sabato 23 agosto 2014

Forma ordinaria e straordinaria di celebrazione della santa Messa








di don Leonardo Maria Pompei

Il sacrificio della santa Messa, unico nell’essenza e nella sostanza, ha conosciuto, nel corso della millenaria storia della Chiesa, varie forme di celebrazione, che hanno dato luogo a svariati e diversificati riti, caratterizzati da accentuazioni teologiche distinte, espressioni generalmente di certe sensibilità legate prevalentemente a luoghi e culture. La santa madre Chiesa, nella sua sapienza, non ha mai voluto imporre rigidamente un unico rito a tutti, riservandosi solo di approvare eventuali riti e forme distinti da quello facente capo al centro e al cuore dell’unica Chiesa di Cristo, ovvero la Chiesa di Roma. L’esigenza di unificare e uniformare anzitutto il rito romano (e poi di approvare i singoli riti di altre chiese locali e culture) risponde all’ovvia esigenza di non lasciare all’improvvisazione del ministro celebrante un mistero così importante quale quello del sacrificio eucaristico.

Per ciò che concerne la Chiesa latina, la prima grande sistematizzazione alla liturgia e ai riti fu operata dal grande pontefice san Gregorio Magno (590-604 d.C.). Il nucleo essenziale e fondante del rito romano della santa Messa è stato da lui definito e stabilito e permane intatto in entrambe le forme attualmente vigenti nella Chiesa di Roma. Fino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II, compiutasi con la pubblicazione del nuovo Messale (la cui forma definitiva è databile nel 1970) da parte di papa Paolo VI, per quasi 1500 anni la Chiesa latina ha conosciuto un unico rito e un’unica forma di celebrazione della santa Messa, conosciuta come “Messa gregoriana” (appunto dal nome del suddetto Pontefice), oppure “Messa tridentina” (perché fu nel Concilio di Trento che questa forma di celebrazione della santa Messa, contestata dai riformatori, fu difesa e riconosciuta come valida e degna), oppure “Messa di san Pio V” (il Papa che, dopo la chiusura del Concilio di Trento, pubblicò un nuovo Messale con qualche modifica ma in sostanziale continuità con la millenaria tradizione della Chiesa). Questa forma rituale prevedeva delle caratteristiche e delle modalità celebrative che si possono così sintetizzare: accentuazione molto forte del carattere sacrificale della santa Messa e della figura del sacerdote celebrante, che si identifica totalmente con Cristo Capo, Maestro e, soprattutto, Sommo Sacerdote; spiccato teocentrismo del rito, in cui sia il celebrante che i fedeli sono rivolti “ad Deum”, ovvero verso la Croce e il Tabernacolo; partecipazione dei presenti più interiore che esteriore, anche grazie ai lunghi momenti di silenzio soprattutto nei momenti più essenzialmente sacrificali del rito (offertorio e preghiera eucaristica, allora chiamata semplicemente “Canon Missae”); proibizione dell’uso della lingua volgare (o “vernacola”) a favore della lingua sacra, ovvero la lingua latina; presenza di molteplici gesti di devozione da parte del celebrante (riverenze e baci all’altare) e di adorazione sia da parte del sacerdote (numerosissime genuflessioni) che dei fedeli (lunghi tempi in cui sono in ginocchio); tendenza a creare un clima “mistico” attraverso la solennità dei gesti e l’importanza del sacro silenzio.

Dai Padri conciliari presenti al Concilio Vaticano II fu auspicato, attraverso la costituzione dogmatica “Sacrosanctum Concilium”, che il rito della santa Messa, in continuità con la tradizione liturgica, fosse semplificato e riformato in modo da favorire una maggiore “partecipazione piena, attiva e consapevole da parte dei fedeli”. Sulla base di questi auspici fu elaborato il nuovo Messale che ha dato vita ad un rito che oggi presenta le seguenti accentuazioni: considerazione dell’aspetto conviviale della santa Messa unitamente a quello sacrificale; maggiore accentuazione della prima parte della santa Messa (liturgia della Parola) e dell’omelia; accentuazione della dimensione comunitaria della santa Messa (rivalutazione del ruolo dell’assemblea, ferma restando l’ovvia centralità del sacerdote); possibilità (per la verità non prevista né auspicata dal Concilio ma introdotta in un secondo momento) di celebrare “versus populum” (pur con la presenza della Croce sull’altare); partecipazione dell’assemblea non solo interiore ma anche esteriore, con l’introduzione di acclamazioni, responsori, preghiera dei fedeli, che danno la possibilità di sentirsi parti integranti e vive del rito; possibilità, sempre in questa prospettiva, dell’uso della lingua volgare.

