lunedì 5 gennaio 2026

La benedizione dei gessetti nel giorno dell’Epifania





Lorenzo V. 5 Gennaio 2026

Domani la Chiesa celebra la festa dell’Epifania di N.S.G.C.

Una delle più note tradizioni del giorno dell’Epifania, di origine nordeuropea, è senz’altro la benedizione dei gessetti con cui scrivere sulla porta di casa propria i nomi dei tre Re Magi e le cifre dell’anno nuovo (il tutto intervallato da segni di croce), a custodia e protezione per tutto l’anno dei componenti della famiglia.

Questa tradizione è quanto mai viva e diffusa soprattutto tra le famiglie del nord Europa.

In particolare, il Direttorio su pietà popolare e Liturgia. Principi e orientamenti, approvato da San Giovanni Paolo II su proposta della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (17 dicembre 2001), così si esprime:

118. Attorno alla solennità dell’Epifania, di antichissima origine e di ricchissimo contenuto, sono sorte e si sono sviluppate molte tradizioni e genuine espressioni di pietà popolare. Tra esse si possono ricordare: […]

– la benedizione delle case, sulle cui porte vengono segnate la croce del Signore, la cifra dell’anno appena iniziato, le lettere iniziali dei tradizionali nomi dei santi Magi (c+m+b), spiegate anche come abbreviazione di “Christus mansionem benedicat”, scritte con gesso benedetto; tali gesti, compiuti da cortei di bambini accompagnati da adulti, esprimono l’invocazione della benedizione di Cristo per intercessione dei santi Magi e insieme sono occasione per raccogliere offerte da devolvere a scopi caritativi e missionari.

20 + C + M + B + 26


Riportiamo di seguito il testo della benedizione (QUI in formato stampabile) e vi invitiamo a rinnovare questa tradizione nei vostri coetus fidelium!



BENEDIZIONE DEL GESSO

nella Festa dell’Epifania

℣. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.

℟. Qui fecit cælum et terram.

℣. Dóminus vobíscum.

℟. Et cum spíritu tuo.

Orémus. Orazione

Béne✠dic, Dómine Deus, creatúram istam cretæ: ut sit salutáris humáno géneri; et præsta per invocatiónem nóminis tui sanctíssimi, ut, quicúmque ex ea súmpserint, vel in ea in domus suæ portis scrípserint nómina sanctórum tuórum Gásparis, Melchióris et Baltássar, per eórum intercessiónem et merita, córporis sanitátem, et ánimæ tutélam percípiant. Per Christum Dóminum nostrum.

℟ Amen.

E sia asperso con l’acqua benedetta.







Perché l’episodio dei Magi, a differenza di quanto si creda e si affermi, condanna il multiculturalismo?









1. Nella Messa del giorno della Festa dell’Epifania si legge un brano di Isaia 6o dove si dice: “Le nazioni pagane cammineranno verso la tua (di Gerusalemme) luce ed i re verso il tuo splendore nascente.” Parole chiare: tutti devono andare verso Gerusalemme. Perché? Perché lì si è realizzata la Salvezza. Attenzione: lì, non altrove. In alcune zone dell’Italia qualcuno potrebbe farci obiezione dicendoci: “Avete scoperto l’acqua calda!”, per dire che abbiamo affermato una cosa del tutto scontata, lapalissiana. Da che mondo è mondo si sa che per i Cristiani la redenzione si è realizzata a Gerusalemme, allorquando Gesù (lì, proprio lì) ha patito ed morto sulla Croce. Eppure -acqua calda o meno- la cosa non sembra tanto scontata. Almeno in questi tempi.

2. Si ascolta sempre più frequentemente da parte dei cattolici parole di condanna del cosiddetto etnocentrismo. Cioè di condanna della convinzione che possa esistere una cultura, ovvero un giudizio ben preciso sul mondo e sulle cose, che a sua volta possa costituire riferimento fondamentale per costruire qualsivoglia civiltà. Si parla invece di multiculturalismo, policentrismo culturale ed etnico… e chi più ne ha più ne metta.

3. Eppure la Bibbia parla chiaro, tutta la Rivelazione parla chiaro: la salvezza non si è realizzata contemporaneamente in tutti i luoghi della terra, ma in un luogo ben preciso e circoscritto. E verso questo luogo bisogna andare.

4. Quello dei Magi è stato il primo pellegrinaggio cristiano. Cosa hanno fatto questi sapienti? Sono rimasti nelle loro agiate dimore, convinti che dappertutto, anche lì, tra i libri che possedevano, nelle cose che ascoltavano da qualche loro poeta e saggio, avrebbero potuto trovare la vera risposta? No. Hanno capito che alla loro cultura mancava qualcosa; e sono partiti per andare in un luogo ben preciso. Per fare di quel luogo l’inizio della propria vita.

