lunedì 22 dicembre 2025
L'ultima folle violenza giudiziaria

A 13 anni non puoi sposarti, ma puoi cambiare sesso. Così ha deciso un giudice di La Spezia su una tredicenne affetta da disforia di genere e "in cura" con triptorelina, che ottiene la rettificazione sessuale. "In nome del popolo italiano" si consuma una deriva folle, sia dal punto di vista fisico che psicologico.
Vita e bioetica
Gender senza controllo
Gender senza controllo
Cambia sesso a 13 anni
Tommaso Scandroglio, 22-12-2025
Svetonio racconta che l’imperatore Caligola nominò senatore il suo cavallo Incitatus. Se un cavallo può diventare senatore per mano di un imperatore, una bambina può diventare un bambino per volontà di un giudice.
La storia, raccontata dal Resto del Carlino, è questa ed è semplice: lei è una ragazzina di 13 anni ed ha una sorella gemella. Uguali in tutto fuorché nella volontà di rimanere nel sesso riconosciuto alla nascita. Ecco allora intraprendere, con il necessario benestare dei genitori, un iter psicologico e ormonale che poi l’ha portata davanti al giudice. Infatti la legge 164/82 permette la rettificazione sessuale, ossia il cambio del nome e del sesso anagrafico, solo grazie al giudizio positivo del giudice che deve verificare le intervenute modificazioni dei caratteri sessuali del richiedente. Nel caso della ragazzina di 13 anni questo giudizio positivo è arrivato dal tribunale di La Spezia. In Italia mai era avvenuto che una minore di così tenera età fosse riuscita ad ottenere il placet per “cambiare” sesso.
Il tribunale, valutando «il percorso psicoterapico seguito con costanza, le terapie ormonali praticate con successo e la matura gestione del disagio sociale conseguente al processo di cambiamento» ha accolto il ricorso presentato alla Procura dai genitori, «nella convinzione che (la ragazzina) abbia maturato una piena consapevolezza circa l’incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d’identità come fino ad ora sperimentato», così «da consentirle di concludere, altrettanto consapevolmente un progetto volto a ristabilire irreversibilmente uno stato di armonia tra soma e psiche nella percezione della propria appartenenza sessuale».
Viene da domandarsi: ma se una ragazzina di 13 anni può “cambiare” sesso perché non potrebbe anche sposarsi? O perché non potrebbe acquistare casa? Guarda caso i minorenni diventano di colpo capaci giuridicamente di agire solo in certi frangenti. Pensiamo ad esempio all’aborto. L’obiezione è dietro l’angolo: in questo caso si tratta di trattamento sanitario e quindi la decisione è stata dei genitori i quali agiscono come rappresentanti legali del minore. Vero, ma discriminante è stata la valutazione del giudice sul grado di maturità della ragazzina.
Ora quale grado di maturità può avere una 13enne soprattutto se deve decidere non a quale scuola superiore vorrebbe iscriversi, ma in merito ad alcuni trattamenti incidenti sul suo corpo e psiche che spesso sono irreversibili? Inoltre, come faceva presente il Centro studi Livatino in un documento del 2018, «un minore in età prepuberale che si trovi in “condizione frequentemente accompagnata da patologie psichiatriche, disturbi dell’emotività e del comportamento”» può esprimere un consenso valido? «Come possono i professionisti del settore garantire che il consenso di un preadolescente affetto da disforia di genere sia “libero e volontario”?». Si rischia cioè di acconsentire ad una volontà disturbata.
Infine apprendiamo che la piccola aveva assunto la triptorelina (clicca anche qui), il famigerato bloccante della pubertà. Un preparato che non fa sviluppare i caratteri sessuali secondari (nei maschi: crescita del pene e dei testicoli, la comparsa dei peli pubici, cutanei e della barba, etc.; nelle femmine: lo sviluppo delle ghiandole mammarie, l'allargamento del bacino, la comparsa di peli pubici ed ascellari, etc.). Ora è acclarato che lo sviluppo psicologico viene grandemente aiutato dallo sviluppo fisico. Io maturo anche perché sento il mio corpo maturare. In particolare la sua maturazione mi aiuta grandemente a percepirmi psicologicamente maschio o femmina, a superare proprio quelle confusioni identitarie che la triptorelina vorrebbe risolvere ed invece acuisce. Bloccare il corpo è bloccare la maturità dei bambini. E dunque il tempo passa, ma la bambina che a 10-12 anni ha subito il blocco della pubertà rischia di ritrovarsi ancora decenne per molti anni a seguire.
Eppure il giudice ha dato il suo benestare. Lo ha dato mentre in tutto il mondo si fa marcia indietro in merito al “cambio” di sesso dei minori. Infatti la Norvegia, la Svezia, alcuni Stati federati Usa, la Finlandia, l’Australia, la Francia e soprattutto il Regno Unito hanno o stanno chiudendo le cliniche per il “cambio” di sesso dei minori. In particolare nel Regno Unito grazie alla cosiddetta Cass Review, una revisione indipendente commissionata dal Servizio Sanitario Nazionale, si è arrivato al divieto di qualsiasi trattamento sui minori, criticando l’approccio affermativo, ossia un approccio clinico che conferma il minore nella sua volontà di “cambiare” il sesso.
Questo perché ormai sono di dominio pubblico i diversi danni che si recano ai minori (ma anche ai maggiori di età) a causa di questi trattamenti. Sul piano fisico i rischi possono essere i seguenti: ictus, aumento degli zuccheri nel sangue, costipazione, diarrea, capogiri, mal di testa, vampate, perdita dell’appetito, nausea, insonnia, fastidi allo stomaco, stanchezza o debolezza, vomito, alta pressione, trombi, infarto, diabete, cancro, ipertensione endocranica idiopatica che provoca mal di testa, visione doppia e persino perdita permanente della vista, osteoporosi, danni al fegato, alla crescita, infertilità ed emorragie vaginali.
Sul piano psicologico, i rischi possono essere i seguenti: scoppio della libido per le donne che assumono testosterone e mancanza di libido spesso per maschi, sbalzi di umore, atti di autolesionismo, mancanza di sviluppo psicologico, emotivo e cognitivo (calo del QI), lesione della memoria, stati di ansia e panico, disturbo da deficit di attenzione/ iperattività, tic nervosi, disturbo borderline di personalità, disturbi d’ansia, disturbo dello spettro autistico e disturbo post-traumatico da stress, depressione, anoressia, stati psicotici, suicidi e tentati suicidi (per le fonti scientifiche, ex pluribus, clicca qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui).
Senza poi contare che, citando il documento Gender ideology harms children - L'ideologia gender fa male ai bambini del Collegio americano dei Pediatri, «secondo il DSM-V [Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali], fino al 98% dei bambini con confusione di genere e fino all’88% delle bambine con confusione di genere accettano il proprio sesso biologico dopo che attraversano naturalmente la pubertà».
domenica 21 dicembre 2025
Fede tradita: il silenzio del Vaticano sulla Cina e il destino di Jimmy Lai
Jimmy Lai, cattolico di Hong Kong
Articolo scritto da Anne Hendershott, pubblicato su Crisis magazine, nella traduzione curata da Sabino Paciolla (21 dicembre 2025).
Anne Hendershott*
Jimmy Lai, magnate cattolico dei media di Hong Kong e critico schietto di Pechino, è appena stato condannato in quello che molti osservatori definiscono un “processo farsa” ai sensi della legge cinese sulla sicurezza nazionale. Il processo contro il 78enne Lai, condotto senza giuria e supervisionato da tre giudici nominati dal governo, si è concluso con una sentenza di colpevolezza per collusione con forze straniere e sedizione, reati che potrebbero costargli il carcere a vita.
Nella sua sentenza scritta, la corte ha concluso che Lai era la “mente delle cospirazioni” denunciate dai pubblici ministeri e ha stabilito che il suo “unico intento era quello di cercare la caduta del Partito Comunista Cinese”. La data della sentenza non è ancora stata fissata.
