mercoledì 4 novembre 2015

Cari padri sinodali, se questi sono i “metodi”




     

Non vorrei che il sinodo della famiglia passasse senza che fosse fatta una riflessione sul metodo dei suoi documenti e, in particolare, della relatio finalis. Non quindi sul metodo dei lavori, ma sul metodo della redazione dei documenti. La questione è di grande importanza: ecco perché.
 
 
 
di Stefano Fontana
 
Non vorrei che il Sinodo della famiglia passasse senza che fosse fatta una riflessione sul metodo dei suoi documenti e, in particolare, della Relatio finalis. Non quindi sul metodo dei lavori ma sul metodo della redazione dei documenti.
 
La Relazione finale inizia con una parte dedicata a “La Chiesa in ascolto della famiglia” a cui segue una seconda parte dal titolo “La famiglia nel piano di Dio”. Il documento non parte dal progetto di Dio sulla famiglia, ma dal contesto di oggi. Nella prima parte, infatti, si fa il quadro della situazione: si esamina il contesto “antropologico-culturale”, poi quello “socio-economico”, poi quello “sociale”.
È un viaggio nella fenomenologia di oggi. Si parla un po’ di tutto, come in una specie di inventario: dalle vedove ai bambini, dalla donna ai migranti, dalle politiche familiari alla povertà, dall’ecologia alle persone con bisogni speciali. È un rincorrere l’attualità, senza riuscire mai a prenderla, perché nel frattempo è già mutata. È tutto un costruire quadri sinottici che non si sa quanto siano attendibili. Una volta fatta questa disamina dell’essere si esamina il dover essere, ossia come stanno le cose nel piano di Dio. Fatto questo, in genere i documenti guardano avanti sulle cose da fare.
 
Questo è il metodo che da decenni seguono i documenti finali dei consessi ecclesiali. La Gaudium et spes del Vaticano II ne è stato il prototipo. Il documento di Medellin, la prima Conferenza episcopale latinoamericana (1969) ne è stata la prima concretizzazione, la famosa indicazione “vedere-giudicare-agire” della Mater et Magistra di Giovanni XXIII la prima formale teorizzazione. Solitamente viene chiamato metodo induttivo, e viene contrapposto al metodo deduttivo che sarebbe il contrario. Se la Relatio finalis avesse cominciato con “La famiglia nel piano di Dio” per poi passare a “La Chiesa in ascolto della famiglia” sarebbe stata accusata di essere deduttiva. Con questo criterio, tutte le encicliche sociali precedenti il Concilio, compresa la Rerum novarum, sono state accusate di essere deduttive. E come tali abbandonate al proprio destino. Dopo tanti anni, a mio modo di vedere, sarebbe ora di cambiare schema e di uscire da questa insulsa contrapposizione induttivo-deduttivo.
 
Prima di tutto va notato che, come ha ben chiarito Karl Popper che su questo punto è condivisibile, il metodo induttivo non esiste, è stata un’illusione sbagliata e pericolosa del positivismo. In secondo luogo, è facile porre agli estensori della Relatio finalis del Sinodo sulla famiglia la seguente domanda: l’analisi sociale iniziale è svolta a partire dalla luce della Parola di Dio o dall’analisi delle scienze sociali? Nel primo caso non è induttiva, nel secondo caso non è significativa per la fede. Tutti i dati, presi da soli (ammesso che sia possibile), sono solo stupidi. In terzo luogo, questo metodo assegna un ruolo primario alle scienze sociali che vengono investite, poverette, di un compito superiore alle loro forze. Da esse dipenderebbero la filosofia, la teologia e la stessa Parola di Dio. In quarto luogo, partire dalla Parola di Dio e nel caso specifico da “La famiglia nel piano di Dio” non significa per niente adottare un metodo deduttivo.
 
La Parola di Dio, infatti, non è un insieme di assiomi o postulati da cui dedurre logicamente delle conclusioni come si fa in geometria. Oggi purtroppo si pensa che la dottrina rivelata, oppure la legge, siano concetti astratti e dedurre da esse delle indicazioni pratiche sarebbe far violenza all’esperienza e ai bisogni concreti delle persone, da cui invece bisognerebbe partire. Ma questa è una visione errata sia della dottrina che della legge cristiane. Si tratta di nozioni di fede che esprimono una realtà e che, soprattutto, sono fattive, creative, orientative, animatrici e in grado di soddisfare i nostri bisogni perché li illuminano e ci fanno conoscere quelli veri da quelli falsi.
 
Assumendo questo metodo già si concede molto all’idea, oggi molto diffusa e che ha fatto capolino con forza al Sinodo sulla famiglia, che tra la dottrina e la situazione di vita ci sia una lontananza che va colmata o dal compromesso della coscienza o dal discernimento o dal caso per caso, che ormai sono gli slogan con cui avremo a che fare nel prossimo futuro. Anche Kasper aveva tirato in ballo la sapienza, la prudenza, l’epicheia. Ma la legge di Dio non è una premessa di un sillogismo, ossia qualcosa di astratto e vuoto, essa stessa è vita ed è per questo che illumina la vita. È giunto il momento di cambiare metodo e ridare al progetto di Dio il suo posto: il primo. Bisogna uscire dalla tenaglia induttivo-deduttivo.
 
Anche perché, a ben vedere, questo rovesciamento è frutto di una precisa teologia che ha influenzato talmente la vita della Chiesa da imporre anche un nuovo metodo nei documenti. Essa dice che la recezione della Parola di Dio nel mondo fa parte del Messaggio. All’intelligenza nella fede bisogna ora aggiungere l’intelligenza nei bisogni. Partire dai nostri bisogni farebbe parte essenziale del Messaggio di Dio. Come si vede, qui i pericoli si fanno grossi e non è questo il momento di parlarne. Bastino però questi pochi cenni a far capire che il metodo induttivo non è, come farebbe pensare il suo nome, neutro ma espressione di una teologia non condivisibile, perché toglie a Dio il suo primato.
 
