lunedì 2 marzo 2026

Aborto in Costituzione, così Sánchez maschera la sua débâcle



Blindare l'interruzione di gravidanza con una modifica costituzionale: è l'obiettivo del leader spagnolo per distrarre da sconfitte e scandali personali e di partito. Con un escamotage per evitare elezioni anticipate.

Spagna

Esteri


Luca Volontè,  02-03-2026

Costituzionalizzare l'aborto è l’ultima terribile scommessa del socialista Sánchez in Spagna per distrarre l'opinione pubblica dal suo catastrofico fine mandato, fatto di continue divisioni nella maggioranza parlamentare e bocciature di decreti, scandali familiari e di partito e sconfitte elettorali. Di tutto ciò, incredibilmente, alla narrativa massmediatica internazionale interessa solo esaltare la costituzionalizzazione dell’omicidio dell’innocente in Spagna, come splendida vittoria del progresso, della libertà e autodeterminazione femminile. La Spagna, dopo la Francia (4 marzo 2024), sarebbe la seconda nazione nel mondo ad avere l’aborto nella propria Costituzione. Segno di un'Europa che ha spento la luce della ragione, dopo quella della fede.

Lo scorso ottobre il Consiglio dei Ministri spagnolo aveva approvato il progetto preliminare di riforma dell'articolo 43 della Costituzione per proteggere l'aborto e ha deciso di richiedere una relazione al Consiglio di Stato in merito. La giustificazione, come spiegato allora dal ministro per la Parità, Ana Redondo, era quella di «fare un ulteriore passo avanti nella garanzia e nel riconoscimento dei diritti delle donne». Perciò si voleva aggiungere un nuovo comma quarto all'attuale articolo 43 con la seguente formulazione: «Si riconosce il diritto delle donne all'interruzione volontaria di gravidanza. L'esercizio di tale diritto sarà in ogni caso garantito dai poteri pubblici, assicurandone la prestazione in condizioni di effettiva parità, nonché la tutela dei diritti fondamentali delle donne».

Giovedì scorso il Consiglio di Stato, massimo organo consultivo del Governo, si è espresso a favore dell'inserimento di questa pratica nella Costituzione, ma il voto è stato «serrato e critico», così come riferito da alcuni organi di stampa, tra cui El Debate. Tuttavia, lo stesso organismo, secondo El Mundo, ha informato l’esecutivo che occorrerebbe introdurre l'interruzione volontaria di gravidanza nel capitolo dei diritti fondamentali della Costituzione all’articolo 15, il che porterebbe però allo scioglimento delle Cortes, mentre l’esecutivo desidera inserirlo nel capitolo terzo, nel quale si affrontano i principi della politica sociale ed economica. La scelta di Sanchez era e continua ad essere quella dell’art.43, perchè è l’unica che, seppur con difficoltà, gli potrebbe consentire la riforma costituzionale con maggioranza ordinaria e non qualificata. Per una riforma ordinaria, secondo quanto stabilito dall'articolo 167 della Costituzione stessa, «i progetti di riforma devono essere approvati da una maggioranza di tre quinti di ciascuna delle Camere», ovvero dal sostegno di almeno 210 deputati, ovvero sarebbe necessario il sostegno del Partito Popolare, al momento improbabile. Se il Congresso approvasse il testo, questo dovrebbe passare al Senato, dove ci sono due possibilità: che venga approvato senza modifiche con i tre quinti o che vengano introdotte delle modifiche. In tal caso, sarebbe necessario costituire una commissione mista affinché il Congresso e il Senato concordino un testo comune. Se il testo della commissione mista venisse approvato e ottenesse il voto favorevole della maggioranza assoluta del Senato, «il Congresso, a maggioranza dei due terzi, potrà approvare la riforma», cioè l’inarrivabile quota di 234 deputati.

Se il Governo considerasse l'aborto come un diritto fondamentale a se stante, da introdurre nell'articolo 15 invece che nel 43, con maggioranza qualificata, secondo l’articolo 168 della Costituzione, l’approvazione dovrebbe avvenire da parte dei 2/3 dei parlamentari del Congresso e del Senato e comporterebbe il contemporaneo scioglimento del Parlamento e convocazione delle elezioni. Pericoli che Sánchez vuole evitare a tutti i costi, per sè per il proprio partito e perchè, a seguito della nuove elezioni, le Camere neoelette dovrebbero ratificare la decisione e procedere allo studio del nuovo testo costituzionale, che richiederebbe nuovamente una maggioranza di due terzi sia al Congresso che al Senato prima di indire un referendum. Di qui la cocciutaggine di Sánchez e del suo manipolo di sodali sinistri del governo e del partito nel proseguire, proprio per evitare elezioni anticipate e maggioranze impossibili, al di là del parere del Consiglio di Stato, con la propria scelta di riforma “ordinaria”.