I gruppi per i diritti umani, i governi occidentali e i sostenitori della libertà di stampa hanno condannato il procedimento come politicamente motivato, sottolineando i cinque anni di detenzione di Lai, gran parte dei quali in isolamento, e la mancanza di prove credibili presentate contro di lui. Il figlio di Lai, Sebastien, ha detto ai giornalisti che la famiglia “non era sorpresa” dalla sentenza: “Questo è un perfetto esempio di come la legge sulla sicurezza nazionale sia stata modellata e utilizzata come arma contro qualcuno che essenzialmente ha detto cose che a loro non piacevano”. La figlia di Lai, Claire, ha aggiunto che “questo verdetto dimostra che le autorità temono ancora nostro padre, anche nel suo stato di debolezza, per ciò che rappresenta”. Ha continuato: “Rimaniamo convinti della sua innocenza e condanniamo questo errore giudiziario”.
La condanna segna non solo una tragedia personale per Lai, che ha trasformato il quotidiano pro-democrazia Apple Daily in un simbolo di resistenza, ma anche un più ampio monito sul crollo dell’indipendenza giudiziaria e della libertà di espressione a Hong Kong da quando Pechino ha imposto la legge sulla sicurezza nazionale nel 2020.
La condanna sottolinea anche l’incapacità del Vaticano di esercitare una leadership significativa nella difesa della giustizia, ricordando in modo crudo il ruolo compromesso della Chiesa cattolica, con il Vaticano che si è ritirato invece di difendere Jimmy Lai, nonostante il suo status di cattolico devoto e simbolo della resistenza all’autoritarismo. Bill McGurn del The Wall Street Journal ha costantemente difeso Jimmy Lai, descrivendolo come un simbolo di coraggio e libertà di stampa a Hong Kong. Ha definito l’arresto di Lai un “segno d’onore” e ha condannato l’uso della legge sulla sicurezza nazionale da parte di Pechino come strumento per mettere a tacere il dissenso.
McGurn ha sottolineato che il caso di Lai è per lui molto personale: è stato il padrino di Lai quando questi si è convertito al cattolicesimo diversi anni fa e lo considera da tempo un caro amico. Ha osservato che la famiglia di Lai è “molto legata” alla sua, il che rende l’ingiustizia dell’arresto ancora più dolorosa. McGurn ha criticato aspramente la risposta del Vaticano dell’ultimo Papa Francesco all’ingiustizia di Lai, definendola un “disastro”.
In un discorso tenuto durante un incontro di leader cattolici al Napa Institute in California, poche settimane prima del suo arresto e incarcerazione, Lai ha chiesto perché il Vaticano avesse accettato un “accordo segreto” con il Partito Comunista. Jimmy Lai ha chiesto ai partecipanti all’incontro di Napa: “C’è forse della corruzione in Vaticano che li ha spinti a firmare un accordo del genere?”
Bill Donohue della Catholic League ha riferito che Benjamin Rogers, cofondatore di Hong Kong Watch, ha accusato Papa Francesco di chiudere un occhio su ciò che sta accadendo in Cina. Egli sostiene che il leader cinese Xi Jinping “vuole che la Chiesa cattolica si inchini al regime marxista-leninista del Partito Comunista Cinese”.
Tuttavia, i fedeli cattolici sono stati incoraggiati quando Papa Leone XIV ha incontrato la moglie di Jimmy Lai, Teresa, e la figlia, Claire, nell’ottobre 2025. Ma potrebbe essere semplicemente troppo poco e troppo tardi per salvare Jimmy Lai dal suo destino sotto il repressivo governo comunista. L’attuale pontefice ha mantenuto lo stesso “accordo” tra Vaticano e Cina sulla nomina di vescovi accettabili per il Partito Comunista.
A settembre, Catholic News Agency ha riferito che Papa Leone XIV ha soppresso due diocesi storiche, Xiwanzi e Xuanhua, entrambe erette nel 1946 da Papa Pio XII, e le ha sostituite con la diocesi di Zhangjiakou. La sede della nuova diocesi si trova nella città di Zhangjiakou, dove l’associazione cattolica controllata dallo Stato cinese ha istituito la propria diocesi nel 1980 utilizzando confini mai riconosciuti dalla Santa Sede. Secondo la Catholic News Agency, Papa Leone XIV ha nominato un nuovo vescovo per guidare la nuova diocesi “nel quadro dell’accordo provvisorio della Santa Sede con il governo cinese sulla nomina dei vescovi”.
Nell’annuncio del Vaticano non è stato fatto alcun riferimento al vescovo Augustine Cui Tai, 75 anni, vescovo clandestino di lunga data di Xuanhua, la diocesi soppressa da Papa Leone XIV. Secondo alcune notizie di stampa, negli ultimi trent’anni il vescovo Cui Tai è stato sottoposto a ripetuti arresti, arresti domiciliari e lavori forzati.
Il 26 marzo 2024, il Veritas Center for Ethics in Public Life della Franciscan University di Steubenville ha ospitato una presentazione sulla difficile situazione di Jimmy Lai. Lo scopo dell’evento universitario era quello di mettere in luce la lotta di Lai per i diritti umani, la libertà di stampa e la democrazia a Hong Kong, e di sensibilizzare gli studenti sull’ingiustizia della sua detenzione in corso. Durante l’evento, gli studenti francescani hanno visto il documentario The Hong Konger: Jimmy Lai’s Extraordinary Struggle for Freedom, prodotto dall’Acton Institute. Mark Simon, socio in affari di Jimmy Lai da 23 anni, ex dirigente della Next Digital e attuale amministratore delegato della Lai Trust, è intervenuto all’evento. Anche Joseph Cella, ex ambasciatore degli Stati Uniti nelle Fiji, ha parlato agli studenti del caso e della risposta degli Stati Uniti.
Sebbene non possiamo sapere cosa stia accadendo dietro le quinte in Vaticano, o quali negoziati siano in corso, la mancanza di una risposta pubblica da parte del Vaticano su questo tema continua a preoccupare tutti i fedeli cattolici. Mantenendo il suo controverso e segreto accordo con Pechino sulla soppressione e la nomina dei vescovi, il Vaticano sembra aver perso l’opportunità di schierarsi inequivocabilmente con uno dei suoi figli più fedeli contro la tirannia.
Il coraggio di Lai di fronte alla repressione contrasta nettamente con il silenzio della Chiesa, mettendo in luce una mancanza morale che avrà ripercussioni ben oltre Hong Kong. Il Vaticano avrà le sue ragioni per questo silenzio, ma dando l’impressione di anteporre la convenienza politica alla convinzione profetica, mette in pericolo sia la causa di Jimmy Lai sia la propria reputazione di voce della verità e della giustizia in un mondo che ha disperatamente bisogno di entrambe.
*Anne Hendershott è professoressa di Sociologia e direttrice del Veritas Center for Ethics in Public Life presso la Franciscan University di Steubenville, Ohio. È autrice di “The Politics of Envy” (Crisis Publications, 2020).
Gesù è nato veramente alla fine di dicembre?

1. Il professor Michele Loconsole, dottore in Sacra teologia Ecumenica, Presidente dell’associazione internazionale ENEC (L’Europe-Near East Centre) e Vicepresidente della Fondazione Nikolaos e dell’Associazione Puglia d’Oriente, rilasciò (clicca qui) un’interessante intervista all’agenzia di stampa Zenit, dove ricordò recenti studi che confermano il fatto che Gesù sia nato, se non proprio il 25 dicembre, senz’altro in una data molto vicina a questa. In realtà si tratta di studi che già si conoscevano. Ne aveva parlato Vittorio Messori sul Corriere della sera del 9.7.2003. Bene ha fatto il professor Loconsole a ricordarlo. E’ evidente che nulla cambierebbe, a livello di sostanza, se Gesù fosse nato in tutt’altro periodo dell’anno, resta il fatto che una conferma di questo tipo costituisce un’altra attestazione importante del costitutivo rapporto tra storia e Cristianesimo e tra Cristianesimo e storia.