 
 
 
© La Nuova BQ (04-11-2015)
 
 
 
 

Perché il Santissimo non si trova più nel presbiterio? Perché nel presbiterio troneggia la sedia del celebrante? Alcune riflessioni al riguardo…

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Posizione e importanza del tabernacolo nelle chiese
 
Nell’attuale periodo storico, in più diocesi italiane (ma anche all’estero) si registra un dibattito sulla conservazione delle ostie consacrate, al termine del Sacrificio Eucaristico. Per una lunga fase temporale, le Sacre Specie sono state conservate in un tabernacolo posto in posizione preminente nel presbiterio. Prima, sopra l’altare maggiore, poi – quando l’altare è stato rivolto verso l’assemblea dei fedeli – sempre in un luogo centrale, poggiato su un’apposita mensola. In tempi recenti, un sempre più alto numero di persone si sta accorgendo che, specie nelle chiese di recente costruzione, è posto al centro del presbiterio esclusivamente l’altare, mentre il tabernacolo è messo da parte, posizionato altrove. In alcuni casi (es. parrocchia Santa Paola Romana, Roma-Balduina), a troneggiare è la sedia del presidente dell’assemblea (quasi una “cattedra”), mentre il tabernacolo è posto sopra una colonnina a destra, in posizione defilata e con scarso decoro (esiste poi, semi-nascosta, una cappella dell’adorazione).

 In altre situazioni, il Santissimo non è conservato nel presbiterio, ma è collocato al di fuori, in un luogo diverso (cappella, altare laterale, struttura di tipo monumentale).
 
A questo punto, tra i fedeli, sono sorti molti interrogativi. Perché il Santissimo non si trova più nel presbiterio? Perché nel presbiterio troneggia la sedia del celebrante? Da varie voci, riportate dai media, deriva pure la seguente considerazione: al di là di ogni concezione “architettonica”, se non addirittura “utilitaristica”, dovrebbe essere semplice comprendere che è dalla dottrina (dall’insegnamento) che scaturisce l’edificio di culto, e non viceversa. Per cui a pari dottrina dovrebbe corrispondere pari edificio. Se oggi si notano delle considerevoli differenze tra gli edifici moderni e quelli passati non si può fare a meno – affermano alcuni – di considerare che “forse” è cambiata la dottrina.
 
A questi punti, si aggiungono poi dei nuovi quesiti: perché nelle chiese di recente costruzione si tende a togliere il Crocifisso? Oppure lo si pone a un lato dell’altare? O lo si sostituisce con immagini del Risorto? Su quanto abbiamo riportato esiste disorientamento, e non mancano criticità mal dissimulate. Per tale motivo ci siamo rivolti a uno storico della Chiesa rivolgendogli vari quesiti. Queste le risposte fornite dal prof. Guiducci.
 
***
 
Prof. Guiducci, partiamo dalla storia del tabernacolo…

Si. Certamente. Può essere utile ricordare, intanto, che il termine tabernacolo deriva dal latino tabernaculum. È diminutivo di taberna con significato di dimora. Non è quindi un ripostiglio, o un contenitore ove tenere da parte “qualcosa”.
Nella Traditio ebraica e cristiana manifesta il luogo della casa di Dio presso gli uomini. Infatti, nella Vulgata (san Girolamo), la parola tabernaculum fu utilizzata per tradurre l’espressione ebraica: מִשְׁכָּן mishkhan, che significa dimora.
 
Il tabernacolo aveva storicamente delle caratteristiche?

 Sì. Molto importanti. Una prima caratteristica era la centralità del tabernacolo. Presso il popolo di Israele si trattava di un santuario che si poteva trasportare. Accoglieva l’Arca dell’Alleanza (in ebraico ארון הברית, ʾĀrôn habbərît). All’interno dell’Arca erano contenuti i dieci Comandamenti, la verga di Aronne fiorita, e la manna. Il tabernacolo veniva eretto nel deserto. Accompagnava gli israeliti nel loro esodo, dopo l’uscita dall’Egitto. Ne avevano cura i membri della tribù di Levi (Leviti). In seguito, con l’entrata nella Terra Promessa, fu sostituito dal Tempio (Gerusalemme).
 
Perché era centrale il Tabernacolo?

 Perché richiamava alla Presenza di Dio. In pratica: il Signore non guarda dall’alto, come uno spettatore il suo popolo, ma lo accompagna. Ne condivide i vissuti.
 
Un po’ come succede con i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35)…

Esattamente.
 
Oltre la centralità, esistevano altre caratteristiche del tabernacolo?

 Sì. La sua disposizione grafico-spaziale, simboleggiava (schema geometrico) anche la creazione, la struttura del cosmo, la storia futura del popolo d’Israele fino all’età messianica, il tempo del “regno dei cieli”.
 
Il Cristianesimo ha ripreso il concetto di dimora…

Sì. Certo. Ovviamente in altri termini. La riflessione sulla reale Presenza di Dio nel pane consacrato pose un’esigenza: era necessario individuare un luogo di adorazione. Nei primi secoli, in genere, le Sacre Specie erano tutte consumate dai presenti durante la celebrazione eucaristica.
In seguito, le Chiese locali divennero territorialmente molto vaste. Dopo la Messa restavano ancora delle Specie Eucaristiche. Si decise, ovviamente, di tutelarle in ambienti adatti ad assicurare una protezione da profanazioni.
In seguito, intorno al XII secolo, cominciarono ad essere costruiti dei tabernacoli. Non vennero mai considerati dei contenitori, ma dei “troni” eucaristici. Cioè, dei punti centrali di tutto l’edificio di culto.
Tale dato è confermato anche da un fatto storico. Quando cominciò l’uso delle “Quarantore”, l’adorazione dei fedeli era in direzione del tabernacolo perché non esisteva ancora un’esposizione solenne (come avvenne, poi, in seguito).
 
