giovedì 16 febbraio 2023

Considerazioni storiche sul Patriarcato di Mosca (1° parte)






CHIESA CATTOLICA | CR 1782

16 Febbraio 2023 


di Roberto de Mattei

L’attrazione che, in Italia e all’estero, alcuni ambienti politici e religiosi subiscono verso il Patriarcato di Mosca si accompagna ad una profonda ignoranza della sua storia. Ci proponiamo di colmare brevemente questa lacuna.

Punto di partenza fondamentale è il XVII Concilio ecumenico della Chiesa, che si svolse a Firenze nel 1439 sotto il papa Eugenio IV. Alla grande assemblea partecipò un folto gruppo di circa 700 persone provenienti da Costantinopoli, sotto la guida dell’imperatore Giovanni VIII Paleologo e del Patriarca Giuseppe II col suo clero. Con loro c’era anche il monaco greco Isidoro (1385-1463), metropolita di Kyiv e di tutta la Rus’ (Russia). Il metropolita di Kyiv, che non aveva il titolo di Patriarca, era designato da Costantinopoli e da lui dipendeva la città di Mosca che, fino al XV secolo, non ebbe alcuna parte rilevante nella storia religiosa russa.

A Firenze si compì un grande evento: il 6 luglio 1439 fu firmato il Decreto Laetentur Coeli et exultet terra!, che poneva fine allo Scisma d’Oriente, che nel 1054 aveva diviso la Chiesa cattolica di Roma da quella, autoproclamatasi “Ortodossa”, di Costantinopoli. La Bolla pontificia si concludeva con questa solenne definizione dogmatica, sottoscritta dall’Imperatore bizantino, dal Patriarca di Costantinopoli e dai Padri greci: «Definiamo che la santa Sede apostolica e il Romano pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, è autentico vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, padre e dottore di tutti i cristiani; che Nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni» (Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Centro Editoriale Dehoniano, Bologna 2013, pp. 523-528).

Si trattava di un autentico ritorno alle sorgenti. Le origini della Rus’ risalivano infatti al battesimo di san Vladimiro, avvenuto nel 988, quando Costantinopoli era ancora unita a Roma e lo Stato di Kyiv faceva parte di un’unica Respublica christiana, sotto la direzione del Sommo Pontefice. Giovanni Paolo II, il 5 maggio 1988, disse che «il Battesimo di san Vladimiro e della Rus’ di Kiev, mille anni fa, è considerato oggi giustamente come un immenso dono di Dio a tutti gli slavi orientali, a cominciare dai popoli ucraino e bielorusso. Anche dopo la separazione della Chiesa di Costantinopoli, questi due popoli hanno considerato Roma come unica madre di tutta la famiglia cristiana. Proprio per questo Isidoro, Metropolita di Kiev e di tutta la Rus’, non si è allontanato dalle più autentiche tradizioni della sua Chiesa quando, nel 1439, al Concilio ecumenico di Firenze, ha firmato il decreto di unione tra la Chiesa greca e la Chiesa latina!»

Il 18 dicembre 1439 Eugenio IV premiò con la porpora cardinalizia l’opera in favore dell’unione con Roma dell’arcivescovo di Kyiv Isidoro. Chiuso il Concilio, il Papa inviò Isidoro come suo legato in Russia per applicare il decreto di Firenze. Isidoro non trovò difficoltà a Kyiv e presso i nove suoi vescovati suffraganei, ma a Mosca, dove incontrò una forte ostilità da parte del principe Basilio (Vassili) II (1415-1462). Durante la sua prima Messa, nella Cattedrale dell’Ascensione, nel Cremlino, il 19 marzo 1441, Isidoro nominò esplicitamente il Papa durante le preghiere liturgiche e lesse ad alta voce il decreto di unione, trasportando una grande croce cattolica alla testa della processione. Consegnò inoltre a Basilio una missiva nella quale Eugenio IV gli chiedeva di sostenere la diffusione del cattolicesimo nelle terre russe. Il principe di Mosca, però, rifiutò le decisioni del Concilio di Firenze e fece arrestare il metropolita di Kyiv. Isidoro riuscì a evadere e a fuggire a Roma, mentre Basilio elevò il vescovo Giona di Mosca a Metropolita di Russia, separandosi dal Patriarcato di Costantinopoli che si era riunito a Roma. Questa decisione politica fu il primo passo verso l’autocefalia della chiesa russa, tuttora indipendente da quella greca.

