giovedì 3 dicembre 2015

Altro che crisi. Quella del matrimonio è una disfatta


nozze
 
 
 
di Sandro Magister
 
"Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur". Non risulta che qualche padre sinodale abbia citato Tito Livio, nelle tre settimane di discussione sulla famiglia. Ma quella celebre frase sarebbe stata più che mai appropriata. Perché mentre si attende con ansia il pronunciamento di papa Francesco sulla comunione ai divorziati risposati, il matrimonio sta correndo verso l'estinzione. E non solo dove la secolarizzazione ha fatto il deserto, ma anche in un paese universalmente definito familista e cattolico come l'Italia.
A richiamare la cruda realtà dei fatti è il fulminante articolo che segue. È uscito pochi giorni fa su "L'Osservatore Romano" e ne è autore un demografo italiano di prima grandezza, non cattolico. Assolutamente da leggere.
 
 
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NON È UNA SEMPLICE CRISI

 
di Roberto Volpi
 
Anno 2009, in Italia: matrimoni celebrati 230.613. Anno 2014: matrimoni celebrati 189.765. Stavamo messi male nel 2009, stiamo messi peggio, inutile girarci attorno, cinque anni dopo. Negli ultimi cinque anni si sono persi quarantamila matrimoni, pari al diciotto per cento degli stessi.
Sbagliano quanti vedono negli ultimi dati ISTAT su matrimoni e divorzi la certificazione della crisi del matrimonio. Quella del matrimonio è stata in Italia una vera e propria rotta, un rompete le righe, un liberi tutti, non una semplice crisi. E viene da lontano.
 
Il matrimonio in Italia non ha retto al divorzio. O, se vogliamo essere più precisi, ha retto al divorzio in una misura estremamente più debole che in pressoché tutti gli altri Paesi dell’Europa occidentale: questa è la semplice verità da cui partire.
 
Dalla seconda metà degli anni Settanta dello scorso secolo è un continuo precipitare. Ancora nel 1973, anno precedente il referendum sul divorzio, i matrimoni, in una popolazione di alcuni milioni inferiore all’attuale, erano stati oltre 418.000, dei quali 386.000 celebrati con rito religioso, scesi oggi a 108.000, cosicché se negli ultimi quarant’anni i matrimoni hanno perso il cinquantacinque per cento la perdita di quelli religiosi ha toccato l’ottantadue per cento, oltre i quattro quinti della loro consistenza. Perdita ch’è stata ancora maggiore nelle regioni del nord dove, oggi, c’è poco più di un matrimonio religioso l’anno ogni mille abitanti.
 
Il matrimonio religioso nelle regioni più ricche, moderne, avanzate anche culturalmente d’Italia è già oggi ridotto al lumicino. A Milano siamo a 0,8 matrimoni l’anno celebrati in chiesa ogni mille abitanti, senza meno il valore più basso di tutto il mondo cattolico.
 
Questo è il quadro. Che mette ulteriormente in rilievo due sue caratteristiche: lo scivolamento a grandi passi verso l’inconsistenza del matrimonio religioso ma anche, e al tempo stesso, l’incapacità del matrimonio civile, in contrazione a sua volta, di attrarre nella sua orbita anche soltanto una modesta quota dei mancati matrimoni religiosi.
 
In altre parole: è l’istituzione del matrimonio in se stessa a essere sprofondata in Italia in una crisi che appare senza ritorno, e di questo sprofondare fa le spese in modo soverchiante il matrimonio religioso, destinato a questi ritmi a scomparire letteralmente nel giro dei prossimi due-tre decenni.
Se vuole fare una riflessione sulla famiglia, la Chiesa cattolica non può non partire da qui. La forma famiglia passa sempre meno attraverso il matrimonio per la sua costituzione. Si fa famiglia a prescindere dal matrimonio, senza matrimonio, non soltanto senza il matrimonio religioso ma anche senza quello civile. Un fenomeno assai più massiccio di quanto non sia mediamente in Europa, dove pure non si scherza in fatto di crisi del matrimonio.
 