Quindi, nel tabernacolo, Cristo-Eucaristia dimora…

Ovviamente il Signore Gesù è presente in ogni angolo dell’universo. È nel cuore di ogni persona. Però, certamente, nel tabernacolo esiste la Sua reale Presenza. Non la memoria, il ricordo, il segno, l’emblema, ma la Presenza.
Per tale motivo, tutte le chiese vennero edificate con un disegno che direttamente e indirettamente riconduceva alla centralità del tabernacolo. Cioè alla Presenza di Dio. È vero che per un lungo periodo fu possibile celebrare Messe negli altari laterali, ma ciò non mutò mai la centralità dell’altare maggiore e del tabernacolo…
 
Si può quindi parlare di uno strettissimo collegamento tra l’altare e il tabernacolo…

Sì. Certamente. L’altare richiama alla Passio Christi. E la tovaglia che vi si stende si collega alla Sacra Sindone.
Il tabernacolo riconduce al Christus risorto, trionfatore del peccato e della morte.
Ciò lo si comprende bene se si tiene conto che l’intero Evento Pasquale è costituito dalla Passio-Mors-Resurrectio del Signore Gesù.
 
Sul piano storico, sono avvenuti dei cambiamenti?

 Sì. In talune comunità evangeliche si sono sviluppate delle prassi conseguenti ad alcuni enunciati dottrinali.
 
Quali?

 Partendo dall’idea della “Cena”, alcuni evangelici hanno ritenuto che l’altare doveva essere curato secondo i normali criteri famigliari. Quando si cena si apparecchia la tavola. Quando si è terminato di mangiare, la tavola viene sparecchiata. Da qui la conseguenza: molti altari di comunità evangeliche rimangono spogli in assenza di riti.
C’è poi un secondo aspetto. In vari evangelici non viene riconosciuta la transustanziazione, cioè la trasformazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo. Da qui la conseguenza: terminata la “Cena” non c’è bisogno di conservare il pane con il quale si comunicano i fedeli. Non c’è quindi tabernacolo.
 
La prassi che Lei ha ricordato ha riversato effetti anche nel mondo cattolico?

 Lei comprende che i discorsi generalizzanti rimangono sempre deboli. Però, si può cautamente affermare che in molte chiese cattoliche l’altare maggiore, al di fuori della celebrazione eucaristica, tende a rimanere una struttura disadorna, simile più a una qualsiasi tavola famigliare che alla mensa ove viene celebrato il Sacrificio Eucaristico.
 
E con riferimento al tabernacolo?

 Per secoli si è insistito giustamente su una esposizione velata. E anche in canti eucaristici torna questa linea. Attualmente, si ha l’impressione che emerga un linguaggio che accentua principalmente il concetto di custodia, di mera conservazione delle particole consacrate, di “riserva eucaristica”.
 
Ci sono delle conseguenze?

 Beh, tenga conto che il fedele – quando entra in una chiesa moderna – sovente neanche si accorge dove sta il Santissimo Sacramento. E, nella migliore delle ipotesi, va alla ricerca del lumicino rosso che avverte della Presenza del Signore. Quando, poi, questi lumicini, sono tenui (o la chiesa non è illuminata), non è facile individuare il tabernacolo. A questo punto salta un percorso ascetico.
 
In che senso?

 Vede, le nostre chiese – sul piano storico – sono sempre state costruite avendo alla base un itinerario spirituale. Il percorso è simboleggiato dalla navata centrale. Il rosone richiama la Perfezione, la Sapienza di Dio “Luce del mondo”, il battistero è il luogo dal quale inizia un itinerario ecclesiale, le immagini laterali (statue, dipinti, ecc.) richiamano il sostegno della Vergine Maria e dei santi, le finestre laterali sono simbolo dei Sacramenti (la Luce della Grazia), e – alla fine – si arriva all’altare maggiore, alla Presenza di Dio.
 
Ciò viene accompagnato anche da manifestazioni di fede…

Certo. La prima è quella di inginocchiarsi. Atto di adorazione.
La seconda è quella di segnarsi con l’acqua benedetta. Perché nella Chiesa e nella vita quotidiana tutto avviene “nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo”.
Inoltre, alcune esclamazioni richiamano la gioia dei pellegrini che si avvicinano al santuario di Dio finalmente raggiunto: “Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento”.
 
Prof. Guiducci, qualcuno ha scritto che le moderne chiese sono grandi, sono dispersive, sono fredde, non aiutano la concentrazione. Meglio una cappella dell’adorazione…

Vede, qui bisogna essere chiari. Intanto, molte chiese moderne (che ben conosco) sono inadatte alla loro funzione perché “brutte”, incapaci di comunicare la sacralità del luogo. Alcune sembrano casermoni. Altre rimangono vicine a dettami estetici poco liturgici. Altre potrebbero tranquillamente ospitare un incontro di boxe, in considerazione del disegno geometrico…
Ora, noi stiamo parlando di chiese cattoliche. Non di aule assembleari. Non di ambienti per manifestazioni culturali.
Allora, se parliamo di chiese, dobbiamo tornare al perché storico della chiesa. La chiesa è la Casa di Dio, ove i fedeli adorano, lodano, ringraziano e invocano singolarmente e comunitariamente il Signore Risorto, Dio della Vita e della Storia.
La conclusione è semplice. Se la chiesa è la Casa di Dio, allora è tutta la struttura che è al servizio dell’adorazione divina e non l’incontrario. Non è la liturgia che in qualche modo si deve adeguare all’astrattismo di alcuni architetti, ma è la creatività umana che deve essere capace di ricondurre sempre a un punto centrale. Ove è collocato l’altare del Sacrificio e il tabernacolo con il Cristo Risorto.
 
Prof. Guiducci, alcuni fedeli comunicano che nelle loro chiese si vanno togliendo i Crocifissi, sostituendoli con immagini di Gesù Risorto. La spiritualità della Croce sta mutando?

 C’è qui un aspetto che trae origine, probabilmente , da aspetti (non ben compresi) della spiritualità ortodossa.
 
In che senso?

