mercoledì 18 novembre 2015

Papa Bergoglio a Firenze, col popolo contro le strutture





Quella che segue è un'analisi critica del discorso papale – e di questo pontificato – fatta da un cattolico fiorentino di lunga esperienza ecclesiale, molto ferrato in teologia e storia della Chiesa, Pietro De Marco, professore emerito di sociologia della religione all'Università di Firenze e alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, già autore il 2 ottobre 2013 di una preveggente nota sull'avvio del pontificato di papa Bergoglio.




di Pietro De Marco


Nel discorso che papa Francesco ha pronunciato il 10 novembre scorso, a Firenze, nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, ai partecipanti al quinto convegno ecclesiale nazionale italiano, ritroviamo tre momenti della sua strategia comunicativa: il teologico-spirituale, l’intra-ecclesiastico e l’indirizzo pastorale esplicito, prescrittivo.

Tutti e tre sono stati puntualmente percorsi dal papa, tra applausi ripetuti, interessanti per la loro diversa intensità di fronte ai contenuti e ai toni diversi del discorso. Mi permetto di osservare, perché non è estraneo a quanto dirò, che il papa avrebbe potuto evitare, più che sollecitare gli applausi, a loro modo "politici".

A una TV cattolica che mi chiedeva impressioni ho sinceramente lodato la forza del richiamo missionario di Jorge Mario Bergoglio, il grande dono che questo pontificato fa alla Chiesa universale – cioè al mondo, alla storia –, se si considera che l’uscire alla ricerca degli altri era divenuto estraneo ai gusti di molte chiese-comunità postconciliari.

Ma ho dovuto sottolineare anche gli equivoci del passo del suo discorso sulle "tentazioni" della Chiesa – ovvero il pelagianesimo (ricordo: l'antica eresia secondo cui per percorrere le tappe della salvezza basta un idoneo sforzo umano, indipendentemente dalla grazia divina) e la gnosi –, con cui papa Bergoglio ha indurito la sua "querelle" intra-ecclesiastica.

La polemica antipelagiana contro la fiducia nelle strutture – quali poi esattamente? – e l’eccesso di organizzazione c'era già nella stagione postbellica e preconciliare della Chiesa cattolica. Sappiamo che bersaglio di Francesco è la troppa fiducia nella norma; ma quando egli afferma che è la “norma che dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso”, e che questo tipo di deviazione assume “uno stile di controllo, di durezza, di normatività”, come nei "fondamentalismi" e nei "conservatorismi", vediamo meglio a chi mirano le sue parole ma non vediamo più il pelagianesimo vero, piuttosto qualche traccia di quello che fu un suo nemico, il giansenismo.

Pelagio non c’entra né con la grande Chiesa di Pio XII né con quel poco di organizzazione, istituzione e norma che resta vivo oggi. Dovrebbe la Chiesa preoccuparsi del più plausibile pelagianesimo teologico e pastorale di coloro che ignorano e di fatto cancellano il peccato e la grazia. Ma se, per l'attuale papa, pelagiano è chi fa il contrario, perdiamo il discernimento di ciò che è realmente grave.

Inquietante è anche l’uso del riferimento fatto da papa Francesco allo gnosticismo, una tentazione, ci ha detto, “che porta a confidare nel ragionamento logico e chiaro”. Anche qui per additare all'esecrazione del popolo quella parte della Chiesa che colpevolmente curerebbe intelletto e dottrina – un po’ come san Tommaso d'Aquino e infiniti altri? –, restando infine “chiusa nell’immanenza”.

Le spiritualità gnostiche antiche e moderne non sono ovviamente nulla di questo. Una più recente e geniale estensione della nozione – come ci ha indicato Eric Voegelin – riguarda l’agire rivoluzionario che, in nome di una Causa, con una dottrina e una retorica semplificate in bocca, persegue una Realtà oltre la realtà vera. Qualcosa del genere, ma post-ideologico, papa Francesco potrebbe trovarlo, in questi anni, dove meno se lo aspetta.

Ho già scritto quanto disorientante sia questo impiego arbitrario di parole teologicamente delicate. Il loro uso errato, senza criterio se non quello di delineare bersagli estesi a piacere, non corrisponde al retto esercizio della giustizia nella Chiesa. In più, genera dubbi se questo stile sia accettabile nella persona di un papa. Rivolgersi al consenso di popolo, in cattedrale, per strapazzare i vescovi – perché questo ha capito la gente comune – sarebbe in sé, per lo scienziato politico, ricerca "demagogica" di legittimazione.

Demagogo è un termine che non deve dispiacere: Max Weber lo usava per i profeti dell’antico Israele nella loro azione mobilitante, che compivano da privati, esterni al Tempio. Ma, appunto, Bergoglio non è un predicatore o un carismatico privato, non predica rivelazioni private, è papa. Si riveste invece del duplice ruolo ora di vertice istituzionale, ora di carismatico anti-istituzionale, che si volge contro una “parte” della Chiesa. Se come capo della Chiesa ha tutti i poteri che ne conseguono, come carismatico esercita, quali che siano le sue intenzioni, una obiettiva azione antagonistica ai ceti istituzionali.

Direbbe lo studioso che egli opera come un "capoparte" alla conquista del proprio partito, che è anche il partito dominante: colpisce i vecchi vertici, non bada alle vittime. Per questo il suo discorso di Santa Maria del Fiore ha l’aspetto di una relazione da congressi politici di storica e recente memoria.

Frequente e ammirata in politica, questa prassi non lo è nella Chiesa, dove l’applauso dei fedeli non legittima alcunché, non aggiunge uno iota alla potestà di un papa e al valore delle sue decisioni; dove la sanzione di errori di ortodossia e di prassi deve essere condotta non per slogan ma sotto il segno della dottrina e del diritto; dove i vescovi non sono i membri di un comitato centrale o i dirigenti di un apparato in balia di un vertice politico "democratico".

Il convegno ecclesiale nazionale dei giorni scorsi a Firenze ha fatto trasparire l’impegno sincero di adeguamento della Chiesa italiana allo stile, pesante di effetti, di questo pontificato. Basti pensare che nella formula delle "cinque vie" sature di pastoralismo che il convegno ha adottato (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare), non abita san Tommaso ma molto papa Francesco.

In linguaggio "ecclesialese" dovrei parlare di una "lieta, gioiosa, riconoscente fatica" della Chiesa italiana. Ma non è certo che per tutti sia così.








chiesa.espresso.repubblica.it

martedì 17 novembre 2015

La terza guerra mondiale





di Roberto de Mattei

pubblicato su Radici Cristiane – n.108 – ottobre 2015


Papa Francesco, tornando dal suo viaggio in Corea l’8 agosto dello scorso anno, ha affermato che «siamo già entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli».

Guerra mondiale vuol dire guerra estesa a tutto il globo, a cui nessuna nazione, nessun popolo può sottrarsi. Ma si tratta di una guerra spezzettata, frammentata, perché i suoi attori non sono solo gli Stati, le superpotenze, come al tempo della guerra fredda. Allora guerra mondiale significava la minaccia di una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e la Russia: una guerra tra due colossi che avrebbe inevitabilmente trascinato con sé le nazioni minori, che gravitavano nell’una o nell’altra zona di influenza. Oggi nessuna delle due superpotenze ha il potere di una volta.

