Di fatto li appiattisce l’uno sull’altro, mentre stanno ad una distanza siderale. Sono riferimenti confusi che impediscono di distinguere nelle direttive culturali del pensiero moderno il vero e il falso. I pochi autori cristiani citati – manca completamente San Tommaso – finiscono nel tritatutto del fusaro-sincretismo.

Nel libro sulla fine del cristianesimo, Fusaro parla molto di Benedetto XVI e di Francesco. Celebra il primo, che avrebbe mantenuto l’alternativa al mondo, e critica il secondo, con il quale la Chiesa sarebbe diventata subalterna al mondo, il cristianesimo si sarebbe autoneutralizzato, la neo-chiesa sarebbe diventata una succursale del nuovo ordine mondiale, e con il millenarismo green avrebbe obbedito alle istituzioni mondialiste, trasformando i credenti in consumatori. L’attuale situazione “scismatica” è considerata conseguenza di questo “bivio”. Da qui il nuovo auspicio: “Il cristianesimo può tornare ad essere rivoluzionario, come lo fu in origine, se saprà organizzarsi come corrente calda di opposizione alla civiltà del nulla, riaffermando la civiltà dell’uomo come imago Dei e della comunità solidale come unità delle creature, nonché l’esigenza di un’attuazione in terra del regno dei cieli”. Belle parole, che Fusaro, con un gioco di prestigio, fa risalire – poteva non essere così? – ad Antonio Gramsci. Ma in questo modo alla Chiesa non sarà riservato altro compito che “divenire parte integrande della protesta contro la falsità universale del regime del tecnocapitalismo”. Troppo poco per invitare così spesso Fusaro ad eventi cattolici.






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