Questo è il primo elemento che caratterizza la situazione in Italia. Il secondo è invece assai poco ricordato. Il crollo del matrimonio non ha lasciato le cose invariate in fatto di famiglie, neppure dal punto di vista strettamente quantitativo. C’è molta meno famiglia, oggi in Italia.
Non c’è stata affatto una compensazione dei matrimoni grazie a convivenze e coppie di fatto, né compensazione dei figli, come si lascia credere. Negli ultimi due-tre decenni a vincere, aumentando in misura quasi esponenziale, sono state soltanto le famiglie unipersonali, ovvero quelle composte da una sola persona, ovvero ancora le non famiglie, arrivate alla cifra di 7,7 milioni due anni fa, oggi probabilmente attorno agli otto milioni (attenzione, cinque milioni di queste sono di veri celibi/nubili, persone mai sposate né divorziate). E questo mentre le coppie, comprensive di quelle non unite in matrimonio, sono appena 13,7 milioni in una popolazione di sessantuno milioni, delle quali ben cinque milioni senza figli.
 
Al precipitare del matrimonio ha dunque corrisposto, in Italia, l’affievolirsi della densità di famiglia e la riduzione della famiglia a forme sempre più vistosamente nucleari.
 
Terzo elemento, forse il più sconcertante e ignorato. L’età media della donna al matrimonio è arrivata a sfiorare i 33 anni (32,6). L’età media della donna al parto (non solo del primo figlio, dei figli di qualsiasi ordine) è pari a 31 anni e mezzo. Tra la nascita del figlio e il matrimonio c’è dunque oltre un anno di differenza: ma a venire prima di oltre un anno è il figlio, non il matrimonio.
Insomma, eccoci al punto, il paradossale divario tra la più alta età media al matrimonio e la più bassa età media della donna alla nascita dei figli certifica l’ormai avvenuta separazione tra la nascita dei figli e il matrimonio: i figli non si fanno più in costanza di matrimonio, come si suol dire tecnicamente, e com’era fenomenologicamente fino a tre-quattro decenni fa.
 
E in questo rovesciamento del paradigma che vuole il figlio successivo al matrimonio c’è anche, se non soprattutto, il riflesso dell’estrema separazione, ormai avvenuta, tra i rapporti sessuali da un lato e la riproduzione sessuale, ovvero i figli, dall’altro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Settimo Cielo                                         
 
 

mercoledì 2 dicembre 2015

Il Sacco di Roma: un castigo misericordioso

Rinunciare a tradizioni e segni della fede per il quieto vivere? Il passo falso di Mons. Cipolla

 
 
 
 
Le celebrazioni del Natale a scuola? «Io farei tanti passi indietro pur di mantenerci nella pace e pur di mantenerci nell'amicizia». Parole controcorrente, rispetto al dibattito soprattutto politico di questi giorni, quelle pronunciate dal vescovo Claudio Cipolla parlando ai microfoni di Rete Veneta. «Non dobbiamo presentarci pretendendo qualsiasi cosa che magari anche la nostra tradizione e la nostra cultura vedrebbe come ovvio - aggiunge - Se fosse necessario per mantenere la tranquillità e le relazioni fraterne tra di noi, io non avrei paura a fare marcia indietro su tante nostre tradizioni». 
Questo è quanto il nuovo vescovo di Padova, Claudio Cipolla, ha detto ieri parlando ai microfoni di Radio Veneta. Capisco che il neo-vescovo voglia differenziarsi da quelle che probabilmente considera strumentalizzazioni politiche o di parte (anche se così facendo sceglie di essere da una parte, consapevolmente o meno); ma sentire un vescovo, un pastore, pronto a rinunciare a pezzi di tradizione e di cultura per il quieto vivere mi provoca una profonda pena. 
 
Anche perché bisogna chiedersi: che amici sono o sarebbero, che fratelli sono o sarebbero quelli che desiderano o pretendono che si rinunci a essere quello che uno è – tradizione, cultura - per esserci amici e fratelli? 
Questo tipo di comportamento – l’appeasement – nella storia ha dato risultati pessimi. Con il dialogo questo non ha a che fare; il dialogo presuppone il rispetto reciproco, anche delle proprie storie. Che nella Chiesa sia suonata l’ora dei Quisling? 
 
