domenica 30 novembre 2025

Maria, la Madre Corredentrice e la Civiltà Cristiana






Di Germán Masserdotti, 26 nov 2025

Come insegna la Chiesa e come spiega la teologia cattolica, il fine dell’Incarnazione del Figlio di Dio è la salvezza degli uomini. Il Credo niceno-costantinopolitano afferma: «…qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis…»: «Il quale [il Figlio di Dio], per noi e per la nostra salvezza è disceso dal cielo…». L’opera redentrice di Gesù Cristo si estende non solo agli individui, ma anche alle società. Gli uomini sono esseri sociali per natura. Questa verità fondamentale, legata alla metafisica, all’antropologia e all’etica, potrebbe essere chiarita da molti testi dall’antichità ai giorni nostri. È importante che la sapienza cristiana non la perda di vista, perché altrimenti si potrebbe cadere in una sorta di “individualismo” cattolico estraneo allo spirito del piano salvifico di Dio.

Si può quindi affermare che Gesù Cristo ha redento non solo i singoli individui, ma anche interi popoli. Proprio come gli individui, i popoli possono scegliere di accettare o meno la redenzione cristiana. Una manifestazione eloquente – sebbene non l’unica – dell’accettazione da parte delle nazioni dell’opera redentrice di Cristo è il corpo di leggi che le governa. Dimmi qual è l’ordinamento giuridico di una nazione e ti dirò se, al suo interno, l’opera redentrice di Cristo, che assume, guarisce e perfeziona la natura umana, è stata accettata e abbracciata.

Quanto detto finora è necessario per comprendere meglio cosa significhi che la Vergine Maria è la Madre Corredentrice della Civiltà Cristiana.

Il Mistero di Maria deve essere compreso alla luce del Mistero di Cristo. Come insegna la Costituzione dogmatica Lumen gentium (21 novembre 1964) del Concilio Vaticano II, «i Santi Padri credono che Maria non fu uno strumento puramente passivo nelle mani di Dio, ma cooperò alla salvezza degli uomini con fede libera e obbedienza». Come dice Sant’Ireneo, «obbedendo, Ella divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano» (LG, 56). L’unione della Madre con il Figlio «nell’opera della salvezza si manifesta dal momento del concepimento verginale di Cristo fino alla sua morte…» (LG, 57).

Un testo notevole del Vaticano II che fornisce un contenuto inconfutabile alla verità di Maria come Madre Corredentrice è il seguente: «Così anche la B. Vergine progredì nel cammino della fede e conservò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce, dove, non senza un disegno divino, stette (cfr. Gv 19,25), soffrì intensamente con il suo Unigenito e si associò con animo materno al suo sacrificio, amorosamente consenziente all’immolazione della vittima da leigenerata; finalnmente, dallo stesso Cristo Gesù morente in croce fu deata come madre al discepolo con queste parole: Donna ecco il tuo figlio! (cfr Gv 19,26-27)» (LG, 58).

Sempre il Vaticano II precisa: «La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo oscura o sminuisce quest’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia. Ogni azione salutare della Beata Vergine sugli uomini non nasce da una qualche necessità, ma dalla volontà divina, e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla sua mediazione, dipende in tutto da essa e attinge da essa tutto il suo valore; non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo, ma la facilita» (LG, 60). Nello stesso spirito, aggiunge: «(…). Concependo, generando, nutrendo Cristo, presentando Cristo al Padre nel tempio, soffrendo con il Figlio suo morente sulla croce, ha cooperato in modo tutto special all’opera del Salvatore con l’obbedienza, la fede, la speranza e l’ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo motivo su per noi madre nell’ordine della grazia» (LG, 61).

In conclusione: «(…) Nessuna creatura può mai essere paragonata al Verbo incarnato e Redentore; ma come il sacerdozio di Cristo è partecipato in vario modo sia dai ministri sacri sia dai fedeli, e come la bontà di Dio si diffonde in vario modo sulle creature, così l’unica mediazione del Redentore non esclude, ma piuttosto suscita nelle creature vari tipi di cooperazione, che scaturiscono tutti da un’unica fonte. La Chiesa non esita a riconoscere questo ruolo subordinato di Maria, lo sperimenta continuamente e lo raccomanda alla pietà dei fedeli, affinché, sostenuti da questa materna protezione, si uniscano più intimamente al Mediatore e Salvatore» (LG, 62).

Perché allora la Vergine Maria è la Madre Corredentrice della civiltà cristiana? Il motivo è chiaro: è la Madre del Redentore, e i cristiani traggono ispirazione dal Vangelo da Lui predicato per costruire la Città terrena. I discepoli del Redentore plasmano quotidianamente la vita sociale in ambiti come la cultura, la politica, l’economia, la vita familiare e molti altri. Questa collaborazione all’opera della Redenzione che i cristiani sperimentano nel mondo è reale e porta frutto. È vero che avviene in mezzo a prove e debolezze, ma con il proposito costante di trasformare un mondo meramente umano in un mondo fondamentalmente cristiano. Se aspiriamo a ristabilire un ordine sociale secondo la legge naturale e cristiana, non dimentichiamo la Vergine per timore di offendere suo Figlio. Maria, la Madre Corredentrice, ci mostra Gesù Cristo, il suo Figlio Redentore.

Ad Iesum per Mariam.



(Buenos Aires)

(Foto: Pixabay)


sabato 29 novembre 2025

Novena all'Immacolata Concezione. Dal 29 novembre al 7 dicembre




NOVENA ALL’IMMACOLATA CONCEZIONE

Eterno Divin Padre, io ti adoro profondamente e con tutto il mio cuore ti ringrazio per quella somma potenza con cui hai preservato Maria Vergine, tua dilettissima figlia, dal peccato originale.

1 Pater, 4 Ave*, 3 Gloria 

*intercalate da:
Sia Benedetta la Santa e Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria Madre di Dio.
Oppure:
O Maria concepita senza peccato prega per noi che a te ricorriamo (e per quanti a te non ricorrono, specialmente per i poveri peccatori).

Eterno Divin Figlio, io ti adoro profondamente e con tutto il mio cuore ti ringrazio per quell’infinita Sapienza con cui hai preservato Maria Vergine, tua e nostra vera e dolcissima Madre, dalla colpa originale.

1 Pater, 4 Ave*, 3 Gloria

* intercalate da:
Sia Benedetta la Santa e Immacolata Concezione della Beatissima Vergine Maria Madre di Dio.
Oppure:
O Maria concepita senza peccato prega per noi che ricorriamo a te...

Eterno Divino Spirito, io ti adoro profondamente, e con tutto il mio cuore ti ringrazio per quell'immenso amore, con cui hai preservato Maria Vergine, tua purissima sposa, dalla colpa originale.
Santissima Trinità, io ti adoro profondamente, e con tutto il mio cuore ti ringrazio per quel singolarissimo privilegio concesso alla benedetta e gloriosa madre di Maria Vergine, sant'Anna, l'unica fra tutte le madri, umanamente feconda, che abbia concepita e data alla luce una prole del tutto esente dalla colpa d'origine.

3 Gloria

PREGHIERA COMPOSTA DA SAN PIO X

Vergine santissima che piaceste al Signore e diveniste sua Madre, immacolata nel corpo e nello spirito, nella fede e nell'amore, concepita senza peccato, guardate benigna ai miseri che implorano il vostro potente patrocinio!

Il maligno serpente contro cui fu scagliata la prima maledizione continua, purtroppo, a combattere e ad insidiare i miseri figli di Eva. Voi, o benedetta Madre nostra, nostra Regina e Avvocata, che fin dal primo istante del vostro concepimento schiacciaste il capo del nemico, accogliete le preghiere -- che uniti con Voi in un cuor solo -- Vi scongiuriamo di presentare al trono di Dio, perché non cediamo giammai alle insidie che ci vengono tese, così che tutti arriviamo al porto della salute, e fra tanti pericoli, la Chiesa e la società cristiana cantino ancora una volta l'inno della liberazione, della vittoria e della pace. 
Così sia

"O Maria, concepita senza peccato pregate per noi che ricorriamo a Voi" (per tre volte)

Durante la Novena si consiglia di:

1) Pregare ogni giorno una decina del Rosario, o meglio una parte intera,
2) Fare dei canti in onore della B.V. Maria,
3) Fare dei fioretti per la gloria di Maria
4) Vivere la Novena come momento di conversione personale o di gruppo,
5) Curare il silenzio per la riflessione personale.


Note su una devozione più che millenaria


La solennità dell’Immacolata Concezione si lega anche alla consacrazione al Cuore immacolato di Maria che molti fedeli attuano in questo giorno. È una pia pratica che affonda le sue radici nel Medioevo, quando si venerava la Madonna con il titolo di «sovrana». Ma il vero araldo della consacrazione mariana fu san Luigi Maria Grignion de Montfort, che nel Settecento pubblicò il Trattato della vera devozione a Maria. Si tratta di un testo spirituale tuttora molto apprezzato, nel quale il santo ha tracciato un itinerario di trentatré giorni per prepararsi alla consacrazione. I primi dodici giorni rappresentano un periodo di preghiera e di raccoglimento per imparare a vincere l’attaccamento alle cose del mondo. Le successive tre settimane sono dedicate, ciascuna, all’offerta a Dio, a Cristo e allo Spirito Santo di ogni momento della giornata. Infine viene recitato l’atto di consacrazione a Maria, con una formula nella quale il devoto rinnova gli impegni del battesimo e dichiara solennemente: «Offro a Maria la mia persona, la mia vita e il valore delle mie buone opere, passate, presenti e future».

Tota pulchra es, Maria.
Et macula originalis non est in Te.
Tu gloria Ierusalem.
Tu laetitia Israel.
Tu honorificentia populi nostri.
Tu advocata peccatorum.
O Maria, O Maria.
Virgo prudentissima.
Mater clementissima.
Ora pro nobis.
Intercede pro nobis.
Ad Dominum Iesum Christum.




Quando Romano Amerio spiegò perché la questione del “Filioque” è così importante



L’amore è preceduto dal Verbo e non può essere un assoluto. Quando Romano Amerio spiegò perché la questione del “Filioque” è così importante



by Aldo Maria Valli 29nov 2025

Cari amici di “Duc in altum”, a proposito della questione del Filioque, tornata d’attualità dopo la pubblicazione della lettera apostolica “In unitate fidei” di Papa Leone XIV in occasione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea, l’amico Enrico Maria Radaelli mi ha inviato il testo della conferenza tenuta nel 1995 a Velletri per conto di Romano Amerio (che non poteva più muoversi da Lugano). Il testo fu poi pubblicato all’interno di un libro da Fede & Cultura.

Alla fine della mail che mi ha inviato, Radaelli scrive: “Il Filioque è un dogma, e nessun Papa può toglierlo dal Credo”.

*


di Romano Amerio

La celebrazione indiscreta che la Chiesa e la teologia ammodernata fanno dell’amore è una perversione del dogma trinitario, perché la nostra fede porta che in principio sia il Padre, il Padre genera il Figlio, che è il Verbo, e, dal Padre e dal Figlio, si genera lo Spirito Santo, che è l’amore (Concilio di Firenze, bolla “Lætantur cœli et exultet terra”). L’amore è preceduto dal Verbo, è preceduto dalla cognizione, e non si può fare dell’amore un assoluto: facendone un assoluto si cade nell’errore degli Orientali, che non accettano il Filioque del nostro Credo.