L’Impero sovietico si è sgretolato, ma anche l’Impero americano conosce una fase di crisi. Il declino dell’impero americano è simbolicamente cominciato nel 2001, quando il crollo delle Twin Towers ne ha mostrato la vulnerabilità, ma la crisi è esplosa dopo le guerre dell’Afghanistan e dell’Iraq. Queste guerre sono state guerre sbagliate, soprattutto perché sono state guerre che non sono state vinte e le guerre che non sono vinte, per una potenza dalle pretese imperiali, devono considerarsi guerre perdute.

Ma anche l’Europa ha perduto la sua guerra: quella di Libia nel 2011. Gheddafi è stato abbattuto, la Libia è precipitata nel caos e l’Isis ha raggiunto il suo avamposto a Sirte. Un immenso cratere vulcanico si allarga oggi tra le coste della Libia, la periferia di Aleppo, in Siria, e quella di Baghdad, in Iraq: un cratere vulcanico, le cui eruzioni non sono dovute alle forze cieche della natura, ma ai terribili errori degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Si tratta di una guerra civile mondiale, perché è una guerra ideologica e religiosa che si combatte in tutto il mondo e di cui solo adesso cominciamo ad avvertire la portata. La prima, anche se non l’unica, espressione di questa guerra è l’Islam. Non dobbiamo pensare all’Islam come a un nemico che minaccia l’Europa solo dall’esterno. L’Islam accerchia l’Europa, ma è già dentro l’Europa. è dentro l’Europa grazie al terrorismo, che non è ancora esploso in tutta la sua potenza, ma anche grazie alle masse di immigrati che la invadono secondo un piano chiaramente prestabilito. I clandestini non fuggono la guerra, ma la portano in Europa.

Fin dagli anni Novanta è chiaro che l’Islam, nella sua marcia di conquista del continente europeo, avanza secondo due linee strategiche. La linea «dura», l’hard-jihad dell’islamismo radicale, vuole arrivare all’egemonia mondiale attraverso gli strumenti della guerra e del terrorismo: la sua espressione più avanzata è stata, per molti anni, il movimento di Bin Laden, Al-Qa’ida.

La linea «morbida», la soft-jihad, del cosiddetto « islam moderato », si esprime soprattutto attraverso gli strumenti dell’immigrazione e della demografia. I Fratelli Musulmani e, in Italia, l’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche (UCOII) rappresentano questa strategia di espansione, che opera attraverso il controllo delle moschee, delle scuole coraniche e dei centri della finanza islamica.

Questo attacco all’Occidente attraverso due strategie complementari ha subito, da un anno a questa parte, un’improvvisa accelerazione.

La linea dura dell’ hard-jihad ha avuto un salto di qualità nel passaggio da Al-Qa’ida all’Isis, (o, come dicono gli arabi, Daesch). In un anno abbiamo assistito alla nascita e allo sviluppo di uno Stato islamico, il quale ha, per fine dichiarato, la ricostituzione di quel califfato universale che, come ha spiegato la principale specialista dell’Islam, Bat Ye’Or, non è il sogno dei fondamentalisti, ma l’obiettivo di ogni vero musulmano.

Ma il fenomeno di accelerazione caratterizza anche la linea del soft-jihad. L’immigrazione si è trasformata in un’invasione dell’Europa massiccia e apparentemente inarrestabile.

Complessivamente, nel solo mese di luglio, sono arrivati sul suolo europeo 107.500 clandestini, più del triplo rispetto al luglio 2014. Le richieste di asilo raggiungeranno in un anno, nella sola Germania, la cifra di 800 mila. L’impotenza dei governi nazionali europei non rivela incapacità, ma complicità nel piano di islamizzazione dell’Europa

L’Isis, lo Stato islamico, ha detto al Meeting di Rimini dell’agosto 2015 padre Douglas Al Bazi, non è una degenerazione, è l’Islam autentico, genuino, come autentico Islam è anche l’Islam politico che sta prendendo il potere mediante gli strumenti democratici. Si tratta di due facce della stessa terrificante medaglia, due strategie complementari della stessa macchina di guerra.

Eurabia è il nome di un progetto che si propone di spaccare l’Europa in due. L’Europa latina e cattolica, comprendente la Spagna, la Francia e l’Italia cadrebbe sotto l’influenza islamica. Il caos economico e sociale potrebbe travolgere queste nazioni e su uno scenario di instabilità il terrorismo si accompagnerà alla ribellione delle muove masse islamiche. Una nuova cortina di ferro dividerebbe l’Europa protestante del Nord, sotto l’influenza tedesca e angloamericana, da quella del Sud, arabizzata e islamizzata. E' in questa prospettiva che può leggersi il riferimento sempre più frequente alla conquista di Roma.

«La Libia è la porta per arrivare fino a Roma», è il titolo della nuova campagna del terrore dell’Isis in Libia, che su Twitter ha pubblicato una serie di immagini che mostrano la città eterna in fiamme sovrastata da una mappa della Libia, dove campeggia la bandiera nera del Califfato. Nel messaggio postato sul proprio account Twitter un combattente Isis, Abu Gandal el Barkawi, si appella ai jihadisti ad «andare a Roma, o Romia, passando per la Libia, la porta per Roma». Nel testo Barkawi aggiunge: «Le armi degli ottomani sono state lanciate e hanno accerchiato Roma dopo avere conquistato la Libia a sud dell’Italia» (Ansa.it, 25 agosto 2015 ).

Non si tratta di affermazioni isolate, è lo stesso obiettivo annunciato da oltre dieci anni dall’imam Yusuf al Qaradawi, il principale rappresentante dei Fratelli Musulmani che, dopo aver guidato la “primavera araba” egiziana, è stato condannato a morte in contumacia dalla Corte d’Assise del Cairo il 16 giugno 2015.

Qaradawi è il presidente del European Council for Fatwa and Research, con sede a Dublino, punto di riferimento teologico delle organizzazioni islamiche legate ai Fratelli musulmani. Le sue idee, diffuse attraverso il canale satellitare “Al Jazeera”, influenzano larga parte dell’Islam contemporaneo. Per i Fratelli Musulmani, come per l’Isis, l’obiettivo finale non è Parigi o New York, ma la città di Roma, centro dell’unica religione che, fin dalla sua nascita, l’Islam vuole annientare.

L’obiettivo è Roma, perché la guerra in corso prima di essere economica, politica, demografica è, come sempre, religiosa e perché da Roma venne la forza morale che nel 1571, a Lepanto, e nel 1683, a Vienna, sbaragliò l’Islam. Il vero nemico non sono gli Stati Uniti o lo Stato di Israele, che non esistevano quando l’Islam arrivò alle porte di Vienna, nel 1683, ma la Chiesa cattolica e la Civiltà cristiana, di cui la religione di Maometto rappresenta una diabolica parodia.

Papa Francesco non è san Pio V, ma Roma continua ad essere il cuore del mondo, il centro del Cristianesimo, la cui forza risiede in Gesù Cristo, che è Colui che ha fondato e continua a guidare la sua Chiesa. Dobbiamo comprendere che cosa significa Roma per l’Islam. Dobbiamo soprattutto comprendere che cosa deve significare Roma per noi. In questa guerra planetaria solo nella forza religiosa e morale di Roma l’Occidente può trovare la via della vittoria.








FFI: suora smentisce sua madre

 
 

La testimonianza dall’Africa di una suora missionaria smentisce punto per punto le accuse rivolte contro la gestione dell’ordine religioso, e le denunce sensazionalistiche.
 