Intorno a queste forme si sono accesi dibattiti incandescenti, prese di posizione rigide e assolutistiche in un senso o nell’altro. Il santo Padre Benedetto XVI ha chiarito i termini della questione assai opportunamente nel suo Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), in cui ha spiegato che la santa Messa celebrata secondo il Messale di Paolo VI costituisce “la forma ordinaria del rito romano”, mentre quella celebrata con il Messale di san Pio V (riformato dal beato Giovanni XXIII nel 1962) ne costituisce la “forma straordinaria”. Entrambi i riti hanno pari dignità e diritto di cittadinanza nella Chiesa latina e devono essere considerati tali sia da coloro che prediligono la forma ordinaria che da quelli che amano la forma straordinaria, nella coscienza che si tratta di un unico rito celebrato in due forme diverse, le quali possono e devono arricchirsi vicendevolmente ed essere vissute come ricchezza e non come strumento di divisione. La sapienza di papa Benedetto, ora emerito, che ha indicato alla Chiesa la necessità di ritrovare una sostanziale unità nel rispetto delle diversità e nella coscienza della lunga tradizione della Chiesa è la chiave corretta per poter approcciarsi in modo adeguato e fecondo a queste due distinte e complementari forme, per viverne la diversa importanza e bellezza. Le sue illuminanti parole e i suoi insegnamenti sull’ermeneutica della continuità con cui intendere e vivere anche la riforma liturgica (oltre che tutto il complesso degli insegnamenti dell’ultimo Concilio) conservano, ad avviso di chi scrive, grande importanza e sono un monito per tutti e per ciascuno onde evitare la proliferazione di speciose unilateralizzazioni e scoraggiare l’erezione inutili steccati, cose tutte che, oltre a ledere la comunione ecclesiale, non apportano affatto gloria a Dio né alcun bene alla salvezza delle anime.





mercoledì 20 agosto 2014

Il segreto dell'amore: per amare bisogna essere in tre. L’amore che rimane su un piano orizzontale muore







Stefano Arnoldi

Oggi una delle più grandi difficoltà consiste nel non saper più comprendere cosa sia l’amore. È il dramma di tanti giovani che iniziano il viaggio alla ricerca della felicità senza dotarsi di tutto punto, cioè privi di una bussola spirituale che funzioni e che li possa concretamente aiutare per giungere alla meta. L’errore più ricorrente è quello di sbagliare strada, prendendo per buone delle false indicazioni; il pericolo sempre in agguato è quello di confondere l’amore col sentimento/sentimentalismo...

Ma il sentimento va e viene, è rapido al mutamento, solo l’amore è duraturo. Duraturo purché quello in questione sia l’Amore vero, cioè con la maiuscola, il solo Amore che possa evitare disastri e amare delusioni.
Quando infatti il rapporto che si instaura tra l’uomo e la donna non è quello della reciprocità nell’uguaglianza della dignità ma, al contrario, è quello del conflitto (poichè ogni rapporto con l’altro è sempre un incontro tra opposti interessi), allora - come spiega il card. Caffarra - “ciascuno è affidato radicalmente a ciascuno e affida la propria dignità al riconoscimento dell’altro. Da ciò nasce quel sentimento diffuso di paura reciproca , di sospetto e nello stesso tempo un’esasperata ricerca di garanzie continue”.

Il risultato è che le persone vengono ridotte a semplici oggetti di proprietà e di consumo, i quali rivestono valore al solo scopo di essere posseduti per colmare il vuoto interiore di chi si profitta di loro (finché non compaia all’orizzonte un qualcuno che susciti un interesse maggiore).
Da qui, confondere l’amore con l’erotismo, il passo è breve così come automatica è la seguente conseguenza: un amore che non conosca un più alto fine della carne condividerà la corruzione della carne.

Che piaccia o no l’uomo è una creatura, zavorrata da quello che la Chiesa chiama concupiscenza (San Paolo la identifica con l'opposizione della carne allo spirito che ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l'uomo a commettere il peccato). Ne deriva che, senza Dio l’uomo vive come monco di qualcosa d’essenziale per la sua esistenza e serenità; senza Dio l’uomo è incompleto e, sappiamo, ogni incompletezza termina necessariamente in una frustrazione.

L’errore fatale è la convinzione che la ricerca di un/a compagno/a da “amare” possa colmare tale frustrazione certi che un altro essere umano possa dare ciò che in verità solo Dio può dare. Così come drammaticamente errata è la convinzione che la felicità risieda e si esaurisca in un semplice scambio di effusioni erotiche e in un rapporto che si regge sul motto “finché stiamo bene insieme”.
In realtà tali convinzioni così come il semplice fatto che un uomo o una donna cerchino un/a nuovo/a compagno/a in seguito al colpevole fallimento di un rapporto amoroso (e nel caso più grave, di un rapporto sacramentalmente vincolante come il matrimonio) sono una prova che non c’era mai stato vero amore poiché, se il sesso è sostituibile, l’amore non lo è.

Qui bisogna ben comprendere: non che il piacere sessuale equivalga ad un falso amore o a un qualcosa di negativo: tutt’altro. La Chiesa non ha mai condannato il sesso tant’è che esiste il matrimonio, il luogo sacro dove esercitarlo. Ma il piacere associato all’amore è la vaniglia del dolce: la sua funzione è di farci amare il dolce, non di farcelo ignorare! Il sesso è una componente dell’amore e un’introduzione alla comprensione dell’amore Divino, e quindi l’amore carnale è come un ponte da attraversare, non un parapetto da appoggiarvisi e riposare: il sesso indica un luogo di partenza, non un porto d’approdo.