 Nella spiritualità della Chiesa Latina ha progressivamente trovato spazio una contemplazione del Christus patiens, grazie anche alla predicazione dei Francescani e a quella di altri Ordini.
Secondo alcuni, questo insistere sui Dolori di Gesù, sull’agonìa, ha favorito degli itinerari di santificazione segnati fortemente da sofferenze personali, da discipline, dall’insistenza sulla corruzione della natura umana, da pessimismo con riferimento all’uomo redento, da ambienti tetri, da decorazioni macabre (con ossa umane), da mancanza di gioia, di letizia interiore…
Nella Chiesa d’Oriente, ha prevalso nel tempo una visione spirituale più legata alla divinizzazione originaria della natura umana, alla partecipazione di quest’ultima alla vita trinitaria, da cui deriva il suo carattere “dialogale” con il cielo…
A questo punto, qualcuno – forse – ha ritenuto utile una minore esposizione di Crocifissi e una migliore ostensione del Gesù Risorto.
La conseguenza, in alcune chiese, è stata evidente. Dall’altare è stato tolto il Crocifisso. In alcuni casi, l’immagine dell’Uomo dei dolori è stata collocata a un lato dell’altare, creando una situazione che lascia un po’ perplessi.
In altre situazioni, il Crocifisso è stato tolto del tutto, e si fatica un poco a ritrovarlo (in alto… in qualche parete… sotto l’altare…appoggiato a una colonna…).
 
Una situazione che disorienta…

Sì. È un qualcosa che genera confusione. Che rende perplessi. Per vari motivi. Esiste un rapporto inscindibile tra il Crocifisso e l’altare. Non sono realtà diverse. Che si possono separare. Sono un’unica realtà. Su “quell’altare” è posta la Croce. Su “quell’altare” Cristo si immola. Su “quell’altare” è mostrato ai fedeli il Corpo e il Sangue del Crocifisso. Tutto proviene da “quella” Croce.
 
Questo è un dato-chiave…

Sì, è fondamentale. Perché la Redenzione è passata attraverso la Croce. Certo, non si è fermata al Venerdì Santo. Ma ha comunque affrontato l’Ora profetizzata nei secoli, e ricordata dallo stesso Gesù ai suoi discepoli.
 
Quindi non esiste “squilibrio” nell’insegnamento cattolico…

Non c’è alcun squilibrio perché l’Evento Pasquale include la Sofferenza del Figlio di Dio, l’Oblazione totale, la Deposizione, la Risurrezione. A questo punto, insistere sulla “tristezza” permanente nella Chiesa è un fatto debole per un motivo…
 
Quale?

 Perché è proprio guardando al tabernacolo che ci si rende conto di essere in presenza del Risorto.
In tal senso, tutto il Mistero Pasquale è segnato da un percorso che si conclude con un Evento di vittoria: l’altare (Passio), la tovaglia dell’altare (deposizione), il tabernacolo (Cristo trionfante).
Evidentemente, la vittoria del Signore Gesù si colloca nel grande Mistero della nostra Redenzione. Quindi, la gioia cristiana è una letizia interiore. Nasce dalla consapevolezza che siamo dei redenti. Delle persone nuove in Cristo.
 
Possiamo trarre qualche conclusione?

 Non è semplice. Comunque si può affermare, da una parte, che il fedele deve rimanere attento alle indicazioni che riceve dall’autorità ecclesiastica. Dall’altra, si può forse accennare al fatto che in taluni luoghi di culto si osserva una minore attenzione alla Presenza reale di Gesù-Eucaristia.
Lo si denota in tante piccole situazioni. Osservando, ad esempio, alcune celebrazioni dell’Eucaristia emergono, in alcuni casi, realtà deboli. Ad esempio: rito della Consacrazione divenuto “celere” perché l’omelia è andata per le lunghe, o una genuflessione (gesto di adorazione) affrettata, o un distribuire l’ostia consacrata con un comportamento poco liturgico.
Altri esempi: persone che entrano in chiesa senza inginocchiarsi (tanto non c’è il Santissimo), senza fare il segno della croce, parlando tra loro stile salotto. Si potrebbe continuare ma si lascerebbe in tal modo il sentiero della cronaca bianca.
È meglio, quindi, evidenziare solo un’idea. Inginocchiarsi davanti alla sedia del celebrante non ha senso. Ricollocare al centro dell’abside il tabernacolo, e spostare ai lati le sedie dei celebranti, sarebbe meglio. Si tornerebbe a contemplare Gesù Vivo che nell’Ultima Cena dona Sé stesso.
 
 
 
 
fonte: CarloMafera.wordpress.com
 
 
 
 

martedì 3 novembre 2015

Dal “divorzio” di Lutero a Pio IX: una storia da imparare. Recensione all'ultimo libro di Angela Pellicciari

         

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Dai consigli di Martin Lutero al principe per poter ottenere il divorzio al progetto di distruzione della Chiesa e del papato perseguito dal Risorgimento. Sono gli avvincenti capitoli di Una storia della Chiesa di Angela Pellicciari, libro da oggi in libreria. Da leggere d’un fiato da consultare alla bisogna.
 
