mercoledì 3 settembre 2014

Pistoia: trasferimento delle SS.Messe in rito antico presso la Chiesa di S.Pantaleo


Chiesa di San Pantaleo (Pistoia)



LA SANTA MESSA IN RITO ROMANO ANTICO


DA SETTEMBRE 

VERRA' TRASFERITA


PRESSO LA CHIESA DI SAN PANTALEO, 

in Via San Pantaleo, n. 2 - 51100 Pistoia (sito webwww.sanpantaleo.org ). 


La S. Messa sarà celebrata sempre ogni sabato alle ore 17.30

preceduta dal S.Rosario

A partire dalle ore 17 sarà disponibile un sacerdote per le confessioni







COMUNICATO STAMPA VEGLIA PER LA FAMIGLIA E LIBERTA' DI OPINIONE A LUCCA








I circoli locali de La Manif Pour Tous terranno nella città di Lucca una veglia silenziosa per manifestare la volontà di difendere la famiglia – intesa come unione tra un uomo e una donna, fondata sul matrimonio e aperta all’accoglienza dei figli. L’appuntamento è fissato per venerdì 5 settembre alle ore 21 in Piazza del Giglio.

La Manif Pour Tous, movimento spontaneo apartitico e aconfessionale, nata in stretto legame con l’omonima associazione francese, si prefigge lo scopo di preservare l’unicità del matrimonio tra uomo e donna, di tutelare la libertà di pensiero e di espressione, e presidiare il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Si tratta di diritti reali e inalienabili, che rischiano di esser sacrificati sull’altare di presunti nuovi diritti, e che sentiamo di dover difendere a fronte di iniziative legislative liberticide, decisioni giudiziarie che umiliano la politica e pressioni culturali quanto meno discutibili. Il rischio che stiamo correndo è di vedere imbavagliato il dissenso dei comuni cittadini su questioni così nevralgiche e di vedere stravolto l’istituto matrimoniale, con tutto quello che ne consegue.

Saremo dunque presenti, dopo numerose manifestazioni che hanno interessato buona parte della Toscana e altre zone d’Italia, anche nella città di Lucca, in una veglia pacifica e rispettosa, per far sapere che esiste una parte della cittadinanza - che non è affatto minoritaria - che non è disposta a essere passiva, distratta o delegante di fronte alle questioni che riguardano la famiglia – quella vera - perché ne comprendiamo il valore e alla sua ricchezza non siamo intenzionati a rinunciare.


CIRCOLI TERRITORIALI TOSCANI LA MANIF POUR TOUS
https://www.facebook.com/pages/La-MANIF-POUR-TOUS-Lucca-Viareggio
lucca@lamanifpourtous.it




Associazione Sant'Ignazio di Loyola


martedì 2 settembre 2014

Così il governo seppellisce il matrimonio





Continua il processo di corrosione rivoluzionaria degli italiani iniziata nel 1861, o ancor prima con l'invasione napoleonica. Creare individui senza storia, senza famiglia, senza una cultura che non siano i dogmi imposti dalla scuola (o squola?) pubblica e dai mass media. Degli ebeti che ormai non sanno più chi è Dante o San Tommaso e sanno solo accumulare denaro per andare un mese in vacanza. Gli italiani finiscono non solo per il calo demografico ma anche per la distruzione dell'italianità, di ciò che ci accomuna e ci rende veri uomini: la Cristianità.
Per fortuna la crisi economica fermerà tutto questo e quando mancherà il pane si ritornerà alla realtà e ai veri valori.
Per ora lo Stato vuol formare l'uomo egoista che sfoga solo istinti senza responsabilità eccetto quella di pagare le tasse.
La responsabilità nostra invece è quella di formare il nostro prossimo all'amore per la sana dottrina e per la Verità. Io consiglio tramite la vicinanza personale.
Per questo stiamo costruendo una rete di formazione "vicina", che oltre ad incontri e conferenze aperti al pubblico faccia anche incontri nei singoli gruppi e nelle varie comunità parrocchiali.

Per informazioni 3665278823
santignaziodiloyolapistoia@gmail.com

Ricordiamo che ci è stato promesso "alla fine il mio Cuore Immacolato vincerà", non dobbiamo piantare tende come voleva fare Pietro sul Tabor, ma assaporare le buone cose per combattere il mondo, amare il prossimo e affrontare le croci per raggiungere nella gloria Chi ha già vinto per noi.

***

di Alfredo Mantovano

E due! Per il divorzio il governo Renzi segue il “metodo-droga”. Fra marzo e maggio, cogliendo l’occasione di una sentenza della Consulta e mentre l’attenzione relativa ai temi eticamente sensibili era concentrata sul “d.d.l. Scalfarotto”, esso varò un decreto legge che, come su questo giornale abbiamo ripetutamente documentato, fa tornare indietro di trent’anni, depenalizzando di fatto la detenzione e lo spaccio di strada: i tempi ristretti di conversione del decreto hanno impedito l’approfondimento che sarebbe stato indispensabile; il doppio voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento hanno precluso il confronto sull’essenziale.