2. Leggiamo cosa disse il professor Loconsole all’agenzia Zenit:
«Molti si interrogano se Gesù sia nato veramente il 25 dicembre. Ma cosa sappiamo in realtà sulla storicità della sua data di nascita? (…) Come mai la Chiesa ha fissato proprio al 25 dicembre il suo Natale? È vero, inoltre, che questa festa cristiana – seconda solo alla Pasqua – è stata posta al 25 dicembre per sostituire il culto pagano del dio Sole, celebrato in tutto il Mediterraneo anche prima della nascita di Gesù?
Cominciamo col dire che il solstizio d’inverno – data in cui si festeggiava nelle culture politeiste il Sol Invictus – cade il 21 dicembre e non il 25. In secondo luogo è bene precisare che la Chiesa primitiva, soprattutto d’Oriente, aveva fissato la data di nascita di Gesù al 25 dicembre già nei primissimi anni successivi alla sua morte. (…) E allora, se la Chiesa ha subito fissato al 25 dicembre la nascita di Gesù, abbiamo oggi prove documentali e archeologiche che possono confermare la veneranda tradizione ecclesiale? La risposta è sì.
Nel 1947 un pastorello palestinese trova casualmente una giara, semisepolta in una grotta del deserto di Qumran (…). La località era stata sede della comunità monastica degli esseni (…). I monaci del Mar Morto produssero in pochi decenni una grande quantità di testi, poi nascosti in grandi anfore per salvarli dall’occupazione romana del 70 d.C. (…). Tra questi importanti documenti, uno ci interessa particolarmente: è il Libro dei Giubilei, un testo del II secolo a.C. La fonte giudaica ci ha permesso di conoscere, dopo quasi due millenni, le date in cui le classi sacerdotali di Israele officiavano al Tempio di Gerusalemme, ciclicamente da sabato a sabato, quindi sempre nello stesso periodo dell’anno. Il testo in questione riferisce poi che la classe di Abia, l’VIII delle ventiquattro che ruotavano all’officiatura del Tempio – classe sacerdotale cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, il padre di Giovanni Battista – entrava nel Tempio nella settimana compresa tra il 23 e il 30 settembre. La notizia apparentemente secondaria si è rivelata invece una vera bomba per gli studiosi del cristianesimo antico. Infatti, se Zaccaria è entrato nel Tempio il 23 settembre, giorno in cui secondo il vangelo di Luca ha ricevuto l’annuncio dell’Arcangelo Gabriele, che gli ha comunicato – nonostante la sua vecchia età e la sterilità della moglie Elisabetta – che avrebbe avuto un figlio, il cui nome sarebbe stato Giovanni, questo vuol dire che il Precursore del Signore potrebbe essere nato intorno al 24 giugno, circa nove mesi dopo l’Annuncio dell’angelo. Guarda caso gli stessi giorni in cui la Chiesa commemora nel calendario liturgico, già dal I secolo, sia il giorno dell’Annunciazione a Zaccaria che la nascita di Giovanni. Detto ciò, Maria potrebbe avere avuto la visita, sempre di Gabriele, giorno dell’Annunciazione, proprio il 25 marzo. Infatti, quando Maria si reca da sua cugina Elisabetta, subito dopo le parole dell’Arcangelo, per comunicare la notizia del concepimento di Gesù, l’evangelista annota: “Elisabetta era al sesto mese di gravidanza”. Passo evangelico che mette in evidenza la differenza di sei mesi tra Giovanni e Gesù. E allora, se Gesù è stato concepito il 25 marzo, la sua nascita può essere ragionevolmente commemorata il 25 dicembre, giorno più, giorno meno. (…). Ma l’indagine non è ancora terminata!
Alcuni detrattori della storicità della data del Natale al 25 dicembre hanno, infatti, osservato che in quel mese – cioè in pieno inverno – gli angeli non potevano incontrare in aperta campagna e di notte greggi e pastori a cui dare la lieta notizia della nascita del Salvatore dell’umanità. Eppure, quanti sostengono questa ipotesi dovrebbero sapere che nell’ebraismo tutto è soggetto alle norme di purità. Secondo non pochi antichi trattati ebraici, i giudei distinguono tre tipi di greggi. Il primo, composto da sole pecore dalla lana bianca: considerate pure, possono rientrare, dopo i pascoli, nell’ovile del centro abitato. Un secondo gruppo è, invece, formato da pecore la cui lana è in parte bianca, in parte nera: questi ovini possono entrare a sera nell’ovile, ma il luogo del ricovero deve essere obbligatoriamente al di fuori del centro abitato. Un terzo gruppo, infine, è formato da pecore la cui lana è nera: questi animali, ritenuti impuri, non possono entrare né in città né nell’ovile, neppure dopo il tramonto, quindi costretti a permanere all’aperto con i loro pastori sempre, giorno e notte, inverno e estate. Non dimentichiamo, poi, che il testo evangelico riferisce che i pastori facevano turni di guardia: fatto che appare comprensibile solo se la notte è lunga e fredda, proprio come quelle d’inverno. Ricordo che Betlemme è ubicata a 800 metri sul livello del mare. Alla luce di queste considerazioni, possiamo ritenere risolto il mistero: i pastori e le greggi incontrati dagli angeli in quella santa notte a Betlemme appartengono al terzo gruppo, formato da sole pecore nere».
3. Dunque, quelle ricordate dal professor Loconsole sono notizie molto importanti. Molto importanti perché dette in un tempo, come questo, in cui l’attacco più pericoloso che sta subendo il Cristianesimo è proprio quello di pretendere di trasformarlo da fatto in mito.
sabato 20 dicembre 2025
Svolta Leone: chiede aiuto ai cardinali. Al centro anche la liturgia eucaristica

VATICANO
VIA AL CONCISTORO
I temi anticipati da una lettera "natalizia".
I temi anticipati da una lettera "natalizia".
Nico Spuntoni,16 dicembre 2025
In questi scampoli di 2025 l'attesa in Vaticano non terminerà con la fine del periodo d'Avvento. Un'attesa più «profana», infatti, è quella per lo svolgimento del concistoro straordinario del 7 e 8 gennaio voluto da Leone XIV.
I cardinali hanno ricevuto la convocazione lo scorso 7 novembre dal decano Giovanni Battista Re e sono attesi dal Papa nel pomeriggio del primo mercoledì dell'anno e poi la mattina successiva per la concelebrazione presso l'altare della Cattedra a San Pietro. La convocazione di un concistoro straordinario rientra nelle prerogative del Pontefice e, come stabilisce il Codice di diritto canonico, avviene «quando lo suggeriscono peculiari necessità della Chiesa o la trattazione di questioni particolarmente gravi». Ciò che aveva stupito di questa convocazione era l'assenza di qualsiasi motivazione, un'anomalia rispetto al passato. Possiamo anticipare, però, che nelle prossime ore arriverà nelle cassette postali di tutti i cardinali una lettera «natalizia» del Papa nella quale verrà dettata loro l'agenda dell'atteso Concistoro. Leone XIV, infatti, ha preso carta e penna per scrivere ai suoi confratelli a cui intende restituire quell'originario ruolo di principali collaboratori nel governo della Chiesa universale fortemente ridimensionato negli anni del pontificato bergogliano. Si sa che Francesco non amava consultarsi con tutti i cardinali ma preferiva affidarsi ad un gruppo ristretto di fedelissimi: il cosiddetto C9 divenuto poi nel frattempo C6. Nel 2022 Bergoglio aveva convocato una riunione di tutti i cardinali a Roma sulla Praedicate evangelium senza però concedere troppo spazio alla discussione anche perché la costituzione apostolica con cui riformava la Curia era già entrata in vigore quasi tre mesi prima.
