lunedì 26 ottobre 2015

Cattolici, la nostra è la religione del coraggio

 

 


Un amico di Biella mi racconta che aveva convinto il suo giovane parroco (romeno) a terminare la Messa con la preghiera a San Michele che Leone XIII ordinò fosse recitata dal sacerdote in ginocchio nelle funzioni feriali, e che fu soppressa nel 1964 sotto Paolo VI. “Sancte Michael Arcangele, defende nos in proelio; contra nequitiam ed insidias diaboli esto praesidium…”. Il prete ha dovuto smettere perché i parrocchiani, avevano detto che la preghiera “li spaventava…Come? Il diavolo, adesso?! C’è da aver paura?”.

Questo è la condizione di buoni cattolici d’oggi, probabilmente anche buoni cattolici se vanno a messe feriali: aver paura di una preghiera. Che era un presidio. Papa Leone la scrisse di suo pugno dopo essere stato visitato da una visione, il 13 ottobre 1884, in cui una potente voce cavernosa chiedeva cento anni per distruggere la Chiesa: appunto per evocare la protezione del primo arcangelo contro Lucifero. Bisognava spaventarsi quando la protezione fu tolta, magari. Ma non è colpa nostra. “Nei testi conciliari l’inferno non si trova menzionato mai col termine proprio, e solo una volta per obliquo con la perifrasi ‘fuoco eterno’. Alla dottrina stessa dell’inferno non si trova dedicata alcuna pericope”, scrive Romano Amerio (Iota Unum, capitolo Escatologia). L’inferno è stato espulso dalle gerarchie, la sua eternità negata dai teologi. I vescovi di Francia rigettarono il dogma, nel 1978, comunicando ai fedeli che “l’inferno è semplicemente un modo di parlare del Cristo a uomini poco evoluti religiosamente: noi, da allora, ci siamo evoluti…”.

Si è visto come siamo religiosamente evoluti, se essere cattolici significa aver paura di una preghiera. Si noti che, dai sondaggi, almeno metà di quelli che ancor si dicono cattolici non crede all’inferno, né al paradiso; e poi, questi spiriti forti “si spaventano” a sentir nominare “Satanas”, superstiziosamente. O è la ripugnanza invincibile di gente tutta votata all’aldiquà alla sola idea che la nostra vita si adempia nell’aldilà? A tal punto è persa la nozione della tragicità inerente all’esistenza umana? In credenti? Credenti in che cosa, c’è da chiedersi.

L’immagine che diamo noi pochi cattolici rimasti, di timorose pecorelle che in fondo si raccomandano a Gesù e Maria perché ci risparmino i mali di questo mondo; il pacifismo che dà nell’imbelle e confina con la pusillanimità (non escludo me stesso dal gregge) è increscioso, nei tempi che corrono e in quelli che verranno; ed è contrario alla fede, che ci dovrebbe rendere – una volta confessati e comunicati – pronti anche alla morte. Mi domando se non ci sia mancata una pedagogia del coraggio; perché se è vero che la fortezza (la costanza nelle avversità e nelle persecuzioni) è un “dono dello Spirito Santo”, esso è una virtù: e alle virtù ci si allena, essendo esse “buone abitudini” da acquistare.

Scusate se lo cito troppo, ma devo ad Amerio anche questa intuizione: che l’ultima cena, lungi dall’essere un allegro banchetto di Pasqua, fu un evento tragico: nella coscienza che i potenti quella notte stavano braccando il Maestro per “farlo morire”; cala l’ombra del tradimento, e quando il Maestro dice “uno di voi mi tradirà”, tutti Gli domandano: “Sono forse io?”, perché – dice Amerio “nessuno dei discepoli è certo di non tradire…tragica incertezza del proprio volere morale”.

La nostra fortezza, dovremmo strapparla da questo stesso dubbio sulla nostra tempra, sulla costanza della nostra volontà – che chiediamo a Dio, sapendo di non averla. Lo stesso Gesù nella notte del Getsemani, qualche ora dopo, avrà paura, e pregherà nel buio dell’anima. E’ Dio ma anche uomo, ed ha paura – paura del dolore della carne – tanto che il volto gli si copre del sudore di sangue. “Padre, se possibile, passi da me questo calice..”.

Anche Lui, non è un superuomo. Ci ha indicato la via della croce, tremando Lui per primo – e vincendosi. Non indurendosi, ma abbandonandosi alla Volontà del Padre.
L’altro giorno, per un amico che s’è scoperto una grave malattia oculare, ho cominciato una novena a Gianna Beretta Molla, nata nel 1922 e morta nel 1962 dando alla luce il quarto figlio. Feci in tempo ad intervistare suo marito, l’ingegner Pietro Molla, che era il direttore della SAFFA di Magenta (la fabbrica di fiammiferi) e un uomo di una bontà e santità commovente, quando Giovanni Paolo II la dichiarò “venerabile” nel 1991. La signora Gianna è piuttosto popolare anche nei paesi di lingua inglese perché, essendo lei stata medico, ha fama di procurare guarigioni dall’aldilà. Soprattutto di risolvere casi di parti pericolosi.