Ci risiamo sul divorzio: il Consiglio dei ministri di venerdì scorso ha licenziato un decreto legge e sei disegni di legge in materia di giustizia. Il decreto legge, non ancora uscito sulla Gazzetta Ufficiale, le cui norme avranno vigore dal momento dalla pubblicazione, è stato enfaticamente denominato “taglia-liti” e punta a snellire i ruoli dei giudici civili, introducendo forme alternative – non del tutto nuove – di risoluzione delle controversie. Il meccanismo prevede che, prima di avviare una causa davanti al giudice, le parti, con l’aiuto dei propri avvocati, tentino la soluzione amichevole della lite con un accordo denominato “convenzione di negoziazione assistita”; il tentativo di accordo è obbligatorio per alcune controversie, come i danni da circolazione stradale, facoltativo per altre, ed è invece vietato quando il contenzioso riguardi “diritti indisponibili”. L’articolo 6 del decreto estende questa procedura anche ai “coniugi al fine di raggiungere una soluzione consensuale di separazione personale”, di divorzio, “di modifica della condizioni di separazione o di divorzio”, purché non vi siano figli minori o figli di maggiore età non autosufficienti.

Per cogliere la portata della modifica va ricordato che la legge ancora in vigore prevede quale presupposto più diffuso per il divorzio la pronuncia di una sentenza definitiva di separazione fra i coniugi, o di omologa della consensuale; prevede altresì che siano trascorsi almeno tre anni dalla comparizione di marito e moglie davanti al presidente del tribunale per l’udienza di separazione. La separazione precede il divorzio e il tempo fissato dalla legge ha lo scopo di favorire ripensamenti o ricomposizioni: il giudizio di separazione è l’occasione per prendere le distanze da una situazione di difficile convivenza/coabitazione, lasciando aperta la prospettiva di un ritorno alla vita comune insieme (poco probabile, ma non impossibile), derivante da una congrua esperienza di vita per conto proprio.

La legge stabilisce poi che il giudice che incontra la coppia ai fini della separazione e del divorzio è il presidente del tribunale, o un suo delegato: quasi a caricare di significato – in virtù della maggiore autorevolezza del magistrato – la verifica della effettiva volontà e possibilità di mantenere il rapporto matrimoniale. E fa in modo che l’udienza davanti a tale giudice ci sia realmente; così il comma 7 dell’articolo 4 della legge sul divorzio: “I coniugi devono comparire davanti al presidente del tribunale personalmente, salvo gravi e comprovati motivi, e con l'assistenza di un difensore. Se il ricorrente non si presenta o rinuncia, la domanda non ha effetto. Se non si presenta il coniuge convenuto, il presidente può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata. All'udienza di comparizione, il presidente deve sentire i coniugi prima separatamente poi congiuntamente, tentando di conciliarli.” La ragione di tutto ciò è evidente: pur disciplinando il divorzio, la legge non trascura che il matrimonio è il fondamento naturale della famiglia; e poiché la famiglia ha rilievo pubblico e ha peso per l’intero ordinamento, il magistrato più elevato dell’ufficio giudiziario, colui che lo presiede, ha il compito, per quel che gli è possibile, di evitare la frattura, con un iter che di per sé richiama alla serietà e alla gravità di quanto accade.

Per completezza di quadro, l’articolo 12 del decreto-legge prevede una modalità concorrente per giungere al medesimo risultato: l’accordo di separazione personale o di divorzio – con le stesse limitazioni riguardanti i figli – può raggiungersi senza avvocati se i coniugi lo concludono andando in Comune davanti all’ufficiale dello stato civile, anche in un Comune diverso da quello nel quale si sono sposati.

Le modifiche introdotte dal decreto “taglia-liti” non sono un semplice snellimento della procedura. Sono un’altra cosa: con due brevi articoli istituiscono un regime diverso. Si arriva alla separazione o al divorzio (lo si ripete: purché non ci siano minori o figli non autosufficienti) senza passare dal giudice, con la mera assistenza di un avvocato o di un impiegato del municipio. Il che vuol dire più cose contemporaneamente:

a. privatizzazione del matrimonio e del suo vigore. L’avvocato non è né diventa un pubblico ufficiale, e ancor meno un sostituto del giudice. La sua assistenza è finalizzata in via esclusiva a conferire veloce efficacia a una manifestazione di volontà delle parti. Che questa procedura non sia ammissibile in presenza di figli minorenni (fino a quando?) conferma che questi ultimi rappresentano il residuo del profilo pubblicistico del matrimonio: l’assunzione di reciproci doveri e impegni fra i coniugi perde invece questo tratto;

b. eliminazione del tentativo di comporre le divergenze fra i coniugi. Non si può replicare che se un coniuge arriva a chiedere il divorzio non ha nessuna volontà di giungere a una conciliazione: sia perché non è vero in assoluto, sia perché togliere di mezzo il giudice – e il giudice formalmente più autorevole, il presidente del tribunale – è conseguenza logica della cancellazione della rilevanza sociale e pubblica del matrimonio;

c. dichiarare che tutto ciò che riguarda il matrimonio è “diritto disponibile”. È l’effetto della contemporanea previsione della “convenzione di negoziazione assistita” per separazione e divorzio e della preclusione della convenzione medesima quando sono in discussione “diritti indisponibili”: sarà interessante sapere quale sarà la qualifica del diritto agli alimenti…

Quando queste nuove disposizioni verranno affiancate da quelle del “divorzio sprint” all’esame del Senato, lo scioglimento del vincolo matrimoniale avverrà sgommando: le norme passate quasi alla unanimità alla Camera riducono fino a sei mesi il tempo necessario per pervenire al divorzio, facendo decorrere il termine dalla notifica del ricorso per separazione. Il che vuol dire divorzio assicurato in meno di otto mesi dall’istanza di separazione, dal momento che la “convenzione di negoziazione assistita” deve completarsi in un tempo non inferiore a un mese. Fra qualche settimana, quindi, una volta approvati il decreto legge e il “divorzio sprint”, il nuovo “matrimonio all’italiana” sarà un contratto privatistico, rescindibile con una velocità maggiore rispetto a quella necessaria per interrompere la somministrazione dell’elettricità o per cambiare gestore telefonico; i giuristi si diletteranno nel definire l’aspetto prevalente del nuovo patto fra i coniugi, ma la riduzione del peso di esso per l’ordinamento sarà nella lettera delle nuove norme.