Lo scarso coinvolgimento del sacro collegio è stato uno dei fattori più criticati dell'eredità bergogliana nel corso delle congregazioni pre-conclave. Prevost se n'è dimostrato consapevole e, due giorni dopo l'elezione, durante il primo colloquio con i cardinali aveva espresso l'intenzione di incontrarli periodicamente, chiudendo così una stagione di oggettivo declino del collegio cardinalizio. Ormai superato il giro di boa del primo mezzo anno di pontificato, Leone XIV ha così deciso di dare concretezza a quella promessa e ai cardinali ha chiesto di prepararsi all'appuntamento del 7 e 8 gennaio 2026 rileggendo due testi di Francesco: la Evangelii gaudium e la Praedicate evangelium. Sono «compiti a casa» che, da un lato, invitano a riflettere sulla prospettiva di Chiesa e dall'altro riportano al centro il tema del rapporto tra Curia romana e gestione del potere. Nella sua lettera, Leone XIV menziona anche la sinodalità che è stata un po' il manifesto del pontificato bergogliano ma che l'attuale Pontefice declina a modo suo. Per Prevost, infatti, lo sbocco della sinodalità è la comunione. In quest'ultima chiave va letto anche l'ultimo dei temi della lettera che delinea l'agenda del prossimo Concistoro: la questione liturgica. Sappiamo come la liturgia sia diventata, specialmente dopo la promulgazione di Traditionis custodes nel 2021, il terreno di battaglia principale tra diverse sensibilità ecclesiali.
venerdì 19 dicembre 2025
L’ultima enciclica antimoderna che progettava Pio XII

Di Don Claude Barthe, 18 dic 2025
Quattro anni prima del Concilio Vaticano II, nel 1958, un ultimo documento antimoderno, un’enciclica, era in fase di preparazione nei palazzi apostolici. La morte del Papa ne ha interrotto la stesura finale e la pubblicazione. È quanto ha rivelato l’apertura nel 2020 degli archivi del pontificato di Pio XII, da allora consultabili fino al 1958, anno della morte di questo Papa.
Quest’apertura aveva provocato l’arrivo negli archivi vaticani di un nugolo di ricercatori, che pensavano di poter dimostrare le colpevoli debolezze del Pontefice verso il regime hitleriano e che, com’era prevedibile, hanno avuto invece la delusione di trovare tutte prove dell’esatto contrario. Di contro, gli storici seri hanno visto aprirsi vaste prospettive su argomenti di grandissimo interesse.
Si sapeva che Pio XII avesse lanciato nel 1948 la preparazione di un concilio ecumenico, oggetto di importanti lavori sino al 1951. Si trattava peraltro, in modo alquanto caratteristico, non di convocare un altro concilio, bensì di «continuare» quello riunito da Pio IX nel 1869 e che si era dovuto interrompere nel 1870 a causa della guerra franco-prussiana. Ma il progetto fu abbandonato[1].
D’altra parte, generalmente si ignorava quanto riportato già nel marzo 2020 dallo storico tedesco Matthias Daufratshofer. Volendo studiare negli archivi dell’ex-Sant’Uffizio i lavori, che avevano preceduto la proclamazione del dogma dell’Assunzione della Beata Vergine, egli scoprì i testi preparatori, gli schemi, di un’enciclica antimoderna elaborata negli ultimi anni del pontificato pacelliano, che avrebbe sviluppato e precisato la lettera enciclica del 1950, Humani generis, «su alcune opinioni errate, che minacciavano di rovinare i fondamenti della dottrina cattolica»[2].
Due ricercatori, suor Sabine Schratz, OP, dell’Institutum Historicum Ordinis Prædicatorum, e Daniele Premoli (Archivum Generale Ordinis Prædicatorum), si sono dedicati allo studio di questo progetto. Stanno lavorando alla pubblicazione dello schema con le sue successive versioni, che era stato realizzato da una commissione, ed il 3 gennaio 2024 hanno pubblicato un articolo sullo stato dei loro lavori nel Journal of Modern and Contemporary Christianity: «L’Enciclica Pascendi dei tempi moderni. Il progetto per l’ultima enciclica di Pio XII (1956-58)».
Il progetto iniziale: pubblicare un’enciclica nel 1957 per i 50 anni dalla condanna del modernismo ad opera della Pascendi
Nel corso del pontificato di Pio XII non aveva cessato di crescere a Roma la preoccupazione per la diffusione di nuove correnti, chiamate nell’entourage del Papa con la denominazione generale di «Nouvelle Théologie». L’espressione era dello stesso Pio XII e venne utilizzata in un discorso alla Congregazione generale dei Gesuiti il 19 settembre 1946[3], a seguito della quale Padre Réginald Garrigou-Lagrange OP pubblicò sulla rivista Angelicum, nell’ottobre 1946, un articolo, che suscitò grande scalpore: «La nouvelle théologie, où va-t-elle?». La critica era rivolta soprattutto al fatto che questa Nouvelle Théologie, in nome di un «ritorno» ideologizzato alla teologia dei Padri, denigrava la teologia scolastica (e, attraverso di essa, le formulazioni dogmatiche, che dipendevano grandemente da questa). Parlando di questo nuovo modo di affrontare la dottrina, Humani generis disse nel 1950 che si voleva rimpiazzare «una presentazione sempre più esatta delle verità di fede» con «nozioni congetturali ed espressioni fluttuanti e vaghe».
Roma era particolarmente preoccupata dal fermento teologico, che regnava in Francia. In occasione dell’Assemblea plenaria dei vescovi francesi, che si sarebbe tenuta nell’aprile 1957, mons. Joseph Lefebvre, arcivescovo di Bourges, fatto cardinale da Giovanni XXIII, della stessa famiglia di industriali del Nord di mons. Marcel Lefebvre, s’apprestava a presentare una relazione dottrinale basata sulle risposte ad un questionario inviato a tutti i vescovi francesi[4]. Il rapporto sottolineava come il relativismo, il razionalismo, il naturalismo e l’umanesimo ateo avessero portato ad una «mutilazione della nostra natura», che recideva il riferimento dell’uomo a Dio, poiché idealismo ed esistenzialismo lo richiudevano su sé stesso, mentre il marxismo lo conduceva verso il determinismo ed il materialismo. Da qui, in un certo numero di cattolici, una perdita del senso di Dio, del peccato e della Chiesa ed una serie di deviazioni, che la relazione qualificava come debolezza della fede o errata comprensione della fede, rivendicando il diritto alla libertà personale, ignorando la natura dell’autorità ecclesiastica, separando la Chiesa visibile da quella invisibile, ponendo la Chiesa a margine delle questioni dello Stato e della società, riducendo infine la testimonianza cristiana alla pura interiorità. La relazione parlava di «una sorta di neo-protestantesimo» e del fatto che un certo numero di teologi dipendesse dalle idee dell’epoca.
Ma il rapporto Lefebvre, dopo questa critica al «progressismo», denunciava anche l’«integralismo» di coloro che si ergevano a censori dei vescovi francesi, giudicati troppo deboli di fronte ai teologi, i quali difendevano le nuove posizioni. Accusava sacerdoti e fedeli di lasciarsi andare ad «interventi inammissibili» con cui impartivano lezioni di ortodossia «anche alla gerarchia».
Per questo la relazione Lefebvre non mancò di ricordare la lettera pastorale del cardinale Suhard, arcivescovo di Parigi, intitolata Essor ou déclin de l’Église [Ascesa o declino della Chiesa] e pubblicata nella Quaresima 1947, in cui il cardinale respingeva entrambe le opzioni contrapposte, che ritardavano l’auspicata ascesa ovvero il «modernismo» e l’«integralismo». La relazione Lefebvre aveva peraltro cura di sottolineare come gli errori moderni, ch’egli enumerava, non dovessero essere considerati in modo generico, dato che alcuni vescovi assicuravano addirittura che stessero perdendo terreno e che in ogni caso ci si dovesse guardare – sottinteso rivolto agli «integralisti» – dal «trasformare in un orizzonte nero carico di tempeste le poche nuvole, che si trascinavano in un cielo altrimenti luminoso». Tema, questo, che si ritroverà nel discorso d’apertura del Concilio Vaticano II di Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia, dell’11 ottobre 1962, con la celebre accusa rivolta contro questi «profeti di sventura che annunciano sinistri presagi come se la fine del mondo stesse per arrivare».