Fidanzata innamoratissima (come si vede dalle sue lettere al futuro marito), moglie ideale, attivissima amante degli sport, tre gravidanze senza mai cessare l’attività di medico (specie dei bambini e dei vecchi soli), una persona vitale e lieta. Alla quarta gravidanza, si manifestò un fibroma dell’utero, una situazione che – per essere curata – avrebbe comportato la perdita del feto. Non volle la cura.
Gianna Beretta Molla in montagna con i bambini
Gianna Beretta Molla in montagna con i bambini
Facile a dirsi. Possiamo immaginare la lotta interiore? Aveva tre bambini da crescere, una buona scusa umana per l’aborto terapeutico – una tentazione. Dubitò della costanza del proprio volere morale? Anche lei, come tutti noi, sarà stata incerta di non tradire. Ne parlò col marito? Dubitò della sua fermezza, di padre che sarebbe stato lasciato solo coi tre bambini? L’ingegner Molla ha ricordato “lo sguardo profondo” con cui, prima d’essere ricoverata, gli disse: “Se dovete scegliere tra me e il bambino, salvate lui. Lo esigo”. Anche lei non era una superdonna. Non voleva morire; come medico sapeva che c’era una possibilità, e si affidò a Dio. Accettò il tentativo di provocare il parto per vie naturali, che avrebbe forse risolto il problema. Il tentativo fallì; all’ospedale d Monza, il 21 aprile ’62, la quarta bambina – Gianna Emanuela – nacque da taglio cesareo: la ferita da cui venne l’infezione. In poche ore, febbre altissima e dolori atroci rivelarono la peritonite, presto diventata setticemia puerperale. La signora Gianna salì sul suo Calvario tremando, aggrappandosi al Crocifisso. E’ morta a casa sua, dove la riportarono, alle otto del mattino del 28 aprile 1962, a 39 anni. Ora, sono molti convinti che la dottoressa continui ad esercitare la medicina, più viva di prima.

Il mondo la chiamerà folle, ed anche noi saremmo tentati, noi figli dell’epoca che l’aborto lo ha legalizzato come normale mezzo anticoncezionale. E’ la sfida regolare della Casa regnante: “Noi predichiamo la croce, scandalo per i giudei e follia per i greci”, come disse Paolo di Tarso.

La bambina che vinse la guerra di Spagna

Un altro mio amico, da una vacanza a Marbella, mi ha portato la storia che non conoscevo di Mari del Carmen Gonzalez Valerio, nata a Madrid nel 1930 e morta nove anni dopo. Crebbe bambina precocemente intelligente, negli anni della dittatura atea repubblicana e della Guerra Civil. Una foto la mostra in braccio a suo padre con la sorellina maggiore; l’uomo ha l’aria di un buon gigante, una vaga somiglianza con Fernandel. S’era dimesso dall’esercito all’avvento al potere dei rossi; sua moglie, come parente dell’ex capo del governo Primo de Rivera, già suscitava i sospetti delle nuove autorità, che stavano instaurando il tipo di totalitarismo massonico che un decennio prima aveva insanguinato il Messico e provocato il martirio guerriero dei Cristeros. Era chiaro a tutti in famiglia che la persecuzione si avvicinava. Già dal ’31 il governo aveva avviato la “laicizzazione” forzata del paese, pochi mesi dopo sequestrava il patrimonio ecclesiastico, espelleva arcivescovi, introduceva il divorzio, vietava l’insegnamento ai religiosi. Cominciarono gli incendi di conventi e l’uccisione di suore e preti. La famiglia si ritirò nel suo paese paese d’origine, nobiliare, per scomparire da Madrid. Lì arrivò il nunzio apostolico, monsignor Todeschini, amico; gli chiesero di cresimare Mari. Aveva solo due anni, ma i tempi eccezionali facevano capire che , dopo, non sarebbe forse stato più possibile.

Mari del Carnen inbraccio a papà, col fratellino
Mari del Carnen in braccio a papà, col fratellino
La Cresima, ci era stato insegnato quando noi la ricevemmo, infonde lo Spirito e rende “soldati di Cristo”; un carattere indelebile ma potenziale, che possiamo lasciar inattuato. Mari del Carmen capì. Aveva due anni, ma già i discorsi dei grandi e gli spostamenti della famiglia le rendevano chiara la tragedia che incombeva su tutti; fu sballottata, affidata a zie. Ascoltò certo le orrende notizie del ’34, quando le Asturie in rivolta massacrarono preti e seminaristi. Il 15 agosto 1936 dei miliziani si presentarono ed arrestarono papà. Lui disse alla moglie: “Quando crescono, dì ai bambini che papà ha dato la vita per Dio e una Spagna cattolica”. Meno di un mese dopo, alla moglie che si presentò in carcere, dissero: ”Tuo marito? Cercalo all’obitorio”.

Ai bambini non dissero niente. Ma Mari del Carmen cominciò a pregare intensamente il Rosario delle piaghe di Gesù, indicato per le svolte dolorose. La mamma dovette rifugiarsi nell’ambasciata del Belgio   per sfuggire alla morte, i bambini furono affidati a una zia; poi anch’essi ottennero asilo nell’ambasciata, perché si scoprì che erano in una lista che li destinava alla deportazione in Russia, per la loro rieducazione. I diplomatici belgi strapparono un salvacondotto per loro, perché raggiungessero la Francia; muniti di questo incerto permesso, nonna, mamma e figli viaggiarono in camion fino a Valencia, da lì si imbarcarono per Marsiglia dove abitarono presso le francescane; poi un nuovo spostamento, a San Sebastian.

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La piccola Mari fu affidata a suore irlandesi che avevano un collegio scuola, separata di nuovo dalla famiglia. Lei era la sola alunna che seguiva la Messa delle suore, alle sette del mattino. La mamma le aveva insegnato a pregare “per i nostri nemici”. Quelli che le avevano ucciso il padre, per lei, si riducevano ad uno: il presidente Azana, massone. “Azana si salverà, mamma?”. “Si salverà se fai dei fioretti e preghi per lui”.

Solo dopo la sua morte, la piccola agenda che Mari del Carmen nascondeva ha rivelato la sua scelta. Tre pagine sono precedute dalla scritta: “Privatissimo”. Nella seguente: “29 agosto. Oggi hanno ucciso mio padre”. Nella seguente ancora: “Viva Espana, viva Cristo Rey!” – era il grido che, come aveva sentito dire, lanciavano i laici e i preti prima di essere fucilati o uccisi col colpo alla nuca.
Nell’ultima pagina, il suo segreto: “Mi sono offerta, parrocchia del Buon Pastore, 6 aprile 1939”.