Intendiamoci. La discussione in Parlamento deve ancora iniziare, e i voti – in Commissione e in Aula – non sono ancora stati espressi. L’esperienza del decreto droga non conforta: se il governo porrà la fiducia, o comunque insisterà per l’approvazione del testo così come è, tutti i deputati e i senatori che ne compongono la maggioranza si allineeranno anche stavolta?


(La nuova Bussola Quotidiana   02-09-2014)

***


Fermare la deriva giudiziaria. Si deve


-


di Alfredo Mantovano

Sentenze come quella del Tribunale per i minorenni di Roma (d’ora in avanti TM Roma) sull’adozione di una bambina da parte di due donne conviventi, al di là del merito sul quale intervengono, sono in qualche misura “pilota”: il dibattito che si sviluppa dopo che sono rese note si concentra poco sulla loro effettiva conformità all’ordinamento; si sviluppa di più sulla questione dello sconfinamento degli ambiti di competenza; a polemiche sopite, costituiscono comunque un precedente, piazzano una bandierina che sventola.

Alla fine, ottengono il risultato: se un collegio giudicante stabilisce con dieci fitte pagine di motivazioni che una coppia costituita da persone dello stesso sesso può adottare un figlio, vuol dire che non è una cosa fuori dal mondo; in Parlamento verrà più facile mandare avanti i testi, già esistenti, sulla civil partnership, cioè sul simil matrimonio fra persone dello stesso sesso; altri giudici potranno mutuare le motivazioni per provvedimenti analoghi; alla fine potrebbe avere ragione chi sostiene, come più d’un commentatore sui quotidiani di ieri, che il problema non è far crescere una fanciulla con due genitori dello stesso sesso, bensì che ciò sia stabilito da un tribunale e non dalle Camere: che quindi devono darsi una mossa!

E invece ripartiamo dalla sentenza: anzitutto per verificare se è conforme all’ordinamento italiano. Dal profilo propriamente giurisdizionale si può poi passare a quello in senso lato culturale, per rispondere al quesito del perché oggi sentenze come queste si moltiplicano, e concludere con quello politico/legislativo. Saltare i passaggi significa accontentarsi del lamento e della protesta – giustificati a caldo di fronte all’assurdità di certe pronunce, improduttivi a medio/lungo termine – e in maniera implicita rassegnarsi a che l’aggressione ai fondamenti naturali del sistema sociale e giuridico prosegua senza resistenza e senza contrattacco.

La sentenza del TM Roma n. 299 del 30 giugno di quest’anno è tecnicamente sbagliata. Come è stato spiegato nell’immediatezza, anche ieri su questo giornale, il nocciolo della decisione ruota attorno alla estensione da dare all’articolo 44 della legge sulle adozioni, la n. 184 del 1983, il quale stabilisce le eccezioni alla regola secondo cui i bambini possono essere adottati solo da un uomo e da una donna uniti in matrimonio. In particolare, la lettera d) di tale articolo permette l’adozione “quando vi sia la constatata impossibilità di un affidamento preadottivo”.

La lettera della norma e la sua interpretazione giurisprudenziale, ricordate pure nella sentenza, riferiscono questa “impossibilità” a una condizione di fatto, alla circostanza cioè che per il minore non si sia trovato alcun aspirante all’affidamento. Il Tribunale di Roma ritiene invece che la “impossibilità” possa intendersi anche come “di diritto”: nel caso concreto era “impossibile” l’affidamento preadottivo della bambina perché la legge italiana lo permette solo a coppie coniugate, e quindi non alla convivente della madre biologica. Constatata l’“impossibilità” di diritto all’affidamento preadottivo, i giudici hanno poi ritenuto la “possibilità” dell’adozione da parte della donna. È veramente illogico: se il nostro ordinamento preclude l’affidamento preadottivo a persone non unite in matrimonio, vuol dire che chi non è sposato non è ammesso a svolgere nemmeno un periodo che è solo preparatorio e funzionale all’adozione; come si fa poi a sostenere che può adottare senza problemi, proprio facendo leva sulla preclusione attinente al periodo antecedente?

Ma non è solo la logica più elementare che contrasta con la sentenza. Quella giurisprudenza che il TM Roma liquida come antiquata è invece recente e autorevole: basta ricordare per tutte una sentenza del 27 settembre 2013 della 1^ sezione civile della Cassazione, la quale ha confermato senza incertezze che la nozione di “impossibilità di affidamento preadottivo” “attiene solo all’ipotesi di mancato reperimento (o rifiuto) di aspiranti all’adozione legittimante, e non a quella del contrasto con l’interesse del minore (che viene ampiamente richiamato nella pronuncia del TM Roma), essendo le fattispecie previste dalla norma tassative e di stretta interpretazione”. Il Parlamento può essere sollecitato a legiferare da tutto: ma che lo strumento per intervenire con una legge sia una sentenza di merito così evidentemente sbagliata e così in contrasto con la logica e con l’interpretazione del giudice di legittimità appare un po’ fuori luogo; immaginando che il pubblico ministero nella procedura, che ha espresso un avviso opposto a quello del TM Roma, impugni la sentenza, si potrebbe per lo meno attendere l’esito dell’appello o della eventuale cassazione.