5. Non ci facciamo fuorviare. Il centro esiste eccome. Ed è proprio attraverso il centro e la sua valorizzazione che il tutto può essere adeguatamente valorizzato, anche il lontano. Ma quando si pensa di fare tutto un “centro”, allora proprio questo tutto si disperde e smarrisce ogni significato. Le cattedrali sono fatte da innumerevoli pietre. Quelle che sono verso l’abside sono lontanissime da quelle che sono verso l’entrata, eppure tutte le pietre sono unite fra loro perché c’è un centro che dà significato al loro essere in quel posto e formare la costruzione: il Centro della Presenza!





domenica 4 gennaio 2026

Cosa disse Gesù a santa Caterina per far tornare la Chiesa alla sua bellezza







1. La Chiesa ha sempre patito la crisi. E’ il tributo che Essa deve pagare per il suo essere nel mondo. Non dimentichiamo che Gesù disse chiaramente agli Apostoli che dovevano essere nel mondo, ma non del mondo (Giovanni 15). Ecco, il problema è proprio questo: il dover essere nel mondo spesso diviene anche essere del mondo. Ed è questo un grosso problema.

2. Un grosso problema che attualmente è ancora più evidente, perché è indubbio che la crisi che sta patendo oggi la Chiesa sia molto più grave delle precedenti, perché è crisi che tocca il fine stesso della Chiesa che viene messo in discussione, ovvero la salvezza delle anime: salus animarum suprema lex. E’ proprio questo fine che nella pastorale contemporanea è stato eclissato.

3. Allora come fare? Come “riparare” questa Chiesa? Certo, è importante parlarne. Per quel che ci è dato, è importante anche agire, ma non va dimenticato l’essenziale. E l’essenziale lo dice molto chiaramente Gesù a santa Caterina da Siena: 
“Tu dunque e gli altri miei servi, traete dalla fontana della mia carità le vostre lacrime e i vostri sudori; prendeteli e lavate con essi la faccia della mia Sposa (la Chiesa), poiché io ti prometto che le sarà resa la sua bellezza con questo mezzo, non con coltello, né con guerra, né con crudeltà, ma con la pace, con umili e continue orazioni, con sudori e lacrime, sparse dai miei servi con infuocato desiderio. E così adempirò il tuo desiderio, unito alle molte sofferenze, poiché il vostro patire getterà luce nelle tenebre degli uomini iniqui, che sono nel mondo. E non temete se il mondo vi perseguita, perché io sarò con voi, e giammai vi mancherà la mia provvidenza”.
(Il dialogo della divina Provvidenza, capitolo 15)



 Fonte

sabato 3 gennaio 2026

Così in Germania e in Svizzera la Chiesa ha capitolato




Riproponiamo un articolo di Aldo Maria Valli sulla triste condizioni della Chiesa in Svizzera e Germania.



Un vescovo che dispensa i fedeli dal vivere secondo la fede ha rinunciato al cristianesimo


di Martin Grichting

Papa Leone Magno lo disse chiaramente ai fedeli del suo tempo: «Riconosci, o cristiano, la tua dignità, e, reso consorte della natura divina, non voler tornare all’antica bassezza con una vita indegna». Il diritto canonico vigente dice lo stesso nel Codice, can. 209: «I fedeli sono tenuti all’obbligo di conservare sempre, anche nel loro modo di agire, la comunione con la Chiesa».

Nessun vescovo ha il diritto di dispensare da questo obbligo. Nemmeno il papa può farlo, perché altrimenti dissolverebbe la Chiesa. I vescovi in Germania hanno tuttavia dispensato i loro collaboratori laici dal vivere secondo ciò che sono. A tal fine hanno modificato il «Regolamento fondamentale del servizio ecclesiastico» («Grundordnung des kirchlichen Dienstes») del 22 novembre 2022. L’articolo 7, paragrafo 2, relativo ai collaboratori laici e alla rilevanza della loro vita personale per l’assunzione da parte della Chiesa, recita ora: «L’ambito centrale della vita privata, in particolare la vita sentimentale e la sfera intima, rimane escluso da valutazioni giuridiche». È quindi possibile convivere prima e fuori il matrimonio, risposarsi civilmente, essere poliamorosi, poligami o convivere in una relazione omosessuale: tutto ciò è irrilevante ai fini dell’assunzione da parte della Chiesa. È comunque possibile insegnare e predicare in nome della Chiesa.