Sua zia Sofia ha ricordato che un giorno, durante una Messa, la piccola le ha chiesto: “Me entrego?”. La zia aveva assentito, senza capire bene cosa intendesse la nipotina. La vide prendere la comunione e poi in ginocchio, concentrarsi coprendosi il viso con le mani. All’uscita, Mari del Carmen chiese alla zia che cosa volesse dire, esattamente, il verbo “entregarse”. Significa consegnarsi, ma nella pratica cattolica ha un significato più preciso: significa offrirsi a Dio per la salvezza di altre anime. Evidentemente, Qualcuno durante la Comunione le aveva suggerito quel verbo che non conosceva. Lei si era “consegnata” per il massone Azana, che aveva ucciso suo babbo.

Il suo calvario cominciò l’8 maggio 1939. I medici diagnosticarono scarlattina. Una forma di virulenza inaudita, che la fece orribilmente soffrire, la coprì di pustole e piaghe in suppurazione. Il 27 maggio ’39 la ricoverarono a Madri per tentare di asportarle una specie di tumore che s’era formato all’orecchio; le rasarono i capelli; le inflissero sieri (non si conoscevano ancora gli antibiotici) fino a 300 cc., che le venivano iniettati nelle vene delle mani, perché quelle del braccio erano ormai irrecuperabili. “Quando le facevamo le iniezioni”, ha ricordato un’infermiera, “ci chiedeva di pregare con lei, un Credo e un Padre Nostro. Recitava lentamente. Quando iniettavamo il siero, pregava forte forte…”. Teneva stretto in mano il libretto che aveva ricevuto alla prima Comunione, uno di quei libretti con la copertina di finta madreperla e con dentro le preghiere. Il suo aveva per titolo: Mi Jesùs. Era il nome che ripeteva nei momenti di sofferenza più difficili. Un medico famoso che fu chiamato per un consulto giudicò “straordinario ed eroico il comportamento della bambina, anche se a me non compete parlare di santità”. Disse che sarebbe morta, come desiderava, il 16 luglio, festa della Madonna del Carmine e suo compleanno. Le dissero che una zia si sposava quel giorno, e lei: “Morirò il giorno dopo”. E così fu. Il corpicino, il volto sfigurato dal male, aveva ripreso la bellezza infantile. Aveva nove anni, era il 17 luglio 1939.

A quel punto Azana, il presidente, fondatore del Frente Popular, non era più più presidente di nulla. La Barcellona repubblicana, in cui lui e il governo s’erano ritirati, era caduta sotto l’impeto delle truppe franchiste a gennaio; il 5 febbraio, Azana riparò in Francia, dove visse ancora un anno, quasi prigioniero, sotto la protezione dell’ambasciata del Messico comunista e massonico. Isolato anche dai suoi compagni di lotta, di cui aveva criticato le divisioni e discordie (comunisti, anarchici, repubblicani..) e lo giudicavano un traditore. Già doveva aver avuto un ripensamento quando, il 18 luglio 1938, davanti alle Cortes, dichiarò la necessità di una riconciliazione nazionale, invocando: Paz, Piedad, Perdón.

Sappiamo per certo che, prima di morire, chiese di confessarsi. Lo confessò, e gli impartì l’estrema unzione, il vescovo della diocesi di Montauban, monsignor Théa, che ha attestato che il suo trapasso, in piena lucidità, era avvenuto “nella speranza nell’amore di Dio”.
 
* * *
Il Concilio ha risparmiato ai fedeli molte ansie ed ha ritenuto suo compito nutrirci di un cristianesimo ad usum Delphini, edulcorato del tragico e del folle. Non si parla più di “mortificazioni”; almeno le avessimo ribattezzate “battaglie”,   e le rinunce “vittorie”, avremmo fatto un passo avanti.
Per cui temo che anche  la storia  della bambina Maria del Carmen  susciterà paura in molti buoni cristiani: Dio è così crudele? E dietro, la domanda: Dio non chiederà qualcosa del genere anche a me? No, a voi e a me, no. É dogma che Egli non ci prova oltre le nostre forze, e noi – salvo una grazia – non ne abbiamo nemmeno un briciolo di quella che ha avuto la bambina María del Carmen González Valerio y Sáenz de Heredia, la piccola guerriera. E non è stato Dio crudele, è stata lei ad entregarse, liberamente. E’ una di quelle cose che restano incomprensibili ai sapienti, ma che i bambini capiscono ed accettano con eroismo immediato, quindi faremo bene a non intrometterci.

Che spreco però. Dare la propria vita per uno che non lo meritava. Non è nemmeno giusto, non c’è giustizia nel Paradiso. Sono perfettamente d’accordo. E a questa ingiustizia affido le mie personali speranze di salvezza, perché non sono mai stato migliore di Azana.

E poi: la Chiesa di  oggi  sarà anche devastata, sembrare in ritirata e in pericolo estremo, o al lumicino prossima a sparire. Ma Maria del Carmen, Gianna Molla, e chissà quanti altri ignoti, confermano che la Verità è quella, quella di Cristo, la cattolica; che niente può vincerla. Può arrivare la tempesta, possiamo noi naufragare, ma non la Verità a cui la Gianna, la Mari, hanno servito e vinto. La Spagna non può esser perduta alla fede, né l’Italia, con quelle intercessioni. Pregate per noi, pregate per l’Europa, per la Chiesa. E noi, cattolici, coraggio.








http://www.maurizioblondet.it


 

Cardinale Burke: La 'Relatio finalis' manca di chiarezza sulla indissolubilità del matrimonio



Il cardinale Raymond Burke, cardinalis patronus dei Cavalieri di Malta ed ex prefetto della Segnatura Apostolica, ha condiviso con il New Catholic Register la sua reazione iniziale alla Relazione finale del Sinodo sulla Famiglia.


Su NCRegister la reazione del Cardinale Raymond Leo Burke.


Egli si concentra sui punti 84-86 sul divorzio e sul nuovo matrimonio, affermando che questa sezione è di «preoccupazione immediata a causa della sua mancanza di chiarezza su una questione fondamentale della fede: l'indissolubilità del vincolo matrimoniale, che sia la ragione che la fede, insegnano a tutti gli uomini». Egli dice anche che il modo in cui viene utilizzata la citazione di Familiaris consortio è «ingannevole».
Di seguito il commento del cardinale.
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L'intero documento richiede un attento studio, al fine di capire esattamente quali consigli si stanno offrendo al Romano Pontefice, in accordo con la natura del Sinodo dei Vescovi, «nella salvaguardia e nell’incremento della fede e dei costumi, nell’osservanza e nel consolidamento della disciplina ecclesiastica» (can 342).