Gli Orientali dicono che lo Spirito Santo procede dal Padre ma non dal Figlio, mentre la fede cattolica dice che l’amore procede dal Padre e dal Figlio. Difatti l’amore procede dalla conoscenza. Quando si dice che l’amore non procede dalla conoscenza si fa dell’amore un valore senza precedenti, invece c’è un valore che precede l’amore ed è la conoscenza. Quindi questo avvaloramento indiscreto dell’amore implica una distorsione del dogma trinitario.

Bisogna dire che lo sviluppo dogmatico della Chiesa nei primi secoli fu fortemente influenzato dalle ragioni politiche: a un certo momento tutta la cristianità era ariana, perché c’erano imperatori che sostenevano gli ariani; poi, quasi improvvisamente, la cristianità tornò al dogma trinitario corretto.

Perché? Perché le opinioni degli imperatori erano mutate. In tutto lo svolgimento dottrinale c’è un grandissimo influsso politico; del resto: erano gli imperatori che convocavano i concili; non sottoscrivevano, perché non facevano parte del concilio; ma erano loro che ordinavano la convocazione, il trasferimento, la chiusura del concilio.

E quindi, che per la prima volta il Filioque appaia a Gerusalemme in una certa comunità monastica non mi fa alcuna impressione, perché il movimento progressivo del dogma è un fatto storico: per secoli e secoli certi dogmi della Chiesa furono impugnati da certe correnti teologiche; per secoli e secoli ci furono correnti teologiche importanti che negavano l’Immacolata Concezione.

San Tommaso medesimo nega l’Immacolata Concezione, perché i teologi ortodossi dicono che la santa Vergine non aveva neanche “il debito” del peccato. Invece alcuni di questi sostenevano: non ebbe il peccato originale ma aveva il debito del peccato originale, e questo dissenso tra maculatisti e immaculatisti durò per secoli. San Tommaso era tra i maculatisti; i domenicani in genere erano contro l’Immacolata Concezione, i francescani erano pro: il grande maestro francescano che difese l’Immacolata Concezione è Duns Scoto, di poco susseguente a san Tommaso.

Non bisogna stupirsi, perché il dato di fede è dato all’intelletto e la vita dell’intelletto è questo progresso. Bisogna però che questo progresso avvenga dentro i limiti del dato di fede.

Credo, nel mio Iota unum, di aver fatto questa osservazione: noi, cristiani del secolo XX, ne sappiamo molto di più di quello che sapessero gli Apostoli perché, ad esempio, gli Apostoli non sapevano niente dell’Immacolata Concezione: perché il dogma procede non perché muti sostanza, non perché ad un certo momento dica una cosa e in un momento ulteriore ne dica un’altra, ma perché quella medesima cosa la dice più chiaramente, la intende più determinatamente.

Questo del Filioque, che sembra un teorema di astratta teologia, è un atteggiamento formidabilmente pratico, perché il mondo è pervaso dall’idea che il valore vero sia l’azione, il dinamismo.

Al contrario, sostituendo così, però fallacemente, la priorità della cognizione con quella dell’amore, si cade facilmente in un irenismo che vuole abbracciare ogni dottrina, ogni religione; questo abbraccio è possibile in quanto si prescinde dal Verbo, che è una verità, che è una legge.

I nazisti erano contro il Filioque, i comunisti sono contro il Filioque; e il dinamismo moderno, che pone il valore soltanto nell’azione, nell’entusiasmo, nell’impeto, non vuole il Filioque. Quando parlo dell’azione ho in mente l’enorme fenomeno del dinamismo, del tecnicismo, che è caratteristico del mondo moderno. I comunisti non sostengono il Filioque perché ripudiano la ragione: il comunismo è un sistema che maneggia l’uomo senza aver riguardo alla natura dell’uomo: ora, la natura dell’uomo è qualche cosa che si legge con la ragione. L’azione, in questi sistemi totalitari – nazismo e bolscevismo – non ha alcuna legge al di fuori di quella dell’azione stessa: perché ripudia il Filioque. Essi dicono: l’azione, l’amore, sono un valore che precede tutto; non “procede”, ma soltanto “precede”.

E se l’amore – per converso – “procede”, c’è qualcosa da cui esso procede e da cui riceve legge, riceve ordine. Quindi il Filioque è una questione intrinseca al problema del totalitarismo.

Mi ricordo che c’è un’affermazione di Paolo VI, che io devo anche aver citato nel mio “Iota unum”: Paolo VI, ha un certo momento, ha detto: «Noi siamo i soli a difendere il potere della ragione». Quando la Chiesa cattolica difende la legge naturale difende la ragione. I veri razionalisti sono gli uomini di Chiesa allorché difendono la legge naturale, perché pongono la ragione, cioè il Verbo, in fondo a ogni cosa e a principio di ogni cosa. Il pensiero moderno invece mette l’amore, mette una forza che non ha in sé nessuna direzione e nessuna destinazione, perché l’amore crea i figli dell’amore.

Il pensiero moderno è un’implicita negazione della ragione: questo lo si vede anche nell’imponente fenomeno della politica. Quali sono gli Stati che regolano la politica sulla ragione, o sulle ragioni? Gli Stati emanano delle ordinazioni a cui soggiace la vita umana; ma il motivo, la giustificazione di queste ordinazioni è l’ordinazione in sé. Tutta la nostra politica è un sistema di negazione della ragione, un sistema che nega che vi sia qualcosa di anteriore all’amore, alla volontà, alla forza dell’azione, perché è lo Stato che dà a sé stesso il proprio destino e ogni destino che l’amore dà a sé stesso è un destino plausibile, è un destino che diventa dovere. Non perché ci sia un riferimento al Verbo, ma perché c’è un riferimento alla forza dello Stato, alla forza dell’amore.

E poi c’è, definitivo, l’asserto dell’Evangelo di san Giovanni: «In principio erat Verbum». Nel Faust di Goethe c’è una scena in cui il dottor Faust sta leggendo la Bibbia e trova: «In principio era il Verbo», e dice: “No, non può essere il Verbo!”. Ma: “In principio era l’Azione!”». Il dottor Faust di Goethe rifiuta il Filioque. Questa è una scena molto significativa del Faust, e qui è proprio affermato il principio moderno del dinamismo, dell’impeto, del moto, della filantropia, questa carità orbata della ragione a cui è ordinata.

C’è una dichiarazione, riportata anche nel punto 439 del mio terzo “Zibaldone”, di Pires, un vescovo brasiliano; questo vescovo pronunziò questo giudizio: «La prostituzione è una missione d’amore presso i poveri, è un servizio di carità; e una suora, in certe circostanze, la deve preferire alla sua missione religiosa». Una suora può prostituirsi purché si prostituisca per carità, perché non c’è nulla che precede l’amore: l’amore è il primo e l’ultimo.

Vorrei quasi dire che al fondo del problema moderno c’è il Filioque, perché chi nega il Filioque concede il primato, indiscreto e assoluto, all’amore: l’amore non ha limiti, non ha remore; qualunque azione tu faccia “con amore”, quell’azione è buona.

Era, del resto, l’argomento dei teologi olandesi che, nel 1964-65, predicavano la bontà dell’unione sodomitica. Ci fu un grandissimo movimento, in Olanda, per avvalorare la sodomia: «La sodomia non è un atto contro natura, non è un peccato gravissimo che sta tra i quattro peccati che gridano vendetta davanti a Dio, no: la sodomia è uno dei modi in cui si esprime l’amore», e, come io ho scritto nel mio “Iota”, gli olandesi arrivano al punto di celebrare i matrimoni tra omossessuali creando un rito proprio per la Messa di questi “matrimoni”; hanno creato una Missa pro omophilis. Missa che si legge nel bollettino della famosa Commissione per la riforma liturgica. In un numero del bollettino monsignor Bugnini parlava di questa Missa con orrore, in termini spaventati, in termini di abominio.

Separare l’amore, la carità, dalla verità, non è cattolico. Si dice che il “volere” non dipende dal “conoscere”, ma che è un valore in sé, è l’azione per l’azione. E questo si vede anche nella teleologia, perché si dice che l’azione vale per sé stessa: le azioni non varrebbero per il fine per cui sono fatte, quello che vale è l’azione per sé stessa, cioè l’azione separata da ogni principio razionale: lo Spirito Santo senza il Verbo.

È un nuovo accanimento contro il Cristo, appunto perché il Cristo è la Ragione: il Cristo è la Ragione divina che, incarnata, è una individua persona storica; il Cristo è la Ragione divina incarnata individuata.

Le cose che sembrano più astratte, più staccate dalla vita, sono le cose che si trovano proprio nel cuore della vita.

Se si dice che l’azione vale per sé stessa, che l’amore non ha nessuna regola, nessun precetto e nessuna precedenza, si tocca il punto più intimo della nostra esperienza umana, perché noi viviamo per una verità, questa: il fine dell’uomo, secondo il nostro catechismo, è di «conoscere e amare Dio». Prima c’è “il conoscere” e poi c’è “l’amare”, ma il godimento in cosa consiste? In una intellezione, in una visione; alla quale visione solo segue l’atto d’amore.

La carità che i beati hanno nella beatitudine del Cielo è l’effetto della visione, e in loro la carità cresce quanto cresce la visione. La carità, l’ardore dei beati, è proporzionale alla visione intellettiva, conoscitiva. Questa visione, poi, cresce per un lume soprannaturale, il lumen gloriæ. Quindi, secondo la teologia cattolica, in specie in san Tommaso, la nostra beatitudine è commisurata alla nostra conoscenza: Dio avvalora, innanzitutto, la nostra conoscenza e questa conoscenza, così avvalorata, si infiamma naturalmente.

Questa dottrina classica, nella teologia cattolica, è stupendamente esposta da Dante in un canto del Paradiso, il XIV: «Quando la carne, gloriosa e santa, sia rivestita, la nostra persona più lieta sia, per esser tutta quanta; perché s’accrescerà ciò che ne dona di gratuito lume – conoscenza – il sommo Bene, lume che, a Lui veder, me condiziona». È quello che i teologi chiamano lume di gloria: è un’aggiunta di conoscenza e di potenza conoscitiva, al di sopra della natura. Ma poi si dice: «Perché la visione crescer conviene. E alla visione l’ardor s’accende». Cioè: l’ardore, la carità, l’amore, si accende a seconda della visione. La visione dell’essenza divina è condizionata dal lume di gloria e quanto più cresce il lume di gloria, tanto più cresce la visione e conseguentemente tanto più cresce la carità: la carità è in stretta dipendenza dalla visione, dalla conoscenza.

La questione del Filioque è la radice, e questa inappropriata celebrazione dell’amore è una implicita distruzione del dogma della divina Monotriade: lo Spirito Santo in tal modo non procede dal Verbo, ma lo precede, anzi: precede tutto. Questa opinione è diventata tanto popolare perché oggi non si dice «L’azione è buona se è conforme alla regola del Verbo»; ma si dice: «L’azione è buona se è fatta con amore». Anche nella vita odierna noi pecchiamo quando “vogliamo”, atto volitivo, senza consultare la regola della conoscenza; noi diciamo: «Prima il volere poi il sapere», sovvertendo l’ordine delle processioni.