Il dato culturale. Non sono mancati nel corso dei decenni – soprattutto degli ultimi anni – provvedimenti giudiziari ostili al diritto naturale: dalla disciplina delle convivenze alla manifestazione di volontà per interrompere la propria vita. Spesso alcune sentenze hanno manifestato una evidente connotazione ideologica. Nella stessa direzione e con le medesime spinte, componenti della magistratura associata – per tutte Magistratura democratica – organizzano in sedi istituzionali seminari di approfondimento/ orientamento su queste tematiche. Quel che pare di cogliere nella sentenza del TM Roma, senza ovviamente processare le intenzioni, è più un inserimento in un circuito cultural giudiziario trendy: come in omaggio a tale tendenza, sindaci non del tutto consapevoli istituiscono i registri per trascrivere i matrimoni fra persone omosessuali contratti all’estero… Se talune decisioni giudiziarie hanno anche questo tipo di spinta, è una ragione aggiunta, oltre che per sottoporle a studio e a critica rigorosa, per intensificare il lavoro di trasmissione di una – anche giuridicamente – attrezzata cultura della vita e della famiglia.

Il dato politico. Influenza il dato culturale e contribuisce a formare la tendenza. Passare dalla protesta – veemente ma sempre più rada e frammentata – all’impostazione, da parte di chi ne è convinto, di un’azione politica pro famiglia è oggi più necessario che mai. Il che vuol dire non cedere neanche di un passo rispetto alle leggi devastanti che si vogliono introdurre, dal divorzio sprint alla civil partnership (basta poco per far rovinare il sistema: la sentenza del TM Roma si basa sull’esegesi di un frammento di un comma). Significa convincersi, per esempio, che lo sblocca-Italia sarà coerente col nome che ha se si inizia con l’aiutare la famiglia, quella vera.






I cattolici sono ancora cattolici?




Dalla “Carta del Coraggio” degli scout cattolici, al modo di insegnare il catechismo, sono tanti i motivi che rendono lecita questa domanda



di Rita Bettaglio

E’ un po’ che ci penso. Più vado a Messa e osservo le persone intorno a me e sull’altare. Più leggo la cosiddetta stampa cattolica, più si fa largo nella mia mente un enorme interrogativo: questa gente a cosa crede?

Le persone che frequentano la Chiesa, quelle che svolgono varie mansioni nelle parrocchie, coloro che si dichiarano (in assoluta buona fede, ritengo) cattoliche cosa conoscono della propria fede? In cosa credono veramente? Tra queste persone, absit iniuria verbis, mi corre l’obbligo di inserire anche non pochi sacerdoti, perché le omelie che pronunciano non dipingono certo un quadro di chiarezza dottrinale.

La mia, non se ne voglia nessuno, non è una domanda oziosa o scaturita da un malcelato orgoglio spirituale. Non ritengo infatti di essere un campione della fede, ma un po’ di catechismo l’ho pur studiato e non riesco più a ritrovarlo nelle parole di numerosi pastori e di moltissimi laici come me. La tristissima (ma pur utile per scoprire finalmente il segreto di Pulcinella) vicenda della Carta del Coraggio, documento frutto del recente incontro nazionale di 30mila scout dell’Agesci a San Rossore, è emblematica. Che questi ragazzi tra i 14 e i 17 anni, che sono i futuri educatori delle prossime generazioni di scout cattolici (e sottolineo cattolici) considerino “famiglia” “qualunque nucleo di rapporti basati sull’amore e sul rispetto” non è un caso, non è un errore, una svista isolata: temo che leggendo quel documento non facciamo altro che avere il polso non di una, ma di molte associazioni d’ispirazione cattolica.

Cosa sanno della propria fede i molti (o pochi, secondo i punti di vista) che la domenica si mettono in fila per ricevere, rigorosamente sulla mano (che poco prima ne ha toccato almeno una decina di altre) la Comunione? Sanno e, se sanno, credono veramente che sia il Corpo di Cristo? Io non ricordo a memoria di aver sentito un sacerdote ricordare nell’omelia, anche per inciso, che la Comunione si può ricevere solo se si è in grazia di Dio e in alternativa, in attesa di una buona confessione, si può fare la Comunione spirituale.
Ma voi ne avete amici e conoscenti impegnati in parrocchia? Parlate mai con loro delle verità di fede? O li sentite mai parlarne? Qualcuno, parroco in testa, parla mai di vita eterna, di salvezza che viene solo da Dio Padre e dai meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore?