Di qui le sonore proteste delle associazioni pro-life di tutto il Paese. Esperti ed associazioni presenti al XXVIII Congresso pro vita terminato ieri alla Università CEU di Madrid, hanno smontato tutte le proposte e menzogne del governo Sánchez, come nei giorni precedenti sia la Federazione delle Associazioni per la Vita, Libertà e Dignità spagnole, sia la Fondazione Neos, guidata dal sempre verde Jaime Mayor Oreja, avevano protstato duramente e denunciato l’«offensiva ideologica» del governo di Pedro Sánchez, i suo uso strumentale della magistratura ed il tentativo costituzionalizzare l’aborto come cortina fumogena per coprire la «corruzione» e le successive sconfitte elettorali del PSOE nelle elezioni regionali (PSOE che ha subito unadura sconfitta in Estremadura lo scorso dicembre, una débâcle totale in Aragona ad inizio febbraio e non va bene nei sondaggi per le elezioni del prossimo 15 marzo in Castiglia-Leon).






Amore, promessa, Dio. Tre parole che oggi suonano rivoluzionarie solo perché sono vere




Non ho sentito la canzone; ma ho letto molte impressioni positive sul suo significato e condivido con voi quella che segue. Amore, promessa, Dio. 



don Mario Proietti, 2 marzo 2026

Cari amici, il tempo quaresimale non mi ha permesso di sostare davanti al Festival della canzone. Una distrazione evitabile. Eppure, nel tempo minimo concesso ai social, mi sono accorto di un fatto: più silenzio, meno clamore. Segno interessante, perché il Festival, spesso letto come un laboratorio di linguaggio e di costume, sembra aver avuto un tono più normale.

Anche questa mattina, scorrendo il risultato finale, ho ritrovato la stessa impressione. Ha vinto una canzone più melodica, più “classica”, con un colore napoletano dichiarato, e soprattutto con un immaginario affettivo semplice: un amore tra uomo e donna, una promessa che guarda in alto, la parola “Dio” che non entra in scena come provocazione, entra come orizzonte. La canzone non predica, promette: una parola data, “davanti a Dio”, e un futuro costruito insieme.

In un tempo in cui tutto viene incorniciato, spiegato, corretto, autorizzato, questa semplicità appare persino dirompente. Non perché sia aggressiva. Non perché voglia fare guerra culturale. Proprio perché non chiede permesso ai codici del momento.

C’è un punto che merita attenzione. Negli ultimi anni la trasgressione è diventata una specie di meta obbligata. Non nel senso della libertà creativa, che resta preziosa, nel senso del rituale: la trasgressione attesa, prevista, programmata, con un vocabolario fisso e indignazioni a orario. Una trasgressione così smette di essere trasgressione. Diventa conformismo. Diventa uniforme.

Quando questo accade, la gente non diventa improvvisamente “reazionaria”. La gente si stanca. Si stanca di essere educata a colpi di slogan. Si stanca di sentirsi sempre sotto esame. Si stanca del tribunale permanente. E allora cerca aria. Cerca una forma riconoscibile. Cerca una voce che porti una melodia. Cerca qualcosa che non suoni come un comunicato.

E qui arriva il punto interessante: la normalità, quando viene vissuta senza complessi, può diventare una contestazione più forte di mille polemiche. Una canzone che racconta un legame, una promessa, un desiderio di bene, un riferimento a Dio, svuota di forza la liturgia ideologica senza nemmeno nominarla. Non entra nel ring. Non concede l’onore della battaglia. Fa una cosa più spiazzante: parla dell’umano.

C’è un equivoco da evitare. Non ogni “classico” è vero. Non ogni “tradizionale” è buono. La Tradizione non è nostalgia, è vita che passa di mano, come il pane. Una canzone può essere classica e vuota, può essere moderna e autentica. Il punto non è lo stile. Il punto è la verità umana che regge anche quando si spengono le luci del palco.

E allora la domanda è questa: stiamo assistendo a un cambio di stagione? Forse. Si intravede un desiderio diffuso di uscire dal linguaggio obbligatorio, di tornare a una bellezza accessibile, di respirare un po’ di realtà. La realtà è fatta di differenze, di radici, di appartenenze, di legami, di promesse, di un “per sempre” che appare utopico e insieme necessario, perché attraente. La realtà è fatta anche di Dio, quando l’uomo è onesto con la propria sete.

Una cultura che vive soltanto di “trasgressione” finisce per consumarsi, perché non costruisce. Una cultura che ricompone il cuore dell’uomo, che riconosce il bene possibile, che torna a dire “io ti scelgo” senza vergognarsi, quella costruisce. Anche quando lo fa con una canzone.

Qui entra una considerazione spirituale, semplice. L’amore tra uomo e donna, quando è vissuto come promessa, non è soltanto sentimento. È un linguaggio morale. Dice al mondo che la libertà non è soltanto scegliere, è anche restare. Dice che il desiderio non è soltanto consumo, è anche fedeltà. Dice che la persona non è un progetto da aggiornare ogni mese, è una vocazione da custodire. In questo senso la normalità può diventare profetica.

Se davvero questa vittoria sembra segnare un ritorno di normalità, o almeno un inizio, vale la pena rifletterci. Chissà se le tante parole inseguite per moda rischiano di diventare presto note stonate. Come diceva il poeta: ai posteri l’ardua sentenza.