Cosa accade quando non vien attuato l’ordine Divino e l’amore erotico non viene utilizzato quale embrione che deve condurre verso Dio? Lo vediamo tutti i giorni: i fidanzamenti che “bruciano le tappe” lasciano per strada sofferte conseguenze, i matrimoni falliscono (provocando anche danni inimmaginabili agli eventuali figli, coinvolti loro malgrado), l’amore è degradato a mera soddisfazione di un desiderio egoistico, l’insoddisfazione e la noia infettano la vita, non c’è nulla di certo, sicuro, eterno ma tutto appare fragile, incerto, instabile, precario.

Tutto questo accade poiché l’amore che rimane su un piano orizzontale muore.
Si è stati vittime di un terribile quanto colpevole abbaglio. L’amore così concepito si volge allora contro se stesso e poiché si desidera solamente godersi la propria vita (fuorviati altresì da un concetto sfasato di libertà), esso, svelando il suo vero volto, si tramuta in odio o in reciproco massacro. Odio verso l’Amore innanzitutto, poiché ancora una volta l’uomo, in un impeto di orgoglio ed arroganza, non accetta di essere una creatura ma vuole vivere come se fosse Dio, senza bisogno di Dio.
Ma odio anche verso la persona che si diceva di amare: quando l’estasi non continua e il sentimento si affievolisce, la persona (un tempo) amata viene chiamata ladro o baro e, infine, se si è sposati, citata in tribunale con la falsa, ridicola e pretestuosa scusa dell’ “incompatibilità di carattere”.

Invece di accorgersi che la principale causa di fallimento sta nel rifiuto di voler comprendere cosa sia veramente l’amore, nel rifiuto di comprendere che l’amore è Dio e che solo Lui può essere fonte inesauribile di ossigeno per la vita di coppia, si pensa che un nuovo partner possa offrire ciò che il precedente non possedeva. E si continua così a soffrire e far soffrire, divenendo attori di un circolo vizioso e perverso che distrugge la società in cui si è calati: si crede di costruire un nuovo futuro, si finisce solo per distruggere, si cerca felicità, si trova solo dolore.

Il venerato Mons. Fulton Sheen, al riguardo, ha scritto pagine di rara profondità: l’errore principale di due innamorati è quello di presumere “che per amare basti essere in due: tu e io. In verità bisogna essere in tre: tu, io e Dio. Non si possono legare insieme due bastoni senza qualche cosa che sia al di fuori dei bastoni.
Certo occorre uno sforzo per comprendere sempre più l’amore e per crescere nell’amore. Occorre un impegno serio per bandire ogni pensiero disamorato e fare di noi degli esseri amanti: è la volontà di amare che ci rende tali!”





MUNIAT INTRANTES



SANT'IGNAZIO SULLE TATTICHE DEL MALIGNO: «È FORTE CON CHI È CEDEVOLE E PAVIDO CON CHI LO CONTRASTA»




[...] Sulla sfiducia interiore contro le insidie del demonio, Sant’Ignazio offre questo testo saporito: «Il demonio fa come la donna: fa il debole, quando affrontato con energia; e si mostra forte, quando gli si cede terreno

Quindi, così come è proprio alla donna invigliacchirsi e fuggire appena l’uomo si impone energicamente; e, al contrario, la sua furia, il suo desiderio di vendetta e ferocità vanno in crescendo e arrivano all’estremo, se l’uomo, perdendo il coraggio, incomincia a cedere, così pure è proprio al demonio invigliacchirsi e perdere l’audacia, desistendo dei suoi attacchi appena la persona si esercita nelle cose spirituali lo affronta impavidamente, opponendosi diametralmente a ciò che gli suggerisce. Se, però, l’esercitante comincia ad avere paura e a scoraggiarsi in mezzo alle tentazioni, allora non ci sarà in tutto il mondo una belva talmente spaventosa e che persista con tanta malizia nei suoi malefici intenti, come il nemico della natura umana» (Regole sul discernimento degli spiriti, n°13).

E sulla rigidità troviamo un po’ prima queste parole: «Il demonio procede pure come un falso innamorato, che corteggia di nascosto e non vuole essere scoperto. Poiché, così come l’innamorato - che con le sue pessime sollecitazioni per sedurre la figlia di un padre onesto, o la sposa di un marito onorato, fa in modo che le sue conversazioni insinuanti rimangano in segreto; e invece rimane molto dispiaciuto che la ragazza o la moglie svelino al padre o al marito le sue frivole conversazioni e le sue intenzioni depravate, perché teme che il tentativo vada a monte - così pure il nemico del genere umano, quando inculca nell’anima del giusto le sue frodi e suggestioni, vuole a tutti i costi che siano accolte e tenute in segreto» (ibid., n° 12)

Di tutto questo ne risulta un principio. È che il vero cattolico può cedere in tutto…purché la sua concessione non nutra le cattive passioni. Perché ogni concessione che avesse questo effetto, aggraverebbe i problemi invece di risolverli. [...]
Plinio Corrêa de Oliveira 