Tutte le diocesi tedesche hanno recepito questo principio nel proprio diritto. I vescovi tedeschi hanno così violato in modo grave i loro doveri d’ufficio. Infatti, nel Codice di diritto canonico, can. 392, si legge: «§ 1. Poiché deve difendere l’unità della Chiesa universale, il vescovo è tenuto a promuovere la disciplina comune a tutta la Chiesa e perciò a urgere l’osservanza di tutte le leggi ecclesiastiche. § 2. Vigili che non si insinuino abusi nella disciplina ecclesiastica, soprattutto nel ministero della parola, nella celebrazione dei sacramenti e dei sacramentali, nel culto di Dio e dei Santi e nell’amministrazione dei beni».

In Svizzera, le diocesi non sono generalmente datori di lavoro civili, come invece avviene in Germania. Questo compito è assunto dalle cosiddette «comuni parrocchiali» e «chiese cantonali», strutture parallele create dallo Stato. Il 4 dicembre 2025 la «Chiesa cantonale» di Zurigo, la più potente dal punto di vista finanziario in Svizzera, ha modificato il proprio «Regolamento di assunzione» («Anstellungsordnung»). Per quanto riguarda i collaboratori laici, il § 4a recita ora: «Ai fini dell’assunzione nell’ufficio d’insegnare e di annunciare, la sfera privata della vita personale non viene presa in considerazione. La vita sentimentale, l’orientamento sessuale e lo stile di vita, in particolare la sfera intima, non sono soggetti a valutazioni giuridiche e non costituiscono un criterio di assunzione». Il vescovo di Coira, monsignor Joseph M. Bonnemain, nella cui giurisdizione ricade il Cantone di Zurigo, ha preventivamente dato il suo consenso a questa deroga al sesto comandamento per i collaboratori ecclesiastici laici. Infatti, il suo alter ego, il vicario generale responsabile per Zurigo, il canonico Luis Varandas, ha dichiarato alla «Chiesa cantonale» di «essere d’accordo con la presente revisione parziale del Regolamento di assunzione».

Una Chiesa che non vuole più obbligare i propri collaboratori a vivere secondo i comandamenti di Dio ha capitolato. Ed è chiaro: se qualcosa non vale più per i collaboratori, non vale più per tutti i fedeli. In Germania e nel Cantone di Zurigo, l’osservanza del sesto comandamento è quindi facoltativa.

Il motivo di questa capitolazione della Chiesa nei paesi di lingua tedesca è il sistema fiscale ecclesiastico. Il mantenimento di questo sistema sembra richiedere, secondo l’interpretazione dei vescovi, che la Chiesa si sottometta alla corrente dominante post-cristiana della società. Per rimanere accettabile alla maggioranza, la Chiesa dovrebbe tacere o addirittura negare tutto ciò che è offensivo per i post-cristiani e che potrebbe mettere in pericolo il godimento dei privilegi ecclesiastici.

Il papa ha taciuto pubblicamente sulla modifica del «Regolamento fondamentale» tedesco del 2022. Nel caso dell’ex papa, ciò non può sorprendere. Non si sa cosa intenda fare papa Leone XIV. In ogni caso, deve prendere atto che tacere significa approvare. E la precedente non-politica ha come conseguenza che anche altre parti della Chiesa universale vengono contagiate, come si sta ora verificando in Svizzera.

L’approccio adottato in Germania e ora nella diocesi di Coira offre un ulteriore insegnamento. In entrambi i paesi, i membri del clero sono esclusi dalla dispensa dal rispetto del sesto comandamento (Regolamento fondamentale, art. 7, comma 2, frase 4; Regolamento di assunzione, § 4a, frase 2). Dal punto di vista del diritto civile, si tratta di un atto arbitrario, di una discriminazione. Sarà interessante vedere quando questo tema diventerà rilevante dinanzi ai tribunali statali. Dal punto di vista teologico, la distinzione operata dai vescovi è illuminante. Essa implica che il sacramento del matrimonio comporti meno obblighi rispetto al sacramento dell’ordine. In altre parole: i laici sono di seconda classe. Se non vivono come dovrebbero, ciò è irrilevante. Si tratta di una nuova forma di coscienza di classe clericale. Il clericalismo viene celebrato proprio dai vescovi, che altrimenti lo disapprovano.

Per quanto riguarda la Svizzera, la storia non è ancora finita: il 17 novembre 2025 la Conferenza dei vescovi ha pubblicato un documento non vincolante dal titolo «Analisi della prassi attuale nelle diocesi svizzere relativa al nesso tra il mandato episcopale e la condotta di vita di sacerdoti, diaconi e operatori pastorali laici». Forse perché sotto papa Leone XIV non si è più così sicuri della propria causa, forse anche perché la Svizzera comprende anche regioni francofone e italofone, dove molti sacerdoti e laici seguono ancora la Chiesa universale, questo documento non si spinge così lontano come il «Regolamento fondamentale» tedesco del 2022. Nella ricerca di un compromesso tra la dottrina della Chiesa e ciò che i vescovi della Svizzera tedesca desiderano imitando la Chiesa in Germania, si è trovato un punto d’incontro nel famoso «caso singolo» bergogliano. Come è noto, ciò ha di fatto abolito la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, in quanto ora – da chiunque, con chiunque, su qualsiasi base teologica – è possibile operare un «discernimento spirituale». Ciò porta poi, in modo del tutto miracoloso, a consentire a coloro che sono divorziati e risposati civilmente di ricevere l’Eucaristia in buona coscienza. Perché ci sono argomenti per tutto. Il buon vecchio probabilismo gesuita rende qui un ottimo servizio. Da allora non esiste più, non sulla carta, ma nella realtà, una dottrina della Chiesa valida per tutti, ma solo singoli casi individuali.