 
di Lorenzo Bertocchi
 
«Sessantottina e all’inizio fuori dalla Chiesa»: con questo biglietto da visita si presenta l’autrice a una recente presentazione della sua ultima fatica editoriale. È la “nostra” Angela Pellicciari che offre circa 350 pagine di Una storia della Chiesa pubblicate dall’editore toscano Cantagalli. Lo sguardo e la prospettiva per raccontare questa storia è quello di “una salvata”, un lavoro fatto con passione e ragione. A Radio Maria, in cui la Pellicciari conduce da anni una seguitissima trasmissione, lo ha definito un «lavorone» che l’ha occupata per circa due anni. Il libro si può leggere d’un fiato, ma si può anche consultare alla bisogna, per non restare impreparati di fronte all’attualità che incalza. La Pellicciari non si rifugia in un linguaggio per pochi eletti, affronta tutte le questioni e lo fa con la consueta schiettezza.
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Spigolando tra le pagine si scopre che Martin Lutero si appoggiò alle «necessità di coscienza» di Filippo d’Assia per concedergli le seconde nozze con una giovane damigella di corte. Il principe, diceva Lutero, «può col consiglio del suo pastore, prendersi ancora un’altra donna» e ottenere una dispensa per un «matrimonio supplementare». Un autorizzazione concessa come «parere di confessione», insomma, una curiosa e istruttiva questione di “foro interno”, ultimamente salito agli onori delle cronache anche nelle dispute cattoliche. Sullo stesso filone non può mancare la vicenda di Enrico VIII che per la irrefrenabile passione verso Anna Bolena schiera contro la Chiesa e il papato una nazione intera, con tanto di vescovi e università. Le motivazioni addotte da Enrico VIII per l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona «sono inesistenti», e quindi papa Clemente VII non può concedergli le seconde nozze. Per risolvere il problema Enrico VIII pensa bene di emettere un bell’Atto di Supremazia che lo rende capo supremo della chiesa d’Inghilterra anche in materia dottrinale e disciplinare. Così potrà sposare non solo Anna Bolena, ma, in progressiva successione, anche altre cinque donne.
Pellicciari, che tanto ha lavorato per raccontare la vicenda del Risorgimento italiano, scrive belle pagine su questo tema che le è particolarmente congeniale. «Senza il grido “Viva Pio IX”, spacciato per papa liberale, cioè per papa rivoluzionario”», scrive, «la vittoria del Risorgimento non sarebbe stata tanto facile». Perché, in un certo senso, i liberali (e i settari) italiani non potevano non dirsi cattolici, visto lo stretto e ineludibile legame che il popolo aveva con la fede e il papato. Essere direttamente e apertamente anticattolici, come lo erano altri governi protestanti e liberali, in Italia proprio non se lo potevano permettere. Sono noti gli intendimenti espressi nell’Istruzione permanente redatta in ambienti carbonari nel 1819: «che il clero marci sotto la vostra bandiera mai dubitando di seguire quella delle chiavi apostoliche». Questa era la via spuria per conquistare Roma, attraverso la progressiva demolizione della Chiesa dall’interno.
Ogni potere che vuole dominare il mondo deve fare i conti con Roma, scrive la Pellicciari. «A Roma perché Roma è l’urbe e non si può dominare il mondo senza dominare Roma. A Roma perché a Roma c’è il Papa, perché il Papa è la testa della Chiesa e la Chiesa va distrutta». Angela Pellicciari riconosce la grandezza dell’incontro tra Roma e Pietro, perché Dio non trascura gli strumenti preparati dalla sua provvidenza nel perseguimento dei suoi imperscrutabili disegni. E se Roma è ancora Roma, lo deve alla presenza del Papa e alla storia della Chiesa che parla urbi et orbi. Altrimenti rimarrebbero solo le bagatelle di basso lignaggio e i monumenti agli antichi fasti. Per tornare a brillare nel suo pieno splendore Roma dovrebbe guardare alla sua anima. Che è inesorabilmente cattolica e papista, basta leggere Una storia della Chiesa per rendersene conto.
 
 
 
 
 
© La Nuova BQ (03-11-2015)
 
 
 
 
 
 

La nostra fede è straordinaria quanto il rito che celebriamo?

 



Omelia del Padre Abate dell’abbazia Notre-Dame di Fontgombault, Dom Jean Pateau O.S.B., pronunciata a Roma il 25 ottobre 2015 (Festa di Cristo Re), presso la chiesa della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, in chiusura della quarta edizione del Pellegrinaggio Summorum Pontificum.


Cari fratelli e sorelle,

“Cristo vince, Cristo regna, Cristo impera”. Le acclamazioni carolingie non mettono forse a dura prova la nostra fede?

Nel 1935 Stalin rispondeva così a Pierre Laval, che gli chiedeva di rispettare le libertà religiose: “Quante divisioni ha il Papa?”. Oggi molti uomini di Stato fanno implicitamente, e qualche volta esplicitamente, la stessa riflessione. Nel presente frangente, in cui la libertà religiosa, la famiglia, la vita nascente o giunta al termine, sono sotto attacco nella maggior parte dei Paesi del mondo, e anche all’interno stesso della Chiesa, la festa di Cristo Re viene a sollecitare un atto di fede da parte di coloro che sarebbero tentati dalla disperazione.

Il Vangelo ha ricordato il faccia a faccia di Gesù e Pilato, il dialogo di uno che ritiene di detenere ogni potere con un uomo schernito, deriso, sconfitto: “Tu sei il Re dei Giudei?... Dunque, tu sei Re?”. La risposta di Gesù svela una regalità ignorata dagli uomini, un Re testimone della verità: “Tu lo dici, io sono Re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce” (Gv 18,37).

Sono 2000 anni che, in gran numero, stupefatti, beffardi, provocatori… uomini di compromesso, di calcolo, o semplicemente nel dubbio hanno posto questa domanda a Gesù. La risposta di Cristo rimane sempre la stessa: “Io sono Re”.

Con san Paolo, siamo nell’azione di grazie poiché:
“Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa” (Col 1,16-18).

Durante il rito del battesimo il sacerdote interroga il catecumeno: “Che cosa chiedi alla Chiesa?”. Quegli risponderà: “La fede”. Una risposta che deve essere il fermo proposito di una vita. Il fallimento della speranza e della carità dipende spesso da una mancanza di fede, da una visione troppo umana delle circostanze che dimentica l’abbandono al piano di Dio.

Il riconoscimento da parte degli Stati, delle nazioni, della regalità di Cristo, comincia con l’accettazione di questa regalità su ciascuno di noi. Il motu proprio Summorum Pontificum di Sua Santità il Papa Benedetto XVI ci permette di attingere nella pace alle ricchezze liturgiche della forma extraordinaria. Alla nostra gratitudine si aggiunge un dovere che oso riassumere in una domanda: la nostra fede è altrettanto extraordinaria quanto il rito che celebriamo? Ricentrare la liturgia su Cristo non ha che uno scopo: diventare noi stessi dei veri testimoni della regalità di Cristo, vivere di Cristo e per Cristo, a tal punto che tutti dovrebbero poter dire: “è Cristo che vive in loro”.