Il Timone


martedì 19 agosto 2014

Messa in latino a Orsigna (Pistoia)





Associazione Madonna dell'Umiltà e Coetus fidelium di Prato
organizzano



Giovedì 21 agosto 2014
S. MESSA in latino
ore 11:00
Chiesa di S. Atanasio
Orsigna  (Pistoia)



Tutti sono invitati



lunedì 18 agosto 2014

I comunisti, una bambina e la comunione sulla lingua



Aiutaci Tu o piccola Li


La piccola Li

Quando nel 1979 Dio ha chiamato a sè il suo servo Fulton Sheen, milioni di americani lo hanno pianto e si sono sentiti orfani. Per anni, su tutti i mezzi mediatici possibili, lo avevano ascoltato attentamente, affascinati. Dotato di un carisma rarissimo, Mons. Sheen abbinava l'arte di parlare alla potenza che gli veniva dallo Spirito Santo. Lo si ascoltava? Si sapeva allora che Dio era vivo, magnifico e desiderabile. Bishop Sheen diffondevauna tale luce che tutte le radio se lo contendevano, certe che avrebbe fatto superare di gran lunga tutti gli indici d'ascolto registrati fino ad allora. La sua famosa serie televisiva La vita vale la pena di essere vissuta raggiungeva circa trenta milioni di telespettatori ogni settimana.
Questo grande arcivescovo, questo gigante dell' evangelizzazione, aveva un segreto. Come tutti i grandi uomini, quelli veri, era affezionato segretamente ad un incontro, ad un episodio della sua vita in cui la grazia lo aveva sconvolto e non avrebbe mai deviato da esso per tutto l'oro del mondo. Ma per capire questo episodio dobbiamo trasferirci in Cina, nell'epoca più dura della repressione comunista, nel corso delgi anni cinquanta...

Passettini da cinese....
In una scuola parrocchiale, i bambini recitano solennemente le loro preghiere e suor Euphrasie è contenta: due mesi prima molti hanno potuto fare la Prima Comuinone, e l'hanno fatta con serietà, dal profondo del cuore. Sorride alla domanda della piccola Li, di dieci anni:
" Perchè il Signore Gesù non ci ha insegnato a dire: "Dacci oggi il nostro riso quotidiano"?
I bambini mangiano riso al mattino, a mezzoggiorno e alla sera, come rispondere a una simile domanda?
"E' che... pane vuol dire Eucarestia", aveva risposto la religiosa.
E' vero che suor Euphrasie brillava più per il suo cuore che per la sua teologia!
"Tu chiedi al buon Gesù la Comunione qutidiana. Per il tuo corpo hai bisogno del riso. Ma la tuà anima, che vale più del corpo, ha fame di questo pane che è il Pane di Vita!"
Nel mese di Maggio, qaundo Li fa la Prima Comunine, dice a Gesù nel cuore:
"Dammi sempre il pane quotidiano, perchè la mia anima viva e stia bene!". Da allora Li va a fare la Comunione tutti i giorni. Ma si rende conto che "i cattivi" (i senza Dio fra i comunisti) possono in ogni istante impedirle di ricevere Gesù nella Comuione. Allora prega ardentemente perchè questo non accada mai. Orbene, un giorno essi sono entrati in classe e seduta stante si sono rivolto ai bambini:
"Dateci subito i vostri idoli!"
Li sapeva bene cosa voleva dire questo. I bambini, terrorizzati, hanno dovuto consegnare le loro immagini sacre accuratamente dipinte.
Poi il commissario ha strappato il crocifisso dal muro con un gesto pieno di collera, lo ha gettato per terra e lo ha calpestato gridando:
"La nuova Cina non tollererà più queste superstizioni grossolane!".
La piccola Li, che amava tanto la sua immagine del Buon Pastore, ha cercato di nasconderla nel corpetto, era l' immagine della sua Prima Comunione! Uno schiaffo sonoro le ha fatto perdere l' equilibrio ed è caduta per terra. Il commissario ha chiamato il padre della bambina e ha fatto in modo di umiliarlo prima di legarlo saldamente.