Questo metodo viene ora applicato dai vescovi svizzeri alla situazione di vita dei collaboratori laici. Non viene dimenticato il secondo principio bergogliano, secondo cui anche le convivenze irregolari conterrebbero elementi positivi che andrebbero apprezzati in un «discernimento». I vescovi scrivono: «Il magistero di papa Francesco ha sottolineato che le persone che vivono in unioni e forme familiari non conformi alla tradizione e alla dottrina cattolica realizzano valori che meritano rispetto e riconoscimento». (Anche la mafia vive la coesione sociale e si prende cura del benessere dei suoi membri, il che rappresenta senza dubbio valori che meritano il nostro rispetto e il nostro riconoscimento). Sulla base di queste premesse, i vescovi svizzeri giungono alla conclusione che ogni situazione di vita di un collaboratore è «unica». Pertanto, per quanto riguarda le situazioni di vita, «secondo il Vangelo si può agire in modo giusto solo se la si considera nella sua totalità. Due persone possono fare la stessa cosa, ma non è la stessa cosa».

Due più due non fa più quattro nell’universo parallelo ecclesiastico. Questo deve essere preso sul serio e apprezzato come un fatto alternativo. In linea con questa concezione post-fattuale della verità, il vescovo di Coira citato sopra, in qualità di vicepresidente della Conferenza episcopale, sostiene il documento che propugna la tattica del caso singolo. Allo stesso tempo, però, dichiara che nel cantone di Zurigo il caso singolo non conta. Piuttosto, lo stile di vita dei collaboratori laici è in linea di principio irrilevante.

Come criterio per l’oracolo episcopale del «discernimento» del caso singolo viene indicata «la disponibilità personale ad adeguare gradualmente la propria situazione alla luce del Vangelo». Nel caso di una coppia eterosessuale che convive prima del matrimonio, questo potrebbe essere un criterio valido se si prevede di contrarre matrimonio. Ma come si fa, essendo civilmente risposati, a essere ogni giorno un po’ meno civilmente sposati? E come dovrebbe una coppia dello stesso sesso diventare ogni giorno un po’ più eterosessuale?

Qualcuno crede davvero che i membri della società post-cristiana riconsidereranno le loro opinioni perché la Chiesa dichiara facoltativa una parte della sua dottrina di fede e morale? Al contrario: devono arrivare alla conclusione che la Chiesa cattolica ha ormai colmato il suo deficit di modernità e si unisce al coro dei post-cristiani. Da duecento anni la politica delle comunità religiose protestanti consiste nel mettere in atto autonomamente ciò che vale già nella società maggioritaria. Non si può biasimarli. Perché loro non hanno un papa.





Perché i sacerdoti anglicani stanno diventando cattolici?



Vi proponiamo – nella traduzione di Messainlatino – l’articolo di mons. Michael James Nazir-Ali, pubblicato il 31 dicembre sul settimanale The Catholic Herald, in cui si spiega il perché un terzo delle recenti ordinazioni sacerdotali cattoliche nel Regno Unito riguarda ex sacerdoti anglicani.

Mons. Michael James Nazir-Ali è un ex cosiddetto «vescovo» della comunione anglicana di origine pachistana, docente in prestigiose università britanniche e membro della House of Lords; nel 2021 si è convertito al Cattolicesimo ed è stato ordinato sacerdote per l’Ordinariato personale di Nostra Signora di Walsingham e nel 2022 papa Francesco gli ha conferito il titolo di Prelato d’onore di Sua Santità.




Ci sono tante ragioni quante sono le persone che spiegano perché i sacerdoti anglicani vengono accolti nella Chiesa cattolica. Il rapporto del prof. Stephen Bullivant e altri mostra che circa un terzo di tutti i sacerdoti cattolici ordinati tra il 1992 e il 2024 erano in precedenza sacerdoti anglicani. Si tratta di una cifra piuttosto notevole, che solleva anche interrogativi sull’adeguatezza dell’offerta sacerdotale e pastorale all’interno della stessa Chiesa cattolica. Questo fenomeno non è limitato all’Inghilterra e al Galles. Accessioni simili al Cattolicesimo si stanno verificando in Scozia, negli Stati Uniti d’America, in Canada e altrove.