Se è vero, e noi cattolici lo crediamo fermamente, che solo in Cristo e nella Chiesa c’è salvezza, come possiamo lasciare beatamente i nostri fratelli nell’errore? Ci crediamo veramente? O meglio, i cattolici di oggi sanno cosa dicono di credere proclamandosi cattolici? Sanno che qualunque cosa capiti nella vita è destinata a passare, che la giustizia sociale non è ciò che Nostro Signore è venuto a portare sulla terra? Che la pace di Cristo non è quella del mondo e quest’ultima è auspicabile, sì, ma non è il valore assoluto? Che la felicità cui aspiriamo non è di questa terra, non è psicologica né materiale, ma è la beatitudine nel Regno dei Cieli, quella beatitudine verso cui saranno rapiti coloro che in questo mondo hanno saputo completare nel loro corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo? Che ci passeranno davanti i bambini down che per Dawkins è immorale far nascere?
Mio figlio, come tutti gli altri, ha frequentato il catechismo per 7 anni, dalla seconda elementare alla seconda media. Ha colorato decine di fotocopie, raccolto offerte per numerose iniziative benefiche, ma non gli sono state insegnate le verità di fede: niente preghiere, virtù teologali e cardinali, atti di fede, speranza e carità, opere di misericordia corporale e spirituale. Niente di tutto questo o molto poco e lasciato alla buona volontà di qualche catechista giurassica che ancora ritiene degni di fede gli articoli del Catechismo di San Pio X. Ad una riunione di catechiste, cui qualche anno fa ho partecipato per caso, ho appreso che alcune di loro erano convinte che tale catechismo fosse stato abolito e vietatissimo utilizzarlo in quanto contenente errori.
Non parliamo, poi, dei novissimi. Alzi la mano chi è nato dopo il ’60 e a catechismo ha imparato cosa siano i novissimi. Alzi la mano chi ne ha sentito parlare in parrocchia. Alzi anche i piedi chi ha sentito il proprio parroco ricordare che a vivere in certi modi si finisce all’inferno.

E allora come la mettiamo? Qui ognuno ha la propria, grande o piccola, fetta di responsabilità. Ognuno ha l’obbligo di trafficare i talenti avuto in uso. E trafficarli per salvare anime, non per creare il paradiso in terra. Di questi tentativi il mondo ne ha avuto già abbastanza.
Dobbiamo conoscere la nostra fede e trasmetterla, perché non è nostra: “noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” (2 Cor 4,7). Ma il tesoro l’abbiamo. Piaccia o no.
“Non facciamo il nostro apostolato. Se fosse nostro, che cosa potremmo dire? Facciamo l’apostolato di Cristo; come Dio lo vuole e come ce l’ha comandato: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo” (Mc 16, 15). “Gli errori sono nostri; i frutti del Signore” (San Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 267).



Muniat intrantes

lunedì 1 settembre 2014

Il vero volto di san Pio X






di Roberto de Mattei

Cento anni dopo la sua morte la figura di san Pio X si erge dolente e maestosa, nel firmamento della Chiesa. La tristezza che vela lo sguardo di Papa Sarto nelle ultime fotografie, non lascia solo intravedere le catastrofiche conseguenze della guerra mondiale, iniziata tre settimane prima della sua morte. Ciò che la sua anima sembra presagire è una tragedia di portata ancora maggiore delle guerre e delle rivoluzioni del Novecento: l’apostasia delle nazioni e degli stessi uomini di Chiesa, nel secolo che sarebbe seguito.

Il principale nemico che san Pio X dovette affrontare aveva un nome, con cui lo stesso Pontefice lo designò: modernismo. La lotta implacabile al modernismo caratterizzò indelebilmente il suo pontificato e costituisce un elemento di fondo della sua santità. «La lucidità e la fermezza con cui Pio X condusse la vittoriosa lotta contro gli errori del modernismo – affermò Pio XII nel discorso di canonizzazione di Papa Sarto – attestano in quale eroico grado la virtù della fede ardeva nel suo cuore di santo (…)».

Al modernismo, che si proponeva «un’apostasia universale dalla fede e dalla disciplina della Chiesa», san Pio X opponeva un’autentica riforma che aveva il suo punto principale nella custodia e nella trasmissione della verità cattolica. L’enciclica Pascendi (1907),con cui fulminò gli errori del modernismo, è il documento teologico e filosofico più importante prodotto dalla Chiesa cattolica nel XX secolo. Ma san Pio X non si limitò a combattere il male nelle idee, come se esse fossero disincarnate dalla storia. Egli volle colpire i portatori storici degli errori, comminando censure ecclesiastiche, vigilando nei seminari e nelle università pontificie, imponendo a tutti i sacerdoti il giuramento antimodernista.

Questa coerenza tra la dottrina e la prassi pontificia suscitò violenti attacchi da parte degli ambienti cripto-modernisti. Quando Pio XII ne promosse la beatificazione (1951) e la canonizzazione (1954), Papa Sarto fu definito dagli oppositori estraneo ai fermenti rinnovatori del suo tempo, colpevole di aver represso il modernismo con metodi brutali e polizieschi. Pio XII affidò a mons. Ferdinando Antonelli, futuro cardinale, la redazione di una Disquisitio storica dedicata a smontare le accuse rivolte al suo predecessore sulla base di testimonianze e di documenti. Ma oggi queste accuse riaffiorano perfino nella “celebrazione” che l’“Osservatore Romano” ha dedicato a san Pio X, per la penna di Carlo Fantappié, proprio il 20 agosto, anniversario della sua morte.

Il prof. Fantappié recensendo sul quotidiano della Santa Sede, il volume di Gianpaolo Romanato Pio X. Alle origini del cattolicesimo contemporaneo (Lindau, Torino 2014), nella sua preoccupazione di prendere le distanze dalle «strumentalizzazioni dei lefebvriani», come scrive in maniera infelice, utilizzando un termine privo di qualsiasi significato teologico, arriva ad identificarsi con le posizioni degli storici modernisti. Egli attribuisce infatti a Pio X, «un modo autocratico di concepire il governo della Chiesa», accompagnato «da un atteggiamento tendenzialmente difensivo nei confronti dell’establishment e diffidente nei riguardi degli stessi collaboratori, della cui fedeltà e obbedienza non di rado dubitava». Ciò«fa comprendere anche come sia stato possibile che il Papa abbia sconfinato in pratiche dissimulatorie o esercitato una particolare sospettosità e durezza nei confronti di taluni cardinali, vescovi e chierici. Avvalendosi delle indagini recenti sulle carte vaticane, Romanato elimina definitivamente quelle ipotesi apologetiche che cercavano di addebitare le responsabilità delle misure poliziesche agli stretti collaboratori anziché direttamente al Papa». Si tratta delle medesime critiche riproposte qualche anno fa, in un articolo dedicato a Pio X flagello dei modernisti, da Alberto Melloni, secondo cui «le carte ci consentono di documentare l’anno con cui Pio IX era stato parte cosciente ed attiva della violenza istituzionale attuata dagli antimodernisti» (“Corriere della Sera”, 23 agosto 2006).