La sezione intitolata «Discernimento e integrazione» (paragrafi 84-86), tuttavia, è immediatamente fonte di preoccupazione, per la sua mancanza di chiarezza su una questione fondamentale della fede: l'indissolubilità del vincolo matrimoniale, che sia la ragione che la fede insegnano a tutti gli uomini.


In primo luogo, integrazione, è un termine mondano teologicamente ambiguo. Non vedo come possa essere «la chiave di accompagnamento pastorale di coloro che vivono unioni matrimoniali irregolari». La chiave interpretativa della loro cura pastorale deve essere la comunione fondata sulla verità del matrimonio in Cristo, che deve essere onorato e praticato, anche se una delle parti del matrimonio è stata abbandonata a causa del peccato dell'altra parte. La grazia del sacramento del santo matrimonio rafforza il coniuge abbandonato a vivere con fedeltà il vincolo matrimoniale, continuando a cercare la salvezza del partner che ha abbandonato l'unione matrimoniale. Ho conosciuto, fin dalla mia infanzia, e continuo a incontrare cattolici fedeli i cui matrimoni, in qualche modo, sono stati rotti, ma che, credendo nella grazia del Sacramento, continuano a vivere nella fedeltà al loro matrimonio. Essi guardano alla Chiesa per questo accompagnamento che li aiuta a rimanere fedeli alla verità di Cristo nella loro vita.


In secondo luogo, la citazione del no. 84 di Familiaris consortio è fuorviante. All'epoca del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia del 1980, come in tutta la storia della Chiesa, c'è sempre stata la pressione di ammettere il divorzio a causa delle situazioni dolorose di unioni irregolari, cioè coloro le cui vite non sono secondo la verità di Cristo sul matrimonio, come Egli chiaramente l'ha annunciata nei Vangeli (Mt 19, 3-12; Mc 10, 2-12). Mentre, nel n. 84, Papa San Giovanni Paolo II riconosce le diverse situazioni di coloro che vivono in una unione irregolare ed esorta i pastori e l'intera comunità ad aiutarli come veri fratelli e sorelle in Cristo in forza del Battesimo, e conclude: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati». Lui ricorda poi la ragione della prassi: «dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell'unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall'Eucaristia». Egli nota giustamente che una prassi diversa indurrebbe i fedeli «in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull'indissolubilità del matrimonio».


In terzo luogo, la citazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1735) per quanto riguarda l'imputabilità deve essere interpretata nei termini della libertà «che rende l'uomo responsabile dei suoi atti, nella misura in cui sono volontari» (CCC, n. 1734). L'esclusione dai Sacramenti di coloro che vivono unioni matrimoniali irregolari non costituisce un giudizio circa la loro responsabilità per la rottura del vincolo matrimoniale a cui sono legati. È piuttosto il riconoscimento oggettivo del legame. La dichiarazione del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 24 GIUGNO 2000, anch'essa citata, è in completo accordo con l'insegnamento costante e la prassi della Chiesa in materia, citando il no. 84 di Familiaris Consortio. Quella dichiarazione chiarisce anche la finalità della conversazione con un prete in foro interno, e cioè nelle parole di Papa san Giovanni Paolo II, «una forma di vita non più in contraddizione con l'indissolubilità del matrimonio» (Familiaris Consortio, n. 84). La disciplina della Chiesa già offre assistenza pastorale per coloro che vivono unioni irregolari che per seri motivi - quali, ad esempio, l'educazione dei figli - non possono soddisfare l'obbligo della separazione, «assumono l'impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» in fedeltà alla verità di Cristo (Familiaris Consortio, n. 84).

[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]




http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2015/10/


sabato 24 ottobre 2015

Sarà la fede e la purezza dei santi come Maria Goretti a difendere la Chiesa. E a convertire i suoi nemici

 
 
 
 
 
È iniziato a settembre e si concluderà tra poche settimane il pellegrinaggio negli Stati Uniti del corpo di santa Maria Goretti (nel video, il suo arrivo a Chicago). Un “pellegrinaggio della misericordia” in preparazione all’imminente Giubileo, che ha visto una grandissima partecipazione di fedeli. Ma perché questa richiesta eccezionale di poter venerare direttamente negli Usa le spoglie della piccola santa della purezza (e della misericordia, appunto, lei che perdonò il suo assassino portandolo poi alla conversione), della santa bambina che da noi, se non dimenticata, certo non è tra le figure più citate, ricordate e proposte oggi ai fedeli, giovani o adulti che siano?

 
Tra santa Maria Goretti e gli Usa c’è un legame forte e “intimo”, cresciuto negli anni, proprio mentre da noi la sua figura diventava pian piano sinonimo di una Chiesa passata, preconciliare, “pacelliana”, e proprio mentre la virtù della castità e della purezza perdeva “considerazione”…
 
Si legge, nel sito dedicato a questa grande e itinerante esposizione delle reliquie, che «la settimana in cui Maria Goretti morì, sua madre dovette dare in affidamento gli altri cinque figli, perché senza l’aiuto della figlia maggiore non poteva più prendersi cura di loro. La loro era una vita in condizioni di povertà estrema. Quando il padre morì di malaria – Maria aveva solo nove anni – toccò alla madre lavorare il terreno che avevano in affitto e mantenere la famiglia. Maria dovette quindi prendere il suo posto in casa, cucinando, facendo le pulizie, e crescendo i suoi cinque fratelli e sorelle. Quando fu uccisa, non c’era nessuno che potesse sostituirla.
 