Una delle ragioni alla base di questo fenomeno è il disincanto nei confronti della pretesa anglicana di essere «cattolica» senza il Papato. Agli anglicani veniva insegnato che la loro chiesa non richiedeva loro di credere in nulla che la Chiesa dei Credo e dei Padri non credesse. Si tratta di un’affermazione molto ampia che può essere verificata in diversi modi. Il desiderio anglicano di innovazione dottrinale, morale ed ecclesiale negli ultimi anni ha sollevato acute domande sulla sua sostenibilità.

Il dialogo con la Chiesa cattolica, iniziato dopo lo storico incontro tra San Paolo VI e Arthur Michael Ramsey, «arcivescovo» anglicano di Canterbury, è stato inizialmente molto positivo. La Commissione internazionale anglicano-cattolica, di cui sono stato membro per lungo tempo, ha prodotto accordi sull’Eucaristia e sul sacerdozio ministeriale che sono stati infine approvati sia dalla Chiesa cattolica sia dalla comunione anglicana come conformi alla loro fede e al loro insegnamento. C’è stata anche un’importante convergenza su questioni di autorità nella Chiesa, sul ruolo della Beata Vergine Maria e persino su questioni morali urgenti, come la natura del matrimonio e della famiglia, l’aborto e la sessualità umana.

Fin qui tutto bene, si potrebbe dire. Il problema che si presentò quasi immediatamente fu la nuova dottrina dell’«autonomia provinciale» promossa da alcune province occidentali, nonostante l’insegnamento delle Conferenze di Lambeth [riunione assembleare di tutti i «vescovi» della comunione anglicana: N.d.T.] riguardo ai limiti della verità e dell’amore su tale autonomia. I primi segnali sono stati l’allentamento della disciplina matrimoniale e la crescente accettazione di un nuovo matrimonio dopo il divorzio, anche tra il clero. La decisione unilaterale di ordinare donne al sacerdozio da parte di alcune province è stata inevitabilmente seguita dalla loro ordinazione all’episcopato. Sono stato testimone degli appelli di tre Papi consecutivi alla comunione anglicana, alla luce dell’accordo sul ministero ordinato nella Chiesa, a non intraprendere tali passi in modo unilaterale. La risposta è stata sempre: «Anche se lo volessimo, non potremmo impedire questo sviluppo se la provincia ha preso una decisione canonica in tal senso».

La stessa logica ha poi portato, negli anni Duemila, all’ordinazione episcopale negli Stati Uniti d’America di una persona divorziata, che aveva una relazione omosessuale. La comunione anglicana non è stata in grado di prendere alcuna misura disciplinare contro la chiesa episcopale per un’azione senza precedenti. Mentre presentavo la possibilità di un patto tra le chiese anglicane per impedire in futuro azioni unilaterali da parte di una o dell’altra chiesa, mi è stato detto durante il General Synod of the Church of England: «Se pensi che permetteremo a qualcuno al di fuori dell’Inghilterra di dirci cosa fare, ti sbagli di grosso!». Ricordo di aver pensato allora che qualunque cosa fosse la Chiesa cattolica, non poteva essere questo.

A queste innovazioni se ne sono ora aggiunte altre relative a questioni di identità di genere e sacerdozio, linguaggio su Dio, disciplina sacramentale nelle chiese e molto altro. Non è solo l’assenza di disciplina a preoccupare alcuni, ma anche la sua attiva prevenzione.

Ci sono stati tratti ammirevoli conservati in altre tradizioni cristiane. Molti di noi hanno applaudito il modo in cui le Chiese ortodosse e le antiche Chiese orientali hanno conservato la Tradizione apostolica nel corso dei secoli e di fronte alle gravi sfide alla loro vita comune. Alcuni di noi apprezzano anche il modo in cui gli evangelici hanno sostenuto l’autorità biblica.

Ci sono, tuttavia, alcuni fattori importanti che indicano la necessità di una piena comunione con la Chiesa cattolica. Uno di questi riguarda le dimensioni sincroniche e diacroniche della Cattolicità. Dato che nessuna Chiesa è perfetta e che ci sono stati errori e fallimenti da ogni parte, dove possiamo trovare la Grande Tradizione che si trasmette di generazione in generazione, di cultura in cultura e in tutto il mondo? Sebbene la diversità etnica e culturale debba essere presa sul serio, essa non può definire la Chiesa, la cui universalità dovrebbe essere chiara e saldamente mantenuta.