Questo pellegrinaggio di azione di grazie ci conduce a Roma mentre si conclude la XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”.

Re di ogni uomo, Cristo è anche Re delle famiglie.
In più occasioni, per esempio nel corso delle udienze del mercoledì, Sua Santità il Papa Francesco ha proposto una ricca e profonda riflessione sulla famiglia. Durante il suo recente viaggio in Ecuador, il Vangelo delle nozze di Cana gli ha dato occasione di affrontare il tema:
“Le nozze di Cana, diceva il Papa, si rinnovano in ogni generazione, in ogni famiglia, in ognuno di noi e nei nostri sforzi perché il nostro cuore riesca a trovare stabilità in amori duraturi, in amori fecondi, in amori gioiosi. Facciamo spazio a Maria, ‘la madre’, come afferma l’evangelista. E facciamo ora insieme a lei l’itinerario di Cana. Maria è attenta… Maria è Madre… Maria prega… Ella ci insegna a porre le nostre famiglie nelle mani di Dio: ci insegna a pregare, alimentando la speranza che ci indica che le nostre preoccupazioni sono anche preoccupazioni di Dio. E, alla fine, Maria agisce. Le parole ‘fate quello che vi dirà’, rivolte a quelli che servivano, sono un invito rivolto anche a noi, a metterci a disposizione di Gesù, che è venuto per servire e non per essere servito. Il servizio è il criterio del vero amore. Chi ama serve, si mette a servizio degli altri. Questo si impara specialmente nella famiglia… (Santa Messa per le famiglie, Parque de los Samanes, Guayaquil, lunedì 6 luglio 2015)”.

Essere attenti, pregare e servire, sono le indicazioni dateci da Maria.
San Luca ricorda l’atteggiamento di Maria: Ella “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). La parola latina per “meditandole” è “conferens”, letteralmente “portandole tutte insieme nel suo cuore”. Il cuore di Maria è il luogo di una alchimia d’amore. È là che Ella rende grazie, là che prega, ed è ancora là che ella soffre e che si offre.
Mentre si avvicina l’anno giubilare della Misericordia, i nostri cuori sono il luogo di un dialogo con Cristo Re? Portiamo in essi gli avvenimenti gioiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi delle nostre vite, meditandoli in segreto per derivarne una regola per il nostro agire?
“Quante divisioni ha il Papa?”. Stalin avrebbe potuto dire: “Quanti cuori?”. Perché un cuore donato a Cristo è molto più temibile di una divisione?

In questi giorni in cui i genitori di santa Teresa del Bambin Gesù sono appena stati canonizzati, mi sovvengono alcune parole di loro figlia, e ve le lascio come viatico in questa santa città di Roma, cuore della cristianità:
“Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in alcuno dei membri descritti da san Paolo, o piuttosto volevo riconoscermi in tutti… La Carità mi dette la chiave della mia vocazione. Capii che, se la Chiesa ha un corpo composto da diverse membra, l’organo più necessario, più nobile di tutti, non le manca, capii che la Chiesa ha un cuore, e che questo cuore arde d’amore. Capii che l’amore solo fa agire le membra della Chiesa, che, se l’amore si spegnesse, gli apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue… Capii che l’amore racchiude tutte le vocazioni, che l’amore è tutto, che abbraccia tutti i tempi e tutti i luoghi… In una parola che è eterno! Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l’ho trovata finalmente, la mia vocazione è l’amore!” (Manoscritto B, folio 3, verso).
Amen.








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lunedì 2 novembre 2015

No alle ceneri in casa o disperse: «Basta privatizzare la morte»

               

02/11/2015 

 

Dall'arcivescovo di Torino invita a mantenere la morte nella dimensione della condivisione, con la sepoltura nei cimiteri, senza cedere alla sua «commercializzazione».                                               

 
La parola cimitero significa letteralmente “dormitorio”: la sua introduzione segna il passaggio dalla cultura pagana delle necropoli (“città dei morti”)  alla visione cristiana che invece coglie nella morte un momento di passaggio, un transito verso una dimensione di pienezza e comunione con Dio. Dei cimiteri, che per i credenti sono luoghi di dolore ma non di disperazione, l'arcivescovo di Torino, monsignor Cesare Nosiglia, ha difeso il valore sacrale contro la tendenza sempre più diffusa alla «privatizzazione» e alla «commercializzazione» della morte.

Durante la Messa per i defunti, celebrata sotto la grande croce del cimitero Parco (uno dei campisanti cittadini), il presule si è espresso contro alcune pratiche che stanno prendendo piede nel nostro Paese: ad esempio la dispersione delle ceneri o la conservazione in casa delle urne. «Il cimitero» ha osservato monsignor Nosiglia «è luogo della memoria e della comunione dei vivi non solo con i propri defunti ma con tutti quelli che formano, uniti dalla stessa fede, la Chiesa pellegrina sulla terra e la Chiesa che vive già la pienezza della gloria nel cielo». La visita al camposanto, proprio perché vissuta in una dimensione comunitaria, può diventare occasione di conforto e di speranza, un momento «per pregare, ricordare, confermare la fede nella risurrezione e l’amore verso i nostri cari». 

Non solo. Secondo l'arcivescovo il desiderio di “possedere” in casa propria le ceneri dei defunti può nascondere un rischio sottile, che è la non accettazione (anche sul piano psicologico) del distacco. «Quando un nostro caro muore, bisogna accettare la separazione. Il cimitero aiuta questo processo perché è un luogo di comunione con gli altri. Tenere le ceneri in casa fa perdere una ricchezza grande». La morte, ha sottolineato monsignor Nosiglia, non è solo un fatto privato.  C'è poi un ulteriore rischio, ha osservato ancora l'arcivescovo di Torino: che la preghiera venga progressivamente estromessa, che alle chiese si sostituiscano le sale del commiato e che, in una logica di commercializzazione del lutto, le esequie cristiane si riducano a momento non più necessario, magari sostituito con qualche “rito” organizzato dalle agenzie funebri : «Io penso che in questo modo ci sia pericolo di andare verso la superstizione, mentre serve la preghiera». Da qui l'appello ai sacerdoti perché visitino le sale del commiato e alle comunità intere perché, anche attraverso l'impegno dei laici, costituiscano delle équipe in grado di assistere le persone colpite da un lutto.     
 