Io credo che nella fede cattolica lo Spirito Santo abbia sempre “proceduto”: difatti, nell’Evangelo, è il Verbo che dice «Vi manderò lo Spirito Santo». È il Cristo, è il Verbo, è la Seconda Persona che annuncia: «Vi manderò lo Spirito Santo, il quale vi insegnerà ogni vero» [1]. E, dopo la resurrezione del Signore, gli Apostoli aspettano lo Spirito Santo che è stato promesso dal Cristo e che è nato dal Cristo. Non è che lo Spirito Santo venga, proceda, dal Padre. No: lo Spirito Santo è mandato alla Chiesa dal Verbo.

Anche riguardo alle teorie teologiche del cardinal Martini, espresse nelle sue interviste al «Sunday Times» e ad Alain Elkann il fondo degli errori è sempre il medesimo: “La nostra religione non è ancorata nel Verbo, la nostra religione è fondata sull’amore”. Egli pone un’equipollenza tra tutte le religioni perché tutte le religioni, e tutte le dottrine, tutte le eresie, giovano a sviluppare e a mantenere nel genere umano il senso religioso; e il senso si trova egualmente bene nella Chiesa cattolica, nella confessione protestante, nel buddismo e nell’islam.

Il senso è questo: la religione cattolica ha perduto la sua peculiarità, è pareggiata a ogni altra religione, perché tutte le religioni assolvono a questo compito primario che è il senso religioso: l’unica cosa che conta è la tensione verso Dio.

A questa stregua, l’essere più religioso è satana, perché satana aveva una tensione massima verso la divinità: voleva essere Dio! Ora, una tensione maggiore di quella di una creatura che vuole essere Dio non si può immaginare. Il diavolo, poi, non solo viveva questa tensione scardinata, ma la suggerisce ai Progenitori: «Voi sarete come dei».

Quindi, quando si dice che la nostra religione “è una tensione verso Dio”, si dice una cosa sbagliata, si raccoglie il suggerimento di satana, vòlto ad annientare il Cristo, sola ragione di ogni tensione. L’importante non sarebbe la dottrina, ma questa tensione, questo dinamismo spirituale; e questa teoria l’aveva già sviluppata in alcuni articoli de «L’Osservatore Romano» monsignor Rossano; io, nel mio “Iota unum”, li esamino e li critico diligentemente.

Monsignor Rossano sosteneva questa tesi: che anche nelle altre religioni c’è questa tensione verso la divinità che è il fondo della nostra religione e di qualunque religione. Queste tendenze sono state sanzionate dall’avvenimento di Assisi del 1986. Il falso ecumenismo insegna che la religione è in tutte le religioni, con ciò determinando l’annientamento della verità.

Questo è tutto. Non è tutto ciò che andrebbe detto sulla questione, intorno alla quale gira tutta la vita umana, ma è tutto ciò che posso dire io nelle circostanze in cui mi trovo, in cui sto discendendo verso la fine della mia vita.






Alla Verità Cattolica nulla manca



Pubblicato 29 novembre 2025


La lettera apostolica In unitate Fidei di Papa Leone XIV, pubblicata per i 1700 anni del Concilio di Nicea, propone il Credo Niceno come base per un cammino ecumenico che utilizza la dinamica trinitaria (unità nella molteplicità/et et) come modello di unità armonica. Il Papa auspica un ecumenismo rivolto al futuro tramite dialogo e scambio di doni, non un “ecumenismo di ritorno” o il mantenimento dello status quo. Questa visione è ritenuta problematica dal commentatore. L’idea che tutti debbano portare “qualcosa” per l’armonia implica che alla Verità Cattolica manchi qualcosa, contraddicendo l’insegnamento tradizionale secondo cui la Chiesa Cattolica è la pienezza della verità e non necessita di apporti esterni. Si critica inoltre lo sminuire controversie teologiche radicate.



di Corrado Gnerre

In occasione dei 1700 anni dal Concilio di Nicea – un concilio molto importante, perché fu un concilio in cui si condannò l’Arianesimo, e poi dal Concilio di Nicea abbiamo il Credo, il Credo che noi recitiamo (professiamo) durante la Messa – in occasione di questi 1700 anni, Papa Leone X ha pubblicato una lettera apostolica, In unitate Fidei. È una lettera apostolica non relativamente lunga, molto interessante. C’è tutta la prima parte in cui il Papa fa una sorta di storia di questo Concilio, mettendo in evidenza come fosse grave l’Arianesimo, i meriti di questo Concilio, ed evidenziando anche la gigantesca figura di Sant’Atanasio, il quale non venne adeguatamente capito e di fatto rimase anche solo a difendere l’integrità della verità cattolica. Dunque, la lettera è molto, ma molto interessante. Però, nel punto 12, ci sono alcune affermazioni del Papa su cui io vorrei riflettere con voi e condividere queste mie riflessioni, perché in questo punto 12 ci sono delle affermazioni che ritengo abbastanza problematiche.

Il Papa dice: “Il credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino, cioè fa riferimento al cammino ecumenico di cui ha parlato più su. Ci propone infatti questo credo, dice il Papa, un modello di vera unità nella legittima diversità, unità nella Trinità, Trinità nell’unità. Perché l’unità senza molteplicità è tirannia; la molteplicità senza unità è disgregazione. La dinamica trinitaria non è dualistica, come un escludente aut, bensì un legame coinvolgente, un et et. Lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio“.

Dunque, il Papa ci dice che ci presenta l’immagine della Trinità. Noi sappiamo che la Trinità è costituita da tre Persone nell’unico Dio, quindi che sono consustanziali. Quindi, da una parte nell’unità, abbiamo l’unità perché Dio è uno solo; dall’altra abbiamo la molteplicità, perché si tratta di tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Insieme costituiscono un’armonia che è appunto l’armonia trinitaria. Ora, attenzione: questa armonia trinitaria è un’armonia costitutiva dell’unica verità che di fatto è la verità cattolica.

Utilizzare questa immagine per far capire come si possa aspirare ad un ecumenismo, laddove le differenze fra le varie chiese sarebbero delle differenze che insieme andrebbero a costituire un’unità armonica sotto il modello appunto della dinamica intratrinitaria, mi sembra un’affermazione abbastanza problematica.

Ora, dovete sapere, cari pellegrini, che per tantissimo tempo (io ritengo in maniera giusta, in maniera opportuna) si è affermato che coloro i quali si sono separati dalla Chiesa Cattolica – quindi pensiamo agli scismatici ortodossi, e poi pensiamo agli eretici protestanti e via discorrendo – ebbene, si sono separati da questa verità cattolica e non costituiscono delle vere e proprie Chiese, ma sono delle sette.

Perché si sottolineava questo aspetto? Per garantire una convinzione che non è una convinzione opzionale, ma è una convinzione fondamentale. E qual è questa convinzione? È la convinzione secondo cui la verità cattolica ha tutto, alla verità cattolica non manca nulla, che la Chiesa Cattolica è la pienezza della verità, che la Chiesa Cattolica è la Chiesa di Cristo.

Ma se noi diciamo che prendiamo come modello la Trinità e diciamo giustamente che nell’ambito della Trinità esiste questa armonia, laddove la molteplicità è unità e l’unità è molteplicità, eccetera, e sottolineiamo questo aspetto dell’et et piuttosto che dell’aut, ecco, l’immagine che viene fuori è l’immagine secondo cui alla verità cattolica manca qualcosa perché si realizzi questa armonia. E questo qualcosa, perché si realizzi questa armonia, deve provenire dall’al di fuori della verità cattolica stessa. E questo è un insegnamento che va a contraddire l’insegnamento di sempre nei secoli della Chiesa.

Il Papa continua: “Dobbiamo dunque lasciarci alle spalle controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere, per acquisire un pensiero comune e, ancor più, una preghiera comune allo Spirito Santo perché ci raduni tutti insieme in un’unica fede e in un unico amore“.

Anche questo passaggio ritengo che sia abbastanza problematico, cioè questo passaggio di sminuire determinate controversie teologiche che si sono avute in passato. Certo, noi sappiamo che esiste una gerarchia nelle verità. Ma attenzione: questa gerarchia nelle verità (o meglio, gerarchia di elementi che vanno a costituire l’unica verità che è la verità cattolica), questa gerarchia è una gerarchia da intendersi soprattutto a livello consequenziale. Perché è evidente che se noi andiamo in un fabbricato a demolire le fondamenta, e poi demolendo le fondamenta viene meno il piano terra, il primo piano, il secondo piano e via discorrendo, però tutti gli elementi che costituiscono la verità cattolica hanno la loro decisiva importanza.

E quindi, andare a indicare, o meglio, a giudicare come controversie di fatto poi un po’ inutili, oppure controversie che sono solamente storicizzabili, legate al contesto storico – che invece sono controversie (penso al Filioque, alla questione del Filioque) che sono radicate nel dato rivelato, che hanno un rapporto strettissimo con il dato rivelato….

E poi ancora, in questo numero 12 della lettera, il Papa dice: “Questo non significa – cioè aspirare a questo ecumenismo, l’ecumenismo a cui dobbiamo aspirare – non significa un ecumenismo di ritorno allo stato precedente delle divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo delle diversità delle chiese e delle comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali“.

E questo è un altro punto su cui conviene spendere qualche riflessione. Il Papa dice: “Dobbiamo aspirare a un ecumenismo che non è né un ritorno, quindi non dobbiamo nemmeno auspicare a un ritorno a una situazione temporale precedente le divisioni, né dobbiamo auspicare che tutto si conservi come adesso. Dobbiamo tendere verso un’unità in cui ognuno porti i suoi doni, porti i suoi carismi e via discorrendo”.

E questa affermazione è veramente molto problematica perché è un’affermazione che anche questa contraddice l’insegnamento di sempre. E qual era l’insegnamento di sempre? Era quello di pregare affinché coloro i quali si erano separati dalla Chiesa potessero ritornare nella Chiesa Cattolica, ritornare nell’unico gregge, nell’unico ovile, sotto l’unico Pastore. E qui invece si dice in maniera chiara, in maniera esplicita, che non dobbiamo auspicare questo, non dobbiamo nemmeno auspicare che le cose rimangano come sono adesso, e dobbiamo tendere verso questa sorta di unità in cui ognuno porti qualcosa.

Ma allora, se ognuno porta qualcosa, significa che eventualmente alla verità cattolica manca qualcosa, e questo ovviamente stride, è in contraddizione con l’insegnamento di sempre della Chiesa.

Vedete, fondamentalmente è questa la questione importante. Cioè, la questione importante è: noi cattolici, che cosa riteniamo essere la verità cattolica? La verità cattolica è qualcosa di opzionale

Perché poi, se noi affermiamo che alla verità cattolica (lo affermiamo casomai implicitamente, non esplicitamente, non è necessario poi dirlo esplicitamente) manca qualcosa, allora la verità cattolica non è totalmente rivelata. La verità cattolica non può afferire totalmente e completamente alla Rivelazione. Quindi, si fa una sorta di autogol, per cui professiamo il cattolicesimo, ma nello stesso tempo è come se prendessimo le distanze dalla verità cattolica. È come se affermassimo che alla verità cattolica manca qualcosa, e questo, ovviamente, torno a ripetere, a mio parere è in evidente contraddizione con l’insegnamento di sempre della Chiesa.