C’è poi la questione dell’autorità nella Chiesa. È vero, naturalmente, che le Scritture sono, come insegna la costituzione dogmatica Dei Verbum sulla divina rivelazione, definitive e orientano tutto l’insegnamento della Chiesa. Sono anche, come ha scritto San Giovanni Paolo II nella lettera enciclica Ut unum sint sull’impegno ecumenico, la massima autorità in materia di fede. La questione, quindi, è come interpretarle affinché le donne e gli uomini cristiani possano vivere secondo il loro insegnamento. Non c’è dubbio che gli studiosi della Bibbia, dei Padri e dei Credo debbano avere la parola definitiva riguardo alle origini e alla trasmissione dell’insegnamento apostolico, alle fonti che stanno dietro ai documenti che abbiamo e alle intenzioni degli scrittori, dei compilatori e degli editori nel loro lavoro. Né si può tornare indietro sull’accesso dei laici alle Scritture e alle fonti della Tradizione apostolica nel suo insieme.

Quando tutto questo viene fatto, la questione che si pone riguarda chi decide cosa significano le Scritture e la loro applicazione nella vita della Chiesa, cioè la Tradizione apostolica, in questa o quella situazione o nell’affrontare questo o quel problema che è sorto nell’impegno della Chiesa con le culture che la circondano.

Vale a dire che tale impegno deve essere basato su principi. Ci deve essere la conservazione del Vangelo della redenzione stesso, un’azione conservatrice sul passato, la continuità dei principi e un’anticipazione del futuro. Questo impegno della Chiesa con il mondo si svolge in modi diversi, dalla Parrocchia al Papato. I Vescovi, insieme al Vescovo di Roma, e lo stesso Vescovo di Roma, hanno il dovere, tenendo conto del sensus fidelium dei fedeli e del lavoro degli studiosi, di dichiarare, con vari gradi di autorità, cosa significano le Scritture e la Tradizione apostolica in questo o quel contesto o in relazione a questa o quella questione. Senza tale autorità dottrinale, la Chiesa sarebbe una nave senza timone, sballottata dalle onde delle mode mutevoli in un mondo sempre più frammentato.

Per molti di noi, la situazione della chiesa d’Inghilterra e della comunione anglicana nel suo complesso rivela ciò che accade in una comunità ecclesiale in cui manca tale autorità dottrinale. Dovrebbe essere chiaro, naturalmente, che i pastori della Chiesa si limitano a dichiarare, confermare o chiarire la fede della Chiesa in relazione a particolari questioni che sono sorte per i fedeli. Essi non possono cambiare la fede che è stata trasmessa ai santi una volta per tutte, come ci ricorda il Libro di Giuda 1,3.

È per ragioni come quelle sopra descritte che un numero significativo di membri del clero anglicano ha attraversato, e continua ad attraversare, il Tevere, anche a costo di perdere il proprio status e le proprie amicizie e, per molti, con un notevole sacrificio finanziario.

La disposizione prevista da Papa Benedetto XVI nella costituzione apostolica Anglicanorum coetibus circa l’istituzione di Ordinariati personali per anglicani che entrano nella piena comunione con la Chiesa cattolica, portando con sé parte del loro patrimonio, ha segnalato che la Chiesa cattolica era disposta a riconoscere non solo l’eredità comune che Cattolici e Anglicani condividono da prima della rottura con Roma, ma anche gli elementi che si sono sviluppati durante il periodo di separazione. Tale accoglienza non dovrebbe limitarsi all’Ordinariato, ma dovrebbe essere vista come un dono da ricevere da parte di tutta la Chiesa. Né si limita a eventi iconici come il Vespro corale o le liturgie del Book of Divine Worship [Libro del Culto Divino: N.d.T.]. Comprende anche approcci al lavoro pastorale che enfatizzano il rapporto con l’intera comunità in cui si trova la Parrocchia, piuttosto che solo con la congregazione riunita, e un maggiore coinvolgimento dei laici nella gestione degli affari della Chiesa. Il metodo teologico anglicano, che è per istinto induttivo, biblico, patristico e storico, può anche servire come utile complemento ad approcci che possono essere più filosofici, scolastici e allegorici.

La poesia, l’innologia e l’omiletica sono altri ambiti in cui il patrimonio anglicano può contribuire fruttuosamente ai tesori di tutta la Chiesa. Dovremmo considerare il movimento degli anglicani verso la Chiesa cattolica in Inghilterra e in Galles come provvidenziale per rafforzare l’identità della Chiesa cattolica come genuinamente radicata nella cultura e nella storia di un popolo particolare. Per quanto riguarda l’Ordinariato, deve essere consentito il massimo spazio per il suo sviluppo, non solo come variante del rito latino, ma come incarnazione del genio spirituale del popolo di queste isole nella sua espressione della fede cattolica. Con l’arrivo delle Chiese cattoliche orientali in Occidente, ci stiamo abituando alla grande diversità della Chiesa universale. All’interno di questa diversità, l’Ordinariato deve assumere il proprio posto.