NDR: questa la precisazione fatta dal vescovo, dopo le polemiche suscitate:
 
«Papa Francesco ci sollecita di continuo nell’obiettivo di costruire un mondo di pace, senza conflitti, in cui la relazione tra fratelli sia prioritaria e l’indifferenza non trovi casa. Per noi cristiani è un richiamo forte, costante, specie in questo tempo di Avvento che ci accompagna al Natale. Ed è per questo che non possiamo utilizzare le religioni per alimentare conflitti o inutili tensioni. Purtroppo le religioni spesso sono strumentalizzate per altri interessi. Non sono contro la presenza della religione nello spazio pubblico, né tantomeno contro le tradizioni religiose, ma né le religioni né le tradizioni religiose possono essere strumenti di separazioni, conflittualità, divisioni. Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo».
 
 
 
 
da «San Pietro e dintorni», tramite IL TIMONE 2 dic 15
 
 
 

Card. Burke: il Sinodo non può aprire porte che non esistono

      
 
 
 
Il cardinale Raymond Burke, patrono dell’Ordine di Malta, sul National Catholic Register commenta il recente editoriale del direttore della Civiltà Cattolica, p. Antonio Spadaro SJ, a proposito del sinodo 2015.
In particolare fa alcune valutazioni a partire dal sommario del testo di p. Spadaro:
 
Il Sinodo ha pure voluto toccare le persone e le coppie ferite per accompagnarle e sanarle in un processo di integrazione e di riconciliazione senza barriere. Circa l’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati civilmente, il Sinodo ha formulato la via del discernimento e del «foro interno», ponendone le basi e aprendo una porta che invece nel Sinodo precedente era rimasta chiusa.
 
“A parte il fatto”, scrive Burke, “che molti padri sinodali affermano che il Sinodo ha confermato la pratica costante della Chiesa per quanto riguarda coloro che vivono una unione irregolare”, il fatto è “che il Sinodo non poteva aprire una porta che non esiste e non può esistere, vale a dire, un discernimento in coscienza che contraddica la verità sulla suprema santità della Eucaristia e dell’indissolubilità del matrimonio.”
 
“Il Sinodo, come la Chiesa ha sempre insegnato e praticato, ha voluto mostrare l’amore verso le persone che si trovano in una situazione che non è coerente con gli insegnamenti di Cristo e della sua Chiesa. (…) L’amore di Cristo accompagna la persona sulla via del pentimento e della riparazione, in modo che possa ancora essere pronto ad incontrare Cristo nei sacramenti.”
 
Per questo, scrive Burke, “la via del discernimento con cui il sacerdote accompagna il penitente che vive in una unione irregolare aiuta il penitente a conformare la sua coscienza verso la verità della Santissima Eucaristia e alla verità del matrimonio a cui è legato.”
 
“Papa Giovanni Paolo II”, specifica il porporato statunitense, “ha descritto la prassi della Chiesa nel “foro interno” nel n ° 84 della Familiaris Consortio. La dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 giugno 2000, illustra l’insegnamento nel n 84 di Familiaris consortio. Entrambi questi documenti sono citati nel rapporto finale del sinodo, purtroppo in modo ingannevole.” Così si potrebbe “dare l’impressione che vi possa essere un’altra pratica del “foro interno”, che permetterebbe ad una persona che vive una unione irregolare di avere accesso ai sacramenti, in modo che la coscienza può essere in conflitto con la verità della fede.”
 
“Questo suggerimento”, conclude Burke, “pone i sacerdoti in una situazione impossibile, l’aspettativa di poter “aprire una porta” per il penitente che, di fatto, non esiste e non può esistere. In ultima analisi, e per il più grave danno della Chiesa universale, si crea l’aspettativa che il Romano Pontefice possa sanzionare una pratica che è in contrasto con le verità della fede. Il Sinodo dei Vescovi, in accordo con la sua natura e finalità, non può essere lo strumento di una tale aspettativa.”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

C’è un vescovo cattolico, anche a Bruxelles

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Resterà in Belgio ancora un po’, poi andrà in Francia, in nel santuario di Notre Dame de Laus in Provenza, ad aiutare nelle confessioni, celebrare Messa, magari scrivere qualche altro libro. André-Joseph Leonard è stato l’arcivescovo di Bruxelles per gli ultimi cinque anni. Raggiunto il limite di 75 anni di età, come da prassi, ha rassegnato le dimissioni. Il 5 novembre Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Jozef de Kesel come suo successore.
Con ACI Stampa, l’Arcivescovo Leonard fa un bilancio del suo lavoro.