Supplica a Leone XIV in difesa della Corredentrice




venerdì 28 novembre 2025

La “famiglia nel bosco” e il principio di sussidiarietà







Di Stefano Fontana, 27 nov 2025

Il caso della “famiglia nel bosco” ha una stretta relazione con il principio di sussidiarietà, caro alla Dottrina sociale della Chiesa. Esso dice – vale ripeterlo – che l’autorità politica non deve sostituirsi alle società inferiori, ma lasciare che esercitino il loro dovere/diritto a perseguire il proprio bene. Nel caso esse fossero incapaci o impossibilitate ad agire in proprio, l’autorità politica può intervenire ma solo con spirito di supplenza e operando in modo che esse recuperino tale loro diritto originario, senza sostituirsi ad esse. Quindi l’autorità politica o non interviene e lascia fare, oppure interviene con prudenza e gradualità per permettere alle società inferiori di riacquistare la propria autonomia. Certamente solo nel caso in cui quelle società inferiori abbiano pretese di autonomia giustificate dal rispetto del diritto naturale.

Alla base di questa dottrina politica ci sono vari elementi importanti dell’architettura sociale: non esiste un unico bene comune uniformante ed appiattente deciso dal potere politico; la società è organica e ogni organismo naturale deve perseguire il proprio bene comune nel rispetto dell’ordine naturale delle cose; lo Stato e le sue articolazioni sono strumenti a servizio della comunità politica nel suo insieme e delle società naturali e non il contrario.

Un altro aspetto di questo principio da tenere presente è che gli interventi dell’autorità politica fatti in via sussidiaria, ossia di aiuto affinché quel dato organismo sociale possa rimettersi in sesto e tornare a poter fare da sé, non devono avvenire ad arbitrio del potere stesso, ma nel rispetto del diritto naturale. Questo richiede che si distingua tra società naturali e corpi intermedi. La famiglia, una comunità locale o municipio, una nazione… sono società naturali e non semplici aggregazioni di cittadini che perseguono i loro scopi elettivi, ossia da loro liberamente scelti. I loro scopi, infatti, non sono elettivi ma ascrittivi.

Gli interventi per dare un aiuto (subsidium) ad una famiglia devono essere svolti rispettando ciò che una famiglia è sul piano naturale, senza disarticolarla. Essa non è un generico insieme di individui, ma una vera e propria società con una propria autorità, un fine da raggiungere consistente nel perseguimento del proprio bene comune, doveri e diritti dei suoi componenti tra di loro e rispetto al resto della comunità che precedono quanto lo Stato stabilisce e dispone. Gli interventi sussidiari da parte del sistema amministrativo devono evitare criteri arbitrari, facendosi piuttosto dettare i criteri dalla natura stessa delle cose, in questo caso dalla famiglia.

Si sa per esperienza, purtroppo, che gli apparati amministrativi spesso invertono l’ordine delle cose. Nella nostra società la famiglia viene messa in gravi difficoltà da un sistema legislativo, fiscale, educativo antifamiliare e poi i suoi disagi così indotti vengono affrontati dall’apparato dei servizi pubblici che opera secondo i propri criteri, generando un circolo vizioso. Si danneggia la famiglia e poi la si vuole aiutare senza la famiglia, quindi indebolendola ancora di più.

Nel caso specifico della “famiglia nel bosco” le difficoltà derivanti dalla trascuratezza del principio di sussidiarietà sono emerse con chiarezza. È mancata la visione supplettiva e sussidiaria, mentre è prevalsa quella sostitutiva. La famiglia in questione è l’originario soggetto naturale dell’organizzazione della propria vita in vista del proprio bene familiare. Finché la sua esistenza è condotta senza violare principi di diritto naturale, essa ne ha il diritto e gli apparati pubblici non possono intervenire. Molte motivazioni dell’intervento della magistratura, invece, dipendono non dall’aver riscontrato carenze di questo tipo ma dalla “eccentricità” di quel modo di vivere rispetto ai criteri convenzionali dominanti.

Nel caso si riscontrino limiti o impedimenti rimuovibili, allora le società superiori dovrebbero intervenire, ma secondo i principi sopra detti della prudenza, della gradualità, mai sostituendosi alla famiglia. Può essere che quella famiglia avesse bisogno di qualche aiuto, in questo caso si sarebbe potuto intervenire per offrirglielo senza creare con ciò una dipendenza dai sussidi pubblici, ma garantendo la sua libertà nell’ordinarsi al proprio bene.

Lo smembramento coatto della famiglia mediante un intervento della magistratura non è rispettoso della originaria e naturale autonomia della famiglia rispetto alle istituzioni politiche. Esso, inoltre, avviene senza alcuna gradualità sia per accertare la reale situazione sia per individuare possibili ambiti di eventuale aiuto sussidiario. Si è trattato di una irruzione dello Stato in una famiglia con caratteri nettamente sostitutivi e non sussidiari.



(Foto di Egor Myznik su Unsplash)



giovedì 27 novembre 2025

“Una caro”. Dietro le belle parole ecco il cavallo di Troia della nuova morale sessuale




by Aldo Maria Valli, 27 nov 2025


di Chris Jackson

Dopo il commento che “Duc in altum” vi ha proposto ieri, torniamo su “Una caro. Elogio della monogamia”, la “Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca” diffusa dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di papa Prevost.

Il documento si presenta come una meditazione sulla carità coniugale e in superficie suona abbastanza bene: linguaggio biblico su “una sola carne”, riverenti cenni a Giovanni Paolo II, qualche inchino d’obbligo all’”Humanae vitae” e all'”apertura alla vita” degli sposi cristiani.

Sotto la patina pia, il documento compie però un’operazione che va sottolineata. Sposta silenziosamente il centro del matrimonio dal legame divinamente istituito tra sesso e procreazione a una visione essenzialmente psicologica della “carità coniugale”, vissuta secondo un’antropologia fluida e terapeutica mutuata dalle più recenti sperimentazioni della Pontificia accademia per la vita.

Una volta osservato il modo in cui il testo cita Karol Wojtyła e riformula l'”apertura alla vita”, diventa chiaro cosa sta succedendo. “Una caro” non è un attacco frontale alla dottrina cattolica. È il cavallo di Troia parcheggiato appena dentro i cancelli: ancora avvolto nel vocabolario di Wojtyła, ma intriso della logica di cui gli ingegneri morali dell’Accademia avranno bisogno per giustificare la contraccezione artificiale e, in ultima analisi, le sterili “unioni” sessuali di ogni tipo.

Il documento arriva nella stessa stagione in cui Leone XIV ha incoronato Renzo Pegoraro presidente della Pontificia accademia per la vita: proprio l’uomo che ha contribuito a trasformare quell’organismo da baluardo per i nascituri a un think tank di bioetica post-cristiana. Non serve molta immaginazione per capire dove si vuole arrivare. Invece di un muro a protezione del matrimonio, questa lettera è una porta sapientemente progettata.

Carità coniugale senza croce

Il magistero più antico trattava il matrimonio in termini soprannaturali. Trento parlava del sacramento istituito da Cristo come rimedio alla concupiscenza e come ufficio ordinato alla procreazione e all’educazione dei figli. Leone XIII, in “Arcanum divinae” e in altri documenti, sottolineava il vincolo indissolubile e la famiglia come una “società numericamente piccola, ma non meno vera società dello Stato stesso”. La “Casti connubii” di Pio XI parlava chiaramente: Dio ha attribuito all’atto coniugale un fine primario, la procreazione e l’educazione della prole, e un fine secondario, l’aiuto reciproco e il rimedio alla concupiscenza.

In questa tradizione, l’amore non è un sentimento libero di fluttuare e che crea il proprio significato. L’amore è ordinato dalla natura e dalla grazia. La carità coniugale abbraccia i figli perché è radicata nel disegno del Creatore.

“Una caro” eredita il lessico, ma non la struttura portante. Parla con calore di carità coniugale e di “fecondità responsabile”, ma tratta costantemente la procreazione come un aspetto tra i tanti, un simbolo inserito in una narrazione più ampia di autorealizzazione, sostegno emotivo e “accompagnamento”.

Il cambiamento decisivo si manifesta nel paragrafo 145, la sezione in cui i ghostwriter di Leone si affidano a Karol Wojtyła per superare i limiti senza dare l’impressione di farlo.

La citazione di Wojtyła che verrà usata per far saltare l’”Humanae vitae”

Ecco il nocciolo della questione. La lettera afferma: “L’unione sessuale, come espressione della carità coniugale, deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questa debba essere una finalità esplicita di ogni atto sessuale. Possono infatti verificarsi tre situazioni legittime:

a) Che una coppia non possa avere figli. Karol Wojtyła lo spiega magnificamente quando ricorda che il matrimonio ha «una struttura interpersonale, è un’unione e una comunità di due persone […]. Per molte ragioni, il matrimonio può non diventare una famiglia, ma la mancanza di questa non lo priva del suo carattere essenziale. Infatti, la ragione interiore ed essenziale dell’esistenza del matrimonio non è solo quella di trasformarsi in una famiglia, ma soprattutto di costituire un’unione di due persone, un’unione duratura fondata sull’amore […]. Un matrimonio in cui non ci sono figli, senza colpa degli sposi, conserva il valore integrale dell’istituzione […] non perde nulla della sua importanza».

b) Che una coppia non ricerchi consapevolmente un certo atto sessuale come mezzo di procreazione. Lo afferma anche Wojtyła, sostenendo che un atto coniugale, che «essendo in sé un atto d’amore che unisce due persone, non può necessariamente essere considerato da loro come un mezzo di procreazione consapevole e desiderato».

Letto velocemente, il paragrafo può sembrare ortodosso. La Chiesa ha sempre riconosciuto i matrimoni sterili come veri matrimoni, e non ha mai preteso che gli sposi elaborassero nella loro immaginazione un’intenzione esplicita di avere un bambino prima di ogni abbraccio. Ma “Una Caro” non si limita a ricordarcelo. Il periodo “l’unione sessuale… deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questo debba essere un obiettivo esplicito di ogni atto sessuale”, sposta già il baricentro. Dice in effetti: la storia generale dell'”apertura alla vita” della coppia è sufficiente, anche se atti particolari non vengono vissuti, qui e ora, in quell’orizzonte procreativo.

Il problema non è solo la cornice che circonda quella frase. La frase stessa viene utilizzata per introdurre un nuovo standard. Invece di chiedersi se questo atto concreto rispetti la struttura procreativa voluta da Dio, “Una caro” ci invita a chiederci se la relazione di coppia, considerata nel suo complesso, possa ancora essere descritta come “aperta alla vita”, anche quando i singoli atti sono chiusi nella pratica. Poi canonizza questo cambiamento elencandolo come una delle tre “situazioni legittime”.