Quello stesso giorno, tutti gli abitanti del villaggio catturati dalla polizia si sono stipati in chiesa per un nuovo tipo di "sermone" urlato dal commissario, che ridicolizzava le missionarie e gli "agenti dell'imperialismo americano" ... Poi con voce rimbombante ha ordinato ai miliziani di sfondare il tabernacolo. L'assemblea ha trattenuto il fiato e ha pregato ardentemente.
Voltato verso la folla, l'uomo ha gridato:
"Vedremo ora se il vostro Cristo sa difendersi. Ecco che cosa ne faccio della vostra 'presenza reale'. Trucchi del Vaticano per sfruttarvi meglio!".
Così dicendo, ha afferato il ciborio e ha gettato tutte le ostie sulle mattonelle. I fedeli, frastornati, sono indietreggiati soffocando un grido.
La piccola Li resta raggelata. Oh, che cosa hanno fatto del Pane? Il suo cuoricinoretto e innocente inizia a sanguinare dinanzi alle ostie sparse sul pavimento. Non ci sarà nessuno per difendere Gesù? Il commissario se ne fa beffe, una risata grassa inframmezza le sue bestemie.
Li piange in silenzio.
"E ora, fuori, andatevene!", urla il commissario, "e guai a chi osa tornare in quest'antro di supersitizioni!".
La chiesa si svuota. Ma, oltre agli angeli adoratori sempre presenti attorno a Gesù Ostia, un testimone si trova lì e non perde niente della scena
che si svolge sotto i suoi occhi.
E' padre Luc, delle Missioni Estere. Nascosto dai parrocchiani in un bugigattolo del coro, dispone di una finestrella che dà sulla chiesa. Sprofonda in una preghiera riparatrice e soffre perchè non può muoversi: un gesto da parte sua e i parrocchiani. che l'hanno nascosto lì, sarebbero arrestati per tradimento.
"Signore Gesù, abbi pietà di te stesso", prega con angoscia, "impedisci questo sacrilegio! Signore Gesù".
A un tratto uno scricchiolio rompe il silenzio pesante della chiesa. La porta si apre lentamente. E' la piccola Li! Ha appena dieci anni ed ecco che si avvicina all' altare, con i suoi passettini da cinese. Padre Luc trema per lei: può farsi uccidere in ogni istante! Ma non può comunicare con lei, può solo guardare e supplicare tutti i santi del cielo di risparmiare quella bambina. La piccola Li si prosterna e adora in silenzio, come le ha insegnato suor Euphrasie. Sa che occore preparare il proprio cuore prima di ricevere Gesù. Con le mani giunte, rivolge una preghiera misteriosa al suo caro Gesù maltrattato e abbandonato. Poi padre Luc vede che si abbassa e, carponi, raccoglie un' ostia con la lingua. Eccola ora in ginocchio, con gli occhi chiusi e rivolti all'interno verso il suo visitatore celeste. Ogni secondo è assai pesante, padre Luc teme il peggio ... Se solo potesse parlarle! Ma la bambina se ne va lentamente com'è arrivata, quasi saltellando.
Le "epurazioni" continuano e la brigata mobile dei servizi d'ordine perlustra tutto il villaggio e i dintorni. Quella è la sorte della "Nuova Cina". Fra i contadini, nessuno osa muoversi. Rincantucciati nelle loro capanne di bambù, ignorano tutto del futuro.
Eppure ogni mattina la nostra piccola Li scappa per ritrovare il suo Pane Vivo in chiesa e, riproducendo esattamente la scena del giorno prima, prende un' ostia con la lingua e scompare. Padre Luc morde il freno. Perchè non le prende tutte?
Lui conosce il numero delle ostie: trentadue. Li non sa dunque che può raccoglierne parecchie contemporaneamente?
No, non lo sa. Suor Euphrasie era stata molto chiara: "Una solo ostia al giorno è sufficiente. E non si tocca l'ostia, la si riceve sulla lingua!".
La piccola si conforma alle regole.
Il trentaduesimo giorno resta ormai solo un'ostia.
All'alba, la bambina si infila come al solito in chiesa e si avvicina all'altare.
Si inginocchia e prega vicino all'ostia.
Allora padre Luc soffoca un grido.
Un miliziano, in piedi nel vano della porta, punta la rivoltella.
Si sente solo un colpo secco, seguito da un grosso scoppio di risa. La bambina si accascia subito.
Padre Luc la crede morta, ma no, vede che striscia con difficoltà verso l'ostia e ci preme sopra la bocca. Qualche soprassalto convulso, seguito da un improvviso rilassamento. La piccola Li è morta. Ha salvato tutte le ostie!

Ogni giorno un "Ora Santa"
Due mesi prima di morire, all'età di ottantaquatro anni, Mons. Fulton Sheen ha rivelato infine il suo segreto al grande pubblico, durante un'intervista su una catena televisiva nazionale.
"Sua Eccellenza", gli ha chieso il giornalista, "lei ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo. Ma lei, da chi è stato ispirato? Da un papa?
"Non è nè un papa", ha risposto, "nè un cardinale, nè un vescovo. Nemmeno un sacerdote o una religiosa! Mi ha ispirato una piccola cinese di dieci anni".
Allora Mons. Sheen ha raccontato la storia della piccola Li.
Consegnava così il suo testamento intimo.
l'amore di quella bambina per Gesù nell'Eucarestia, ha aggiunto, lo aveva talmente impressionato che il giorno in cui la scoprì fece questa promessa al Signore: ogni giorno della sua vita, qualunque cosa fosse accaduta, avrebbe fatto un'ora di adorazione davanti al Santissimo Sacramento. Orbene, non solo mons. Sheen ha mantenuto la prmessa, ma non ha mai perso un'occasione per promuovere l'amore per Gesù nell'Eucarestia. Senza stancarsi, invitava i credenti a fare ogni giorno "un'Ora Santa" davanti al Santissimo Sacramento.
Per lui non c'erano dubbi: quella bambina sconosciuta e povera del profondo della Cina era la scintilla che aveva premesso l'immensa fecondità del suo apostolato. quel giorno, davanti agli schermi televisivi, tutta l'America ha capito che i milioni di cuori toccati da questo grande predicatore, in realtà, erano stati toccati da lei,
la piccola Lì!
Le conversioni innumerevoli ottenute da quel gigante mediatico, erano state ottenute da lei e dal suo cuoricino puro! quei milioni di adoratori "appostati" davanti al Santissimo Saramento da quel vescovo santo, erano stati opera di lei e delle sue trentadue visite eroiche a Gesù gettato sul pavimento! Quella fioritura di consacrazioni e vocazioni suscitate dal più popolare prelato americano, erano dovute a lei, la piccola martire cinese, e le sue nozze di sangue con l'Agnelllo...