Quale è l’eredità che lascia alla sua diocesi?
Per me era una bella sfida di diventare a quasi 70 anni arcivescovo di Malines- Bruxelles, dopo essere stato vescovo di Namur per 19 anni. Indicai subito un certo numero di priorità per il mio ministero. E la prima priorità era quella di fare visite pastorali, come era stato richiesto dal Concilio di Trento e come era stato messo in pratica da vescovi come Carlo Borromeo e Francesco di Sales. Mi sono posto l’obiettivo di visitare l’intera diocesi in cinque anni. Ci sono riuscito. È stato un tempo molto prezioso, perché permette di incontrare le persone. E permette di essere a disposizione, cosa che riempiva la gente di gioia.


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Stimatissimo da Benedetto XVI, umiliato più volte dalle Femen, Leonard ha resistito alla linea Kasper nel sinodo del 2014. Appena scaduto il mandato, le dimissioni sono state immediatamente accettate (fatto piuttosto inusuale) da papa Francesco


Quali sono state le sue altre priorità?
Una seconda priorità era la promozione delle vocazioni sacerdotali. Quando sono arrivato c’erano quattro seminaristi per tutta la diocesi, e due sole strade per diventare sacerdote: studiare a Namur, per i francofoni, nel seminario che riformai, o studiare nel seminario di Lovanio, per quanti sono di lingua fiamminga. Ho preso l’iniziativa di creare un seminario Redemptoris Mater, così ho potuto accogliere una ventina di seminaristi da Italia, Spagna, Polonia, America Latina, che si inculturano molto bene perché hanno come principio di imparare le due lingue, il francese e il fiammingo, e il loro esempio ha stimolato alcuni belgi di fare lo stesso. Due anni fa ho creato una fraternità di seminaristi e sacerdoti ispirati dall’attività pastorale di un sacerdote francese che era parroco a Marsiglia, padre Michel Marie Zanotti. Si tratta di seminaristi che si sentono chiamati in modo molto speciale allo slancio missionario: Hanno una chiara identità: quando sono già ammessi come candidati al presbiterato portano un abito talare molto semplice, e questo aiuta a Bruxelles, dove ci sono tanti uomini musulmani, che vanno in giro con una specie di tunica, e tante musulmane che vanno vestite come religiose, non pare strano.

Cosa ha chiesto ai sacerdoti?
Voglio che da sacerdoti che lavorino in gruppo, che si organizzino a vivere insieme in due o tre. Questa mia politica ha attirato molti candidati. Lascio una diocesi con 55 seminaristi, e ci sono 28 membri di questa fraternità. Sono così numerosi che non ho giudicato giusto rimanessero tutti nella diocesi di Malines-Bruxelles e ho creato un collegamento con il vescovo di Bayonne, che ha ricevuto un sacerdote e quattro seminaristi.

Quali sono i progetti ora?
Avremo ordinazioni di giovani per assicurare un po’ il futuro del ministero pastorale. Ho affidato a cinque sacerdoti due parrocchie in Bruxelles, una piccola parrocchia popolare in un vicolo con case popolari alla frontiere di Linkebeek e lì svolgono un bell’impegno pastorale tra gente semplice: la parrocchia era chiusa da due anni. Ho affidato loro anche un’altra chiesa che era chiusa, Santa Caterina. Adesso, lì ogni giorno si fanno adorazione, confessione, due Messe.