Anche la clausola sul non “cercare consapevolmente” la procreazione in ogni atto diventa tossica in questo contesto. Nel contesto originale di Wojtyła potrebbe essere letta come un semplice promemoria del fatto che gli sposi non sono obbligati a formulare un’intenzione procreativa esplicita prima di ogni abbraccio. In “Una caro” la stessa frase viene strappata dal suo contesto e riproposta. Viene inserita come una delle “situazioni legittime” proprio per suggerire che il significato procreativo dell’atto può recedere in secondo piano, purché la narrazione interiore della coppia sulla “carità coniugale” rimanga intatta.

Notate lo schema.

Primo: «L’unione sessuale, in quanto espressione della carità coniugale, deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita…»

L’atto è definito principalmente come espressione di carità, non come un tipo di atto con una struttura fissa, data da Dio, ordinata alla generazione. L’apertura alla vita è abbassata di un livello, trattata come una condizione di fondo generale.

Poi: “…anche se questo non significa che questo debba essere uno scopo esplicito di ogni atto sessuale. Infatti, possono verificarsi tre situazioni legittime…”

La categoria delle “situazioni legittime” è ora costruita attorno a una descrizione psicologica dell’intenzione, non attorno alla specie morale oggettiva degli atti. Quando il testo cita Wojtyła – “un atto coniugale, essendo di per sé un atto d’amore che unisce due persone, non può necessariamente essere considerato da loro come un mezzo di procreazione consapevole e desiderato” – il quadro è pronto.

Ecco la mossa in parole povere.

La vecchia questione era se questo atto, di per sé, rispettasse la struttura procreativa dell’atto coniugale o se gli sposi la sterilizzassero deliberatamente. La nuova questione diventa se l’atto sia espressione di amore coniugale all’interno di un matrimonio che è, in un certo senso, “aperto alla vita”, anche se la procreazione non è coscientemente desiderata in questo momento.

Una volta trasferito il baricentro dalla natura divina dell’atto alla narrazione interiore della coppia, l’”Humanae vitae” diventa lettera morta. La condanna della contraccezione in quell’enciclica si basa sul fatto che l’atto coniugale ha una struttura data che l’uomo non può deliberatamente frustrare. Il testo di Leone XIII conserva il vecchio vocabolario dell'”apertura” mentre si prepara a svuotarne il contenuto.

Questo è esattamente ciò che i moralisti che ruotano attorno alla Pontificia accademia per la vita hanno chiesto. E ora il brano su Wojtyła è pronto per essere citato come il ponte “magisteriale” che permetterà loro di attraversare il fiume.

Lefebvre lo aveva previsto

Se tutto questo vi sembra stranamente familiare, è perché contro la manovra di base qualcuno mise in guardia già nello stesso Concilio Vaticano II.

Monsignor Lefebvre ha ricordato come il Concilio abbia cercato di ridefinire il matrimonio ponendo sullo stesso piano procreazione e amore coniugale. Il cardinale Suenens ha insistito affinché si abbandonasse il linguaggio tradizionale di un fine primario e uno secondario. Il cardinale Brown, maestro generale dei domenicani, si è alzato e ha gridato: “Caveatis! Caveatis! Attenzione! Attenzione!”, avvertendo i padri conciliari che equiparare i fini “perverte il significato del matrimonio” e sovverte la dottrina costante della Chiesa.

Lefebvre osserva che, nonostante l’intervento di Brown e le pressioni del Santo Padre, la “Gaudium et spes” si è conclusa con una formulazione ambigua. Il testo latino consente una lettura in cui la procreazione “non è messa in secondo piano”, il che in pratica significa che tutti gli scopi del matrimonio sono trattati allo stesso modo. Da lì, afferma, la teologia moderna pone semplicemente la “sessualità” al primo posto tra gli scopi del matrimonio, e il resto segue: contraccezione, “pianificazione familiare”, aborto.

“Una caro” è la versione raffinata e postconciliare di questo stesso cambiamento. Riconosce formalmente la fecondità, poi spende le sue energie descrivendo il matrimonio come “unione e comunità di due persone”, con “carità coniugale” e “unione sessuale” intese principalmente come espressione interpersonale di sé. Il paragrafo di Wojtyła diventa la pietra dall’aspetto decoroso su cui si sta in piedi mentre si scavalcano “Casti connubii” e “Humanae vitae”.

La frase di Lefebvre sulle conseguenze potrebbe essere scritta come didascalia del documento di Leone: una volta che l’amore coniugale viene riformulato come “sessualità” al vertice della gerarchia, “tutto è permesso”.

Dall’Accademia di Francesco al Pegoraro di Leone: la rete dietro il testo

Tutto questo non avrebbe importanza se gli uomini che danno forma alla bioetica ufficiale della Chiesa fossero ancora il tipo di persone nominate da Giovanni Paolo II. Ma non lo sono.

Nel 2016 Francesco ha riscritto gli statuti della Pontificia accademia per la vita, ne ha sciolto i membri e l’ha ricostruita su nuove fondamenta. Il vecchio requisito del giuramento pro-vita è scomparso. Al suo posto è subentrato un mix di figure ecumeniche, interreligiose e apertamente eterodosse, a cui si sono uniti teologi cattolici che avevano già trascorso decenni a minare gli stessi insegnamenti che l’Accademia aveva un tempo difeso.

Ora Leone ha promosso Renzo Pegoraro, cancelliere di lunga data e braccio destro di Paglia, a presidente. Pegoraro ha supervisionato il passaggio dell’Accademia dalla difesa della vita alla fusione della moralità cattolica con la retorica della salute pubblica, ospitando voci pro-aborto e pro-contraccezione e con il suo volume di punta del 2022, “Etica teologica della vita”, che invoca apertamente un “cambio di paradigma” nella teologia morale.

Tra i protagonisti di questo progetto c’è don Maurizio Chiodi, moralista nominato membro dell’Accademia e a cui viene riservato un posto d’onore nei convegni e nelle pubblicazioni. Chiodi tratta l’”Humanae vitae” e persino parti della “Casti connubii” come “dottrina riformabile” e sostiene che la classica categoria degli “atti intrinsecamente cattivi” debba essere ripensata alla luce delle situazioni concrete, delle intenzioni e del “cammino” della coppia.

In altre parole: l’Accademia non è più composta da uomini che ritengono la contraccezione sempre e ovunque un grave peccato. È composta da uomini che considerano quell’insegnamento provvisorio, rivedibile e pronto per essere “sviluppato”.

Quando un’Accademia di questo tipo legge “Una caro” non vi vede una riaffermazione della tradizione. Vede materiale grezzo. Vede nel paragrafo 145 il testo ponte di cui ha bisogno: il nome di Wojtyła, la firma di Leone e un quadro interpretativo che sposta l'”apertura alla vita” dagli atti concreti a una vaga storia di vita.

Fernández e la pastoralizzazione del male intrinseco

A completare il lavoro dell’Accademia c’è la scelta di Leone di un esecutore dottrinale. L’uomo che egli ha mantenuto a capo del Dicastero per la dottrina della fede è Víctor Manuel Fernández, famoso per i suoi tentativi di sviluppare una sorta di spiritualità erotizzata e per il suo ruolo nell’elaborazione della soluzione del “foro interno” in “Amoris laetitia” e per la questione della Comunione ai divorziati “risposati”.

Fernández ha già segnalato di voler adottare un approccio più soft alla nozione di male intrinseco, che dia più spazio al soggetto concreto, alle sue intenzioni, ai suoi sentimenti, al suo discernimento.

Date a una mente così un documento come “Una caro” e non si fermerà lì.

Primo passo: considerare la condanna della contraccezione da parte dell’”Humanae vitae” come un ideale di alto livello, piuttosto che come un precetto negativo vincolante.

Secondo passo: sottolineare, come fa “Una caro”, che l’atto coniugale è prima di tutto un atto espressivo d’amore tra persone, e che l’“apertura alla vita” della coppia si misura a livello della loro vocazione, non di ogni singolo atto.

Terzo passo: proclamare, nello stile dell’Etica teologica della vita, che possono esserci situazioni in cui “con una scelta saggia” una coppia può ricorrere ai contraccettivi.

Quarto passo: insistere sul fatto che la dottrina non è cambiata; abbiamo semplicemente “approfondito” la nostra comprensione e fatto spazio al discernimento pastorale.

È così che funziona il cavallo di Troia. Non si scrive mai un’enciclica esplicita che dica “la contraccezione ora è buona”. Si diffonde invece una rete di documenti incrociati in cui la teoria rimane sulla carta, mentre ogni caso concreto viene silenziosamente esentato in nome dell’amore, del discernimento e della “carità coniugale”.

Il punto non è teorico: il “paradigma” contraccettivo

Il punto non è speculativo. La rete che utilizza questo passaggio esiste già, e ha già presentato la parte nascosta ad alta voce. In una conferenza pubblica alla Pav, don Maurizio Chiodi ha sostenuto che in alcune situazioni l’uso della contraccezione artificiale “potrebbe essere riconosciuto come un atto di responsabilità”. Questa è la frase chiave. Un atto contraccettivo, secondo lui, non è per sua natura sempre gravemente immorale. Nelle giuste circostanze, dopo discernimento, può essere proprio ciò che Dio vuole.

Sulla stessa linea, Chiodi insiste sul fatto che l’”Humanae vitae” non è una dottrina infallibile, ma riformabile, e che l’elenco degli “atti intrinsecamente malvagi” di “Veritatis splendor” debba essere rivisitato alla luce delle situazioni concrete, delle intenzioni e del percorso complessivo della coppia. La Pontificia accademia per la vita pubblica quindi “Etica Teologica della Vita”, un volume di cinquecento pagine prodotto sotto la direzione di Paglia, con collaboratori come Chiodi e Casalone, che flirta apertamente con l’idea che, in determinate “condizioni e circostanze pratiche”, i coniugi possano, “con una scelta saggia”, ricorrere ai contraccettivi.

Non si tratta di un post in un blog sparso. È un volume della casa editrice vaticana, pubblicizzato dalla stessa Accademia come un “cambio di paradigma” nella teologia morale.

Ora mettetelo accanto al passaggio chiave in “Una caro”: «L’unione sessuale, come modo di esprimere la carità coniugale, deve naturalmente rimanere aperta alla comunicazione della vita, anche se ciò non significa che questa debba essere una finalità esplicita di ogni atto sessuale… un atto coniugale, essendo in se stesso un atto di amore che unisce due persone, non può necessariamente essere considerato da esse come un mezzo consapevole e desiderato di procreazione».

Chiodi e i suoi colleghi hanno già fornito la teoria: la contraccezione è talvolta la scelta responsabile, e la norma negativa dell’”Humanae vitae” è riformabile. Il volume della Pav ha già fornito il linguaggio pastorale: il ricorso “sapiente” ai contraccettivi in ​​situazioni difficili. “Una caro” fornisce ora il tessuto connettivo magistrale: una citazione di Wojtyła che sposta l'”apertura alla vita” dalla struttura di ogni atto all’orizzonte vago della vocazione della coppia, e tratta l’atto principalmente come un gesto espressivo d’amore.

Una volta che questa sentenza sarà stata promulgata, i dissidenti non avranno più bisogno di una rivoluzione. Avranno solo bisogno di una nota a piè di pagina.

«Seguendo l’insegnamento di “Una caro” sulla carità coniugale», diranno, «riconosciamo che l’atto coniugale è prima di tutto un dono personale d’amore; l’apertura alla vita è richiesta al matrimonio in quanto tale, ma non necessariamente a ogni singolo atto, soprattutto in situazioni complesse. In questi casi, come ha mostrato “Etica teologica della vita”, un ricorso attentamente ponderato alla contraccezione può essere un’espressione responsabile di quell’amore».

