lunedì 19 dicembre 2022

L’incredibile vanità dei filosofi







Commento al libro di Marcello Pera




Silvio Brachetta 19 DIC 2022

Emanuele Severino disse che il restauratore del nichilismo, in ordine di tempo, non fu Nietzsche, ma Giacomo Leopardi. E indicò un passo dello Zibaldone dove il poeta di Recanati decretò la morte di Dio, qualche decennio prima dello Zarathustra nicciano.

Il «principio delle cose», come pure «Dio stesso» – scrive Leopardi nello Zibaldone – «è il nulla». Lo dimostra l’inutilità del tutto, per cui niente è necessario o assoluto. Non è tanto una questione legata al suo pessimismo più o meno cosmico, ma una certezza granitica a cui egli pervenne dopo avere negato il «divario assoluto fra tutte le possibilità» e la «differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili». Quindi sentenziò che un «primo ed universale principio delle cose» o non esiste, o – se fosse mai esistito – è inconoscibile, perché nessuno sarà mai in grado di andare «al di là del puro fatto reale». La conclusione di Leopardi esclude ogni dubbio: «Certo è che distrutte le forme platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio». Dio è morto insomma e, tra i suoi assassini, Nietzsche non è da considerare il primo.

Eppure, l’omicidio di Dio è solo l’ultima fase di annientamento della filosofia cara al sant’Agostino commentato da Marcello Pera nel suo ultimo libro (Lo sguardo della Caduta. Agostino e la superbia del secolarismo, Morcelliana, 2022). Agostino ama Platone e i platonici, cioè «tutti quei filosofi che hanno avuto intuizioni sul sommo e vero Dio», per mezzo dei quali si è potuta fondare una teologia. Compresi anche il peripatetico Aristotele, lo stoico Cicerone e altri, quindi.

L’obiettivo da eliminare, a prescindere da Dio, ovvero l’elemento primario ritenuto inaccettabile non solo da Leopardi e da Nietzsche, ma dal pensiero moderno declinato in varie forme (soprattutto illuminismo, positivismo e naturalismo), ha un nome di sintesi, indicato da Agostino: «filosofia del mondo intelligibile», che è la «sola filosofia verissima». I moderni hanno compreso che il modo più efficace di distruggere Dio è di negare l’intelligibilità della sua presunta creazione, cioè del reale sensibile, fenomenico. Pera spiega subito in cosa consiste un tale «paradigma filosofico classico», secondo Agostino d’Ippona. Significa che la filosofia greca primordiale poggia su tre assiomi o su tre tesi che stanno a fondamento di qualsiasi speculazione successiva: c’è un mondo sensibile fenomenico «distinto e separato» dal mondo intelligibile (il mondo platonico delle forme o idee); il mondo vero è l’intelligibile, che fonda il sensibile (perché è l’idea che dà forma alla materia); le forze dell’uomo sono sufficienti a replicare il mondo intelligibile nel sensibile (paradiso in terra).

L’ultimo assioma del pensiero greco, è chiaro, non è accettabile né da Agostino, né lo sarà dai teologi della Scolastica: le forze dell’uomo non sono affatto sufficienti a replicare l’eternidea nel mondo temporale, perché manca la grazia, che è ausilio all’uomo decaduto nel peccato. Neppure l’esercizio della virtù è sufficiente, se non sorretta dal soprannaturale. Meritoria sì, ma insufficiente, se non coperta dai meriti di Cristo. Le prime due tesi, al contrario, sono sacrosante: la spiegazione delle cose le trascende; il significato delle cose è altrove; le cose non si fondano su se stesse; le cose (per se stesse) sono insignificanti e transitorie.

Come tutte le categorie di Agostino, anche il suo «platonismo» non si rinchiude in Platone, ma ha uno spettro amplissimo. Il giovane Agostino non si formò solo sulle dottrine platoniche e neo-platoniche, ma lesse e apprezzò Aristotele (soprattutto nelle Categorie), a cui ben presto associò Cicerone. E così le opere di altri filosofi, tra cui epicurei e stoici. Per cui il paradigma della filosofia classica, riassunto da Pera, si fonda soprattutto su Platone, Plotino, Aristotele e Cicerone, dei quali Agostino riconosce genio e limiti, in quanto pagani privi della rivelazione ebraico-cristiana.

Il titolo che Pera dà al capitolo è un po’ ingeneroso: L’incredibile vanità dei filosofi secolari. La vanità dei filosofi «del mondo intelligibile» – la di loro superbia intellettuale – fu certo uno degli argomenti di Agostino contro il programma greco-romano di autosufficienza e divinizzazione dell’anima, l’unica via che, secondo i pagani, avrebbe dovuto condurre l’uomo alla felicità. In fondo, ne La Città di Dio Agostino imputa il collasso dell’Impero romano all’applicazione tutta orizzontale dei concetti di ‘gloria’, ‘potenza’, ‘autorità’, ‘virtù’, ‘divinità’ – applicazione che fu un fraintendimento.