Quale è invece la situazione della liturgia?
Migliorare la qualità della liturgia era un’altra mia priorità. La liturgia deve avere due qualità: deve lasciar risplendere la bellezza, la gloria di Dio e deve anche parlare al cuore della gente; dunque deve riferire alla gloria di Dio, all’amore di Gesù Cristo, alla presenza dello Spirito Santo, ma anche toccare il cuore dei fedeli presenti. In Bruxelles, nella parte francofona della diocesi, la situazione della liturgia è abbastanza buona, anche se è ancora possibile progredire. Ma nella parte fiamminga, come in tutta la parte fiamminga del Paese, la liturgia in molte parrocchie si è appiattita. Ho scritto ad ogni parrocchia in cui sono stato, stimolando la gente a pregare con più fervore e anche con il corpo, perché si prega anche attraverso gli atteggiamenti del corpo. Ho anche insistito molto perché la comunione sia vissuta con rispetto, con amore, con bellezza anche, che non sia ricevuta come si mangia una chip. Il “chips eucaristico” purtroppo esiste, ci si comunica in modo triviale. Ho insistito, ma c’è ancora da fare. Io apprezzo molto l’adorazione eucaristica, che è un bel prolungamento della celebrazione, perché una Messa dura un’ora, e non si ha abbastanza tempo per interiorizzare la ricchezza della comunione, mentre l’adorazione dà tempo per essere esposto a quella presenza.

Da quello che racconta, la Chiesa in Belgio è molto viva. Allora perché il Belgio è stato soggetto di questa progressiva secolarizzazione?
Nel passato il Belgio è stato un baluardo della Chiesa cattolica, forse in modo eccessivo. C’è stata quasi una prepotenza della Chiesa cattolica, principalmente nella parte fiamminga del Paese. È successo meno nella parte francofona, dove abbiamo dovuto sempre confrontarci con il liberalismo laico, con il socialismo. Ma nella parte fiamminga la Chiesa cattolica faceva il bello e il cattivo tempo. Quando il verme della secolarizzazione si introduce in una mela di quella specie allora la reazione è molto forte, e si è diventati tanto critici verso la Chiesa. Credo che sia una forma di vendetta, si paga il conto di una presenza troppo dominante e spesso con una forma di autoritarismo. Credo che si spieghi così.

Quale è la situazione delle famiglie nella diocesi?
Anche la cura delle famiglie era una mia precisa priorità. Già da quando ero vescovo a Namur, ho incontrato persone che vivevano in situazioni coniugali irregolari, persone non solo divorziate ma anche risposate, che parlavano del desiderio di un cammino con il Signore a partire dalla loro situazione. Dopo aver incontrato una decina di persone in quelle situazioni, ho deciso di radunarle, e abbiamo organizzato insieme giornate per raccogliere persone divorziate, separate e risposate. Ho sempre provato ad incontrare quei fratelli e quelle sorelle, sempre con grande amore, pazienza, benevolenza. Ma gli incontri avvenivano sempre nella verità, con fedeltà al Vangelo, a Gesù, al matrimonio come lui ce lo presenta. Questa esperienza mi ha convinto che è possibile aiutare la gente a vivere quelle situazioni in un cammino di santificazione e di conversione.

Come era la sua pastorale anche per divorziati in una seconda unione?
Quando incontravo divorziati o di separati li aiutavo se possibile a rimanere fedeli al loro matrimonio e anche al consorte, anche se sono separati. Lo facevo con l’aiuto di una comunità che si chiama Communeauté Notre Dame de l’Alliance. E se non potevano, o non volevano, fare quella scelta, e se si risposavano per diverse ragioni, perché si sentivano chiamati a vivere soli, oppure volevano assicurare l’educazione dei figli, allora li aiutavo a fare una scelta autenticamente cristiana ispirandomi alla Familiaris Consortio. E spiegavo loro che, dato che erano risposati, si dovevano astenere dalla comunione perché c’è contraddizione obiettiva tra la nuova ed eterna alleanza eucaristica e l’alleanza coniugale che è stata rotta. E quando si ha un po’ di tempo, in un ambiente di preghiera e di fratellanza, possono accettare quel linguaggio. Nella mia equipe avevo anche divorziati e gente risposata, però che sempre davano una testimonianza fedele all’insegnamento del Vangelo e della Chiesa.