Dati i recenti sviluppi nella chiesa d’Inghilterra e nella comunione anglicana, molti membri del clero e laici sono perplessi sul futuro. In questa situazione, il movimento verso la Chiesa cattolica continuerà. Che si tratti di un’ondata o di un flusso costante dipenderà dal fatto che la denominazione si muova ulteriormente verso il protestantesimo liberale e dalla velocità con cui ciò avverrà. Dipenderà anche dall’accoglienza che la Chiesa cattolica saprà riservare e dalle disposizioni che saranno prese per coloro che arriveranno. La visione del Concilio Vaticano II per la riunificazione dei Cristiani sta diventando realtà, ma in un modo forse non previsto dai Padri conciliari.






venerdì 2 gennaio 2026

Convertito dalla "bellezza sovrumana" della Liturgia cattolica







Se il celebre architetto Augustus Pugin fosse capitato in una Messa moderna, sarebbe diventato cattolico?


Posted 2 Gennaio 2026

1. L’inglese Augustus Pugin (1812-1852) è stato un celebre architetto. A lui si deve il progetto della Torre più importante del mondo: il famoso Big Ben di Londra. Questi era anglicano ma poi decise di convertirsi al cattolicesimo. Fu determinante per la sua scelta l’ammirazione verso la liturgia cattolica.

2. Egli pensò: “Chi ha un modo così sublime di pregare e di adorare Dio, deve essere nella Verità, la Verità del modo più divino di credere in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo.” Ecco alcune sue parole: “(…) non resistetti a lungo alla forza irresistibile della Verità.” Insomma, lo coinvolse il legame profondo e costitutivo che esiste tra la lex orandi (la regola del pregare) e la lex credendi (la regola del credere). Un legame che è costitutivo e che mai dovremmo dimenticare. Tale dimenticanza ha causato ai nostri tempi tanti danni che avviliscono la liturgia e di conseguenza la teologia.

3. Ecco altre parole di Augustus Pugin:

 “Ho appreso la Verità della Chiesa Cattolica nelle cripte delle antiche chiese e cattedrali europee. Avevo cercato un tempo la verità nella moderna chiesa anglicana e ora ho scoperto che, dal momento in cui si è separata dal centro dell’unità cattolica, aveva poca verità e nessuna vita. Chi è separato dalla Chiesa Cattolica, è separato da Cristo ed è un ramo tagliato dalla vite, destinato a seccare. In questo modo e senza aver conosciuto un solo sacerdote, aiutato solo dalla grazia di Dio e dalla bellezza sovraumana dell’arte e della Liturgia cattolica, ho deciso di entrare nella sua unica vera Chiesa.”

4. Conosciute queste cose che toccarono ad Augustus Pugine, viene spontaneo chiedersi: cosa sarebbe accaduto se il celebre architetto inglese fosse entrato in una chiesa contemporanea mentre ci fosse stata la celebrazione della Messa in Novus Ordo? A voi la risposta.




giovedì 1 gennaio 2026

Corredentrice perché Madre di Dio



In occasione della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, pubblichiamo ampi stralci dell’articolo La pretesa di esaltare il Figlio senza la Madre, di padre Serafino Lanzetta, da La Bussola Mensile di gennaio 2026, che dedica il primo piano alla Corredenzione mariana.

1° gennaio

Ecclesia



(...) Se l’ecumenismo fosse il ristabilimento dell’unità visibile di tutti i cristiani nell’unica Chiesa di Nostro Signore, la Chiesa cattolica, la dottrina della co-redenzione lungi dall’essere pietra d’inciampo diverrebbe un catalizzatore di verità cattoliche andate ormai in disuso. Si pensi, ad esempio, alla dottrina del merito, senza il quale non c’è salvezza perché manca la co-operazione dell’uomo con Dio nell’agire soprannaturale resa possibile dalla sua grazia. Come il merito non contravviene alla priorità di Dio e della grazia, ma ne mostra l’efficacia e ad un tempo l’opera associativa dell’uomo, così la co-redenzione di Maria non offusca il primato redentivo di Cristo, ma ne mostra la sua efficacia nel modo più perfetto, in una creatura perfettissima che contribuisce alla salvezza di tutti in virtù della grazia. (...)