Marco Tosatti
17/11/2015
 Chi segue la triste saga dei Francescani dell’Immacolata nelle settimane passate ha avuto da che leggere e vedere. Mentre la Congregazione per i religiosi commissariava anche il ramo femminile dell’ordine, con motivazioni così vaghe e generiche che se applicate fuori della Chiesa farebbero pensare al delitto di opinione, con singolare e straordinaria contemporaneità uscivano servizi giornalistici che definire sensazionalistici è dir poco. 

 
Forse non è azzardato sospettare che questa coincidenza non sia casuale, ma che sia voluta da qualcuno incurante del male che questo genere di ricostruzioni alla Dan Brown provocano non solo all’ordine, ma anche alla Chiesa in generale agli occhi dell’opinione pubblica. Ma si sa che nelle lotte di potere intestine non si va per il sottile. Questa lunga premessa per dire che abbiamo ricevuto un documento, ahimè piuttosto lungo, di una suora dell’Immacolata, missionaria in Africa. Ci sembra interessante proporlo alla vostra pazienza. 

 
 “TESTIMONIANZA DI SUOR MARIA EUCARISTICA LOPEZ  

 
Ho avuto modo di ascoltare con mio grande disappunto l’intervista rilasciata da mia madre ad un noto programma televisivo (Corriere Tv) e poi diffusa sul web e mandata in onda in altri programmi (La vita in diretta su Rai 1). Posso comprendere che mia madre si sia fatta trascinare dal suo affetto materno nel rilasciare una tale testimonianza che – mi dispiace dirlo - contraddice la verità dei fatti, tuttavia mi sento in dovere di esporre il mio pensiero, onde far conoscere la realtà e, soprattutto, difendere l’onore del Fondatore e dell’Istituto a cui appartengo, Istituto che mi ha accolto da 24 anni nella vita religiosa e che, al pari di mia madre, amo con cuore di figlia.  

 
In risposta a quanto espresso da mia madre nell’intervista, affermo che:  
 
  • Né io né mia sorella siamo mai state costrette a entrare o a restare nell’Istituto da chicchessia. Se ci troviamo in convento è perché lo abbiamo voluto e lo vogliamo liberamente e questo posso ripeterlo all’infinito e a chiunque continui a chiederlo.  
  • Non sono né plagiata, né terrorizzata e non sono mai stata uno “zombi”, come si è lasciato credere da alcuni interventi sui media; penso, al contrario, di avere vita, energia, forze e volontà da vendere.  
  • Non ho mai subito vessazioni, violenze, pressioni e se a mia madre dico di star bene è perché veramente sto bene e sono felicissima della mia vocazione: non rinuncerei a nulla della mia vita.  
  • Non è vero che mia madre non riesce a contattarci: io ricevo le sue telefonate circa una volta al mese e a volte anche di più, e in 3 anni che sono missionaria in Africa sono stata a casa già 3 volte per alcuni giorni; l’ultima volta é stata lo scorso giugno e le ultime due volte, per visitare mia madre vi sono stata anche insieme a mia sorella. Eccezione, questa, molto particolare, data la stretta clausura da lei scelta desiderando una vita di silenzio e preghiera.  
  • Nessuna Superiora ci ha mai inculcato che la famiglia è come il demonio, anzi, con encomiabile pazienza, le nostre Superiore hanno sempre cercato di superare ogni offesa ricevuta dai miei parenti e instaurare buoni rapporti con essi, condividendo con i miei genitori, che vivono poveramente, prodotti alimentari ricevuti dai benefattori e mettendosi talvolta a disposizione anche per dei servizi materiali.  
  • Per quel che mi riguarda, l’espressione: «non la lascerebbero mai andare: sa troppe cose, è una delle più strette collaboratrici di padre Manelli», la trovo infondata. È vero che sono a conoscenza di tante cose, essendo una delle prime vocazioni e avendo visto la nascita, la fioritura e lo sviluppo dell’Istituto. Ho avuto molte responsabilità e impegni e ora sono anche missionaria. In questo senso, nel mio piccolo, è proprio vero che sono stata “collaboratrice di padre Manelli”: ne sono più che fiera e spero di esserlo ancora per tanti anni. Se avessi voluto lasciare l’Istituto l’avrei già fatto, perché vi sono liberamente entrata e nessuno potrebbe impedirmi di chiedere di uscirne. Le Superiore maggiori non hanno mai forzato né me né mia sorella a restare nell’Istituto e, d’altra parte, non è interesse di nessun Istituto avere dei membri che vi stanno forzatamente.  
 
Sento, però, il dovere di dire qualcosa anche sull’altra intervista rilasciata dalle due ex suore.
 
  • Tralascio di ribattere il disgustoso racconto che una di esse fa delle presunte molestie subite dal nostro Fondatore. In 24 anni di vita religiosa, nei miei numerosissimi incontri con il Fondatore, non ho mai potuto riscontrare alcuna scorrettezza nel suo comportamento, né verso di me, né verso altre sorelle. Nessuna di esse, inoltre, si è lamentata con me di aver ricevuto molestie, eppure in tanti anni sono stata in contatto con tante consorelle, tra cui l’ex suora in questione, che mai ha fatto cenno con me di simili abusi. Piuttosto, noi suore ci sentivano spinte dalle esortazioni e dagli esempi del Fondatore ad imitare la purezza della Madonna che è il modello a cui ci ispiriamo.  
  • In merito, poi, ad un presunto voto, vergato con il sangue, fatto al Fondatore e ad esasperanti penitenze inflitte alle suore, chiarisco quanto segue. -Innanzitutto, lo scritto che la prima ex suora mostra alla TV non è “un atto di obbedienza illimitata al Fondatore”, né “un documento importante di obbedienza a lui”, come ella stessa dichiara, ma è la formula con la quale noi emettiamo i voti religiosi (povertà, castità, obbedienza, voto di consacrazione all’Immacolata).  
  • Nel video è ben riconoscibile questa formula e ciò da sé fa cadere le accuse che ella rivolge al Fondatore. Tale formula, che è la stessa per tutte coloro che entrano nel nostro Istituto, essendo contenuta nelle nostre Costituzioni e prescritta nel Rituale della Professione religiosa, noi suore siamo solite trascriverla personalmente su un’immaginetta (con una semplice penna biro e non con il sangue, come ha fatto di sua iniziativa l’ex suora!) e la custodiamo gelosamente in ricordo della nostra professione religiosa.  
  • Nel video compare in calce all’immaginetta anche uno scritto con la firma del Fondatore che l’ex suora dichiara essere la controfirma del famigerato patto. Assolutamente falso! In realtà, si tratta semplicemente della formula di risposta all’atto della professione religiosa che pronunzia colui che riceve i voti in nome della Chiesa e che il Fondatore, delegato per tale compito, ha trascritto sull’immaginetta. Nulla a che vedere con un patto esoterico!  
  • La seconda ex suora parla di pratiche penitenziali estreme a cui sarebbe stata costretta a sottoporsi. Si tratta di accuse assolutamente infondate, dal momento che nel nostro Istituto nessuna suora è forzata a compiere determinate penitenze. Le nostre Costituzioni prevedono solo moderate forme di penitenza, secondo la tradizione ascetica della Chiesa, riconosciuta anche da alcuni documenti successivi al Concilio Vaticano II.  
  • Tali forme di penitenza, come raccomanda il nostro testo legislativo, sono adottate sempre “senza arrecare danno alla salute”. D’altra parte, nessuno ha costretto l’ex suora a sottoporsi alle pratiche penitenziali prescritte dallo stesso testo legislativo, che è approvato dalle competenti autorità ecclesiastiche e alla cui osservanza liberamente si assoggetta chiunque vuole entrare nel nostro Istituto, né tanto meno alcuno ha imposto le pratiche particolari di cui ella ha parlato nell’intervista, che vanno ben oltre quanto prevedono le nostre Costituzioni.
  • Sono estremamente sorpresa e amareggiata nel constatare che, mettendo in circolazione tali notizie, non solo siano state date in pasto al pubblico delle testimonianze, tutt’altro che affidabili, prima ancora di accertarne la veridicità, ma ci si sia soffermati su casi singoli, risalenti a molti anni fa, trascurando la ben più rilevante portata di quanto di bello e positivo è stato realizzato - non per nostro merito, ma per grazia di Dio - dal nostro Istituto, con il numero crescente di vocazioni, la rapida espansione nel mondo, la fioritura di opere di apostolato (si pensi solo che ci prendiamo cura, personalmente o indirettamente, di alcune centinaia di bambini e bambine povere, come quelle ospitate nella Casa della carità in Benin, dove opero da diversi anni) e la progressiva specializzazione nel campo mass mediale.
      