Tre dei fratelli di Maria, Angelo, Mariano e Alessandro emigrarono poi negli Stati Uniti e il loro nome è registrato e Ellis Island, New York. Alessandro morì tragicamente di polmonite un anno dopo il suo arrivo. Angelo e Mariano si stabilirono nel New Jersey e si fecero una famiglia. Mariano alla fine tornò in Italia, ma sparsi nel nord est degli Stati Uniti ci sono ancora diversi Goretti discendenti suoi e di Angelo.
 
Durante la Seconda guerra mondiale la città di Nettuno, vicino a Roma – dove riposano le spoglie della santa, nella basilica che porta il suo nome – è stato il luogo di uno sbarco imponente di soldati americani, arrivati per liberare la zona dall’occupazione nazista. Nei mesi in cui gli americani stettero lì insegnarono agli abitanti a giocare a baseball e oggi Nettuno è infatti considerata la “capitale” del Baseball in Italia…
 
Infine, il cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York, era notoriamente e profondamente devoto di Maria Goretti. Promosse la conoscenza della sua vita negli Usa e pagò buona parte dei restauri della casa in cui la giovane era stata martirizzata, come è ricordato oggi da una targa sul luogo in cui la ragazza venne ferita a morte».
 
 
 
 
 
 
 
 
 

La Chiesa non nasce dal basso


di Stefano Fontana


Il riferimento al sensus fidei è emerso di frequente durante il lungo percorso di questo Sinodo sulla Famiglia. E’ emerso nelle richieste di “ascoltare” le varie situazioni della vita in ordine ai temi in discussione. E’ emerso dalle risposte ai questionari diffusi nelle diocesi e non sempre impostati in modo corretto. E’ emerso dalle raccolte di firme a proposito di questa o di quest’altra richiesta. Si ha però l’impressione che non sempre sia stato adoperato nel senso teologicamente corretto.

Quella del “senso della fede” o, meglio “senso soprannaturale della fede”,  propria di “tutti i fedeli” e che non può errare è una nozione teologica di grande importanza. Il Catechismo della Chiesa cattolica la definisce più volte. I paragrafi 91, 92 e 93 dicono, tra l’altro che «La totalità dei fedeli non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà mediante il senso soprannaturale della fede in tutto il popolo quando, dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di costumi». I paragrafi 785 e 889 ne ribadiscono il contenuto di inerranza e il paragrafo 250 afferma che i Primi concili definirono le verità della fede cattolica «aiutati dalla ricerca teologica dei Padri della Chiesa e sostenuti dal senso della fede del popolo cristiano». Il Concilio ne aveva parlato nel paragrafo 10 e 12 della Lumen gentium.

L’argomento è di quelli “sottili”, che è facile intendere malamente se si dimentica che qui si parla della fede come virtù teologale soprannaturale, se si intendono i fedeli come singoli individui e non come membra del Corpo di Cristo, se lo si associa ad una visione sociologica del “popolo di Dio” e se si identificano i fedeli con le persone numericamente esigue che partecipano attivamente alle attività ecclesiali e frequentano abitualmente le curie e gli uffici pastorali. Se chiedessimo il parere ai presidenti di tutti i consigli pastorali della Chiesa italiana circa la comunione ai divorziati risposati o sulla liceità morale dei metodi contraccettivi non otterremmo granché che abbia un qualche collegamento con il sensus fidei.

L’Istruzione Donum veritatis della Congregazione per la Dottrina della fede del 24 maggio 1990 dice che «le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e semplicemente identificate con il sensus fidei. Quest’ultimo è una proprietà della fede teologale la quale, essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla Verità, non può ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della Chiesa, poiché Dio ha affidato alla Chiesa la custodia della parola e, di conseguenza, ciò che il fedele crede è ciò che crede la Chiesa. Il sensus fidei implica pertanto, di sua natura, l’accordo profondo dello spirito e del cuore con la Chiesa, il sentire cum Ecclesia».

In parole più semplici, il sensus fidei non ha niente a che vedere con le inchieste, i questionari, le interviste, le indagini sociologiche, le rilevazioni statistiche su come la pensano i fedeli della Chiesa cattolica su questo o quest’altro tema teologico o di costume. Tra l’altro sarebbe piuttosto difficile identificarli, dato che la fede di cui si cerca il senso è un dono soprannaturale che di solito i fedeli non hanno stampato sulla fronte. I primi Concili ecumenici, le cui conclusioni, come dice il Catechismo, sono state sostenute «dal senso della fede del popolo cristiano», non avevano fatto ricerche demoscopiche sulle opinioni dei fedeli cattolici, né lo hanno fatto i Pontefici proclamando lungo la storia i vari dogmi della nostra fede, espressione di quanto la Chiesa aveva da sempre creduto e, quindi, anche del sensus fidei.

L’appello al sensus fidei di solito si accompagna all’idea di una Chiesa “dal basso”. Dal basso o dall’alto sono espressioni anche queste sociologiche. Una cosa mi sembra sicura, che la Chiesa è stata costituita da Gesù Cristo ed è animata dal Suo spirito secondo la volontà del Padre. Non sono i fedeli a fare la Chiesa, piuttosto è la Chiesa a fare i fedeli. Prima c’è la Chiesa e poi i fedeli: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti». La Chiesa non nasce dall’assemblaggio di elementi di base ad essa preesistenti. Quando si pensa a questo, si corre sempre il pericolo di pensare che la rivelazione di Dio passi prima di tutto nel “popolo” oppure nei “poveri”, oppure negli “ultimi” intesi però in una accezione sociologica. Se non dentro la Chiesa e per la Chiesa tutte queste categorie non hanno significato teologico ma solo materiale, un puro fatto empirico, altro che sensus fidei.