Il problema di fondo, non sarebbe «quello del metodo con cui fu represso il modernismo, bensì quello della opportunità e validità della sua condanna». La visione di san Pio X era “superata” dalla storia, perché egli non comprese gli sviluppi della teologia e dell’ecclesiologia del Novecento. La sua figura in fondo ha il ruolo dialettico di un’antitesi rispetto alla tesi della “modernità teologica”. Perciò Fantappié conclude che il ruolo di Pio X sarebbe stato quello di«traghettare il cattolicesimo dalle strutture e dalla mentalità della Restaurazione alla modernità istituzionale, giuridica e pastorale».

Per cercare di uscire da questa confusione possiamo ricorrere ad un altro volume, quello di Cristina Siccardi, appena pubblicato dalle edizioni San Paolo, con il titolo San Pio X. Vita del Papa che ha ordinato e riformato la Chiesa, e con una preziosa prefazione di Sua Eminenza il cardinale Raymond Burke, prefetto del Supremo tribunale della Segnatura Apostolica.

Il cardinale ricorda come fin dalla sua prima Lettera enciclica E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903, san Pio X annunciava il programma del suo pontificato che affrontava una situazione nel mondo di confusione e di errori sulla fede e, nella Chiesa, di perdita della fede da parte di molti. A questa apostasia egli contrapponeva le parole di san Paolo: Instaurare omnia in Christo, ricondurre a Cristo tutte le cose. «Instaurare omnia in Christo – scrive il cardinale Burke – è veramente la cifra del pontificato di san Pio X, tutto teso a ricristianizzare la società aggredita dal relativismo liberale, che calpestava i diritti di Dio in nome di una “scienza” svincolata da ogni tipo di legame con il Creatore» (p. 9).

E’ in questa prospettiva che si situa l’opera riformatrice di san Pio X, che è innanzitutto un’opera catechetica, perché egli comprese che agli errori dilaganti occorreva contrapporre una conoscenza sempre più profonda della fede, diffusa ai più semplici, a cominciare dai bambini. Verso la fine del 1912, il suo desiderio si realizzò con la pubblicazione del Catechismo che da lui prende il nome, destinato in origine alla Diocesi di Roma, ma poi diffuso in tutte le diocesi di Italia e del mondo.

La gigantesca opera riformatrice e restauratrice di san Pio X si svolse nella incomprensione degli stessi ambienti ecclesiastici. «San Pio X – scrive Cristina Siccardi – non cercò il consenso della Curia romana, dei sacerdoti, dei vescovi, dei cardinali, dei fedeli, e soprattutto non cercò il consenso del mondo, ma sempre e solo il consenso di Dio, anche a danno della propria immagine pubblica e, così facendo, è indubbio, si fece molti nemici in vita e ancor più in morte» (p. 25).

Oggi possiamo dire che i peggiori nemici non sono coloro che lo attaccano frontalmente, ma quelli che cercano di svuotare il significato della sua opera, facendone un precursore delle riforme conciliari e postconciliari. Il quotidiano “La Tribuna di Treviso”, ci informa che in occasione del centenario della morte di san Pio X, la diocesi di Treviso ha «aperto le porte a divorziati e coppie di fatto», invitandole, in cinque chiese, tra cui la chiesa di Riese, paese natale di Papa Giuseppe Sarto, al fine di pregare per la buona riuscita del Sinodo di Ottobre sulla famiglia, di cui il cardinale Kasper ha dettato la linea, nella sua relazione al Concistoro del 20 febbraio. Fare di san Pio X il precursore del cardinale Kasper è un’offesa di fronte a cui la sprezzante definizione melloniana di «flagello dei modernisti» diviene un complimento.





(Corrispondenza Romana - 26/08/2014)



LA SOFFERENZA SALVA DALL'AMBIGUITA'






Editoriale "Radicati nella fede" - Anno VII n° 9 - Settembre 2014

Le difficoltà non sono sempre un male, non sono certamente un male in sé. Questo è vero per la vita personale e lo è anche per la vita pubblica. È vero per la vita spirituale ed è vero, verissimo, anche per la vita della Chiesa.

Il male è uno solo: perdere Cristo e la sua grazia. Il male è la dannazione, non la sofferenza.

Siamo così immersi nella mentalità pagana di questo mondo da non accorgerci più che ragioniamo come esso. Troppe volte per noi il male è soffrire e, ed è peggio, valutiamo la bontà delle cose, la giustezza delle decisioni e delle opere intraprese, dal fatto che esse ci diano o no serenità e tranquillità. Se non ci fanno soffrire, le cose per noi sono buone.

Questo modo di pensare e di pesare le cose è quanto di più lontano dal cristianesimo ci sia. In esso passa il rifiuto pratico della Croce di Cristo.