Si possono già sentire i titoli degli atti del convegno: “Carità coniugale e genitorialità responsabile: leggere l’’Humanae vitae’ alla luce di ‘Una Caro’”. “Da atti intrinsecamente malvagi a percorsi responsabili: la gioia dell’amore e la gioia della vita”. Le note a piè di pagina serpeggiano dall’esortazione di Leon al libro di Paglia ai saggi di Chiodi e viceversa, fino alla conclusione pratica: il divieto di contraccezione esiste ancora sulla carta, ma nessun caso concreto può mai rientrarvi.

Ecco perché è importante che questi uomini siano stati deliberatamente collocati alla Pontificia accademia per la vita e lì lasciati. Il Ddiacstero per la dottrina della fede di Leone non sta citando ingenuamente Wojtyła a vuoto. Sta alimentando una macchina già costruita.

Dagli atti sterilizzati alle “unioni” sterili

La stessa logica che attenua la contraccezione finisce per minacciare l’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità.

Se il peso morale degli atti sessuali risiede principalmente nella loro capacità di esprimere “amore”, e se “l’apertura alla vita” non è più legata alla struttura intrinseca dell’atto ma a un atteggiamento diffuso di generosità e cura, allora l’argomentazione contro le “unioni” omosessuali è già indebolita.

Cosa impedisce a un teologo formatosi in questa nuova scuola di affermare che due uomini o due donne possano vivere una “carità coniugale” di reciproco dono di sé, servizio e “fecondità” intesa come adozione, impegno sociale o sostegno psicologico? Se l’orientamento procreativo dell’atto è stato ampiamente assorbito in una metafora di “generatività”, e l’uso concreto dei poteri generativi può essere bloccato per gravi motivi, quale barriera di principio rimane?

Documenti come “Fiducia supplicans” hanno già giocato su questo terreno benedicendo le coppie omosessuali in astratto, pur insistendo sul fatto che non stanno benedicendo l’unione “in quanto tale”. La nuova teologia morale dell’Accademia fornisce una giustificazione più profonda: l’attenzione è rivolta alla storia interpersonale, alla “gioia di vivere”, al discernimento della coscienza, non alla specie morale oggettiva degli atti.

Una volta abbandonato l’antico insegnamento di “Casti connubii”, secondo cui ci sono atti che, per loro natura, costituiscono gravi violazioni della legge del Creatore, indipendentemente dalle circostanze, il resto si disfa rapidamente. Il cavallo di Troia che introduce clandestinamente la contraccezione in città non si fermerà qui.

Che cosa insegna realmente la tradizione

La Chiesa cattolica, prima del Concilio, si espresse in modo inequivocabile su questi argomenti. Non perché mancasse di sfumature o compassione, ma perché credeva che Dio avesse effettivamente rivelato qualcosa sulla natura del matrimonio e sull’ordine morale.

La “Casti connubii” afferma che qualsiasi uso del matrimonio che ne vanifichi deliberatamente il potere e lo scopo naturali è un’offesa alla natura e a Dio. Documenti successivi come “Donum vitae” e “Dignitas personae” non fanno altro che riapplicare questo principio a nuove tecniche e situazioni. Tutti presuppongono che certe azioni – sterilizzare direttamente un atto coniugale, generare direttamente un figlio tramite manipolazione tecnica, togliere direttamente una vita innocente – siano intrinsecamente disordinate in sé. Nessuna intenzione psicologica può renderle sante.

Ciò non significa che la Chiesa ignori le circostanze. Significa che le circostanze non possono transustanziare il male in bene.

“Una caro” avrebbe potuto ripeterlo con la schietta semplicità del magistero precedente. Invece cita Wojtyła selettivamente per sottolineare il matrimonio come “unione di due persone”, riconosce l’infertilità in un modo perfettamente cattolico, poi introduce di nascosto l’affermazione che un atto coniugale “non deve essere considerato” come mezzo di procreazione e che un simile atteggiamento rientra tra le “situazioni legittime”.

Se a tutto questo si aggiunge l’attuale leadership della Pontificia accademia per la vita, la promozione di Pegoraro, il “cambio di paradigma” di Paglia, il discorso di Chiodi sulla dottrina riformabile e l’allergia di Fernández ai precetti negativi espliciti, si ottiene l’abbozzo di un progetto.

L’avvertimento di Lefebvre da San Pietro, che riecheggia nei decenni – “Attenzione! Attenzione! Se accettiamo questa definizione, andiamo contro tutta la tradizione della Chiesa e pervertiamo il significato del matrimonio” – si sta semplicemente avverando sotto i nostri occhi. Il Concilio ha seminato l’ambiguità appiattendo la gerarchia dei fini. I moralisti postconciliari l’hanno raccolta, avvolta in un linguaggio denso di gioia e discernimento, e ora i manipolatori di Leone la servono in una salsa al sapore di Wojtyła.

Conclusione: vedere il cavallo per quello che è

Se fossimo nel 1950, un documento come “Una caro” verrebbe letto alla luce del Concilio di Trento e della “Casti connubii” e tacitamente corretto dal Sant’Uffizio prima ancora di vedere la luce. Oggi viene pubblicato, tra gli applausi, proprio dal Dicastero per la dottrina della fede, mentre gli uomini che pubblicamente mettono in discussione la contraccezione e difendono la vecchia teologia morale sono messi a tacere, cancellati o invitati a “riconsiderare la propria vocazione”.

Il cavallo di Troia ha già varcato la soglia. Sorride, cita Wojtyła, parla di “gioia” e “carità coniugale” e ci rassicura che tutto rimane “aperto alla vita”. Ma al suo interno porta con sé gli stessi principi di cui la nuova Accademia e il prefetto dottrinale di Leone XIII hanno bisogno per dichiarare, in pratica, che il vecchio insegnamento sulla contraccezione e la morale sessuale appartiene al passato.

Il primo nostro compito è semplicemente dare un nome a tutto questo con onestà. “Una caro” non è una meditazione innocua sull’amore coniugale. È un ponte attentamente costruito tra il linguaggio più antico della Chiesa e la rivoluzione morale postconciliare che Lefebvre vide germogliare proprio durante il Concilio.

Non si ferma una rivoluzione fingendo che i documenti siano migliori di quanto non siano. La si ferma vedendo con chiarezza, parlando con franchezza e rifiutando di lasciare che citazioni di Wojtyła, accuratamente selezionate, vengano usate per bruciare ciò che Pio XI e i suoi predecessori hanno costruito.

bigmodernism






mercoledì 26 novembre 2025

“Una caro”. A difesa della monogamia? Il matrimonio sotto attacco aveva bisogno della verità cattolica, non di sentimentalismo



“Una caro”. A difesa della monogamia? Il matrimonio sotto attacco aveva bisogno della verità cattolica, non di sentimentalismo




Aldo Maria Valli, 26 nov 2025

“Una caro. Elogio della monogamia”, la “Nota dottrinale sul valore del matrimonio come unione esclusiva e appartenenza reciproca” diffusa dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di papa Prevost, ha una portata ampia ma, com’era prevedibile, soffre di una debolezza caratteristica di tutti i testi modernisti sinodali: tratta una dottrina antica, chiara e divinamente stabilita, come se fosse un tema che richiede una riscoperta moderna piuttosto che la conferma di una verità perenne.

In un’epoca come la nostra, in cui l’idea stessa di matrimonio sta crollando sotto il peso del libertinismo sessuale, dell’ideologia di genere e della glorificazione culturale del non impegno, un documento vaticano sulla monogamia avrebbe dovuto essere dotato della forza di uno squillo di tromba. Ma la Nota non è niente del genere. Al contrario, “Una Caro” sussurra dolci parole e si pavoneggia come un dandy. È una lunga, pomposa, serissima meditazione pastorale, in alcuni punti persino bella ma che si rifiuta di chiamare peccato il peccato, errore l’errore e verità la verità. Ciò di cui la Chiesa aveva bisogno era un martello, ma ha emesso un tip tap modernista.

Fin dai passaggi iniziali, qualsiasi speranza che questo documento potesse essere diverso dalla solita spazzatura postconciliare viene rapidamente infranta. La Nota non inizia con la dottrina, né con la legge divina, né tantomeno con la legge naturale che sostiene l’intera comprensione cattolica del matrimonio. Inizia invece con il linguaggio introspettivo e terapeutico tipico dei documenti sinodali contemporanei. Il legame coniugale, ci viene detto, non nasce da due persone “che stanno l’una di fronte all’altra”, ma da due persone “che stanno l’una accanto all’altra”.

La definizione stessa di unità monogamica non è formulata in termini teologici o giuridici, ma con il vocabolario di un consulente matrimoniale. Non si tratta di una scelta stilistica casuale: rivela l’intera ottica attraverso cui il documento esamina l’argomento. Il matrimonio non è prima di tutto un patto, un vincolo istituito o un’unità ontologica, ma una “relazione”, un “cammino reciproco” e una “comunione di vita”.

Ma cosa ci aspettavamo? Dopotutto, il documento è opera del cardinale Soft Porn in persona, alias Víctor Manuel Tucho Fernández.

Il linguaggio potrebbe essere innocuo in un opuscolo catechetico o in una rubrica di consigli, ma in una nota dottrinale diventa un ostacolo. La Chiesa ha sempre insegnato che l’unità del matrimonio è radicata in qualcosa di molto più solido della vicinanza emotiva o dell’esperienza soggettiva. È radicata nella legge divina stessa: “Diventeranno una sola carne”. Non “diventeranno emotivamente risonanti”, non “cresceranno nella comunione interpersonale”, ma una sola carne. Il legame unitivo è reale, oggettivo, irrevocabile e indipendente dai sentimenti degli sposi. Eppure, in tutta “Una Caro” l’unità è descritta come una sorta di progetto emotivo in corso, un processo dinamico approfondito attraverso la tenerezza, il dialogo e la donazione reciproca. L’enfasi è posta costantemente sull’interiorità e sulla relazionalità, al che viene da chiedersi se gli autori ricordino che il sacramento del matrimonio rimane molto reale anche quando a volte gli sposi cessano di sentirsi in relazione.

Il nauseante sentimentalismo diventa ancora più inquietante quando la Nota, al paragrafo 5, con sorprendente candore annuncia che non affronterà l’argomento “indissolubilità” o “fecondità”. Si fa fatica a credere ai propri occhi. Ecco un documento vaticano sulla monogamia che si rifiuta esplicitamente di discutere i due pilastri che rendono la monogamia comprensibile. Sarebbe come proporre un documento sull’Eucaristia e poi rifiutarsi di parlare di transustanziazione. Mettendo tra parentesi questi elementi essenziali, la Nota priva la monogamia della sua spina dorsale dottrinale e la lascia sospesa nel nulla.

Uno dei più stridenti fallimenti della Nota sta nell’uso acritico dei testi religiosi indù come testimonianze morali della monogamia. In un documento di questo tipo possiamo aspettarci osservazioni antropologiche, ma non citazioni dirette delle scritture indù poste senza riserve accanto alla Genesi, come se il Manusmṛti o il Bhagavatam occupassero un piano morale analogo.