Evidentemente c’è chi vuol gettare discredito sui religiosi, soprattutto in quest’anno che il Santo Padre ha dedicato alla vita consacrata per rivalutarla nella sua missione di segno escatologico e testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo agli occhi di una società secolarizzata. 

Concludo invocando la Vergine Immacolata affinché si affermi quanto prima la verità e si riabilitino coloro che sono stati ingiustamente accusati con grave scandalo che torna a danno di tutta la Chiesa”. 


Nel frattempo il Tribunale Civile di Avellino ha respinto l’istanza dell’avvocato Sarno di sequestro dei beni dell’Associazione Missione dell'Immacolata. È questa la seconda volta che la magistratura del Tribunale respinge una richiesta di sequestro di beni, il cui possesso pare interessare molto il “nuovo corso” dei Frati Francescani dell’Immacolata.







lastampa.it



Cardinale Müller: La fede non è un'opinione Fermiamo la deriva protestante della Chiesa


Il cardinale Muller
di Gerhard Ludwig Müller* 
 
 
Pubblichiamo il testo integrale del discorso che il cardinale Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha rivolto nei giorni scorsi ai vescovi del Cile. È un documento di grande importanza in questo momento di forte confusione e disorientamento, perché giudica in modo lucido gli aspetti critici di alcune tendenze presenti nella Chiesa cattolica.
 
Stimati fratelli nell’episcopato:
1. questa è l’occasione adeguata perché come collaboratore diretto di Papa Francesco, in un settore particolarmente difficile dell’attività della Chiesa, possa trasmettervi alcune riflessioni che ritengo di particolare importanza per il momento che sta vivendo la Chiesa nel mondo ed anche in Cile.
 
Omnes cum Petro
 
2. Nelle nostre orecchie, come in quelle degli apostoli, dei quali siamo successori, risuona la chiara affermazione del Signore: «Tu sei Simone, figlio di Giona; sarai chiamato Cefa, che significa Pietro» (Gv. 1, 40-42). Ed anche quella testimonianza di Pietro, alla domanda di Gesù ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 13-19). Con particolare forza oggi dobbiamo meditare gli avvertimenti e le certezze che Gesù ha trasmesso a Pietro: «Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31-32). E lo inviò a pascolare le pecore, che Pietro ricevette, dopo aver proclamato il proprio amore a Gesù (Gv. 21, 15-17).
3. In un tempo in cui in alcuni ambienti della Chiesa l’unità con il Capo sembra perdere quella vitalità necessaria della nostra fede, ritengo, cari fratelli nell’episcopato, che sia necessaria una riaffermazione personale della nostra unione al Papa, seguendo il saggio consiglio di San Pietro Crisólogo nella lettera a Eutiche: «Ti esortiamo, venerabile fratello, ad accettare con obbedienza tutto quello che ha scritto il santissimo Papa di Roma; perché il beato Pietro, che vive e presiede nella propria sede, aiuta quelli che cercano la verità della fede. Poiché noi, per la pace e per la fede, non possiamo affrontare questioni che riguardano la fede se non in comunione con il vescovo di Roma» (San Pietro Crisologo, Lettera a Eutiche, 2).
 
Suaviter in modo, fortiter in re
 
4. Stare con Pietro nella confessione della vera fede cattolica è particolarmente importante per coloro che, nel nome del Signore, uniti al Capo, reggono le Chiese particolari sparse nel mondo intero, nelle quali e a partire dalle quali esiste l’unica santa Chiesa Cattolica. Molte sono le sfide che oggi riguardano la fede, anche in America e in questa terra cilena. Dobbiamo chiedere al Signore il coraggio di affrontarle con saggezza e fortezza.
5. Alcune di queste sfide provengono dall’ignoranza e ci inducono a lavorare con maggior forza nel campo dell’evangelizzazione e della missione, nel quale è impegnata la Chiesa in America Latina e nei Caraibi, frutto della Conferenza di Aparecida. Altre provengono da ambienti teologici e pastorali nei quali sono stati introdotti errori e deformazioni, che noi come pastori dobbiamo scoprire, giudicare e correggere. È un ambito difficile, però necessario e sempre presente nel nostro impegno di pastori per il popolo di Dio. San Tommaso è particolarmente esigente con noi: «Se il sale perdesse il sapore… Se coloro che sono a capo di altri falliscono, non sono adatti ad altro che ad essere allontanati dall’ufficio di insegnare» (San Tommaso, Catena Aurea, vol. 1, p. 262).
6. In tal senso, oltre al personale lavoro di ciascun Vescovo nella propria diocesi, che è insostituibile, necessario e non può essere delegato ad altri organismi, è necessario che la Commissione Dottrinale della Conferenza episcopale sia un organismo vivo e operante, che con l’aiuto di esperti veramente fedeli alla fede, sia presente nei dibattiti dottrinali e dia con autorità la prospettiva cattolica, essendo un vero e proprio strumento di collaborazione per la Conferenza e i Vescovi che lo richiedono.
 