Come giudica allora la risposta che si è data sulla questione da parte del Sinodo dei vescovi?
Ho l’impressione che nell’ultimo sinodo si sia tenuto – a proposito di quelle situazioni - un linguaggio ambiguo che permette diverse interpretazioni. Questo linguaggio è stato già è recuperato come se fosse uguale ad un accesso alla Comunione che dipende solo dalla propria coscienza o dal parere di un pastore locale. Ma quello che è in gioco è per natura universale Non dipende da situazioni locali, dipende dalla natura stessa dell’alleanza coniugale. Spero che l’esortazione post-sinodale potrà chiarire quelle difficoltà.

In tutto l’impegno della Chiesa oggi non si parla mai delle coppie che vivono nella piena fedeltà e fiducia alla dottrina alla loro unione…
È successo che queste riunioni con le coppie irregolari hanno suscitato una reazione da parte delle coppie “normali.” Allora ho organizzato dei raduni delle coppie per rinnovare l’impegno coniugale. Bellissimo! Hanno partecipato centinaia di coppie. E poi ho anche organizzato, su iniziativa di laici, raduni per le coppie che aspettano un figlio, quindi molte donne con il pancione. Io benedicevo le coppie presenti, e benedicevo bambini già nati e bambini nel seno della madre. E poi abbiamo fatto incontri con i vedovi.

Dall’impegno con le famiglie viene anche l’impegno in società?
Anche questo è stato uno dei mie obiettivi. Il mio predecessore, il Cardinal Danneels, aveva creato un organismo che si chiama Betlemme, un progetto per trasformare case, palazzi, proprietà della Chiesa in case popolari, e questo l’ho molto incoraggiato. Ho provato ad essere molto vicino alla gente, a tutta la gente cristiana che crea iniziative per incontrare quelle difficoltà, quelle situazioni difficili. Ho avuto molti contatti con i candidati allo status di rifugiato, con i profughi.

Quali sono le sfide che attendono il suo successore?
Le sfide saranno quasi le stesse, sono priorità inevitabili. Forse, tenendo conto della sua formazione, credo che il dialogo interreligioso sarà molto importante. Qui a Bruxelles già un quarto della popolazione è musulmana, e va a crescere in numero, siccome la loro demografia più generosa di quella degli indigeni. Saremo confrontati sempre più alla necessità di avere un dialogo con tutti quei musulmani presenti sul territorio belga, principalmente a Bruxelles, e credo che lui sia molto aperto a questo.

Quanto è importante la preghiera della Chiesa nella società?
Siccome Bruxelles è anche la capitale dell’Europa, è ancora più importante. Il Belgio ha una grande tradizione di strutture ecclesiali forti, e più della metà degli allievi nelle scuole si trovano in scuole cattoliche, più della metà in parte fiamminga, il 70 per cento della popolazione delle scuole si trova in scuole con una etichetta cattolica. Anche nel campo delle cliniche, tante cliniche sono di ispirazione cattolica, strutture (sindacati cristiani, mutualità cristiana, strutture fortissime). E anche la Chiesa, nella Chiesa stessa una rete parrocchiale molto stretta, molto forte, e adesso si investe molta energia nella ristrutturazione di quelle strutture in unità pastorali, settori pastorali più grandi, spesso a causa di un numero più piccolo di sacerdoti, non è l’unica ragione, ma gioca un ruolo importante. È necessario farlo, ma ho spesso l’impressione che si investe troppa energia in quelle strutture, mentre la cosa più importante in un Paese che ha perduto la sua anima cristiana è che ci sia uno slancio nuovo, una fiamma, un profetismo, una Chiesa più carismatica. Le strutture sono importanti, però è il cuore, lo slancio, la fiamma che è più importante.

Quale è il rapporto con la politica?
C’è una forte presenza della massoneria negli ambienti politici, mentre i partiti che si riferivano ad una identità cristiana sono quasi spariti. Ma io non considero che sia necessario che ci siano partiti con una etichetta cristiano-cattolico: questo può essere ambivalente. Ritengo però che è molto importante che ci sono cristiani che si impegnano nella vita politica, fedeli ad un ideale esigente e capaci di giustificare le loro scelte con argomenti razionali.