Questo portò a notare come la situazione del cattolicesimo francese sotto Pio XII preannunciasse ciò ch’essa sarebbe stata all’epoca del Concilio e del post-Concilio. Da una parte un «progressismo» con diverse sfumature: movimento ecumenico, in parte movimento liturgico, questione dei Preti Operai, riviste diversamente affascinate dal marxismo, Esprit, Témoignage chrétien, La Quinzaine, pubblicazione di opere che mettevano in discussione la teologia tradizionale sotto diversi aspetti coi domenicani Congar e Chenu (quest’ultimo ha coniato la denominazione di «scuola di Saulchoir»), col Padre de Lubac, con i gesuiti detti della scuola di Fourvière, e con altri ancora. Sulla sponda opposta si era costituita una sorta di minoranza «integralista», erede del cattolicesimo intransigente, come don Luc Lefèvre, fondatore de La Pensée catholique, don Victor Berto, che sarà il teologo di Marcel Lefebvre durante il Concilio, don Alphonse Roul e Raymond Dulac, Padre Fillère e don Richard, fondatore de L’Homme Nouveau.
Tuttavia, questi ecclesiastici, emarginati in Francia, erano in sintonia col personale teologico del pontificato di Pio XII ovvero i domenicani Réginald Garrigou-Lagrange, Marie-Rosaire Gagnebet, Luigi Ciappi, i gesuiti quali il moralista Franz Hürth, Sébastien Tromp, il francescano Ermenegildo Lio, il religioso stigmatino Cornelio Fabro, il carmelitano Philippe de la Trinité e sacerdoti secolari come Pietro Parente, Pietro Palazzini, Dino Staffa e Antonio Piolanti, che diverrà rettore dell’Università del Laterano nel 1957. Essi costituivano quella che è stata definita la Scuola romana di Teologia, alla quale si rifacevano anche i cardinali Pizzardo e Ottaviani, succedutisi alla carica di Segretario del Sant’Uffizio, Ruffini, arcivescovo di Palermo, Siri, arcivescovo di Genova.
A causa della particolare attenzione riservata dalla Curia a quanto stesse accadendo in Francia, l’imminenza della riunione dell’Assemblea plenaria dell’Episcopato, che doveva fare il punto sulla situazione dottrinale, fece adottare nel 1956 la decisione di riprendere il tema della critica alla Nouvelle Théologie in un documento pontificio. La commissione preparatoria dell’Assemblea dell’Episcopato aveva chiesto una relazione a Padre Paul Philippe, domenicano, commissario del Sant’Uffizio, futuro cardinale. Paul Philippe in una sessantina di pagine collegò al modernismo la Nouvelle Théologie, spiegando che le deviazioni di quest’ultima non avevano il carattere razionalista dell’eresica denunciata dall’enciclica Pascendi nel 1907, ma si presentavano in modo più «mistico» e volevano essere molto ottimistiche. Il cardinal Ottaviani giudicò il rapporto Philippe adatto a servire come base per la preparazione del documento pontificio previsto per il 1957.
I lavori preparatori dell’enciclica (1956-1958)
Pio XII approvò formalmente il progetto nel Natale del 1956. Immediatamente, negli ultimi giorni di dicembre, fu nominata una commissione ad hoc all’interno del Sant’Uffizio (Sant’Uffizio che, dopo il Vaticano II, sarebbe diventato Congregazione per la Dottrina della Fede). Di questa congregazione romana, incaricata della dottrina, all’epoca la più eminente della Curia (chiamata la Suprema), il Papa si riservò la presidenza (essa non aveva un Prefetto, ma era diretta da un Segretario). La commissione non giunse a terminare i suoi lavori entro il 1957 e li stava ancora continuando quando Pio XII morì, nel 1958.
Si riunì una prima volta all’inizio del 1957. I suoi membri erano tra i più eminenti del Sant’Uffizio: i domenicani Paul Philippe, presidente, Gagnebet e Garrigou-Lagrange, tutti e tre vicini al Maestro generale dell’Ordine, Michael Browne, e formavano con lui un quartetto domenicano estremamente influente; i gesuiti, che avevano contribuito alla redazione dell’Humani generis, i Padri Tromp e Bea, quest’ultimo, confessore di Pio XII, cambiò posizione dopo il 1958; il grande mariologo Karlo Balić, cappuccino; il carmelitano francese Philippe de la Trinité e Antonio Piolanti.
La relazione di mons. Joseph Lefebvre, inviata al Sant’Uffizio, divenne, col rapporto Philippe, una fonte disponibile per l’esame che ci si proponeva di fare degli errori dottrinali del momento. La sua critica agli «integralisti» è stata invece giudicata del tutto controproducente.
Il 20 marzo 1958, Padre Tromp presentò un primo progetto, uno schema di 64 pagine, che iniziava con le parole Instaurare omnia in Christo, il motto di san Pio X. Anche Padre Philippe presentò un altro progetto. Entrambi verranno pubblicati da Suor Sabine Schratz e Daniele Premoli.
Nel maggio 1958, il Sant’Uffizio dovette prendere una decisione: tenuto conto dell’importanza dei materiali raccolti dalla commissione, era opportuno pubblicare un documento solo o più d’uno? Il cardinal Ottaviani intendeva riservare la questione delle relazioni tra Chiesa e Stato ad un documento specifico, che era peraltro in preparazione già dal 1950 (Padre Gagnebet ne era il principale artefice) e che mirava di fatto a richiamare la dottrina tradizionale contro le idee anticipatrici della dottrina sulla libertà religiosa di Padre Courtney Murray, gesuita americano, e di Jacques Maritain, il filosofo francese. Il documento del Sant’Uffizio è servito come base, durante la preparazione del Vaticano II, per il capitolo 9 dello schema De Ecclesia preparato dalla commissione teologica e ripreso per l’occasione da Padre Gagnebet[5]. L’intero schema verrà peraltro abbandonato e rimpiazzato da quello, che porterà poi alla costituzione Lumen Gentium. Quanto al contenuto del capitolo 9, questo venne invalidato dalla dichiarazione Dignitatis humanæ. A proposito di tutto il materiale raccolto dalla commissione, Pio XII, informato passo dopo passo dei lavori preparatori, fece sapere di voler pubblicare un testo unico e non più encicliche.
La commissione, ridotta a Philippe, Piolanti, Bea, Tromp, Balić e Gagnebet, si riunì una terza volta il 10 giugno 1958 e formulò delle raccomandazioni che Padre Tromp incorporò nella sua seconda versione dello schema preparatorio. Da quel momento in poi, esso iniziava con le parole: Cultum Regi Regum, Culto del Re dei re. Quest’ultimo schema venne comunicato agli altri membri della commissione il 27 settembre 1958. Ma Pio XII morì dodici giorni dopo, il 9 ottobre. Poiché gli archivi successivi non sono consultabili, non si sa se il progetto di enciclica venne presentato a Giovanni XXIII, ciò che è molto probabile. Ad ogni modo non ebbe seguito.
Il contenuto dello schema Cultum Regi Regum
In realtà, il progetto aveva assunto la forma di una prosecuzione e di un approfondimento dell’Humani generis. Il testo affrontava tutti gli ambiti della vita ecclesiale, morale e sociale, esponendo, cinquant’anni dopo Pascendi, «l’eresia globale della modernità»[6] ovvero l’accettazione di una frattura tra la società e Dio. Lo faceva in sei capitoli:
La natura della religione.
Il culto liturgico e le devozioni private (culto la cui importanza sociale spiegava il titolo che avrebbe ricevuto l’enciclica).
La teologia morale.
La professione di fede.
Il rapporto tra autorità e libertà nella Chiesa.
Le relazioni tra ordine religioso ed ordine profano.