La Conferenza episcopale, limiti e contributi
 
7. Come ben sappiamo, dalla creazione delle Conferenze episcopali, frutto dei lavori del Concilio Vaticano II, si continua un discernimento costante riguardo alla loro missione, alla natura ed al modo di ben operare delle Chiese particolari che esse riuniscono. Il Papa San Giovanni Paolo II, dopo un tempo di ampia riflessione e in risposta ad una richiesta dei Vescovi nel Sinodo del 1985, ha fatto pubblicare la Lettera Apostolica Apostolos suos nel 1998. Oggi rimane motivo di preoccupazione e di studio il fatto reale che in alcuni casi l’azione delle Conferenze episcopali hanno colpito, con maggiore o minore forza a seconda delle zone, la responsabilità «iure divino» del Vescovo diocesano, cosicché resta valido ciò che il Papa Giovanni Paolo ha affermato in merito al fatto che le Conferenze esistono per «aiutare i Vescovi e non per sostituirli» (n.18). Come sappiamo, questo documento è venuto a chiarire alcune idee che stavano circolando in alcuni ambienti teologici, riguardo al carattere delle stesse, affermando che esse esistono per «l’esercizio congiunto di alcuni atti del ministero episcopale» (n. 3) e non in quanto forma di esercizio di un’attività episcopale collegiale, che per sua natura corrisponde a tutto il collegio dei Vescovi, sempre con il suo capo e mai senza di esso. Inoltre, ha voluto spiegare che i documenti magistrali possono esistere soltanto, o possono rappresentare in qualche modo i Vescovi, con il consenso unanime di tutti e ciascuno di essi (cf. 20).
8 - Le conseguenze pastorali di una adeguata concezione e attuazione delle Conferenze episcopali sono evidenti. Papa Francesco ha voluto dare un segno in tal senso promulgando le norme sul procedimento per la dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale, attribuendo, come è per loro natura, ai Vescovi diocesani un ruolo chiave nelle decisioni di queste delicate questioni, facendosi così più vicino a quelli che soffrono in questo ambito.
 
Pericoli attuali del relativismo etico
 
9 - Risulta molto evidente che oggi in alcuni ambienti dell’insegnamento della fede si sono introdotti elementi propri del protestantestimo liberale. Questo è particolarmente evidente nelle nazioni europee però non manca di essere presente nella realtà dell’America Latina. Una scarsa comprensione della natura teologica delle Conferenze Episcopali ha una immediata deriva nel pericolo di assumere lo stile organizzativo delle comunità riformate. Anche se non si tratta di un approccio teologico in sé, si traduce nell’esistenza di uno “stile pastorale” uniforme, simile ad una “Chiesa nazionale”, che si può costatare in certe accentuazioni di contenuto e procedimento, e nel necessario adattamento dei programmi pastorali diocesani a questi accenti e contenuti.
È necessario evitare che il servizio pastorale dei Vescovi nei diversi ordini della Conferenza episcopale si trasformi di fatto in una specie di governo centrale della Chiesa in un paese o regione, che senza essere obbligatorio, diventa presente nell’ambito delle Chiese particolari, a tal punto che non seguirlo viene considerato come una mancanza di comunione ecclesiale. L’unità nella diversità è uno dei doni che il Signore ha donato alla sua Chiesa ed è necessario che ciascun pastore senta che ha la piena libertà di organizzare e condurre il proprio gregge secondo le ispirazioni dello Spirito Santo, in sintonia e comunione con i suoi immediati collaboratori.
10 - Come ebbero già modo di richiamare il Papa Giovanni Paolo, e poi con molta forza Benedetto XVI e ora il Papa Francesco, la tendenza al relativismo si è presentata nel mondo in un modo violento e poiché noi siamo immersi in essa, è presente anche nella Chiesa. Ci sono molte manifestazioni di ciò. Ricordiamo il rifiuto che provocò in alcuni ambienti teologici la dichiarazione Dominus Iesus, del 6 agosto dell’anno 2000. Questi ambienti non hanno ceduto e sono ancora presenti e hanno nuove manifestazioni che, come pastori, dobbiamo essere capaci di controllare, analizzare e illuminare. Una di queste [nuove manifestazioni] è un certo sincretismo religioso che ha preteso di equiparare gli insegnamenti di diverse dottrine religiose con la fede cristiana, relativizzando la Rivelazione cristiana.
11 - In modo analogo, questo relativismo ha influito anche nelle relazioni con le altre confessioni cristiane, attraverso un ecumenismo che in alcune circostanze ci fa abbandonare l’autentico messaggio cristiano, per annunciare semplicemente verità religiose meramente naturali. Come conseguenza di questo relativismo, si sono diluite le verità antropologiche fondamentali sulla persona umana e l’espressione più evidente è il primato delle teorie del genere, che implicano un cambiamento antropologico completo nella concezione cristiana della persona, del matrimonio, della vita, etc.
12 - So che anche in Cile negli ultimi anni questo relativismo è giunto con forza e so che la teoria del genere si è fatta strada negli ambienti e nelle leggi sulla famiglia e la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale. In alcuni ambiti di sviluppo più sistematico degli studi teologici, in continuità con alcune versioni della teologia della liberazione, si continua a coltivare nuove “teologie” di carattere indigenista, femminista ed ecologista; queste sono forme radicali di adattamento della fede alle condizioni di vita dei popoli.
13 - Penso che questo sia un motivo di profonda riflessione per i pastori; non si tratta solamente di opporsi ad esso ma anche di proporre dei cammini per recuperare gli ambienti perduti. Sant’Agostino nel sermone sui pastori dice che il Signore «voleva rafforzare in anticipo le nostre orecchie contro coloro che, come Egli stesso mise in guardia, nel corso della storia si sarebbero sollevati dicendo “il Cristo è qui, è là”. E ci ha comandato di non prestare loro ascolto. Non abbiamo nessuna scusa se non ascoltiamo la voce del Pastore, così chiara, così aperta, così evidente che nemmeno il più miope e tardo d’intelletto può dire: non ho capito» (Sull’unità della Chiesa, 11, 28).
 
Il dissenso teologico
 
14 - Come in molti paesi, anche in Cile i Vescovi hanno dovuto affrontare la dissidenza teologica, soprattutto in materie relative alla morale cattolica, come anche in altre aree accademiche di vitale importanza. È un fenomeno che è sempre stato oggetto di studio da parte della Congregazione, che tuttavia negli ultimi decenni è stato particolarmente presente. In questa materia si impone ai pastori una vigilanza e un azione prudente, ma chiarificatrice, specialmente quando ciò che è interessato è l'insegnamento della fede. Come successori degli Apostoli, i Pastori della Chiesa «ricevono dal Signore... la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il vangelo ad ogni creatura, affinché tutti gli uomini... ottengano la salvezza». Ad essi è quindi affidato il compito di conservare, esporre e diffondere la Parola di Dio, della quale sono servitori (Istr. Donum veritatis, 14)
15 - A questo proposito non è sufficiente la denuncia e la comunicazione al livello superiore, ma è necessario rettificare gli errori con coraggio e audacia, e usare i mass media perché risulti chiara a tutti la verità, che deve sempre risplendere. "In ogni epoca la teologia è importante perché la Chiesa possa rispondere al disegno di Dio, il quale vuole «che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tim 2, 4). In tempi di grandi mutamenti spirituali e culturali essa è ancora più importante, ma è anche esposta a rischi, dovendosi sforzare di «rimanere» nella verità (cf. Gv 8, 31) e tener conto nel medesimo tempo dei nuovi problemi che si pongono allo spirito umano. Nel nostro secolo, in particolare durante la preparazione e la realizzazione del Concilio Vaticano II, la teologia ha contribuito molto ad una più profonda «comprensione delle realtà e delle parole trasmesse»[1], ma ha anche conosciuto e conosce ancora dei momenti di crisi e di tensione". (Istr. Donum Veritatis, 1)
16 - Il dissenso può rivestire diversi aspetti. Nella sua forma più radicale, esso ha di mira il cambiamento della Chiesa secondo un modello di contestazione ispirato da ciò che si fa nella società politica. Più frequentemente si ritiene che il teologo sarebbe obbligato ad aderire all’insegnamento infallibile del Magistero, mentre invece, adottando la prospettiva di una specie di positivismo teologico le dottrine proposte senza che intervenga il carisma dell’infallibilità non avrebbero nessun carattere obbligatorio, lasciando al singolo piena libertà di aderirvi o meno. (cfr. Instr. Donum Veritatis, 33)  È importante sottolineare che quelli che si mantengono in questo dissenso, sappiano che in questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai «mass-media» invece di rivolgersi all’autorità responsabile, perché non è esercitando in tal modo una pressione sull’opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità. (cfr. Instr. Donum Veritatis, 30)
17 - Per uno spirito leale ed animato dall’amore per la Chiesa, una tale situazione può certamente rappresentare una prova difficile. Può essere un invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che se la verità è veramente in causa, essa finirà necessariamente per imporsi. (Cfr. Instr. Donum Veritatis).
 