Si capisce che collegato con questo discorso è la tendenza ormai diventata una specie di dogma, di partire sempre non dalla parola di Dio, ma dalla situazione, come in una perpetua inchiesta “dal basso”. La priorità assegnata alle scienze sociali ci sta portando fuori strada. Sarebbe ora di rivedere questo metodo “induttivo” ormai pedissequamente seguito. Se non illuminato dalla luce di Cristo ogni fatto empirico è solo un fatto empirico.









http://www.lanuovabq.it/ 24 ott 2015




 

venerdì 23 ottobre 2015

Prima dell'epilogo sinodale, la parola a Ratzinger: «Ecco i padri che tolgono i peccati del mondo»

 
 
 
 
 
da «Una compagnia sempre riformanda», discorso tenuto dal cardinale Joseph Ratzinger al Meeting di Rimini del 1990
 
«Là dove il perdono, il vero perdono pieno di efficacia, non viene riconosciuto o non vi si crede, la morale deve venir tratteggiata in modo tale che le condizioni del peccare per il singolo uomo non possano mai propriamente verificarsi. A grandi linee si può dire che l’odierna discussione morale tende a liberare gli uomini dalla colpa, facendo sì che non subentrino mai le condizioni della sua possibilità. Viene in mente la mordace frase di Pascal: “Ecce patres, qui tollunt peccata mundi”! Ecco i padri, che tolgono i peccati del mondo. Secondo questi “moralisti”, non c’è semplicemente più alcuna colpa. Naturalmente, tuttavia, questa maniera di liberare il mondo dalla colpa è troppo a buon mercato. Dentro di loro, gli uomini così liberati sanno assai bene che tutto questo non è vero, che il peccato c’è, che essi stessi sono peccatori e che deve pur esserci una maniera effettiva di superare il peccato.
 
Anche Gesù stesso non chiama infatti coloro che si sono già liberati da sé e che perciò, come essi ritengono, non hanno bisogno di lui, ma chiama invece coloro che si sanno peccatori e che perciò hanno bisogno di lui. La morale conserva la sua serietà solamente se c’è il perdono, un perdono reale, efficace; altrimenti essa ricade nel puro e vuoto condizionale. Ma il vero perdono c’è solo se c’è il “prezzo d’acquisto”, l’“equivalente nello scambio”, se la colpa è stata espiata, se esiste l’espiazione. La circolarità che esiste tra “morale-perdono-espiazione” non può essere spezzata; se manca un elemento cade anche tutto il resto.
 
E proprio per la circolarità tra “morale-perdono-espiazione”, pur nella difficoltà di comunicare, ricorda che alla Chiesa non basta rimettere tutto alla giustizia terrena, perché il proprio della Chiesa è l’ordine della grazia, che va al di là della legge, e significa “fare penitenza, riconoscere ciò che si è sbagliato, aprirsi al perdono, lasciarsi trasformare”».
 
 
 
 
 
da «meeting rimini», tramite IL TIMONE, 23 ottobre 2015
 
 
 
 
 

Cari cardinali tedeschi, Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano?

 


tommaso-moro


Pubblichiamo in una nostra traduzione la riflessione sul Sinodo scritta per il Denver Catholic da Samuel J. Aquila, arcivescovo di Denver, e intitolata “Tommaso Moro e John Fisher sono morti invano”?


ottobre 23, 2015 Samuel J. Aquila

L’arcivescovo di Denver, Samuel J. Aquila, sulla comunione ai divorziati risposati pone qualche domanda a Kasper e Marx.

L’idea che ai cattolici dovrebbe essere concesso di risposarsi e ricevere la comunione non è stata avanzata per la prima volta nella lettera firmata dal cardinale Kasper e da altri membri dell’episcopato tedesco nel 1993. L’episcopato di un altro paese, l’Inghilterra, ha fatto da pioniere in questo campo della dottrina cristiana circa 500 anni fa. Al tempo non ci si chiedeva appena se un cattolico potesse risposarsi, ma se il re potesse farlo, dal momento che sua moglie non gli aveva generato un figlio.

Come nel caso di coloro che chiedono la comunione per chi si risposa civilmente, così anche i vescovi inglesi non volevano autorizzare apertamente il divorzio e le nuove nozze. Così, scelsero di piegare la legge alle circostanze individuali del caso che dovevano affrontare e il re Enrico VIII ottenne “l’annullamento” su basi fraudolente e senza il permesso di Roma.

Se “l’eroismo non è per il cristiano medio”, per dirla con il cardinale tedesco Walter Kasper, certamente non lo era per il re di Inghilterra. Al contrario, la felicità personale e il benessere di un paese costituivano due forti argomenti a favore del divorzio di Enrico. Ed era difficile che il re si prendesse il disturbo di saltare la comunione come conseguenza di un matrimonio irregolare.
Il cardinale di Inghilterra Wolsey, insieme a tutti i vescovi del paese, con l’eccezione del vescovo di Rochester, John Fisher, appoggiarono il tentativo del re di cancellare il suo primo e legittimo matrimonio. Come Fisher, anche Tommaso Moro, laico e cancelliere del re, gli rifiutò il suo sostegno. Entrambi vennero martirizzati e in seguito canonizzati.

Difendendo pubblicamente l’indissolubilità del matrimonio del re, Fisher sostenne che «questo matrimonio del re e della regina non può essere dissolto da alcun potere, umano o divino che sia». Per questo principio, disse, era disposto a dare la vita. Continuò facendo notare che Giovanni il Battista non aveva trovato «causa più gloriosa per cui morire che quella del matrimonio», nonostante allora il matrimonio «non fosse così sacro come lo è diventato dopo che Cristo ha versato il Suo sangue».

Come Tommaso Moro e Giovanni il battista, Fisher fu decapitato e come loro fu chiamato “santo”. Al Sinodo sulla famiglia che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, alcuni vescovi tedeschi insieme ai loro sostenitori stanno facendo pressione perché la Chiesa permetta a chi ha divorziato, e poi si è risposato, di ricevere la comunione. Al contrario, altri vescovi da tutto il mondo insistono che la Chiesa non può cambiare l’insegnamento di Cristo. Questa situazione impone una domanda: credono i vescovi tedeschi che san Tommaso Moro e san John Fisher abbiano sacrificato invano le loro vite?