Questa vanità, però, questo orgoglio superbo, non ebbe nulla d’incredibile, ma fu una diretta conseguenza della misconoscenza o del rifiuto (in epoca cristiana) della rivelazione e della grazia conseguente. Si dice che, in fondo, bastava poco ai filosofi platonici o stoici per approdare al Dio vero e riconoscerlo a fondamento del logos o del ‘motore immobile’. Ma poco non basta: c’è un salto infinito tra l’uomo sorretto dalla grazia e l’uomo privo di grazia. La rivelazione, inoltre, è stata necessaria anche perché l’uomo non può riconoscere il vero Dio con le proprie forze naturali. Quanto poi a Socrate, Platone, Aristotele e Cicerone, non va dimenticato che non conobbero Cristo. Una colpa maggiore, forse, la ebbero gli uomini del I secolo, come Marco Aurelio, imperatore stoico che, invece di perseguitare i cristiani, ne avrebbe dovuto valutare la dottrina. E che dire del pagano Plotino, vissuto in epoca cristiana?

L’attenzione andrebbe invece posta principalmente alle prime due tesi grandiose della «filosofia del mondo intelligibile» elencate da Pera. Socrate, Platone, Aristotele e Cicerone sono del tutto concordi con le verità maggiori che hanno edificato la civiltà dell’Occidente e hanno permesso la nascita di una teologia (ma anche di una filosofia) cristiana immensa e veritiera, di cui lo stesso Agostino ha goduto. Per quanto riguarda la metafisica, essa introduce razionalmente la rivelazione: le idee sono eterne e immutabili, esiste un’anima immortale, Dio è causa di esistenza e sommo Bene.

Le cose si fanno ancora più interessanti in ambito di Dottrina sociale o di Teologia politica. Anche qui Pera è assai esaustivo. Platone, Aristotele e Cicerone riconoscono l’essenzialità del culto degli dèi in ambito pubblico, l’essenzialità cioè di una teologia mitica e civile, senza la quale lo stato crolla. Cicerone va più in profondità: è lo stesso Romolo e il successivo re Numa Pompilio che rivestono per primi il ruolo di re e pontefici. Fin dall’inizio – argomenta Cicerone – la città di Roma si resse sul favore degli dèi, onorati dalle supreme cariche e dal popolo. Il filosofo conosceva la dottrina antica, secondo cui senza la religione uno stato non è in grado di far giungere la società, nelle sue leggi, ad una vita morale virtuosa. Cicerone cercava di associare agli dèi un concetto simile a quello dei cristiani: la religione deve avere una natura razionale e cosmica, proprio come ce l’hanno consegnata i primi filosofi greci.

Certamente, dice Pera, queste speculazioni hanno condotto, anche in epoca cristiana, alla situazione imbarazzante di avere, di fatto, non una ma due religioni: la prima razionale e dunque vera, nel senso che si fonda sulla filosofia e prevede la «comprensione noetica del mondo intelligibile e di Dio» (del Dio impersonale). La seconda non vera, ma «pratica», che trae vita dal culto popolare agli dèi personali e dei demoni, nella loro essenzialità mitologica. Si giunge, all’affermarsi della filosofia greca e romana, ad un compromesso che fa indignare Agostino, il quale scrive: «i capi politici, davvero ingiusti e simili a demoni, in nome della religione presentavano ai popoli come vero ciò che essi sapevano falso, […] per sfruttare, come i demoni, la loro sottomissione». Marco Aurelio e Cicerone (ma anche Seneca), difatti, comprendevano l’incoerenza tra il Dio dei filosofi e gli dèi della mitologia, ma preferirono spostare l’attenzione sull’essenzialità di avere una religione civile, pena il crollo della società.

In questi paradossi della filosofia pagana, come pure nella «stoltezza» dei filosofi, Pera vede la radice del secolarismo e lo stesso pensiero antico si è spesso declinato in una sorta di «pretesa della filosofia secolare». I filosofi, per i quali la Provvidenza aveva previsto un mandato di trascendenza, si sono chiusi «dentro la propria ragione», non riuscendo ad elevarsi verso quel mondo iperuranio (e dunque esterno, oggettivo) da loro stessi ipotizzato.

Con il cristianesimo e la teologia c’è dunque lo scivolamento dal «vecchio paradigma» al «nuovo e cristiano», conclude Pera. C’è in ogni caso da aggiungere che nessun nuovo paradigma sarebbe stato possibile senza il vecchio: senza le prime due tesi del vecchio. La «de-ellenizzazione» teologica è un errore – afferma Joseph Ratzinger a Regensburg (2006). Non va infatti dimenticato che «il patrimonio greco, criticamente purificato», è «una parte integrante della fede cristiana» (ibidem).

Silvio Brachetta


Sul libro di Marcello Pera vedasi anche: Lo sguardo della caduta. Il vescovo Crepaldi sul saggio di Pera (QUI)









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