 
 
 
 
 
 
 
Famiglia Cristiana 02/11/2015
 
 
 

Sul divorzio erano i farisei a decidere "caso per caso"

 
 
 
di Francesco Agnoli

Si è letto spesso, di questi tempi, che tra i difensori dell'indissolubilità del matrimonio ci sarebbero molti farisei, i quali sceglierebbero una posizione "rigorista" perché, privi di misericordia, vorrebbero così affermare una loro superiorità morale sul prossimo, chiudendogli così la porta. Una Chiesa "aperta" sarebbe dunque una Chiesa che rifiuta il legalismo farisaico e sancisce una nuova visione della misericordia e, nel caso del matrimonio, della fedeltà e dell'adulterio.

Certamente vi sono, tra coloro che si professano difensori della verità, dei farisei. La verità può, infatti, diventare un idolo, e un manganello da usare contro gli altri. Non lo è quando chi la afferma, lo fa con amore, anzitutto per sé, e convinto che essa vada testimoniata e annunciata, con umiltà, per il bene di tutti (né come un privilegio, né come motivo di orgoglio). Ma a parte i giudizi, spesso temerari, sui motivi che muoverebbero molti padri sinodali a mantenere la dottrina tradizionale rispetto alle tesi di parte degli episcopati dell'Europa del nord, è interessante andare al Vangelo, e osservare davvero il comportamento dei farisei.

Li troviamo intenti a difendere l'indissolubilità matrimoniale, così chiaramente annunciata da Cristo, nel nome della legge? No, accade l'esatto contrario. I farisei sono proprio gli oppositori della dottrina matrimoniale evangelica. Sono loro che si avvicinano a Gesù e cercano di scalfire la sua chiarezza, domandandogli «se è lecito rimandare la propria moglie per qualsiasi cosa?» (Matteo 19,3). Per la legge di Mosè, infatti, era concesso all'uomo il libello del ripudio, cioè il divorzio e la relativa possibilità di risposarsi. Gesù non entra nella casistica rabbinica, non si perde nei singoli casi, lui che certo li ha presenti, nella sua misericordia, ma ricorda che «in principio non era così»; che Mosè «a cagione della vostra durezza di cuore vi concesse di rimandare le vostre mogli» e che il disegno originario di Dio è che gli sposi siano «una sola carne».

«Ciò che dunque Dio congiunse», afferma Gesù ben sapendo che la sua parola risulterà dura e difficile da capire, «l'uomo non separi». Viene così archiviata la legge di Mosè, che aveva generato una grande casistica (aprendo al discernimento dei rabbini su quale fosse l'elenco possibile delle cause del ripudio) e viene enunciata la nuova legge dell'amore. «Terminata la lezione ai farisei», scrive Giuseppe Ricciotti, nella sua Vita di Gesù, «i discepoli tornano sulla questione dolorosa della moglie, interrogandone privatamente Gesù in casa». Sì, l'indissolubilità non piace tanto neppure a loro, ma Gesù non trova parole diverse, meno chiare, più accomodanti, per evitare che qualcuno esclami: «Se in tal modo è la condizione dell'uomo con la moglie, non conviene sposarsi».

Se tutto questo è vero, per un cattolico rimane una sola possibilità: riconoscere che l'adulterio e la casistica, amata dai farisei, non hanno spazio nella visione evangelica, di cui la dottrina tradizionale è semplice trascrizione, perché appartengono al regno della legge, su cui i farisei hanno sempre fatto leva per attaccare Gesù. L'unica legge di Cristo, invece, è l'amore, così come Dio lo ha voluto dal principio. Quest'amore, sta qui lo scandalo, per tutti, anche per i discepoli, contempla anche la presenza della croce: ed è per questo che al mondo e a molti uomini di Chiesa la "buona novella" sembra troppo dura, e si vorrebbe introdurre l'eccezione, la casistica, in una religione in cui Dio va sino in fondo, con la sua fedeltà e il suo amore, sino a essere accusato di violare la legge di Mosè; sino a essere messo in croce, perché dice cose incomprensibili, e non vuole ammorbidirle.

Cristo manifesta così la sua misericordia: non venendo incontro alle pretese dei Farisei, né a quelle degli apostoli (alcuni dei quali, sposati, non sono contenti di vedersi togliere la tradizionale possibilità del ripudio), quali esse siano, né agli aggiustamenti che diminuirebbero il numero dei suoi nemici, ma dando tutto il suo cuore all'umanità (misericordia, deriva infatti da miseris cor dare: dare il cuore ai miseri): affinché gli uomini imparino a dare il loro ai propri cari, ai propri figli, alle proprie moglie, ai propri amici.  Se i cristiani annunciano la possibilità di un amore così, annunciano non la legge, ma l'amore di Cristo.

E a quanti ripetono che l'amore indissolubile è un annuncio non realistico, nell'Occidente di oggi, si può ricordare anzitutto che non sembrava realistico neppure duemila anni fa, quando il divorzio e il ripudio, nell'Impero romano, erano la normalità, e in secondo luogo che Cristo non è Machiavelli: non è venuto a spiegarci la "realtà effettuale", né a ricordarci quanto l'uomo sia debole e fragile (ci arriviamo da soli), ma a indicarci le vette della santità, la via per la felicità. É venuto a dirci: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli» (Matteo, 5,48): volava troppo alto anche lui? Ogni annuncio che non ricordi all'uomo questa sua figliolanza con Dio, questa possibilità di grandezza e di amore totale, è un annuncio umano, troppo umano; non è la "buona novella".










La nuova Bussola Quotidiana 02-11-2015


domenica 1 novembre 2015

Ama la Chiesa!





“CHE COSA MAI POSSIEDI CHE TU NON ABBIA RICEVUTO?”:
AMA LA CHIESA!