Gesù ci ha mostrato lungo tutto il suo ministero che per seguirlo è necessario un sacrificio eroico. Quando si legge il Vangelo con cuore aperto, un cuore che non mette il mondo e la storia al di sopra del Vangelo e della Tradizione, si scorge il costo della sequela che tutti i discepoli sono chiamati a pagare. I vescovi tedeschi farebbero meglio a leggere “Il costo dell’essere discepoli” del martire luterano, Dietrich Bonhoeffer. Infatti, ciò che loro promuovono è una “grazia a poco prezzo” invece che una “grazia onerosa”, e sembrano anche ignorare le parole di Gesù: «Chi mi vuol seguire rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc. 8: 34, Lc. 14: 25-27, Gv. 12: 24-26).

Pensiamo, ad esempio, all’adultera che i Farisei presentarono a Gesù per coglierlo in fallo. La prima cosa che fece fu proteggerla dai suoi accusatori e la seconda cosa che fece fu richiamarla. «Va’», comandò, «e non peccare più». Seguendo le parole di Cristo in persona, la Chiesa cattolica ha sempre insegnato che il divorzio e le nuove nozze sono solo un altro modo per chiamare l’adulterio. E poiché la comunione è riservata ai cattolici in stato di grazia, coloro che vivono in una situazione irregolare non possono partecipare a questo aspetto della vita della Chiesa, anche se devono sempre essere accolti all’interno delle parrocchie e anche a Messa.

A maggio, il cardinale Kasper, in un’intervista a Commonweal Magazine, ha affermato che «non possiamo dire se l’adulterio è in corso» quando un un cristiano divorziato e pentito intrattiene «rapporti sessuali» in una nuova unione. Piuttosto, lui ritiene che «l’assoluzione sia possibile». Ma, ancora, Cristo ha chiaramente chiamato adulterio il risposarsi e ha detto che l’adulterio è peccato (Mt. 5:32, Mc. 10:12, Lc. 16:18). Nel caso della Samaritana (Giovanni 4:1-42), Gesù ha anche confermato che risposarsi non può essere valido neanche quando è un gesto dettato da fedeltà e sentimenti sinceri.

Se si aggiunge all’equazione l’alto tasso di fallimenti delle nuove nozze in seguito a un divorzio, nessuno può dire a che cosa potrebbero portare i ragionamenti del cardinale Kasper. Per esempio, la comunione sacramentale dovrebbe essere ammessa solo per coloro che si risposano una volta? E per coloro che si risposano due o tre volte? Ed è ovvio che gli argomenti usati per ammorbidire il divieto di Cristo di risposarsi potrebbero essere utilizzati anche per l’uso dei contraccettivi o per innumerevoli altri aspetti della teologia cattolica, che il mondo moderno e auto-referenziale giudica “difficili”.

Per predire a che cosa porterà tutto questo non serve conoscere il futuro, è sufficiente osservare il passato. Dobbiamo solo guardare la Chiesa anglicana, che ha aperto la porta alla contraccezione (e poi l’ha abbracciata) nel 20esimo secolo e per oltre un decennio ha permesso ai divorziati di risposarsi in alcuni casi.

Il “Piano B” dei vescovi tedeschi, cioè fare “a modo loro” in Germania, anche a costo di andare contro gli insegnamenti della Chiesa, presenta le stesse falle. Ed è “anglicanamente” inquietante. Consideriamo le parole del presidente della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Marx, che secondo la citazione riportata dal National Catholic Register sostiene che mentre la Chiesa tedesca può restare in comunione con Roma per quanto riguarda la dottrina, per quanto riguarda invece la cura pastorale dei singoli casi, «il Sinodo non può prescrivere nel dettaglio ciò che dobbiamo fare in Germania». Enrico VIII sarebbe stato sicuramente d’accordo.

«Non siamo appena una succursale di Roma», ha affermato il cardinale Marx. «Ogni conferenza episcopale è responsabile per la cura pastorale nella sua cultura e deve proclamare il Vangelo a modo suo. Non possiamo aspettare che il Sinodo decida qualcosa, mentre dobbiamo occuparci qui del ministero del matrimonio e della famiglia». Anche gli anglicani hanno ricercato una simile autonomia, anche se questa ha portato come risultato a crescenti divisioni interne e a uno svuotamento delle comunità.

È innegabile che la Chiesa debba raggiungere con misericordia coloro che si trovano ai margini della fede, ma la misericordia parla sempre il linguaggio della verità, non condona mai il peccato, e riconosce che la Croce è al cuore del Vangelo. Si potrebbe richiamare papa san Giovanni Paolo II, citato da papa Francesco alla sua canonizzazione come “il Papa della famiglia”, che scrisse estensivamente della misericordia, dedicandole un’intera enciclica e istituendo la festa della Divina misericordia. Per san Giovanni Paolo II, la misericordia era un tema sì centrale, ma che necessitava di essere letto alla luce della verità e della scrittura, piuttosto che in contrasto con esse.

Per quanto riguarda le nuove nozze, e molte altre questioni, nessuno può dire che gli insegnamenti della Chiesa, che sono quelli di Cristo, siano facili. Ma Cristo stesso non è sceso a compromessi con i suoi principali insegnamenti per impedire ai discepoli di andarsene – che si trattasse dell’Eucaristia o del matrimonio (Gv 6: 60-71; Mt 19: 3-12). Neanche John Fisher è sceso a compromessi per mantenere cattolico il re. Per cercare un modello su questo tema, non dobbiamo andare oltre le parole di Cristo e san Pietro che troviamo nel capitolo 6 del vangelo di Giovanni, un passaggio che ci ricorda che gli insegnamenti sull’Eucaristia sono spesso difficili da accettare per i credenti.
«”È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Ma vi sono alcuni tra voi che non credono. (…) Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio”. Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”».

Come i discepoli, noi siamo sempre chiamati ad ascoltare la voce di Gesù prima che la voce del mondo, della cultura e della storia. La voce di Gesù illumina le tenebre del mondo e delle culture. Preghiamo affinché tutti prestino ascolto a queste parole di vita eterna, a prescindere dalla loro difficoltà!