Il documento cita il Manusmṛti – antico testo indù che sancisce anche altre “grandi istituzioni” come la gerarchia di casta, l’impurità rituale e la subordinazione delle donne – come se la sua affermazione sulla fedeltà “fino alla morte” fosse un’intuizione moralmente illuminante. Poi cita il racconto del Bhagavatam di Ramachandra, che “rispettava una sola donna per tutta la vita”, come se questa narrazione “epica” dovesse rafforzare l’insegnamento cattolico. Infine, invoca il Tamil Thirukkural, dichiarando che “l’amore reciproco è l’essenza della coppia”. Tutti testi presentati con ammirazione, come se esprimessero organicamente la stessa verità morale proclamata dalla Chiesa. Ci si aspetta che da un momento all’altro anche Tucho inizi a citare il Kama Sutra!

Questo non è il metodo cattolico. Quando la Chiesa ha storicamente riconosciuto echi di diritto naturale in culture non cristiane, lo ha sempre fatto con attenta distinzione e, aggiungerei, con gusto, proprio per evitare di offuscare l’autorità unica della Rivelazione divina. Ma “Una Caro” non si preoccupa di tali distinzioni. Queste fonti pagane sono presentate semplicemente come “altre prospettive”, inserite in una sequenza retorica con la Scrittura e i Padri. L’effetto cumulativo non è un arricchimento, ma un livellamento sincretistico. La Rivelazione appare semplicemente come la versione cristiana di un modello antropologico universale.

Questa impostazione non nasce da un ingenuo universalismo teologico. Si tratta del tentativo deliberato di collocare il cattolicesimo all’interno di un quadro religioso comparativo, invece di presentarlo come l’unica vera fede che giudica tutte le altre.

A complicare ulteriormente il problema c’è l’abitudine della Nota di trattare le deviazioni morali con studiata delicatezza. Quando nomina il poliamore moderno, lo descrive come un “fenomeno culturale”, non come un peccato grave. Quando discute della poligamia, la definisce un'”usanza del tempo”. Quando esamina le moderne relazioni “multi-partner”, le definisce “situazioni oggettivamente difficili”. I profeti inveirono contro l’adulterio, Cristo condannò il divorzio, san Paolo dichiarò che la fornicazione esclude dal regno di Dio. Ma “Una Caro” preferisce il dolce mormorio della sensibilità pastorale quando il mondo sessualmente peccaminoso ha bisogno di essere risvegliato!

Anche quando affronta dilemmi pastorali concreti – come la gestione dei convertiti poligami – il documento si rifiuta di fornire ai vescovi una guida chiara. Piuttosto, si sofferma sul “dramma” e sulla “complessità” della situazione, fornendo ai pastori empatia ma nessuna indicazione concreta. È esattamente questo tipo di vaghezza che ha spinto così tanti vescovi a rifuggire dalla leadership morale. Quando Roma si limita a borbottare, i pastori inevitabilmente tacciono.

In tutta la Nota si percepisce una deriva antropologica, uno spostamento delle categorie teologiche a favore di quelle psicologiche. Il matrimonio è costantemente inquadrato come un cammino interiore, un processo, un dialogo, un approfondimento del dono reciproco di sé. Questa enfasi, pur non essendo falsa di per sé, oscura il fatto che il matrimonio è prima di tutto un patto istituito da Dio e ratificato dalla coppia attraverso il consenso. Non è principalmente un’esperienza soggettiva. È un legame oggettivo. Ma “Una Caro” si esprime ripetutamente come se l’unità coniugale crescesse o calasse a seconda delle dinamiche interiori della coppia. Questa è l’antropologia della psicologia laica moderna, non è l’insegnamento della Chiesa cattolica.

Ci sono passaggi di autentica bellezza. Ci sono citazioni di Agostino, Tommaso d’Aquino, Leone XIII e Pio XI che richiamano la forza dottrinale delle generazioni precedenti. Ci sono momenti in cui la Nota quasi trova il suo equilibrio e dice la verità con chiarezza. Ma questi momenti galleggiano in un mare più ampio di ambiguità, sentimentalismo e ottimismo antropologico. È chiaro che gli intriganti autori sinodali temevano che troppa chiarezza dottrinale potesse offendere la sensibilità del loro vero dio: l’uomo contemporaneo.

Ciò di cui la Chiesa aveva bisogno era una dichiarazione chiara: la monogamia è legge di Dio, radicata nella natura, difesa da Cristo, essenziale per la società e vincolante per tutti. Ciò di cui aveva bisogno era una ferma denuncia dei peccati sessuali che distruggono anime e società. Ciò di cui aveva bisogno era un’articolazione teologica che restituisse alla procreazione e all’indissolubilità il loro giusto posto. Ciò di cui aveva bisogno era chiarezza senza scuse. Ha ricevuto invece un documento ricco di citazioni, di portata e tono pastorale, ma povero di autorevolezza, giudizio e guida. È un testo che si rifiuta di condannare l’errore, che mette da parte verità essenziali e introduce fonti religiose straniere, poeti laici e filosofi mondani in modi che offuscano l’unicità dell’Apocalisse.

Il mondo perverso aveva bisogno di una tromba d’allarme. Invece “Tucho” e il suo dicastero modernista deviato ci hanno regalato un piccolo flauto impotente.

radicalfidelity





martedì 25 novembre 2025

La "silenziosa rinascita cattolica" della Gran Bretagna è guidata dai laici




martedì 25 novembre 2025







Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da Infocatolica. Un'ondata silenziosa di conversione e rinnovamento sta prendendo piede tra i giovani del Regno Unito. Sempre più spesso, i membri della Generazione Z si rivolgono alla Chiesa in cerca di chiarezza, stabilità e significato.





Nel Regno Unito, diversi rapporti recenti parlano di una "silenziosa rinascita" all'interno della Chiesa cattolica, in particolare tra i giovani. Con l'avvicinarsi delle celebrazioni pasquali, le parrocchie di tutto il Paese hanno registrato un notevole aumento della partecipazione e dell'interesse per la fede.

Giornali come il Daily Telegraph, il Times e l'Anglican Ink hanno pubblicato titoli sulla rinascita cattolica in Inghilterra. "Ci sono splendidi segnali di crescita e rinnovamento nella vita della Chiesa, soprattutto tra i ventenni e i trentenni", ha dichiarato l'arcivescovo John Wilson di Southwark.

Durante la Veglia Pasquale, le diocesi di Southwark e Westminster hanno ricevuto più candidati del solito: rispettivamente 450 e 500. Quasi la metà erano catecumeni che chiedevano il battesimo. Secondo l'arcivescovo Mark O'Toole, "cercano chiarezza e stabilità" e trovano nella Chiesa cattolica "una forte identità e chiari insegnamenti su Gesù".

Un sondaggio della Bible Society ha rivelato che i cattolici superano ora gli anglicani in un rapporto di due a uno tra i giovani credenti nel Regno Unito. Nel 2018, il 41% dei frequentatori abituali della chiesa era anglicano, il 23% cattolico e il 4% pentecostale. Entro il 2024, queste cifre sono passate rispettivamente al 34%, 31% e 10%. Inoltre, la Conferenza Episcopale ha riferito che la partecipazione alla Messa è aumentata da 503.000 nel 2022 a 555.000 nel 2023, confermando questa tendenza al rialzo.

I social media hanno svolto un ruolo chiave in questo fenomeno. Luke Lenz, un giovane cattolico del Kent, afferma che il gruppo giovanile a cui appartiene è cresciuto da 5 a 30 membri in due anni. Lui e altri giovani affermano di essere stati ispirati da utenti cattolici che trasmettono "valori forti" e una visione del mondo coerente. Lenz, cresciuto in ambienti protestanti, ha scoperto la Chiesa cattolica tre anni fa e vede la sua dottrina come un'ancora in mezzo al caos culturale.

Anche Charles Cole, direttore della Schola of the Oratory di Londra, ha osservato una rinascita nella vita spirituale: più giovani pregano il Rosario, si confessano regolarmente e mostrano maggiore maturità. Ritiene che i lockdown dovuti alla pandemia e l'uso improprio dei social media abbiano acceso una sete di verità, che molti trovano nella tradizione e nell'ortodossia.

Mark Lambert, co-creatore del canale Catholic Unscripted, sottolinea che questo risveglio sta avvenendo in gran parte al di fuori della gerarchia. "Sono Internet e gli influencer cattolici a guidarlo", afferma. A suo avviso, questa rinascita continuerà a crescere man mano che sempre più persone si disillusero dalla cultura secolare. Tuttavia, avverte che sarà necessaria una coerenza dottrinale per evitare che si arresti.

Lambert lancia un appello alla Chiesa: "Dobbiamo predicare il Vangelo, invitare alla conversione e insegnare la dottrina con chiarezza. La cultura reclama a gran voce la medicina del Vangelo".

Questo fenomeno si osserva anche in altri paesi come Francia, Belgio e Stati Uniti. Secondo il commentatore cattolico Michael Knowles, questa reazione spirituale nasce in risposta alla "tirannia del soggettivismo" e all'esaltazione del giudizio privato. Sorprendentemente, anche nella culla dell'anglicanesimo, il cattolicesimo sta vivendo una rinascita.

Il filosofo Sebastian Morello osserva che molti giovani, soprattutto uomini, cercano nobiltà e uno scopo in un mondo egocentrico. Nel vuoto moderno, trovano un'alternativa radicale nella tradizione cattolica. "Ciò che cercano", afferma, "si trova solo in una trasformazione mistica all'interno del mistero cristiano".

E conclude con un monito per l'Inghilterra: di fronte al crollo dell'anglicanesimo e alla crescita dell'Islam, il Paese dovrà scegliere tra un futuro cattolico o islamico. "Se gli inglesi vogliono un futuro in continuità con il loro passato, devono riconciliarsi con la Chiesa cattolica e rivendicare il loro titolo di Dote di Maria".







Il futuro della Messa Tradizionale e di Traditionis Custodes



Grazie a Luis Badilla per questa analisi sulle ultime indiscrezioini su possibili modifiche decisionali sulla Messa Tradizioinale e Traditionis Custodes.
QUI la "non smentita" del Nunzio Vaticano: "La Nunziatura Apostolica inglese conferma sostanzialmente le indiscrezioni sulla futura applicazione «generosa» di Traditionis custodes".
QUI i post di MiL su Traditionis Custodes.



25 novembre 2025

Luis Badilla

Messa in latino. Qualcuno vuole riattizzare la controversia mentre Papa Leone studia la situazione creatasi con due Motu propri divergenti firmati da Benedetto e Francesco.

Sembrerebbe che da più parti si vuole tornare al clima peggiore della controversia sulla cosiddetta "Messa in latino"; clima di scontro dove le parole sono sassi. Di colpo, dopo i primi sei mesi di pontificato, mentre si era alla ricerca di una convivenza pacifica tra i sostenitori del Motu proprio di Papa Francesco "Traditionis custodes" (16 luglio 2021) e quelli sostenitori del Motu proprio di Papa Benedetto XVI "Summorum Pontificum" (7 luglio 2007), alcuni hanno trovato il modo di surriscaldare gli animi. Nel frattempo la stragrande maggioranza del Popolo di Dio è tagliato fuori e, come spesso accade, non dispone neanche di un briciolo di verità per provare a capire con la propria testa. In campo tornano le tifoserie.