Forse i dubbi e le obiezioni al titolo “Co-redentrice” derivano dal fatto di dare più peso a “redentrice” che non invece al prefisso “co”. In questo caso, è il prefisso che spiega il tutto, preso nella sua accezione latina di cum, “con”. Maria è con Gesù nel compimento della redenzione. Cum-redentrice significa che Maria co-opera alla redenzione con Gesù, ma non che è redentrice come Gesù. Questo ultimo significato, che spesso preoccupa, è estraneo al titolo per il fatto che il prefisso “co” delimita il prosieguo della parola (suffisso e radice). Cioè, “redentrice” non è separabile da cum, tale da essere preso indipendentemente. Di più, il lemma “redentrice”, che esiste solo in relazione al cum, è volto al femminile per indicare che il soggetto di quell’azione è una Donna, la Madre di Dio, e non un uomo. Nessuno pensa di staccare il cum da redentrice e utilizzare solo quest’ultima parte della parola senza il prefisso. Anche quando inizialmente ci si riferì a Maria quale “Redentrice” (X secolo), l’idea teologica era ben chiara: Maria lo può essere solo in Cristo e per mezzo di Lui, in quanto sua Madre. (...)

La verità della co-redenzione è da vedersi in relazione alla mediazione di Cristo. Essa infatti è mediazione in Cristo. Si dà se un’altra mediazione diversa da Cristo seppur suscitata da quest’ultimo è possibile. In effetti, il titolo più difficile da accettare, come sanno bene i protestanti, non è Co-redentrice ma Mediatrice (senza alcun prefisso esplicatore). Questo titolo è anche quello più difficile da digerire per la Mater populi fidelis. (...) In quanto mediazione del Verbo incarnato, la redenzione è operata da Gesù. Tuttavia, per il fatto che una tale mediazione esiste ed è necessaria, ciò implica che il coinvolgimento dell’uomo è anch’esso necessario. Gesù è mediatore in quanto uomo non in quanto Dio, come dice san Paolo. È la sua umanità che funge da ponte; un ponte essenziale perché divino in virtù del suo ancoramento al Verbo, ma umano in quanto offerta di sé per il riscatto di molti. Il sacrificio di Cristo è quella mediazione necessaria tra Dio e l’uomo. Tale sacrificio è l’offerta umana di Gesù non il divenire della sua divinità. Il fatto stesso che una tale offerta sacrificale – la morte di Gesù in Croce – sia stata ordinata alla nostra salvezza, ciò implica che la mediazione non esclude l’uomo, gli uomini, il loro sacrificio, ma li coinvolge. Negare la partecipazione umana alla mediazione di Cristo, come lo è quella sacerdotale, è negare in definitiva la stessa mediazione di Cristo.

Ecco l’opera di Maria Santissima, mediatrice in Cristo e per mezzo dell’unica mediazione di Cristo. Non si tratta di stabilire un più o meno materiale nella mediazione di Maria per preservare l’unicità della mediazione di Cristo, ma di appurarne correttamente la sua partecipazione. Essa richiede il partecipante, la Vergine Maria, in quanto resa capace da Colui che l’ammette a tale partecipazione, Cristo, vero uomo e vero Dio. Le perplessità e le cautele circa il titolo di “mediatrice” svaniscono se si ragiona in termini metafisici e non matematici. Maria è vera mediatrice, seppur subordinata a Cristo. La radice della subordinazione è evidente, per questo non usiamo il “co”. Ella è ammessa da Cristo alla sua mediazione salvifica, sia nell’offerta del sacrificio del Calvario, prefigurato dalla sua offerta di Gesù al tempio, sia nella distribuzione di tutte le grazie, acquisite in virtù dell’oblazione sacrificale di Gesù per Maria.

Alla luce di quanto detto finora è molto facile rispondere ad un’obiezione ricorrente, che in realtà è piuttosto un luogo comune: Maria non potrebbe essere Co-redentrice perché Ella stessa ha avuto bisogno di essere redenta. Sembra una contraddizione se si considera la Vergine sul mero piano umano, con un approccio minimalista. Non lo è, se invece consideriamo la Madonna nel piano di Dio, predestinata ad essere Immacolata per diventare la vera Theotokos. Come singolare è la sua redenzione, perché preservativa e non liberativa dal male e dal peccato, come invece è la nostra, così è il suo ruolo di nuova Eva nel liberarci dal male. Maria Vergine non interviene a liberare noi suoi figli come una di noi, come “donna feriale”, per usare un titolo infelice, ma con Cristo come Colei che a Lui più s’assomiglia. Immacolata e Co-redentrice è la risposta all’apparente obiezione perché vera Mediatrice. Il mistero che avvolge la Madonna è da leggersi nel piano della Provvidenza divina che ha fatto in Lei grandi cose (cf. Lc 1,49). La sfida che ci sta dinanzi è il minimalismo mariano che dissolve nell’umanitarismo il contributo unico di Maria alla nostra salvezza. Vogliamo credere che la Madre di Dio e nostra non sia ancora conosciuta e che presto lo sia e meglio. Se infatti questa è la radice di molti mali che affliggono la Chiesa, potrebbe essere anche la causa del suo rinnovamento.