Lo schema dell’enciclica ricordava che la religione è una virtù attraverso la quale l’uomo, riconoscendo l’eccellenza divina, rende culto a Dio creatore e signore dell’intero ordine naturale ch’Egli trascende. Non è una realtà di ordine puramente affettivo ed emozionale, né è l’oppio dei popoli. Il trattamento della questione liturgica, nel secondo capitolo, riprendeva dei temi dell’enciclica Mediator Dei del 1947 e prendeva di mira diversi errori, tra i quali quello secondo cui «la celebrazione di una sola Messa, alla quale assistono religiosamente un centinaio di preti, è la stessa cosa di cento Messe celebrate separatamente da un centinaio di sacerdoti[7]». Lo schema insisteva anche sulla gravità e sul danno sociale derivante dal mancato rispetto della santificazione della domenica attraverso il culto ed il riposo.
Nella parte morale, veniva richiamata la dottrina tradizionale sulla legge naturale e venivano esaminate le questioni più controverse: pericoli del materialismo, tanto comunista quanto capitalista; carattere sovrano del giudizio della Chiesa, la cui autorità è stata costituita da Dio in persona, ciò che le permette di chiarire difficili questioni morali – e di risolvere questioni oggi controverse – come quella del primato della procreazione nella gerarchia dei fini del matrimonio, restando la verginità per il Regno di Dio uno stato più perfetto del matrimonio.
Nel quarto capitolo è stato affrontato il tema dell’ecumenismo, sotto l’aspetto della collaborazione con i cristiani di altre confessioni in opposizione al comunismo ateo. Veniva rilevato il carattere problematico derivante dal metter da parte ciò che separa il Cattolicesimo da tali confessioni, particolarmente per ciò che le ha fondate nell’odio verso la Chiesa. Più in generale, la collaborazione sia pure per fini lodevoli tra cattolici e non-cattolici, benché accettabile in linea di principio, sollevava importanti riserve: «Se un medico in buona salute collabora con un medico affetto da lebbra per combattere la lebbra, onorerà il suo collega, ma più la collaborazione col suo collega sarà stretta, più dovrà stare attento per timore d’esser lui stesso contagiato dalla malattia».
Il quinto capitolo del progetto trattava della relazione tra autorità e libertà ovvero tra magistero e teologi: si può raggiungere il Regno di Dio solo attraverso «la via dell’autorità e dell’obbedienza»; tuttavia quest’ultima, soprattutto dopo la caduta dei totalitarismi in Germania e in Italia, era entrata in crisi, non solo negli Stati, ma anche all’interno della Chiesa cattolica. Cultum Regi Regum riaffermava con forza che il munus docendi, il compito dell’insegnare nella Chiesa, risiedeva unicamente nella gerarchia, costituita dal Pontefice romano e dall’episcopato.
Il testo aggiungeva: «Lungi da noi l’idea di negare che i teologi abbiano una vocazione particolare in seno al Corpo mistico di Cristo, alla quale corrispondono la grazia e la luce dello Spirito Santo. È in effetti a loro che la Sposa di Cristo affida la formazione del futuro clero; sono chiamati dallo stesso sacro Magistero a preparare i documenti dottrinali; spetta a loro approfondire e precisare le decisioni offerte dal Magistero autentico; spetta a loro soprattutto manifestare al mondo la meravigliosa e divina armonia con cui le verità divinamente rivelate s’accordano tra loro e con le diverse scienze umane. È allo stesso modo dovere dei teologi determinare per quale ragione ed in quale misura tali verità siano contenute nel deposito della fede o siano proposte dal Magistero per esser credute e professate; e, di conseguenza, in che senso ed in quale misura sia opportuno definire gli errori contrari. Se i teologi agiscono così sotto la vigilanza dei Pastori, essi non si arrogano in alcun modo la competenza del Magistero, ma contribuiscono grandemente a preservare la purezza della fede».
L’ultimo capitolo del documento, intitolato Ordo religiosus et ordo profanus, era in realtà una sorta di anticipazione del documento preparato dal Sant’Uffizio già dal 1950, di cui si è parlato sopra, in cui si trattava dei rapporti tra le due società perfette (ciascuna delle quali possiede tutto ciò che è necessario al compimento del proprio fine), società distinte ma unite, quali sono Chiesa e Stato[8].
* * *
Pio XII voleva così coronare il suo pontificato con una sorta di grande opera testamentaria, che riprendesse i temi da lui trattati nelle sue varie encicliche e che cercasse di arginare il diluvio, che sentiva arrivare dopo di lui. La nostra allusione alla frase attribuita a Luigi XV, «dopo di me, il diluvio», è intenzionale. L’attività di approfondimento e di difesa dottrinale attraverso una serie di grandi encicliche (Mystici Corporis nel 1943, sul Corpo mistico di Cristo, Divino afflante, pure del 1943, sugli studi biblici, Mediator Dei del 1947 sui principi della liturgia, Humani generis del 1950 sugli errori del nostro tempo), attraverso la definizione controcorrente dell’Assunzione della Beata Vergine in corpo ed anima ed anche attraverso la canonizzazione di Pio X nel 1954, non può non evocare, a parità di condizioni, il tentativo di consolidamento, almeno su un punto, di quello che sarebbe divenuto l’Ancien Régime, quello della giustizia, alla fine del regno di Luigi XV, tentativo interrotto dalla morte del monarca nel 1774.
Non essendo proseguito il concilio Vaticano riunito da Pio IX, è stato con la continuazione della Pascendi di Pio X, che fu accompagnata da un documento del Sant’Uffizio con cui si chiudeva la strada alle tesi che sarebbero divenute poi la dottrina sulla libertà religiosa, che Pio XII avrebbe chiuso il suo pontificato. Ma Dio, nelle misteriose disposizioni della sua Provvidenza, aveva deciso di punire il suo popolo.
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Il culto liturgico e le devozioni private (culto la cui importanza sociale spiegava il titolo che avrebbe ricevuto l’enciclica).
La teologia morale.
La professione di fede.
Il rapporto tra autorità e libertà nella Chiesa.
Le relazioni tra ordine religioso ed ordine profano.
Lo schema dell’enciclica ricordava che la religione è una virtù attraverso la quale l’uomo, riconoscendo l’eccellenza divina, rende culto a Dio creatore e signore dell’intero ordine naturale ch’Egli trascende. Non è una realtà di ordine puramente affettivo ed emozionale, né è l’oppio dei popoli. Il trattamento della questione liturgica, nel secondo capitolo, riprendeva dei temi dell’enciclica Mediator Dei del 1947 e prendeva di mira diversi errori, tra i quali quello secondo cui «la celebrazione di una sola Messa, alla quale assistono religiosamente un centinaio di preti, è la stessa cosa di cento Messe celebrate separatamente da un centinaio di sacerdoti[7]». Lo schema insisteva anche sulla gravità e sul danno sociale derivante dal mancato rispetto della santificazione della domenica attraverso il culto ed il riposo.
Nella parte morale, veniva richiamata la dottrina tradizionale sulla legge naturale e venivano esaminate le questioni più controverse: pericoli del materialismo, tanto comunista quanto capitalista; carattere sovrano del giudizio della Chiesa, la cui autorità è stata costituita da Dio in persona, ciò che le permette di chiarire difficili questioni morali – e di risolvere questioni oggi controverse – come quella del primato della procreazione nella gerarchia dei fini del matrimonio, restando la verginità per il Regno di Dio uno stato più perfetto del matrimonio.
Nel quarto capitolo è stato affrontato il tema dell’ecumenismo, sotto l’aspetto della collaborazione con i cristiani di altre confessioni in opposizione al comunismo ateo. Veniva rilevato il carattere problematico derivante dal metter da parte ciò che separa il Cattolicesimo da tali confessioni, particolarmente per ciò che le ha fondate nell’odio verso la Chiesa. Più in generale, la collaborazione sia pure per fini lodevoli tra cattolici e non-cattolici, benché accettabile in linea di principio, sollevava importanti riserve: «Se un medico in buona salute collabora con un medico affetto da lebbra per combattere la lebbra, onorerà il suo collega, ma più la collaborazione col suo collega sarà stretta, più dovrà stare attento per timore d’esser lui stesso contagiato dalla malattia».