Cara piccola Li, se ti ho dedicato questo libro è perchè sei la mia eroina preferita. Ma te lo confesso, ho un'altra raggione un pò interessata: non hai finito il tuo lavoro! Apri gli occhi e vedi, le ostie che giacciono oggi sul pavimento non sono più trentadue, ma migliaia, milioni!
Ogni giorno si spara su Gesù, si ride di lui, lo si calpesta. Il numero di sette che profanano l'Eucarestia va crescendo. Ogni domenica, in quasi tutte le parrocchie, certi fedeli fanno la Comunione mentre vivono in peccati gravi, quelli che la Bibbia chiama "abomini" e che danno la morte all'anima.
Gesù non è mai stato tanto torturato, piccola Li. Senza contare l'indifferenza di tanti suoi "prescelti", fagocitati così spesso dalle faccende del mondo e inconsapevoli dell'imenso amore con cui sono amati. In francia, quanti tabernacoli sono abbandonati, impolverati! E se si vuole adorare, ci si scontra con una porta chiusa. In Ameirca, spesso si è relegato il tabernacolo in un angolo della chiesa, se non addirittura in sacrestia. Talvolta sono stati perfino tolti gli inginocchiatoi, e guoi a chi osa mettersi in ginocchio durante la consacrazione: è malvisto, rischia di farsi escludere.
Al catechismo, non trovi quasi più persone come suor Euphrasie, spesso i bambini sono poco preparati a conoscere ad amare Gesù. Nelle famiglie, sono rari i geniotri che parlano apertamente di Gesù come del loro grande amico. Al contrario, lo ignorano e i bambini pensano che Dio non esista e si perdono nell'ateismo.
Potrei continuare così per molto tempo, ma dall'alto del Cielo vedi talmente meglio di me.
Non hai finito il tuo lavoro, piccola Li!
A dire il vero, durante il tuo martirio d'amore in Cina, lo iniziavi soltanto. Vieni aiutaci! Così come ti sei appostata al fianco del vescovo Sheen, vieni ad appostarti oggi accanto a ogni cristiano. Comunicaci il tuo amore puro per Gesù. L'amore radicale e tenero del tuo cuore innocente...





Capitolo 82 - il Bambino Nascosto di Medjugorje


NOVITA’ APOCALITTICHE DA FATIMA (L’ULTIMO MISTERO: IL SILENZIO DELLE SUORE, MA CHI TACE…)





Antonio Socci

17 AGOSTO 2014 

C’è una novità nel giallo del “terzo segreto di Fatima”, una profezia che attraversa tutto il Novecento e sembra proiettata alla sua realizzazione finale.
La novità è contenuta in una pubblicazione ufficiale del Carmelo di Coimbra, quello dove è vissuta ed è morta (nel 2005) suor Lucia dos Santos, l’ultima veggente. S’intitola “Un caminho sob o olhar de Maria” ed è una biografia di suor Lucia, scritta dalle consorelle, con dei preziosi documenti inediti della stessa veggente.
Prima di vederli bisogna ricordare bene qual è la storia di Fatima.

LA STORIA DI UN SECOLO

Nel divampare della Grande Guerra, il 13 maggio 1917 la Madonna appare, nel villaggio portoghese, a tre pastorelli.
I giornali laici irridono i “creduloni” sfidando la Vergine a dare un segno pubblico della sua presenza. Lei preannuncia ai tre bimbi che darà il segno e nell’ultima apparizione, quella del 13 ottobre, 70 mila persona accorse alla Cova de Iria assistono terrorizzati al vorticare del sole nel cielo. Un fenomeno che l’indomani sarà riferito sui giornali (pure anticlericali).
Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero. Era la grande profezia sui decenni successivi se l’umanità non fosse tornata a Dio.
In effetti si realizzò tutto: la rivoluzione bolscevica in Russia, la diffusione del comunismo nel mondo, le sanguinose persecuzioni contro la Chiesa e infine la seconda tragica guerra mondiale.
C’era poi una terza parte di quel segreto che si doveva rivelare – disse la Madonna – nel 1960. Arrivata quella data Giovanni XXIII secretò tutto perché terribile era il suo contenuto.
Provocò così una ridda di ipotesi. Nel 2000 Giovanni Paolo II rese noto il testo del terzo segreto che contiene la famosa visione del “vescovo vestito di bianco”, con il Papa che attraversa una città distrutta, i tanti cadaveri e poi il martirio del Santo Padre, di vescovi, preti e fedeli.
Da molti elementi si poteva intuire che non era tutto. Anche io, come altri autori, nel 2006 pubblicai un libro, “Il quarto segreto di Fatima”, dove mostravo che mancava la parte, scritta e inviata successivamente, con le parole della Madonna che spiegavano la visione medesima.
Lo stesso segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, che aveva vissuto tutto in prima persona, in una conversazione con Solideo Paolini accennò proprio all’esistenza di quel misterioso “allegato”.
Da parte ecclesiastica si è ufficialmente smentito che esista e che vi siano profezie che riguardano i tempi odierni.