Questo è vero per ogni cosa, anche per il ritorno alla Tradizione e alla Messa di sempre.
In questi anni, dopo la promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, con il quale sua santità Benedetto XVI dichiarava apertamente che la Messa tradizionale non fu mai abolita e dava facoltà ai sacerdoti di tornare a celebrarla; dopo la sua entrata in vigore nel settembre di sette anni fa', molti si spaventarono così tanto delle resistenze messe in campo dalle curie diocesane contro il ritorno della Tradizione nella Chiesa, da gettare la spugna fin dall’inizio, in quella che doveva essere una “gloriosa battaglia”.

Molti sacerdoti, convinti in cuor loro che fosse necessario tornare alla Messa “Tridentina”, si spaventarono dei possibili provvedimenti punitivi nei loro confronti e non fecero più nulla; così i fedeli a loro affidati non ebbero nemmeno il tempo di rendersi conto della posta in gioco.

Osiamo dire che tutti questi provvedimenti punitivi, nei riguardi dei sacerdoti decisi a celebrare secondo l’antico rito, fatti di resistenze- minacce- piccole o grandi restrizioni-trasferimenti o confinamenti, che in sè sono ingiusti, sono stati anche un bene.

Sì, le sofferenze che ci hanno causato, le sofferenze causate ai sacerdoti e ai fedeli che domandavano di abbandonare la disastrosa riforma liturgica post-conciliare, sono stati in fondo un bene che Dio ha provvidenzialmente permesso, affinché la lotta per vivere e morire da cattolici, e non da cripto-protestanti, fosse purificata.

Che cosa intendiamo dire? Semplicemente che le sofferenze vissute per Cristo, oltre a santificare chi le vive con Lui, preservano dal male più profondo per la Chiesa di questi tempi, che è l'ambiguità!

Come è avanzato il disastro nel Cattolicesimo moderno? Esattamente con il metodo dell'ambiguità: apparentemente nella Chiesa si salvava qualche aspetto tradizionale, ma lo si svuotava di contenuto vero e lo si reinterpretava secondo una mentalità non più pienamente cattolica. Nel post-concilio è avvenuto così, traducendo prima la messa in italiano, poi cambiandone i testi, poi ripensando il sacerdozio in modo più democratico, fino a giungere alle ipotesi moderne di modificazione della morale e della disciplina dei sacramenti (vedi ad es. la richiesta della comunione per i divorziati risposati in civile). L'ambiguità è il metodo del modernismo pratico nella Chiesa: fingere rispetto per la Tradizione, cambiando di fatto la fede e la morale in nome dell'adattamento ai tempi mutati e in nome di un approfondimento della fede stessa.
L'ultima arma del demonio sarebbe stata quella di permettere qualche messa tradizionale qua e là, dentro un contesto ecclesiale di fatto modernista e protestantizzato, così da “anestetizzare” la coscienza dei sacerdoti e fedeli tradizionali.

All'epoca dell'immediato post-concilio il demonio addormentò la coscienza di molti cattolici in nome dell'obbedienza: quanti vescovi, preti e fedeli, piangendo, sacrificarono la Verità sull'altare di una falsa obbedienza, aprendosi alle novità pericolose; oggi, in un epoca non più cristiana e sostanzialmente disobbediente, il demonio usa un’altra arma, quella dell'unità. Così nella Chiesa ti possono concedere un po' di Tradizione, purché non diventi una scelta esclusiva, altrimenti - ti dicono - rompi l’unità. In nome dell’unità della Chiesa ti chiedono di accettare tutte le riforme e innovazioni che oggi vanno per la maggiore, e che stanno letteralmente bruciando il campo di Dio, dimenticando che l’unità si fa sulla fede.

Ecco perché le resistenze delle gerarchie, le sofferenze di duri provvedimenti, sono un dolore buono, perché ci salvano dall'inganno di una falsa obbedienza e di una falsa unità. In una parola ci salvano dall'ambiguità.
Tornare alla Messa della Tradizione, senza abbracciare tutto il Cattolicesimo della Tradizione, sarebbe una mortale follia. Follia sarebbe mischiare Messa tradizionale e apostolato “modernistico”. Ma da questa mortale follia ci salva proprio la sofferenza.

Sì, perché la sofferenza delle piccole e grandi persecuzioni da parte dei fratelli nella fede, ci dice che la vita cattolica di oggi, così come è vissuta e propagandata, non ha proprio nulla a che fare con la Tradizione della Chiesa.

Certo, tornerà forse un po' di latino in qualche canto; rispolvereranno abiti e stendardi per le processioni... ma vivranno tutto questo in modo troppo umano e non cristiano. Ci sarà la facciata di un folklore tradizionale, ma dentro ci potrà essere una “congregazione protestante”.
Allora, benedette le piccole e grandi sofferenze che dovremo vivere, le piccole o grandi emarginazioni di cui saremo oggetto, cari sacerdoti e fedeli; benedette se ci impediranno questo inganno mortale, facendoci cercare in tutta umiltà la grazia di Cristo nella Chiesa di sempre.


Fonte: Radicati nella fede, 31.8.2014


Quando i vescovi fanno gli ambientalisti






di Riccardo Cascioli

Si dice “Creato” ma alla fine si pronuncia sempre “ambiente”. È nel campo dell’ecologia infatti che si dimostra in modo palese la sudditanza culturale dei cattolici rispetto alla mentalità del mondo, ovvero alle ideologie dominanti. Ne è un ulteriore esempio il messaggio della Conferenza episcopale italiana per la Giornata di salvaguardia del Creato che si celebra oggi, 1 settembre.