Il quinto capitolo del progetto trattava della relazione tra autorità e libertà ovvero tra magistero e teologi: si può raggiungere il Regno di Dio solo attraverso «la via dell’autorità e dell’obbedienza»; tuttavia quest’ultima, soprattutto dopo la caduta dei totalitarismi in Germania e in Italia, era entrata in crisi, non solo negli Stati, ma anche all’interno della Chiesa cattolica. Cultum Regi Regum riaffermava con forza che il munus docendi, il compito dell’insegnare nella Chiesa, risiedeva unicamente nella gerarchia, costituita dal Pontefice romano e dall’episcopato.
Il testo aggiungeva: «Lungi da noi l’idea di negare che i teologi abbiano una vocazione particolare in seno al Corpo mistico di Cristo, alla quale corrispondono la grazia e la luce dello Spirito Santo. È in effetti a loro che la Sposa di Cristo affida la formazione del futuro clero; sono chiamati dallo stesso sacro Magistero a preparare i documenti dottrinali; spetta a loro approfondire e precisare le decisioni offerte dal Magistero autentico; spetta a loro soprattutto manifestare al mondo la meravigliosa e divina armonia con cui le verità divinamente rivelate s’accordano tra loro e con le diverse scienze umane. È allo stesso modo dovere dei teologi determinare per quale ragione ed in quale misura tali verità siano contenute nel deposito della fede o siano proposte dal Magistero per esser credute e professate; e, di conseguenza, in che senso ed in quale misura sia opportuno definire gli errori contrari. Se i teologi agiscono così sotto la vigilanza dei Pastori, essi non si arrogano in alcun modo la competenza del Magistero, ma contribuiscono grandemente a preservare la purezza della fede».
L’ultimo capitolo del documento, intitolato Ordo religiosus et ordo profanus, era in realtà una sorta di anticipazione del documento preparato dal Sant’Uffizio già dal 1950, di cui si è parlato sopra, in cui si trattava dei rapporti tra le due società perfette (ciascuna delle quali possiede tutto ciò che è necessario al compimento del proprio fine), società distinte ma unite, quali sono Chiesa e Stato[8].
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Pio XII voleva così coronare il suo pontificato con una sorta di grande opera testamentaria, che riprendesse i temi da lui trattati nelle sue varie encicliche e che cercasse di arginare il diluvio, che sentiva arrivare dopo di lui. La nostra allusione alla frase attribuita a Luigi XV, «dopo di me, il diluvio», è intenzionale. L’attività di approfondimento e di difesa dottrinale attraverso una serie di grandi encicliche (Mystici Corporis nel 1943, sul Corpo mistico di Cristo, Divino afflante, pure del 1943, sugli studi biblici, Mediator Dei del 1947 sui principi della liturgia, Humani generis del 1950 sugli errori del nostro tempo), attraverso la definizione controcorrente dell’Assunzione della Beata Vergine in corpo ed anima ed anche attraverso la canonizzazione di Pio X nel 1954, non può non evocare, a parità di condizioni, il tentativo di consolidamento, almeno su un punto, di quello che sarebbe divenuto l’Ancien Régime, quello della giustizia, alla fine del regno di Luigi XV, tentativo interrotto dalla morte del monarca nel 1774.
Non essendo proseguito il concilio Vaticano riunito da Pio IX, è stato con la continuazione della Pascendi di Pio X, che fu accompagnata da un documento del Sant’Uffizio con cui si chiudeva la strada alle tesi che sarebbero divenute poi la dottrina sulla libertà religiosa, che Pio XII avrebbe chiuso il suo pontificato. Ma Dio, nelle misteriose disposizioni della sua Provvidenza, aveva deciso di punire il suo popolo.
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https://www.resnovae.fr
(Foto:Di Michael Pitcairn – The Ukrainian Week: Info Pic, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org)
[1] Patrick Descourtieux «La preparazione del mancato Concilio ecumenico del 1951 secondo l’Archivio del Sant’Uffizio», al simposio su L’Inquisizione romana. Nuove ricerche, nuove prospettive, 22-24 novembre 2023, atti in corso di pubblicazione.
[2] Kathpress, 10 marzo 2020.
[3] Discorso ispirato ad un articolo di Pietro Parente su L’Osservatore Romano del 1942, «Nuove tendenze teologiche».
[4] Rapport doctrinal présenté le 30 avril 1957 à l’Assemblée plénière de l’Épiscopat Français (edizioni Tardy, 1957).
[5] Traduzione del testo in: Claude Barthe, Quel avenir pour Vatican II?, François-Xavier de Guibert, 1999, pagg. 163-179. J. A. Komonchak, in Giuseppe Alberigo (a cura di), Histoire du Concile Vatican II (1959-1965), t. 1, Cerf, 1997, pag. 336. Si veda anche: Philippe Chenaux, «Maritain devant le Saint-Office: le rôle du père Garrigou-Lagrange, OP», Archivum Fratrum Prædicatorum, Nova Séries, vol. 6, 2021, pagg. 401-420.
[6] Claus Arnold, Giovanni Vian, La Redazione dell’Enciclica Pascendi. Studi e documenti sull’antimodernismo di Papa Pio X, Anton Hiersemann, 2020.
[7] Già negli anni Quaranta apparvero in effetti delle anticipazioni della concelebrazione: preti in cotta e stola, disposti a semicerchio davanti all’altare ove celebrava uno di loro, assistevano alla sua Messa e ricevevano la Comunione dalla sua mano.
[8] Il documento del Sant’Uffizio, così com’era stato introdotto nello schema preparatorio al Vaticano II De Ecclesia, recitava: «Come il potere civile ritiene suo compito provvedere alla moralità pubblica, così, per preservare i cittadini dalle seduzioni dell’errore ed affinché lo Stato sia conservato nell’unità della fede, ciò che è il bene supremo e la fonte di una moltitudine di benefici ivi compreso di ordine temporale, il potere civile può da sé medesimo regolamentare le funzioni pubbliche degli altri culti e difendere i propri cittadini dalla diffusione di false dottrine per le quali, secondo il giudizio della Chiesa, la loro salvezza eterna è posta in pericolo» (Claude Barthe, Quel avenir pour Vatican II?, op. cit., pag. 174-175).
giovedì 18 dicembre 2025
Buone notizie sulla Chiesa nostra madre
Julio Loredo
Come stiamo vivendo questo periodo di Avvento?
Seguiamo con amore le notizie sulla Chiesa nostra madre, nell’attesa gioiosa del bambino Gesù. [...]
Vediamo invece alcune nuove impressionanti rivelazioni sulla rinascita religiosa cattolica. [...]
Non so se l’avete visto, ma questa settimana è stata ricca di notizie sul Quietival, ossia la calma rinascita religiosa cattolica. Cominciamo con la rinnovata voglia dei presepi in Francia. “La Francia intera è favorevole ai presepi nei comuni. Il verdetto è senza appello,” scrive Antoine Nisson su Tribune Chrétienne. “Quasi 8 su 10,” continua, “ben il 79% dei francesi approvano la presenza dei presepi natalizi nei comuni”. Una cifra impressionante: appena il 20% si dichiara contrario. E continua: “Il presepe non è solo un simbolo religioso, è un segno di continuità, di fedeltà a una civiltà. È un segno che non si può negare. Il presepe non impone nulla, offre una presenza, una dolcezza, una vicinanza, invita alla pace. Appartiene alla nostra cultura. È presente nei nostri villaggi, nelle nostre famiglie, nei nostri mercatini di Natale, nelle nostre statuine”. E pensare, cari ascoltatori, che qui in Italia ci sono comuni come quello di Genova che hanno voluto sopprimere il presepe nelle sedi istituzionali. Grazie a Dio, nel caso di Genova, la Sindaca Salis, Silvia Salis, ha dovuto fare un passo indietro travolta dalla reazione popolare in favore del presepe.