RATZINGER 2010

Ma una clamorosa conferma implicita arrivò dallo stesso Benedetto XVI che durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, affermò: “Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa”.
Aggiunse: “sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano”.
Ma quali profezie potrebbero trovarsi in quel testo?
Fanno riflettere queste due frasi del Papa pronunciate in quel discorso a Fatima: “L’uomo ha potuto scatenare un ciclo di morte e di terrore, ma non riesce ad interromperlo”. E poi: “La fede in ampie regioni della terra, rischia di spegnersi come una fiamma che non viene più alimentata”.
Dalle parole di papa Benedetto s’intuì dunque che c’è davvero  dell’altro in quel Terzo Segreto ed è drammatico per il mondo e per la Chiesa. Proprio a quella visita del papa è forse dovuta l’uscita di questo libro che fa filtrare un altro pezzetto di verità.
Il volume infatti attinge alle lettere di suor Lucia e al Diario inedito intitolato “Il mio cammino”. Impressionante, fra gli inediti, è il racconto di come suor Lucia superò il terrore che le impediva di scrivere il Terzo Segreto.

L’INEDITO

Verso le 16 del 3 gennaio 1944, nella cappella del convento, davanti al tabernacolo, Lucia chiese a Gesù di farle conoscere la sua volontà: “sento allora che una mano amica, affettuosa e materna mi tocca la spalla”.
E’ “la Madre del Cielo” che le dice: “stai in pace e scrivi quello che ti comandano, non però quello che ti è stato dato di comprendere del suo significato”, intendendo alludere al significato della visione che la Vergine stessa le aveva rivelato.
Subito dopo – dice suor Lucia – “ho sentito lo spirito inondato da un mistero di luce che è Dio e in Lui ho visto e udito: la punta della lancia come fiamma che si stacca, tocca l’asse della terra ed essa trema: montagne, città, paesi e villaggi con i loro abitanti sono sepolti. Il mare, i fiumi e le nubi escono dai limiti, traboccano, inondano e trascinano con sé in un turbine, case e persone in un numero che non si può contare, è la purificazione del mondo dal peccato nel quale sta immerso. L’odio, l’ambizione, provocano la guerra distruttrice. Dopo ho sentito nel palpitare accelerato del cuore e nel mio spirito una voce leggera che diceva: ‘nel tempo, una sola fede, un solo battesimo, una sola Chiesa, Santa, Cattolica, Apostolica. Nell’eternità  il Cielo!’. Questa parola ‘Cielo’ riempì il mio cuore di pace e felicità, in tal modo che, quasi senza rendermi conto, continuai a ripetermi per molto tempo: il cielo, il cielo!”.
Così le viene data la forza per scrivere il Terzo Segreto.
L’inedito che ho appena citato è un documento molto interessante, dove gli addetti ai lavori trovano facilmente conferma alla ricostruzione storica per cui il Terzo segreto è composto di due parti: una, la visione, fu scritta e inviata prima, mentre l’altra – quella che nelle parole della Madonna è “il significato” della visione stessa – fu scritta e inviata successivamente.
E’ il famoso e misterioso “allegato” a cui accennò Capovilla. E’ il testo, tuttora non pubblicato, dove presumibilmente sta la parte che più spaventava suor Lucia. La stessa parte che spaventò Giovanni XXIII (ma anche, prima di lui, Pio XII) e che Roncalli decise di non rendere nota perché – a suo avviso – poteva essere solo un pensiero di suor Lucia e non avere origine soprannaturale.
E’ una parte così esplosiva che si continua tuttora, ufficialmente a negarne l’esistenza. E l’apertura di Benedetto XVI nel 2010, che ha portato anche alla pubblicazione di questo volume, oggi si è richiusa.

CHI TACE….