Isidoro, tornato a Roma, svolse due missioni a Costantinopoli, la prima nel 1444 su incarico di Eugenio IV, la seconda, per ordine di Nicolò V nel dicembre 1452, alla vigilia del crollo della città. Il 28 maggio 1453 Costantinopoli cadde sotto l’attacco turco, l’Impero di Bisanzio si dissolse e Santa Sofia, il massimo tempio dell’Oriente, fu trasformato in moschea. Non fu solo la fine dell’Impero, fu anche la fine di quel patriarcato di Costantinopoli che aveva voluto legare le sue fortune a quelle dell’Impero bizantino.

Nei giorni dell’assedio, Isidoro di Kyiv riuscì ancora una volta miracolosamente a salvarsi e a tornare a Roma. Callisto III gli conferì l’arcivescovato di Nicosia nel 1456 e Pio II il Patriarcato Latino di Costantinopoli nel 1458. Sebbene fosse in possesso di tali cariche, alle quali si aggiunse nel 1461 quella di Decano del Sacro Collegio Cardinalizio, visse gli ultimi anni della sua vita nella ristrettezza economica: ogni suo avere lo aveva impiegato per la difesa di Costantinopoli, la cui caduta gli inferse un dolore acutissimo. Questo campione della Fede e difensore della Patria morì a Roma il 27 aprile 1463 ed ebbe sepoltura nella Basilica di San Pietro, non lontano dalla tomba del principe degli Apostolo di cui aveva strenuamente propugnato il Primato. La terribile impressione in lui rimasta della catastrofe di Bisanzio è conservata in una Epistula lugubris et moesta (Patrologia Graeca, XLIX, col. 944 seg).

Dopo la caduta di Costantinopoli, Mosca volle autoproclamarsi erede del suo ruolo politico e religioso. Il matrimonio, nel 1472, del Granduca di Mosca Ivan III con la principessa Sofia, nipote dell’ultimo Imperatore d’Oriente Costantino XI Paleologo, morto sugli spalti di Costantinopoli nel 1453, sembrò suggellare questa scelta.

Fu negli anni della rivolta di Martin Lutero che venne espressa la concezione di Mosca come “Terza Roma”. Il manifesto di questa ideologia fu la Lettera (1523) del monaco Filoteo del monastero di Pskov’ al granduca di Moscovia Basilio III (Vasilij III Ivanovič). In questo breve trattato teologico-politico, Filoteo interpreta la storia russa secondo un piano provvidenziale, che ha visto ‘cadere’ sia la prima sia la seconda Roma. La prima, la Roma antica, fra il IX e il X secolo aveva abbandonato la fede ortodossa, decadendo dalle sue prerogative; la seconda, Costantinopoli, era finita nelle mani dei turchi, giusta retribuzione per aver aderito all’unione con Roma. Il loro ruolo storico doveva essere assunto da Mosca. Così si esprime il monaco russo: «La chiesa dell’antica Roma si è data in braccio all’empia eresia di Apollinare. La nuova Roma, la Chiesa di Costantinopoli, è in potere dei Turchi. Ecco che sorge la chiesa santa ed apostolica della terza Roma (…) Due Rome sono cadute, la terza sta, la quarta non ci sarà».

Da allora si sviluppò in Russia un viscerale odio teologico e politico contro la Chiesa di Roma e la cristianità occidentale. Il cristianesimo ortodosso, con Ivan IV il Terribile (1530-1584), divenne una sorta di religione nazionale. La Russia si proponeva come il santuario della fede vera e il Cremlino era la fortezza che conteneva il mito fondatore della Terza Roma. Sotto il suo successore Fëdor I (1557-1598) fu istituito nel 1589 il Patriarcato di Mosca con il quale la Russia si avviava sulla strada dell’autocefalia religiosa (ottimo approfondimento in: Giovanni Codevilla, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione russa, Jaca Book, Milano 2012). La costituzione del Patriarcato di Mosca fu, insieme, il punto di arrivo e il punto di partenza, di un’apostasia non meno grave di quella di Martin Lutero.

 (continua)








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