Questi dati sul presepe in Francia sono contenuti in un vasto studio realizzato dall’IFOP (Institut Français d’Opinion Publique). I risultati sono veramente sorprendenti. E cito: “I giovani cattolici sono più radicali dei loro genitori?” si domanda il settimanale cattolico, non certo conservatore, La Croix. E continua: “Stiamo assistendo a una rinascita religiosa?”. Basandosi su uno studio condotto dall’IFOP, il sociologo Jean Resson Cleisu analizza il cattolicesimo francese nel 2025. “I risultati sfidano ogni preconcetto”. Il titolo dell’articolo di La Croix la dice lunga: “Ritorno della religione, messa in latino, boom dei battesimi: le trasformazioni del cattolicesimo francese”.
La Croix intervista il sociologo Jean Resson de Cleu e gli chiede come spiega questa resistenza da parte di uno “zoccolo duro” in un momento in cui la società francese si sta scristianizzando. Il sociologo risponde: “Il cattolicesimo francese sta attraversando una profonda trasformazione. Mentre continua a declinare nella società, si sta riorganizzando attorno a un nucleo di cattolici estremamente impegnati. Questa omogeneità crea un ambiente di sostegno che spiega la resilienza di questo ‘zoccolo duro’: questi cattolici celanti si rafforzano a vicenda”. Questo compattarsi della fede, continua, è visibile soprattutto nelle giovani generazioni. Si tratta ancora di un fenomeno minoritario, certo, che non compensa il crollo generalizzato della fede nella società francese, ma mostra un dinamismo che prima non c’era. E questa, cari amici, è la grande novità.
Un punto che richiama l’attenzione è l’attrazione dei giovani per la Messa antica. In un interessante articolo intitolato Giovani, partecipazione piena e Usus Antiquior, pubblicato la scorsa settimana sul londinese The Catholic Herald. Don Alquin Reed, benedettino esperto in liturgia, scrive, cito: “Ironia della sorte, oggi è spesso nelle celebrazioni dei riti più antichi preconciliari che troviamo ciò che i Padri conciliari desideravano veramente: la partecipazione piena, consapevole, effettiva e assolutamente fruttuosa alla Messa”. Questa partecipazione si vede, dice Don Alquin, in particolare nei giovani che cercano Dio.
Un segno della rinascita religiosa sono le visite alla Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, restituita al culto pubblico esattamente un anno fa dopo il devastante incendio. Il bilancio del primo anno dopo la riapertura è imponente, afferma Monsignor Olivier Diumas, Rettore della Cattedrale. E prosegue: “Notre-Dame ha ricevuto più di 11 milioni di visitatori in quest’anno, un vero primato. E non si tratta di semplici turisti, ma anche di pellegrini,” continua Monsignor Diumas. Dal 7 dicembre 2024, la Cattedrale ha ospitato più di 1600 celebrazioni e oltre 650 pellegrinaggi. E ospita 30 sacerdoti che confessano instancabilmente durante tutta la giornata. Soprattutto, dice lui, Notre-Dame è tornata a essere un luogo di incontro personale con Cristo. “Ogni giorno siamo testimoni di grazie e frutti spirituali. Non è raro che i visitatori che inizialmente se ne erano andati tornino e chiedano di confessarsi, anche se non lo fanno da 50 anni”.
In un altro articolo, è il settimanale La Croix – che, ripeto, non è per niente conservatore – a parlare della rinascita del sacramento della Penitenza. Dice che la pratica della confessione sta vivendo una rinascita, soprattutto tra i giovani. Negli ultimi anni, dice La Croix, la confessione ha visto un rinnovato interesse a seguito della ripresa delle pratiche più tradizionali della Chiesa. Un dato curioso è che i giovani preferiscono i confessionali all’antica, cioè con la griglia. “I giovani preferiscono la griglia”. Con questo, i vecchi confessionali stanno riacquistando una certa rilevanza, commenta Don Jean-Marc Pimpanot, parroco di Saint Louis d’Antin, sempre a Parigi. Secondo il parroco, ciò è frutto di un rinnovato senso morale. Dice lui: “I giovani si muovono molto nella logica del permesso/proibito. C’è un aspetto molto moralizzante”.
Ancora un altro segno della rinascita religiosa sono le Messe dell’Aurora, dette Messe Rorate, illuminate da migliaia di candele. Queste si celebrano durante l’Avvento alle 7:00 del mattino ogni mercoledì e venerdì a Saint Sulpice, la più grande chiesa di Parigi. “Abbiamo cominciato con una trentina di persone. Adesso non siamo mai meno di 300,” racconta Don Houge, il parroco. E quasi tutti sono giovani. La maggior parte di loro, dice il parroco, ricevono la comunione in ginocchio mentre il coro canta in latino: Rorate Cœli. “I canti, le candele nella penombra, la calma, lo sforzo collettivo creano un’atmosfera intrisa di sacralità che mi aiuta a concentrarmi su me stesso,” testimonia Arthur, 21 anni, che ha guidato per un’ora per poter arrivare a questa Messa da un’altra parte. La Messa dei giovani ogni domenica sera, nella stessa parrocchia, conta ormai intorno a 1500 partecipanti alla ricerca del sacro, come informa sempre La Croix.
Ci sarebbero tante notizie da commentare con voi, ma vorrei chiudere con un interessantissimo articolo di Tom Colsey apparso su The Catholic Herald, il più importante organo cattolico della Gran Bretagna. Già il titolo dice tutto: “Perché la Generazione Z sta tornando alla Chiesa?”. Dice Colsey: “Dal 2023 la stampa internazionale presta sempre maggiore attenzione alla sorprendente rinascita della fede cristiana insieme alla sua ritrovata rilevanza nel dibattito pubblico”. E continua: “In Gran Bretagna, ad esempio, il cattolicesimo ha invertito il declino decennale e ha registrato una crescita notevole dal 2018 ad oggi”. Questa rinascita, tuttavia, non è universale, scrive sempre Colsey. “Non si tratta di una rinascita universale. È una rinascita altamente selettiva. Alcune parti del mondo cristiano stanno fiorendo, altre continuano a ridursi, e lei si domanda il perché di questo”.
Un punto rilevante è che questa crescita è percettibile soprattutto là dove si offre una dottrina solida e una liturgia secondo i canoni conservatori o tradizionali“. Scrive Colsey: “Nel Regno Unito i segni di vitalità si possono trovare negli oratori che offrono una liturgia elaborata e riverente. Gli ordini religiosi tradizionali hanno più sacerdoti in formazione di qualsiasi diocesi del paese. Allo stesso modo, i benedettini tradizionalisti hanno triplicato le loro dimensioni in pochi anni.” Invece, dove difetta questa dottrina solida e questa liturgia tradizionale, la rinascita fatica a spuntare.
Carissimi ascoltatori, permettetemi di chiudere con un lamento che mi viene dal fondo dell’anima. Quando è che le autorità ecclesiastiche, anche qui a Roma, apriranno finalmente gli occhi? Dopo tanti anni di desacralizzazione della liturgia, della musica sacra, dei paramenti e perfino dell’architettura ecclesiastica, ci dovrebbe essere una generosa apertura dei cuori alla grazia divina, al vero soffio dello Spirito Santo, non a quel soffio assai artefatto che proviene da gruppi di pressione frequentemente in dissenso con l’insegnamento cattolico. Molti studi scientifici mostrano che questa grazia, questa rinascita religiosa, oggi sta soffiando soprattutto nella vela di quegli ambienti prevalentemente giovanili che cercano la sacralità del culto, il rispetto alle esigenze della morale, persino il pentimento nel confessionale. Queste sono le vere “minoranze creative” della Chiesa di cui ha parlato Benedetto XVI. Perché non appoggiarle, fomentarle, incrementarle? Non è qui il futuro della Chiesa, anche dal punto di vista anagrafico?
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