 Tempi.it 





giovedì 22 ottobre 2015

Se al Sinodo una delle voci più cattoliche è quella del patriarcato di Mosca, forse c'è un problema

 
 
Di seguito, il testo del saluto del metropolita Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne della Chiesa ortodossa russa,  al Sinodo in Vaticano (martedì 20 ottobre).


 
 
Santità,

Beatitudini, Eminenze e Eccellenze,

a nome di Sua Santità il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill e di tutta la Chiesa ortodossa russa rivolgo il nostro saluto fraterno a tutti voi, in occasione della XIV Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi della Chiesa cattolica, dedicata al tema della famiglia.

Nel nostro mondo turbolento e inquietante, l’uomo ha bisogno di basi solide e incrollabili su cui poggiare, per costruire su di esse con fiducia la propria vita. La società laica, orientata principalmente alla soddisfazione dei desideri individuali, non può dare alla persona orientamenti morali chiari. La crisi dei valori tradizionali cui assistiamo nella società dei consumi, porta ad una contraddizione tra diverse preferenze, anche nelle relazioni familiari. Così, se il femminismo estremo vede nella maternità un ostacolo alla realizzazione della donna, d’altra parte, il fatto di avere un figlio è sempre più considerato un diritto che può essere raggiunto con qualsiasi mezzo. Sempre più spesso, la famiglia è vista come un’unione di due persone, indipendentemente dal loro sesso, e si ritiene che l’individuo possa scegliere l’appartenenza all’uno o all’altro sesso, secondo il gusto personale.

D’altra parte, si presentano nuovi problemi che riguardano direttamente i fondamenti della famiglia tradizionale. I conflitti armati nel mondo moderno causano un esodo di massa dalle regioni colpite dalla guerra verso i paesi più ricchi. L’emigrazione spesso porta alla rottura dei legami familiari, e crea nel contempo un nuovo ambiente sociale in cui nascono legami che hanno spesso carattere interetnico e interreligioso.

Queste sfide e minacce sono comuni per tutte le Chiese cristiane, che devono cercare le risposte, basandosi sulla missione affidata loro da Cristo, quella di guidare la persona alla salvezza. Purtroppo, anche in ambienti cristiani, sentiamo spesso voci che chiedono una “modernizzazione” della coscienza ecclesiale, cioè il rifiuto della dottrina cristiana, apparentemente obsoleta, sulla famiglia. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare le parole dell’apostolo Paolo rivolte ai cristiani di Roma: ” Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12, 2).

La Chiesa è chiamata ad essere una luce e un faro nel buio di questo mondo, e i cristiani sono chiamati a essere “sale della terra” e “luce del mondo”. Tutti noi non dobbiamo dimenticare il tremendo monito del Salvatore: “se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (cf. Mt 5, 13-14). Un tale sale, che ha perso la forza del proprio sapore, diventano in questo nostro tempo alcune comunità protestanti che si definiscono cristiane ma predicano ideali morali che sono incompatibili con il cristianesimo. Se in comunità di questo tipo si introduce il rito della benedizione delle unioni omosessuali, e una donna lesbica, che si autodefinisce “vescovo”, esorta a rimuovere dalle chiese portuali le croci e a sostituirle con mezzelune islamiche, può una tale comunità essere definita “chiesa”? Sotto i nostri occhi il cristianesimo viene tradito da quanti sono pronti a fare il gioco della società secolarizzata, sclericalizzata e senza Dio.

Le autorità di diversi paesi d’Europa e America, nonostante le numerose proteste, anche da parte di fedeli cattolici, continuano a perseguire una politica deliberatamente mirante alla distruzione del concetto stesso di famiglia. Non soltanto le unioni omosessuali vengono legalmente equiparare al matrimonio, ma si arriva a perseguire penalmente quanti, a motivo della propria fede cristiana, rifiutano di registrare tali unioni. Subito dopo la conclusione della visita di Papa Francesco, il presidente americano Barack Obama ha apertamente dichiarato che i diritti dei gay sono più importanti della libertà religiosa. Questo mostra chiaramente l’intenzione delle autorità secolari di continuare l’attacco alle forze sane della società che difendono i valori tradizionali della famiglia. I cattolici sono in prima linea in questa lotta, e proprio contro la Chiesa cattolica è in corso una vera e propria campagna di discredito e menzogna. Pertanto, la forza nel difendere le convinzioni cristiane e la fedeltà alla tradizione della Chiesa oggi sono particolarmente necessarie.

Oggi che la società diventa sempre più simile all’uomo stolto, “che ha costruito la sua casa sulla sabbia” (cf. Mt 7 26), è dovere della Chiesa ricordare alla società la sua base solida – la famiglia come unione dell’uomo e della donna, che ha come fine la nascita e l’educazione dei figli. Solo una tale famiglia, stabilita dallo stesso Signore al momento della creazione del mondo, è in grado di prevenire, o almeno rallentare, lo scivolare della società moderna nel baratro del relativismo morale.

La Chiesa ortodossa, così come quella cattolica, nella sua dottrina sulla famiglia ha sempre seguito la Sacra Scrittura e la Santa Tradizione, affermando il principio della santità del matrimonio, che si fonda sulle parole del Salvatore stesso (cf. Mt 19, 6; Mc 10, 9). Nel nostro tempo, questa posizione deve essere più unita e unanime. Dobbiamo insieme difenderla nel dialogo con le autorità legislative ed esecutive dei singoli paesi, e a livello delle organizzazioni internazionali, come l’ONU e il Consiglio d’Europa. Non possiamo limitarci alle sole esortazioni, dobbiamo garantire pienamente la tutela giuridica della famiglia.

E’ indispensabile la solidarietà delle Chiese e tutte le persone di buona volontà, al fine di proteggere la famiglia dalle minacce del mondo laico e così garantire il nostro futuro. Spero che uno dei frutti della Assemblea del Sinodo sarà l’ulteriore sviluppo della cooperazione cattolico-ortodossa in questa direzione.

Vi auguro la pace, la benedizione di Dio e successo nel vostro lavoro!



 
, tramite IL TIMONE 22 ott 2015