L'influsso delle scienze umane nella teologia
 
18 - Un aspetto che oggi è sorto come elemento nuovo è la prevalenza degli apporti delle scienze umane per le analisi teologiche. In particolare quelle che consistono nel mostrare il sentire del popolo di Dio su certe questioni e tentare di presentare quelle precedenti come parte di quello che sarebbe un nuovo sentire dei fedeli, diverso rispetto a quello esistito per decenni, secoli o millenni. «Il dissenso fa appello anche talvolta ad una argomentazione sociologica, secondo la quale l’opinione di un gran numero di cristiani sarebbe un’espressione diretta ed adeguata del «senso soprannaturale della fede». (Cfr. Istr. Donum Veritatis, 35) 
19 - In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il «sensus fidei». Quest’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla Verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della Parola e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il «sensus fidei» implica pertanto, di sua natura, l'accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il «sentire cum Ecclesia».(Cfr. Istr. Donum Veritatis, 35)
20 - A volte è evidente la mancanza di distinzione e confusione tra la vita spirituale e la dimensione psicologica della persona, analizzata con metodologie moderne. Questo aspetto influenza i processi formativi delle persone, tanto al sacerdozio, come alla vita consacrata, come anche degli agenti pastorali laici. Le diverse correnti psicologiche presentano una fonte di conoscenza delle persone umane che parrebbe infallibile; e le sue metodologie come il cammino sicuro per ottenere risultati di stabilità, normalità e sviluppo personale; così le si assume come cammino principale di discernimento vocazionale, formazione e crescita interiore. Da qui deriva la sparizione o scarsa valorizzazione dell'importanza della grazia divina nelle vita spirituale, che finisce per essere ridotta a un livello meramente naturale; e si produce una deturpamento della finalità dei sacramenti, della preghiera e dell'insegnamento tradizionale della Chiesa sulla vita cristiana e vocazionale.
 
Partire dal dato di fede
 
21 - In questo scrutare la realtà, come parte del compito teologico, si considerano come “segni dei tempi” tutte le classi di evento, modo di pensare e di agire dei contemporanei, a partire da quelli su cui si riflette e decide quale linea deve prendere la Chiesa nella sua azione pastorale. Si dice con una certa facilità che questi segni costituiscono un “parlare” di Dio alla sua Chiesa. In questo modo la Rivelazione divina (comune, oggettiva e universale) viene relativizzata; e la Sacra Scrittura si utilizza al servizio di questi contenuti per “illuminarli”. In questo modo la “pastorale” può venire ridotta a un insieme di interventi umani, tanto per l'individuo, come per la collettività, centrata in assunti temporali. Per tanto, diventa chiara l'assenza delle dimensioni trascendenti, salvifiche e soprannaturali nella missione pastorale della Chiesa. È necessario insistere che la nostra riflessione teologica e le sue conseguenze pastorali devono partire dal dato rivelato, da qui l'importanza di un insegnamento adeguato dei contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica, che S. Giovanni Paolo II donò alla Chiesa segnalandolo «come uno strumento valido e legittimo al servizio della comunione ecclesiale e come una norma sicura per l'insegnamento della fede». (Costituzione apostolica Fidei Depositum, 4)
22 - Il testo fondamentale in questo senso è il Decreto Optatam totius numero 16, dove si pensa all'insegnamento delle discipline teologiche alla luce della fede e sotto la guida del Magistero della Chiesa. In esso si riconosce chiaramente la dimensione non solo scientifica, nel senso aristotelico e moderno della parola, ma anche speculativo-ontologico della teologia; ma ancor di più, la teologia stessa si considera in funzione della vita totale concreta della Chiesa, dei fedeli e del teologo. Questo modo di procedere suppone che tutto il lavoro teologico deve essere animato e sostenuto dalla Sacra Scrittura. Le diverse tappe prevedono lo studio del tema biblico, la illustrazione della apporto riflessivo offerto dalla tradizione pastristica e per la storia del dogma nel contesto della storia della Chiesa, l'approfondimento speculativo, la esposizione diretta a mostrare il nesso mysteriorum inter e la sua integrazione nelle diverse forme della vita della Chiesa (soprattutto liturgica e spirituale), la responsabilità teologica di fronte ai problemi dell'uomo contemporaneo. Il punto di partenza della investigazione teologica, a differenza della filosofia, è “dogamtico” nel senso che si identifica con la Parola di Dio, intesa globalmente, che la riflessione teologica non potrà metere in discussione per nulla senza fallire il proprio statuto epistemologico, la sua stessa costituzione dell'intelligenza delle fede.
Questa Parola di Dio esige di essere conosciuta e compresa ogni volta meglio. In questa intelligenza della fede la teologia procede con i suoi propri metodi (fidens quarens intellectum). I due momenti principali della sua attuazione sono il momento positivo dell'auditus fidei (presa di coscienza della fede della Chiesa attraverso il suo sviluppo storico a partire dal tema biblico) e il momento riflessivo dell'intellectus fidei nel suo livello esplicativo, speculativo e attualizzante. Così poi, l'oggetto del lavoro teologico è la fede della Chiesa nel suo riferimento alla divina rivelazione, rispetto alla quale la teologia si domanda: cosa significa?, come può interpretarsi e diventare intelligibile per l'uomo? Come sottolineare l'importanza interiore per lui?
 
Il lavoro della Chiesa per ambienti sani che evitino gli abusi
 
23 - So bene che la Chiesa in Cile ha sofferto come poche nazioni per gli abusi di alcuni chierici. È un tema doloroso e complesso che è stato affrontato da molte Conferenze episcopali, ma in cui quella cilena è avanti, con la recente approvazione e promulgazione, come legge per ogni giurisdizione ecclesiastica, delle Linee Guida, Cura e Speranza, che già stanno in applicazione in tutto il paese.
24 - Da quando il Papa Giovanni Paolo e poi Benedetto XVI hanno assunto politiche chiare e sostenute, la Congregazione è stata chiamata a risolvere questi problemi. Papa Francesco, come sappiamo ha continuato con maggior spinta e decisione questo lavoro. Però è completamente necessaria una azione decisa dei Vescovi nelle proprie diocesi, tendente a creare ambienti pastorali sani, dove l'abuso di potere, che è sempre l'antecedente degli abusi sessuali, sia completamente sradicato.
25 - Insieme a questo, come si fa nelle altre nazioni, devono essere decise delle azioni di prevenzione e debbono attuarsi politiche efficaci di protezione dei minori che sono stati abusati, mediante metodi sociologici, medici e pastorali efficaci, che includano come elemento essenziale la riparazione del male provocato. Mi pare specialmente degno di nota in questo documento dell'episcopato cileno, i principi fondamentali stabiliti, sintetizzati nelle protezione dei minori, l'integrità del ministero sacerdotale, insieme alla trasparenza e responsabilità e collaborazione con la società e le autorità. Questi principi debitamente congiunti daranno come risultato che sparisca dalla vita della Chiesa questo flagello che tanto male ha fatto a persone innocenti e ha tolto prestigio alla Chiesa.
26 - Stimati fratelli Vescovi, rendiamo grazia al Signore per tutti i doni che ha fatto alla Chiesa e tutto il bene che Ella ha realizzato per il bene degli abitanti di questa terra benedetta. Il Signore dà a noi molti motivi di allegria, però come tutti sappiamo, questa allegria ha sempre le sue radici in forma di croce. Chiediamo alla nostra Madre del Cielo, nell'invocazione del Carmen, Regina e Patrona del Cile, che ci faccia sempre fedeli a suo Figlio e alla Chiesa che Egli ci ha dato come sacramento di salvezza.
 
* Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
 
 
(traduzione di Luisella Scrosati e Lorenzo Bertocchi)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La nuova Bussola Quotidiana, 17/11/2015
 
 
 
 
 


lunedì 16 novembre 2015

Il trionfo del male è coabitare col bene

   

Achille Alberti, scultura in gesso (1891)
Achille Alberti, scultura in gesso (1891)


di autori vari

Ernest Hello (1828 – 1885), nell’opera L’homme del 1872, così scrive:

“Lo spirito del male dice: ‘Riposati. Che farai nella mischia? Altri combatteranno abbastanza. Tu che sei savio, non iscomodare le tue abitudini. Il male, continua il diavolo, è sempre esistito ed esisterà sempre nelle stesse proporzioni. I pazzi che vogliono combatterlo non guadagnano nulla e perdono il loro riposo. Tu che sei savio, dà ad ogni cosa la sua parte e non dichiarare a niente la guerra. È impossibile illuminare gli uomini. Perché dunque tentarlo? Fa pace con le opinioni che non sono tue. Non sono esse tutte ugualmente legittime?’.

Così parla il demonio; e l’uomo separato dalla verità, perché ha paura di lei, che è l’Atto puro, l’uomo, insensibilmente e a sua insaputa, si unisce all’errore […] discende a poco a poco, durante il suo sonno, in quell’indifferenza glaciale, placida e tollerante, che non s’indigna di niente, perché non ama niente, e che si crede dolce perché è morta.

E il demonio vedendo quest’uomo immobile, gli dice: ‘Tu gusti il riposo del savio’; vedendolo neutro tra la verità e l’errore, gli dice: ‘Tu li domini entrambi’; vedendolo inattivo, gli dice: ‘Tu non fai del male’; vedendolo senza risorsa, senza vita, senza reazione contro la menzogna e il male […], gli dice ‘Io t’ho ispirato una filosofia savia, una dolce tolleranza, tu hai trovato la calma nella carità’, perché il demonio pronunzia spesso le parole di tolleranza e di carità.

L’uomo vivo, l’uomo attivo che ama e che è unito all’unità, afferra il rapporto delle cose, e unisce fra loro le verità.

L’uomo morto ha perduto il senso dell’unità. Non unisce più verità fra di loro: non concilia più, per la contemplazione dell’armonia, le cose che devono esser conciliate, le cose vere, buone e belle.
Ma in cambio, compone una parodia satanica dell’unità; cerca di amare insieme il vero e il falso, il bene e il male, il bello e il brutto; non sempre si adira, almeno in apparenza, se si affermano i dogmi, ma preferisce che si neghino.

Non avendo voluto unire ciò che è unito, credere a tutta la verità, conciliare quel che è conciliabile, cerca di unire ciò che è necessariamente ed eternamente contradittorio, di credere insieme alla verità e all’errore, di conciliare il Sì e il No; non avendo voluto amare Dio tutto intiero, cerca di amare Dio e il diavolo: ma è l’ultimo che preferisce”.

“Che si direbbe d’un medico il quale, per carità, avesse riguardi verso la malattia del suo cliente? Immaginate questo tenero personaggio. Direbbe al malato: Dopo tutto, amico mio, bisogna essere caritatevole. Il cancro che vi corrode è forse in buona fede. Suvvia, siate gentile, fate con lui un po’ d’amicizia; non bisogna essere intrattabili; fate la parte del suo carattere. In questo cancro, esiste forse una bestia; essa si nutre della vostra carne e del vostro sangue, avreste il coraggio di rifiutarle quanto le occorre? La povera bestia morirebbe di fame. Del resto, io sono condotto a credere che il cancro è in buona fede e adempio presso di voi ad una missione di carità.

È il delitto del secolo quello di non odiare il male, e di fargli delle preposizioni. Non vi ha che una proposizione da fargli, è di scomparire. Ogni accomodamento concluso con lui somiglia neppure al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, perché il male non sempre domanda di scacciare il bene, domanda il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che domandando qualche cosa, domanda tutto. Appena non è più odiato, si sente adorato”.





costanzamiriano.com



 

Sì, no, non so, fate voi. Le linee guida di Francesco per l'intercomunione con i luterani


lutero



di Sandro Magister

"È l’ora della diversità riconciliata", ha detto papa Francesco nella Christuskirche luterana di Roma nella quale si è recato in visita.
Una riconciliazione che per lui si sostanzia nelle opere di carità, senza troppo insistere sulle diversità dogmatiche e di "dottrina": una parola, ha detto, tanto "difficile da capire".
Jorge Mario Bergoglio ha parlato a braccio, accantonando l'omelia scritta che era stata predisposta. E naturalmente ha risposto a braccio anche alle domande che gli sono state rivolte dai presenti.
Una di queste ha toccato la questione dell'intercomunione, cioè la possibilità o no di partecipare alla stessa comunione eucaristica tra cristiani di diverse confessioni. Intercomunione che la Chiesa cattolica ammette – a particolari condizioni – con le Chiese ortodosse, ma non con le protestanti, a motivo della concezione troppo diversa che queste hanno della presenza di Gesù nell'eucaristia.
Alla domanda papa Francesco ha risposto lungamente. La trascrizione ufficiale delle sue parole è riprodotta integralmente più sotto.
Ma se si arriva alla fine della risposta, uno proprio non sa che cosa egli abbia voluto dire. In certi momenti sembra propendere per il sì. In altri momenti per il no. In altri ancora si fa scudo della propria incompetenza a decidere. Oppure rinvia tutto alle scelte dei singoli: "È un problema a cui ognuno deve rispondere".
Ed è forse quest'ultimo il succo che uno finisce col trarre. Il no della Chiesa all'intercomunione tra cattolici e luterani è stato di fatto rimesso in discussione dal papa. Un nuovo "processo" è stato da lui avviato. Non si sa verso dove. E intanto ciascuno si regoli come vuole.

*

D. – Mi chiamo Anke de Bernardinis e, come molte persone della nostra comunità, sono sposata con un italiano, che è un cristiano cattolico romano. Viviamo felicemente insieme da molti anni, condividendo gioie e dolori. E quindi ci duole assai l’essere divisi nella fede e non poter partecipare insieme alla Cena del Signore. Che cosa possiamo fare per raggiungere, finalmente, la comunione su questo punto?