Lo dimostra quanto è accaduto a Solideo Paolini, il maggiore studioso italiano di Fatima che, viste le pagine di questo libro che gli ho inviato, ha scritto al Carmelo di Coimbra chiedendo di poter consultare le due opere inedite menzionate nel volume, ritenendo che lì vi siano ulteriori dettagli sulla parte secretata.
La lettera è arrivata a destinazione (ne fa fede la ricevuta), ma non ha avuto risposta. Paolini allora ha scritto di nuovo entrando nel merito e chiedendo se suor Lucia ha mai messo nero su bianco quel “significato della visione” che dall’Alto le era stato dato di comprendere e che quel 3 gennaio evitò di annotare su suggerimento della Madonna: “nelle opere che vi avevo chiesto di consultare c’è nessun riferimento a ‘qualcosa di più’ a riguardo del Segreto di Fatima, a tutt’oggi testualmente inedito?”.
La lettera risulta pervenuta il 6 giugno. Ma anch’essa non ha avuto risposta. Eppure sarebbe stato semplice rispondere di no. Evidentemente la risposta era “sì”, ma non si può dare, perché sarebbe esplosiva. Così tacciono.
Tuttavia la visione che ho appena citato rimanda ai due elementi che presumibilmente sono contenuti nel testo inedito del Segreto: la profezia di un’immane sciagura per il mondo e una grande apostasia e crisi della Chiesa. Una prova apocalittica al termine della quale – disse la Madonna stessa a Fatima – “il mio Cuore Immacolato trionferà”.
A questo sperato “trionfo” fece riferimento nel 2010 Benedetto XVI: “Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità”.
Significa che oggi, 2014, siamo già entrati nella spaventosa prova? In effetti se si guarda la cronaca…



Da “Libero”, 17 agosto 2014

venerdì 15 agosto 2014

Assunta, preghiera di conversione







di Gloria Riva

È così affollata la scena del Carracci in Santa Maria del Popolo che la vergine Assunta voluta dal Cerasi sembra faticosamente guadagnarsi l’ascesa vero il Cielo. I discepoli la vorrebbero trattenere: gli sguardi, le mani i volti tutto si protende verso di lei, mentre lei leva le mani al Padre.

Sì, la Vergine lascia la terra, gli occhi sono già puntati verso la meta che l’attende, ma le braccia aperte come in croce, le braccia che disegnano il medesimo destino subito dal Figlio, indicano già il modo con il quale ella vorrà stare lassù, nei Cieli. Maria intercede. Sta in mezzo. Rimane fra noi e Dio. Forse per questo il Carracci non ci permette di vedere nulla se non la tomba e il cielo. Tutto il resto della tela è ingombro degli apostoli sgomenti, della Vergine e degli angeli.

Viene alla mente la preghiera chiesta dai vescovi della CEI per oggi, 15 agosto. Potrebbe essere quest’opera l’icona per la straordinaria giornata di preghiera. La Madonna a braccia levate che tenta di legare in un abbraccio il dolore della tomba e la beatitudine del cielo.

Qui gli apostoli sono sgomenti perché stanno per perdere una tra le più preziose reliquie del Cristo, anzi forse la reliquia per antonomasia: la sua vergine Madre. Eppure Pietro e Paolo, in primo piano, mentre guardano alla Madre che ascende, sono come spinti all’esterno della tela, sono spinti fuori, in missione. La preghiera e la missione, la contemplazione e l’azione sono due poli irrinunciabili dell’essere cristiano: furono quelli di Cristo e di Maria, siano anche i nostri. La famosa frase: «Soltanto chi grida per gli Ebrei può cantare anche il gregoriano» di Dietrich Bonhoeffer sembra una profezia dei nostri giorni. Sì, guardiamo verso il cielo, gridiamo verso il cielo con i nostri canti, con le nostre preghiere, ma non dimentichiamo di gridare il nostro sdegno per quelli che non hanno voce.

Ciò che colpisce della cappella Cerasi è che Michelangelo Merisi, peraltro in competizione con il Carracci proprio per le pitture della cappella, tenne in gran conto l’apertura della braccia di Maria. Proprio ai lati dell’opera di Annibale, Caravaggio dipinse gli apostoli Pietro e Paolo, in due momenti supremi della loro vita: il martirio per il primo e la conversione per il secondo. Entrambi, pur in situazioni diverse, stanno a braccia aperte come la Vergine e volgono i loro occhi a quel Cielo che accoglierà la loro preghiera e il loro sacrificio.


Il martirio di Paolo incominciò proprio quel giorno sulla via di Damasco quando, incontrando Cristo, comprese che non poteva più tacere la verità scomoda di quell’incontro. Per lui gridare a favore dei cristiani fu come per Bonhoeffer, tanti secoli più tardi, gridare a favore degli ebrei. Gli costò la separazione dai suoi correligionari e successivamente il martirio. Così il primo degli apostoli, proprio per la sua predicazione e per quella parresia che imparò dalla vita e dalla sequela di Cristo, sperimentò la persecuzione e il martirio.

Che questa giornata di preghiera sia per noi lo stare sotto questo Cielo, il Cielo di Maria che dipinge il Carracci. Come Maria imploriamo la grazia di una rinnovata presa di coscienza: molti ancora muoiono per il Signore Gesù mentre noi gettiamo via, senza imbarazzo né rimorso, verità e radici per i quali molti dei nostri padri diedero la vita. Come Pietro e come Paolo. Sì, cessi il martirio cruento per i nostri fratelli, ma cessi anche per noi il martirio bianco dell’indifferenza e della codardia.




La nuova Bussola Quotidiana 15 agosto 2014