Una porta aperta?

Un sito statunitense conservatore assicura di sapere che Papa Leone XIV avrebbe intenzioni - e perciò avrebbe chiesto al Prefetto del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti (cardinale inglese Arthur Roche) - di essere generoso e meno severo con l’applicazione del Motu proprio di Francesco sulla Messa Tridentina o Vetus Ordo di fronte alle richieste di esenzioni o permessi.

La notizia l’avrebbe data ai vescovi dell’Inghilterra e Galles, riuniti in Assemblea poco tempo fa, il Nunzio del Pontefice mons. Miguel Maury Buendía. Il sito in questione, “The Pillar”, non ha dato altri particolari.

La smentita del Nunzio a Londra.

Testo completo del Comunicato della Nunziatura Apostolica in Gran Bretagna (14 novembre 2025).

In risposta alle ripetute richieste di chiarimenti in merito all’incontro riservato tenutosi il 13 novembre tra mons. Miguel Maury Buendía, Nunzio Apostolico in Gran Bretagna, e i vescovi della Conferenza di vescovi cattolici dell’Inghilterra e Galles, riguardante l’applicazione della lettera apostolica in forma di Motu proprio “Traditionis custodes” di Papa Francesco, la Nunziatura Apostolica in Gran Bretagna esprime rammarico per la divulgazione non autorizzata di informazioni relative a tale incontro riservato che ha causato confusione tra i fedeli. Le norme della lettera apostolica in forma di Motu proprio “Traditionis custodes” saranno attentamente studiate e applicate in ogni singolo caso.


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Come si legge chiaramente in questo documento con la sua firma il Nunzio non smentisce nulla. Non dice “è vero” o “è falso”. Si rammarica solo “per la divulgazione non autorizzata di informazioni provenienti da tale incontro riservato, che ha generato confusione tra i fedeli.”

Intanto le manipolazioni si fanno strada indisturbate.

Insomma, per alcuni osservatori queste indiscrezioni vogliono far capire che sulla controversia riguardo la Messa in latino, molto divisiva nella Chiesa, Papa Leone per ora lascia una “porta aperta”. Intanto riflette su una possibile e sostenibile soluzione il più ampiamente consensuale. Per altri osservatori le cose stanno diversamente nella misura in cui, il Papa, starebbe ancora ricevendo informazioni da numerosi diocesi nonché studiando la “questione”, non chiarita, delle risposte che Papa Francesco avrebbe ricevuto alle domande di una sorta di questionario fatto dal Vaticano anni fa. Ma questa stessa vicenda delle risposte viene contestata da altri conoscitori della materia per i quali si tratta di affabulazioni. Recentemente si è pure scritto che le parole attribuite al Nunzio Maury Buendía sono un chiaro tentativo di “usare” Papa Leone, il suo carisma e autorevolezza, per arruolarlo nella controversia come una pedina.

Ciò che ad oggi è incontestabilmente vero è che nella Chiesa vige pienamente il Motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco e dunque le celebrazioni della messa in latino devono essere autorizzate dai vescovi diocesani, i quali devono coordinarsi con il Dicastero e far rispettare altre norme.

Le nuove regole di Papa Francesco


Nel suo Motu proprio Papa Francesco stabilisce che siano i vescovi gli unici ad autorizzare le Messe con il Messale del 1962 e vieta l'erezione nuove parrocchie personali per questo scopo come la costituzione di nuovi gruppi. E' facoltà esclusiva del vescovo diocesano la valutazione circa l'opportunità di mantenere quelle già esistenti, così come l'indicazione di scegliere chiese non parrocchiali per queste celebrazioni. Lo stesso vale per quanto riguarda la designazione di un sacerdote, esperto nel "vecchio" Messale, a conoscenza di un buon latino. Deve essere garantito che sia il pastore adatto per cura pastorale di questi gruppi. Le letture però devono essere fatte nelle lingue moderne, quindi non in latino.

Le concessioni di questo Motu proprio possono essere autorizzate solo quando si "accerti che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici", si legge nel Art. 3, comma 1.






Allarme denatalità: la Humanae vitae aveva previsto tutto



L'enciclica di san Paolo VI aveva colto sul nascere la questione demografica con cui oggi facciamo i conti: spezzato il legame tra atto coniugale e apertura alla vita, «nazioni un tempo floride conoscono ora incertezza e declino», come scrisse Benedetto XVI decenni dopo. La riflessione di mons. Crepaldi in apertura della Giornata nazionale della Dottrina sociale della Chiesa sabato 22 novembre a Lonigo (VI).

Il testo

Ecclesia


S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi*, 25_11_2025

Con grande piacere prendo la parola all’inizio di questa Settima Giornata Nazionale della Dottrina sociale della Chiesa, aprendo la strada agli illustri Relatori. Le mie parole intendono avere prima di tutto un senso beneaugurale per lo sviluppo dei lavori di oggi ed anche di ringraziamento per i relatori e per le due associazioni che ormai da diversi anni organizzano questo evento: La Nuova Bussola Quotidiana e l’Osservatorio cardinale Van Thuân, che ho fondato e presieduto a lungo e che continuo a seguire da vicino. Dalla loro collaborazione nasce non solo la Giornata che stiamo vivendo ma anche l’annuale Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, giunto alla sua 17ma annata. Mi compiaccio della costanza dimostrata in tutti questi anni: iniziare qualcosa è facile, condurla avanti nel tempo con coerenza di impegno è piuttosto difficile. I Rapporti dell’Osservatorio sono un esempio costruttivo di impegno laicale nel campo della cultura e della civiltà cristiana.

A questo mio breve intervento ho messo il seguente titolo: Dalla Humanae vitae alla Caritas in veritate. Non allarmatevi, non intendo passare in rassegna tutti i documenti del magistero sull’argomento dal 1968 al 2009. Prenderò qualche spunto da queste due sole encicliche le quali, a mio avviso, si collocano una all’inizio dei recenti insegnamenti magisteriali sulla procreazione umana e le politiche della popolazione e l’altra alla loro fine.

La Humanae vitae segnala nelle sue prime righe gli «aspetti nuovi del problema» della procreazione e tra questi indica «il rapido sviluppo demografico, per il quale molti manifestano il timore che la popolazione mondiale cresca più rapidamente delle risorse a disposizione, con crescente angustia di tante famiglie e di tanti popoli in via di sviluppo. Per questo – continua Paolo VI – è grande la tentazione delle autorità di opporre a tale pericolo misure radicali». Come si vede siamo al centro del problema di questa Giornata e del Rapporto di quest’anno. In quegli anni Sessanta gli allarmi ideologici di stampo neomalthusiano si erano già fatti sentire e continueranno più accanitamente in seguito, collegandosi con le nuove esigenze dell’ambientalismo ideologico. Il Rapporto illustra l’origine eugenetica di ambedue questi percorsi. La Humanae vitae non giunse quindi in ritardo, anche se i suoi numerosi detrattori dentro la Chiesa, sia di allora che di adesso, abbiano pensato e pensino proprio questo, ossia che il mondo con le sue esigenze fosse ormai più avanti della Chiesa. È stata fatta perfino una stima di questo cosiddetto “ritardo”, valutato addirittura in 200 anni. Ma il Rapporto mostra che quell’enciclica era più avanti delle esigenze del mondo e ne aveva previsto la deriva negativa.

Tutti sappiamo che oggi le pressioni interne alla Chiesa per un superamento formale autoritativo – quello fattuale sembra essere già avvenuto – degli insegnamenti della Humanae vitae sulla contraccezione sono molto pesanti. Non entro qui in questa questione alla quale penserà Leone XIV, solo osservo che per quanto riguarda il problema denatalità, con tutte le conseguenze sociali connesse, la Humanae vitae forniva delle indicazioni vere e perciò anche attualil.

Il punto fondamentale è la dottrina del matrimonio di diritto naturale «illuminato e arricchito dalla rivelazione divina». Il riferimento dell’enciclica è «all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è vera interprete». Ciò richiede che qualsiasi atto matrimoniale deve «rimanere aperto alla vita». Una volta eliminato questo principio, secondo la Humanae vitae, ci sarà un «abbassamento generale della moralità» nella vita sociale, verrà perso il rispetto della donna, e la procreazione finirà nelle mani delle autorità politiche: «chi impedirà ai governanti di favorire e perfino di imporre ai loro popoli il mezzo di contraccezione da essi giudicato più efficace?». E non solo mezzi contraccettivi, dato che la Humanae vitae stabilisce lo stretto nesso esistente tra contraccezione e aborto, come poi i fatti hanno dimostrato.

Paolo VI in questa enciclica sull’amore umano stabiliva così che procreazione e natalità rappresentano il primo dei problemi sociali, dalle ripercussioni su tutti gli altri. Se infatti nell’atto coniugale si lascia entrare la violenza reciproca, pur se consenziente, si uccide al suo nascere la società e la socialità. La strada che viene qui indicata ai pubblici poteri «è la via di una provvida politica familiare, di una saggia educazione dei popoli».

Venendo ora alla Caritas in veritate di Benedetto XVI che, come sapete, riguarda lo sviluppo umano nel quarantesimo anniversario della Populorum progressio, il discorso si fa molto concreto e in dialogo con le scienze sociali e soprattutto con l’economia. Al n. 44 si legge che «Considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo è scorretto anche dal punto di vista economico (…) Grandi nazioni sono potute uscire dalla miseria anche grazie al numero e alle capacità dei loro abitanti. Al contrario, nazioni un tempo floride conoscono ora una fase di incertezza e in qualche caso di declino proprio a causa della denatalità, problema cruciale per le società di avanzato benessere». Il Rapporto dà ampia testimonianza del realismo di queste previsioni.

Benedetto fa una analisi molto chiara dei danni sociali della denatalità: «La diminuzione delle nascite, talvolta al di sotto del cosiddetto indice di sostituzione [oggi bisogna dire, secondo me, anche “molto” al di sotto] mette in crisi anche i sistemi di assistenza sociale, ne aumenta i costi, contrae l’accantonamento del risparmio e di conseguenza le risorse finanziarie necessarie agli investimenti, riduce la possibilità di lavoratori qualificati, restringe il bacino dei "cervelli" (…) le famiglie di piccola e talvolta piccolissima dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali e di non garantire forme efficaci di solidarietà».

Come si vede, in questi due documenti ci sono i principali avvertimenti circa la corretta visione della procreazione e della natalità in un rapporto corretto tra privato e pubblico, rapporto che oggi è enormemente confuso: da un lato la procreazione è intesa e vissuta come un fatto privato e insindacabile, dall’altro i comportamenti sessuali vengono indotti e messi in piazza, la denatalità viene pianificata e la sfera privata viene invasa dal sistema politico globale. Ciò che si dice pubblico è in realtà privato e quanto viene detto privato in realtà è pubblico. La visione del matrimonio e della famiglia che la Dottrina sociale della Chiesa propone evade da questa visione, perché per essa quanto è autenticamente personale (personale, non privato!) è anche autenticamente comunitario (comunitario, non pubblico!).


*Vescovo emerito di Trieste