Quale è stato il suo impegno per formare giovani impegnati nella vita politica?
Avrei potuto fare di più. Ho incontrato parecchie volte gruppi di giovani, alcuni che studiavano, altri che già lavoravano, tutti con un ideale cristiano da voler impegnare in politica. Li ho incontrati molte volte, ma forse non abbastanza. Pochi mesi fa ho incontrato un gruppo di giovani professionisti che mi chiedevano di dare loro una formazione nel campo filosofico. Sono un gruppo di 25 persone, vengono dieci sabati l’anno da me, per avere un discernimento cristiano nel campo della filosofia moderna.
Ho ammirato il loro desiderio di formarsi, perché questo manca. Se uno vuole impegnarsi nella vita politica deve essere capace di portare avanti argomenti che valgono, solidi dal punto di vista razionale-filosofico. In un Parlamento non basta riferirsi al Corano o alla Bibbia, bisogna argomentare con argomenti accessibili.

Quanto ha inciso lo scandalo della pedofilia in Belgio?
Ha creato effettivamente una crisi. Non è totalmente finita: anche negli ultimi giorni si è parlato nuovamente di abusi avvenuti nel passato, però con conseguenze nel presente. Devo però dire che la Chiesa belga ha trovato un modo giusto per rispondere a quella crisi e devo ringraziare a quel proposito due vescovi che si sono molto impegnati affinché la Chiesa trovi un modo adeguato di rispondere alla crisi, e di rendere giustizia alle vittime: il vescovo di Anversa, Johan Bonny e il vescovo di Tournai, Guy Harpigny, i quali hanno dedicato molto tempo ai contatti con il mondo politico, con la commissione parlamentare che aveva trattato di quel problema, e anche con gli organismi pubblici della Chiesa cattolica destinata ad accogliere le vittime. Questo ha ricostituito l’immagine della Chiesa cattolica in Belgio, perché anche il mondo politico ha apprezzato il modo in cui dopo pochi mesi la Chiesa cattolica belga ha affrontato quel problema. E poi abbiamo preso delle misure per evitare che questo si ripeta nel futuro. Siamo più attenti a eventuali disordini psicologici tra i sacerdoti e anche gli altri attori della pastorale. E reagiamo subito quando c’è un problema.

Ha speranza per il futuro della Chiesa?
Sì, perché la Chiesa non è nostra. È del Signore. È l’unica realtà in questo mondo che ha le promesse della vita eterna. Gesù dice alla sua Chiesa: “Le porte della morte non prevarranno” e “io Sono con voi tutti i giorni fino alla Fine del Mondo.” Quando si ha come padrone uno che ha vinto la morte, non si può avere paura.








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martedì 1 dicembre 2015

Il vescovo di Lincoln celebra in Avvento rivolto ad Orientem. «La Chiesa deve volgersi a Cristo»

 
 
 
 
 
Per il secondo anno di seguito monsignor Joseph Conley, vescovo di Lincoln, in Nebraska, celebrerà tutte le Messe  in Avvento rivolto ad Orientem. Nella sua rubrica sul Southern Nebraska Register, ha scritto la settimana scorsa:

 
«Ci volgiamo al Signore perché viene, sempre nuovo, nelle nostre vite, chiamandoci sempre più profondamente al mistero della sua sequela. Il Signore viene per chiamare ciascuno di noi a diventare santi.

 
La Chiesa, adorandolo, ci aiuta a volgerci sempre più frequentemente verso di Lui. Durante questo Avvento, nella Cattedrale di Cristo Risorto a Lincoln, celebrerò anche quest’anno la Messa ad Orientem, rivolto all’Oriente liturgico, rivolto al Signore sulla croce e al Signore nella santa Eucaristia. Nelle parrocchie, a discrezione del pastore, altri sacerdoti celebreranno in Avvento rivolti all’Oriente liturgico, attendendo la venuta del Signore nel Natale.