Quest’anno il tema è “Educare alla custodia del creato, per la salute dei nostri paesi e delle nostre città” (clicca qui per il testo del messaggio). Nel testo si sente l’eco del problema della cosiddetta “Terra dei fuochi”, la zona della Campania diventata nota per il rogo dei rifiuti tossici, così smaltiti dalle organizzazioni criminali, ma non è questo certamente il problema che qui vogliamo discutere.

Il fatto è che ormai da tempo ogni volta che si parla di problemi ambientali invariabilmente si parte facendo qualche riferimento biblico alla Creazione, tanto per dare una prospettiva cristiana, poi si entra nel merito dei problemi assumendo pari pari i criteri ideologici del momento. Come se il fatto che esista un Creatore non abbia da suggerire un criterio originale da cui partire per giudicare anche questo problema, e si limitasse invece a dare appena una spinta morale, che poi ineluttabilmente scade nel moralismo («Siccome siamo cristiani, allora dobbiamo preoccuparci dell’ambiente e fare…»).

La prima mistificazione è quella di usare come sinonimi “Creato” e “ambiente”, che invece sono due termini che hanno dietro due concezioni diametralmente opposte del rapporto fra l’uomo e il mondo che lo circonda (e Dio, ovviamente). Nella cultura oggi prevalente quando si parla di ambiente si parla di un sistema con un suo equilibrio naturale che rimarrebbe tale per sempre se, purtroppo, non intervenisse l’uomo a portare scompiglio con la sua condotta scriteriata. In questa impostazione prevale una concezione negativa dell’uomo, la cui presenza – sia quantitativa sia qualitativa – va tenuta a bada (meno nascite nei paesi poveri, meno consumi nei paesi ricchi). Non a caso si parla sempre di difesa dell’ambiente: se si deve difendere vuol dire che c’è un aggressore, e tale è infatti la concezione che si ha dell’uomo. Che oggi troviamo implicita anche nella gran parte dei documenti ecclesiali.

Eppure, completamente diversa è l’antropologia cristiana, che invece pone l’uomo al vertice del Creato così che “tutto è per l’uomo, ma l’uomo è per Dio”. Il riconoscimento di un Creatore è decisivo, l’uomo con il suo lavoro collabora dunque alla Creazione e in questo senso va inteso il termine “custodia” o “salvaguardia” del Creato: non mantenere le cose così come sono, ma renderle migliori. È vero che molte volte gli uomini usano male la loro libertà e fanno il male, ma nella concezione di Creato si riconosce anzitutto la vocazione al bene che l’uomo ha.

Da questo equivoco discendono poi una serie di conseguenze nefaste. Anche nel documento della Cei troviamo ad esempio il mito della “sostenibilità”. Così saremmo chiamati a «garantire un ambiente sostenibile». Chi ha scritto il documento probabilmente ignora – anche se questo non l’assolve – l’origine di questo concetto, che nasce proprio per giustificare da un punto di vista “scientifico” la necessità di mettere l’uomo sotto controllo. Basterebbe leggere il Rapporto della Commissione Brundtland (“Our Common Future”, il nostro futuro comune) che nel 1987 ha definito ufficialmente questo concetto: è qui evidente che lo scopo, puramente ideologico, è giustificare politiche di controllo delle nascite e di riduzione dei consumi.

Ancora, si presenta ancora una volta lo schema per cui la crisi ecologica è frutto dello sviluppo. Ma la realtà dimostra invece proprio il contrario: è vero che anche nei paesi sviluppati ci sono problemi, legati soprattutto alla cultura del «profitto come unica legge», ma nell’insieme tutti gli indicatori ci dicono che laddove c’è sviluppo le condizioni ambientali sono nettamente migliori, e sempre in progresso, rispetto ai paesi sottosviluppati. Pensando alla nostra Italia basterebbe rileggersi l’ode di Giuseppe Parini “La salubrità dell’aria”, scritta nel 1759 – dunque prima della Rivoluzione industriale – per avere un’idea di come fosse inquinata allora Milano e di come oggi le cose siano nettamente migliori. Per sviluppo ovviamente non va inteso soltanto il miglioramento delle condizioni economiche, ma un insieme di fattori che includono tra l’altro l’educazione, la sanità, lo stato di diritto. Non a caso, anche in Italia, certi fenomeni clamorosi di criminalità ambientale – vedi Terra dei fuochi – avvengono più facilmente in zone più arretrate o dove più forte è la presenza della criminalità organizzata.

Da ultimo vale la pena notare come anche nel documento della Cei si ripetano luoghi comuni, come quello del ripetersi di eventi meteorologici estremi, e termini scientificamente inesistenti come “bombe d’acqua”, a dare l’idea appunto di vivere cambiamenti climatici senza precedenti, provocati dall’uomo. Non è così e lo abbiamo dimostrato molte volte: se c’è una responsabilità dell’uomo è nelle conseguenze che certi eventi hanno, perché ci si dimentica la storia del territorio in cui viviamo e abbiamo smesso di occuparci della sua “manutenzione”. Davanti all’esondazione di un fiume, molto più facile prendersela con i cambiamenti climatici (poi mettiamo i pannelli fotovoltaici pensando così di salvare il pianeta) che non riconoscere il fatto che non si tiene pulito il letto del fiume, che non si libera la rete fognaria, che non si rafforzano gli argini, che si costruisce troppo laddove non andrebbe fatto, e così via.

È una vecchia storia, ma trovare sempre gli stessi falsi argomenti anche nei documenti ecclesiali, fa una certa tristezza.



La nuova Bussola Quotidiana  01-09-2014