Editoriale “Radicati nella fede”
Anno VIII n. 11 - Novembre 2015

Quanto più la crisi della Chiesa si fa terribile, vasta e profonda, tanto più occorre amare la Chiesa stessa.
Quanto più aumentano gli scandali nella casa di Dio, tanto più bisogna amare la Chiesa.
E questo amore deve essere molto concreto e operativo.

Il dovere della reazione non va mai disgiunto da un amore profondo per la Sposa di Cristo, la Santa Madre Chiesa; e su questo nessuno può scherzare.
D’altronde tu reagisci, domandi il ritorno della Chiesa alla sua Tradizione, riferendoti e utilizzando ciò che tu hai ricevuto dalla Chiesa stessa, la Tradizione appunto. Essere Cattolici tradizionali vuol dire fare proprio questo.
La Tradizione è della Chiesa, non è tua.
Non potresti appellarti alla Tradizione se tu non l’avessi prima ricevuta. Ma da chi l’hai ricevuta, se non dalla Chiesa stessa?

Come non si può seguire Cristo senza la Chiesa, la crisi Protestante insegna, così non si può essere Tradizionali senza la Chiesa.

I Protestanti pretesero di ricongiungersi a Cristo, saltando la Chiesa cattolica e la sua storia, e persero Cristo nelle nebbie di un mitico passato. I Tradizionali, se non continueranno ad avere un amore per la Chiesa potente fino al sangue, resteranno con una Tradizione vuota, fatta di rabbia e recriminazioni più o meno amare; ma una Tradizione senza la Chiesa non ha Cristo dentro.

Si potrebbero applicare ai “tradizionalisti acidi”, non amanti la Chiesa, le parole di S. Paolo ai Corinti:
“Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come non l’avessi ricevuto?” (1 Cor 4,7).

Sì, perché se è vero che sbaglia chi chiede un’obbedienza alla Chiesa, domandando di andare contro le verità della fede e della morale, domandando di andare contro il Vangelo e il dogma, o di dimenticarli; sbaglia ugualmente chi si attacca al dogma e al Vangelo, utilizzandolo contro l’unica Chiesa di Cristo.

Rischiano questo secondo errore tutti quelli che, partiti per la difesa del cattolicesimo tradizionale, incominciano a disquisire se il Papa è o non è tale, su chi sia veramente il vescovo, o dove sussista veramente la Chiesa di Dio. Questi estendono la difesa della Tradizione a un campo che non compete loro, rischiando il pericolo gravissimo di porsi fuori della Chiesa.

Dice il père Calmel “La Chiesa non è un’istituzione di questo mondo: discende dal Cielo, direttamente da Dio (…) La Chiesa è invincibile, anche se con figli soggetti alla sconfitta e spesso vinti e che tuttavia, finché rimangono nel suo seno, non saranno mai vinti irreparabilmente. Quando lo sono è perché si sono separati da lei (…) Essa resta la dispensatrice infallibile della salvezza, il Tempio santo di Dio. Coloro che l’abbandonano si perdono, ma essa non è mai perduta”. (R. T. Calmel,Breve apologia della Chiesa di sempre, pagg. 17 e 18)

Insomma, la Chiesa è una e solo una. Non c’è una chiesa tradizionale e una chiesa modernista, c’è una sola Chiesa cattolica, i cui figli rischieranno di perdersi se la abbandoneranno, anche se con la scusa di difenderla.

Basterebbe per capire questo, lo ripetiamo, il fatto che la Tradizione per cui lottiamo, l’abbiamo ricevuta dalla Chiesa, anzi è la Chiesa stessa.

E la Tradizione, Vangelo – dogma – sacramenti – disciplina, non l’hai ricevuta una volta per tutte, continui a riceverla dalla Chiesa che è il Corpo Mistico di Cristo. E’ chiaro quindi che, in ogni decisione e attitudine, devi salvare questa unità della Chiesa e con la Chiesa, senza mettere in dubbio la sua visibilità. Chi è Papa o vescovo, questo compete direttamente a Dio solo, e non a te. A te che hai capito la crisi della Chiesa, compete solo lo stare fermo nella sua Tradizione, in ciò che la Chiesa ha detto e fatto fuori da questi terribili momenti di apostasia. Dio si è rivelato, ti ha dato la ragione per riconoscere la sua rivelazione e per custodirla; non ti chiede di far politica ecclesiastica.

Occorre evitare due estremi letali per la fede: l’”autoritarismo” o “obbedientismo” da un lato e il “sedevacantismo” dall’altro: entrambi portano a lungo andare all’ateismo, alla perdita della fede.
Il primo fa stare dentro la Chiesa con una falsa obbedienza che non salvaguarda il Vangelo e i sacramenti; il secondo fa cercare una falsa chiesa alternativa: entrambi questi errori partono da una visione troppo umana della Chiesa, mancano entrambi di visione soprannaturale.

Occorre essere autenticamente tradizionali: il tradizionale sta di fronte a Dio, custodendo con amore il tesoro della Chiesa; il sedevacantista, che si inventa un’altra chiesa o non sa più dove essa sia, sta di fronte a se stesso utilizzando le cose ricevute da Dio.

Sempre père Calmel parla, con accenti commossi, dei veri cristiani, dei cristiani secondo la Tradizione, che custodiscono la fede amando immensamente la Chiesa:
“Questi cristiani, che custodiscono la Tradizione senza nulla concedere alla rivoluzione, desiderano ardentemente, per essere pienamente figli della Chiesa, che la loro fedeltà sia penetrata di umiltà e di fervore; non amano né il settarismo, né l’ostentazione. Al loro posto, che è modesto e a stento tollerato, cercano di custodire ciò che la Chiesa ha trasmesso loro, ben sicuri che essa non lo ha revocato, e si sforzano, nel custodirlo, di salvaguardare lo spirito di ciò che custodiscono” (R. T. Calmel, op. cit., pag. 101).

Preghiamo carissimi, perché in noi aumenti l’amore alla Chiesa una e visibile, quanto più diventano violente le ondate dell’apostasia.