 
La celebrazione ad Orientem non avverrà ovunque e sempre. Ma in alcuni luoghi sì. Servirà per ricordarci che tutta la Chiesa deve volgersi al Signore, e insieme deve guardare a Cristo che trasforma le nostre vite».
da «One Peter Five» (in inglese) , tramite IL TIMONE 1dic 15
 
 
 
 







 

L’ “intercomunione” coi Luterani. Riflessioni di Mons. Gherardini






La Redazione di Disputationes Theologicae

Negli scorsi articoli abbiamo cercato di indicare la gravità delle teorie che predicano un accesso indiscriminato all’Eucarestia, teorie che spesso sottendono una nozione di Chiesa cattolica - ma anche di Eucarestia - che a ben vedere non è più cattolica. L’intima connessione dei due dogmi fa sì che tali attacchi coinvolgano inevitabilmente l’una e l’altra verità. Nello stesso terreno dottrinale nasce la possibilità di ammettere la cosiddetta “intercomunione” coi Luterani. Su questo argomento pubblichiamo la risposta di Mons. Brunero Gherardini, il quale per anni ha tenuto la cattedra di Ecclesiologia ed Ecumenismo alla Pontificia Università Lateranense, scrivendo numerosi saggi sull’argomento ed offrendo spesso la sua consulenza su tale materia ai Dicasteri romani. Dalle sintetiche espressioni del teologo emerge quanto preoccupante sia - specialmente sul piano ecclesiologico - il diffondersi di certe tesi e della prassi del "fatto compiuto".

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Cosa s’intende per “intercomunione”?

“Per rispondere in maniera adeguata analizzando anche i documenti più recenti ci vorrebbe non un articolo, non più articoli, ma un’intera monografia. Si rilevi anzitutto l’improprietà del termine, non solo perché l’idea d’intercomunione già di per sé contiene un chiaro riferimento all’idea di partecipazione e non ha quindi bisogno di sottolinearla con il prefisso inter, ma anche perché il suo ambito semantico s’estende, secondo la tradizione cristiana più antica, dal sacramento eucaristico alle singole chiese, colorandosi d’una forte tonalità ecclesiologica. Il termine insomma indica non solo la consumazione delle offerte sacramentali, ma anche un rapporto tra chiesa e chiesa o tra confessione e confessione”.



Cosa comporta tale teoria e cosa vuol significare?

“Dirò subito che per intercomunione deve intendersi la traduzione sintetica anche se non onnicomprensiva dell’espressione classica communicatio in sacris. Coloro che son separati dall’unità visibile della Chiesa o per scisma o per eresia, son per ciò stesso impediti, o tagliati fuori dalla comunione ecclesiale, e di conseguenza anche dalla comunione eucaristica; come tali né posson partecipare alla liturgia dei cattolici, né posson comunicarsi alla loro mensa eucaristica, così come i cattolici sono impediti di partecipare ai culti di scismatici ed eretici. A fronte di tale dottrina e relativa prassi, sta la situazione odierna, fiorita in ambienti ecumenici e tendenzialmente avversa ai limiti della communicatio in sacris. La tendenza non raramente scioglie le briglie della “scapigliatura” ecumenica e l’intercomunione, con scandalo negli uni ed entusiasmo negli altri, diventa cosa fatta: quasi il segno dell’auspicata ed in tal modo iniziata unità”.




E’ possibile l’intercomunione coi Luterani?

“In merito alla comunione fra i cattolici e i fratelli separati come eredi della Riforma o di chiese ad essa ispirate, il loro rifiuto dei sacramenti e della teologia della transustanziazione e quindi delle presenza sostanziale rende illecita ed insulsa ogni communicatio in sacris coi cattolici”.




Il sentimento prende forse il posto della dottrina?

“In materia tanto delicata, la pressione emotiva non è buona consigliera. Apprezzo Von Allmen quando, sottraendosi all’emozione, vuol trattarne “una buona volta per tutte senza sotterfugi e mezze parole”. Anche a costo di una chiarezza brutale. Ecumenicamente parlando, proprio questa sembra mancare ai protagonisti del dialogo interconfessionale. So bene anch’io che la testimonianza di cristiani, divisi sui fondamenti della loro stessa fede, è meno credibile, oltre che meno efficace. Ma non sarà un’intercomunione “ad ogni costo” il motivo d’una loro maggiore credibilità ed efficacia”.