R. – Grazie, Signora. Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderLe, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! Io penso che il Signore ci ha detto quando ha dato questo mandato: “Fate questo in memoria di me”. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. E la Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme. Lei è una testimonianza di un cammino anche profondo perché è un cammino coniugale, un cammino proprio di famiglia, di amore umano e di fede condivisa. Abbiamo lo stesso Battesimo. Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche “luci” teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. “Questo è il mio Corpo, questo è il mio sangue”, ha detto il Signore, “fate questo in memoria di me”, e questo è un viatico che ci aiuta a camminare. Io ho avuto una grande amicizia con un vescovo episcopaliano, 48enne, sposato, due figli e lui aveva questa inquietudine: la moglie cattolica, i figli cattolici, lui vescovo. Lui accompagnava la domenica sua moglie e i suoi figli alla Messa e poi andava a fare il culto con la sua comunità. Era un passo di partecipazione alla Cena del Signore. Poi lui è andato avanti, il Signore lo ha chiamato, un uomo giusto. Alla sua domanda Le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: “Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?” – “Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…”. La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: “Una fede, un battesimo, un Signore”, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più.


*

L'amico "vescovo episcopaliano" che papa Francesco ha qui ricordato era il sudafricano Tony Palmer. E la sua vedova cattolica è ritratta al fianco del papa nella foto che correda questo servizio di www.chiesa di un anno fa, ricco di informazioni in proposito:


> Come Francesco si fa amici i pentecostali









Settimo Cielo, 16 nov 15                                    


 

Dio è misericordioso ma è anche giusto. Ce lo ricorda S. Alfonso M. de' Liguori





Si ha nella parabola della zizania in S. Matteo (cap. 13) che essendo cresciuta in un campo la zizania insieme col grano, volevano i servi andare ad estirparla: “Vis, imus, et colligimus ea?” Ma il padrone rispose: No, lasciatela crescere, e poi si raccoglierà e si manderà al fuoco: “In tempore messis dicam messoribus, colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum”. Da questa parabola si ricava per una parte la pazienza che il Signore usa co’ peccatori; e per l’altra il rigore che usa cogli ostinati. Dice S. Agostino che in due modi il demonio inganna gli uomini: “Desperando, et sperando”. Dopo che il peccatore ha peccato, lo tenta a disperarsi col terrore della divina giustizia; ma prima di peccare, l’anima al peccato colla speranza della divina misericordia. Perciò il santo avverte ad ognuno: “Post peccatum spera misericordiam; ante peccatum pertimesce iustitiam”. Sì, perché non merita misericordia chi si serve della misericordia di Dio per offenderlo. La misericordia si usa con chi teme Dio, non con chi si avvale di quella per non temerlo. Chi offende la giustizia, dice l’Abulense, può ricorrere alla misericordia, ma chi offende la stessa misericordia, a chi ricorrerà?
Difficilmente si trova peccatore sì disperato, che voglia proprio dannarsi. I peccatori vogliono peccare, senza perdere la speranza di salvarsi. Peccano e dicono: Dio è di misericordia; farò questo peccato, e poi me lo confesserò. “Bonus est Deus, faciam quod mihi placet”, ecco come parlano i peccatori, scrive S. Agostino (Tract. 33. in Io.). Ma oh Dio così ancora dicevano tanti, che ora sono già dannati.

Non dire, dice il Signore: Sono grandi le misericordie che usa Dio; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato. “Et ne dicas: miseratio Domini magna est, multitudinis peccatorum meorum miserebitur” (Eccli. 5. 6). Nol dire, dice Dio; e perché? “Misericordia enim, et ira ab illo cito proximant, et in peccatores respicit ira illius” (Ibid.). La misericordia di Dio è infinita, ma gli atti di questa misericordia (che sono le miserazioni) sono finiti. Dio è misericordioso ma è anche giusto. “Ego sum iustus, et misericors”, disse il Signore un giorno a S. Brigida; “peccatores tantum misericordem me existimant”. I peccatori, scrive S. Basilio, vogliono considerare Dio solo per metà: “Bonus est Dominus, sed etiam iustus; nolite Deum ex dimidia parte cogitare”. Il sopportare chi si serve della misericordia di Dio per più offenderlo, diceva il P.M. Avila che non sarebbe misericordia, ma mancamento di giustizia. La misericordia sta promessa a chi teme Dio, non già a chi se ne abusa. “Et misericordia eius timentibus eum”, come cantò la divina Madre. Agli ostinati sta minacciata la giustizia; e siccome (dice S. Agostino) Dio non mentisce nelle promesse; così non mentisce ancora nelle minacce: “Qui verus est in promittendo, verus est in minando”.

Guardati, dice S. Gio. Grisostomo, quando il demonio (ma non Dio) ti promette la divina misericordia, affinché pecchi; “Cave ne unquam canem illum suscipias, qui misericordiam Dei pollicetur” (Hom. 50. ad Pop. Antioch.). Guai, soggiunge S. Agostino, a chi spera per peccare: “Sperat, ut peccet; vae a perversa spe” (In Ps. 144). Oh quanti ne ha ingannati e fatti perdere, dice il santo, questa vana speranza. “Dinumerari non possunt, quantos haec inanis spei umbra deceperit”. Povero chi s’abusa della pietà di Dio, per più oltraggiarlo!

Dice S. Bernardo che Lucifero perciò fu così presto castigato da Dio, perché si ribellò sperando di non riceverne castigo. Il re Manasse fu peccatore, poi si convertì, e Dio lo perdonò; Ammone suo figlio, vedendo il padre così facilmente perdonato, si diede alla mala vita colla speranza del perdono; ma per Ammone non vi fu misericordia. Perciò ancora dice S. Gio. Grisostomo che Giuda si perdé, perché peccò fidato alla benignità di Gesu-Cristo: “Fidit in lenitate magistri”. In somma Dio, se sopporta, non sopporta sempre. Se fosse che Dio sempre sopportasse, niuno si dannerebbe; ma la sentenza più comune è che la maggior parte anche de’ cristiani (parlando degli adulti) si danna: “Lata porta et spatiosa via est, quae ducit ad perditionem, et multi intrant per eam” (Matth. 7. 13).
Chi offende Dio colla speranza del perdono, “irrisor est non poenitens”, dice S. Agostino. Ma all’incontro dice S. Paolo che Dio non si fa burlare: “Deus non irridetur” (Galat. 6. 7). Sarebbe un burlare Dio seguire ad offenderlo, sempre che si vuole, e poi andare al paradiso. “Quae enim seminaverit homo, haec et metet” (Ibid. 8). Chi semina peccati, non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno. La rete con cui il demonio strascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano, è quest’inganno, col quale loro dice: Peccate liberamente, perché con tutt’i peccati vi salverete. Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. “Maledictus homo qui peccat in spe”. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio, ma la speranza degli ostinati è l’abbominio di Dio: “Et spes illorum abominatio” (Iob. 11. 20). Una tale speranza irrita Dio a castigare, siccome irriterebbe il padrone quel servo che l’offendesse, perché il padrone è buono. (cfr. op. cit., Considerazione XVII – Abuso della divina misericordia, Punto I).

Fonte: S. Alfonso M. de’ Liguori, Apparecchio alla Morte cioè Considerazioni sulle Massime Eterne Utili a tutti per meditare, ed a’ sacerdoti per predicare, in “OPERE ASCETICHE” Vol. IX, CSSR, Roma 1965