mercoledì 6 agosto 2014

Sette grandi ragioni per confessarsi domani (e spesso)







La confessione è un dono che dona a sua volta. Andate presto, andate spesso e portate i bambini






di Tom Hoopes

All'Istituto Gregoriano presso il Benedictine College crediamo sia il momento che i cattolici promuovano con creatività e vigore la confessione.

“Il rinnovamento della Chiesa in America e nel mondo dipende dal rinnovamento della prassi della penitenza”, ha detto papa Benedetto al Nationals Stadium a Washington.

Papa Giovanni Paolo II ha trascorso i suoi ultimi anni sulla terra pregando i cattolici di tornare alla confessione, includendo questa supplica in un urgente motu proprio sulla confessione e in un'enciclica sull'Eucaristia.

Il pontefice ha definito la crisi nella Chiesa la crisi della confessione, e ha scritto ai sacerdoti:

“Sento il desiderio di invitarvi caldamente, come ho già fatto lo scorso anno, a riscoprire personalmente e a far riscoprire la bellezza del sacramento della Riconciliazione”.

Perché tutta questa ansia nei confronti della confessione? Perché quando saltiamo la confessione perdiamo il senso del peccato. La perdita del senso del peccato è alla base di tanti mali nella nostra epoca, dagli abusi di bambini alla disonestà finanziaria, dall'aborto all'ateismo.

Come promuovere allora la confessione? Ecco qualche spunto di riflessione. Sette ragioni per tornare alla confessione, a livello sia naturale che soprannaturale.

1. Il peccato è un peso

Un terapista ha raccontato la storia di una paziente che aveva attraversato un terribile ciclo di depressione e disprezzo di sé fin dalle scuole superiori. Nulla sembrava essere d'aiuto. Un giorno, il terapista ha incontrato la paziente davanti a una chiesa cattolica. Si sono riparati lì dentro mentre iniziava a piovere e hanno visto le persone che andavano a confessarsi.

“Dovrei andare anch'io?”, ha chiesto la paziente, che aveva ricevuto il sacramento da bambina. “No!”, ha detto il terapista. La paziente è andata comunque, ed è uscita dal confessionale con il primo sorriso che faceva da anni, e nelle settimane successive ha iniziato a migliorare. Il terapista ha studiato di più la confessione, alla fine è diventato cattolico e ora consiglia la confessione regolare a tutti i suoi pazienti cattolici.

Il peccato porta alla depressione perché non è solo una violazione arbitraria delle regole: è una violazione dell'obiettivo inscritto nel nostro essere da Dio. La confessione solleva la colpa e l'ansia provocate dal peccato e ti guarisce.

2. Il peccato fa peggiorare

Nel film “3:10 to Yuma”, il cattivo Ben Wade dice “Non perdo tempo a fare niente di buono, Dan. Se fai una cosa buona per qualcuno, immagino che diventi un'abitudine”. Ha ragione. Come diceva Aristotele, “Siamo quello che facciamo ripetutamente”. Come sottolinea il Catechismo, il peccato provoca un'inclinazione al peccato. La gente non mente, diventa bugiarda. Noi non rubiamo, diventiamo ladri. Fare una pausa decisa dal peccato ridefinisce, permette di iniziare nuove abitudini di virtù.

“Dio è determinato a liberare i suoi figli dalla schiavitù per condurli alla libertà”, ha detto papa Benedetto XVI. “E la schiavitù più grave e più profonda è proprio quella del peccato”.

3. Abbiamo bisogno di dirlo

Se rompi un oggetto che appartiene a un amico e che gli piaceva molto, non ti basterà mai limitarti a dispiacerti. Ti sentirai costretto a spiegare quello che hai fatto, a esprimere il tuo dolore e a fare qualsiasi cosa sia necessaria per rimettere a posto le cose.

Accade lo stesso quando rompiamo qualcosa nel nostro rapporto con Dio. Abbiamo bisogno di dire che ci dispiace e di cercare di sistemare le cose.

Papa Benedetto XVI sottolinea che dovremmo provare la necessità di confessarci anche se non abbiamo commesso un peccato grave. “Facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima”.


4. Confessarsi aiuta a conoscersi

Ci sbagliamo molto su noi stessi. La nostra opinione di noi stessi è come una serie di specchi deformanti. A volte vediamo una versione forte e splendida di noi, che ispira rispetto, altre volte una visione grottesca e odiosa.
La confessione ci costringe a guardare alla nostra vita con obiettività, a separare i peccati reali dai sentimenti negativi e a vederci come siamo realmente.

Come indica Benedetto XVI, la confessione “ci aiuta ad avere una coscienza più svelta, più aperta e così anche di maturare spiritualmente e come persona umana”.


5. La confessione aiuta i bambini


Anche i bambini devono accostarsi alla confessione. Alcuni scrittori hanno sottolineato gli aspetti negativi della confessione infantile - essere messi in fila nelle scuole cattoliche ed essere “costretti” a pensare alle cose delle quali sentirsi colpevoli.
Non dovrebbe essere così.
L'editrice del Catholic Digest Danielle Bean ha spiegato una volta come i suoi fratelli e le sue sorelle strappavano la lista dei peccati dopo la confessione e la gettavano nel canale di scolo della chiesa. “Che liberazione!”, ha scritto. “Rimandare i miei peccati nel mondo oscuro da dove erano venuti sembrava del tutto appropriato. 'Ho picchiato mia sorella sei volte' e 'ho parlato dietro mia madre quattro volte' non erano più pesi che dovevo portare”.
La confessione può dare ai bambini un posto per sfogarsi senza paura, e un luogo in cui ottenere gentilmente il consiglio di un adulto quando temono di parlare con i propri genitori. Un buon esame di coscienza può guidare i bambini alle cose da confessare. Molte famiglie rendono la confessione un “outing”, seguito da un gelato.

6. Confessare i peccati mortali è necessario

Come sottolinea il Catechismo, il peccato mortale inconfessato “provoca l'esclusione dal regno di Cristo e la morte eterna dell'inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili”.
Nel XXI secolo, la Chiesa ci ha ricordato più volte che i cattolici che hanno commesso un peccato mortale non possono accostarsi alla Comunione senza essersi confessati.
“Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: È peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso”, afferma il Catechismo.

I vescovi statunitensi hanno ricordato ai cattolici i peccati comuni che costituiscono materia grave nel documento del 2006 “Beati gli invitati alla sua cena”. Questi peccati includono mancare alla Messa la domenica o una festa di precetto, aborto ed eutanasia, qualsiasi attività sessuale extramatrimoniale, furto, pornografia, maldicenza, odio e invidia.

7. La confessione è un incontro personale con Cristo

Nella confessione, è Cristo che guarisce e ci perdona, attraverso il ministero del sacerdote. Abbiamo un incontro personale con Cristo nel confessionale. Come i pastori e i magi alla mangiatoia, proviamo stupore e umiltà. E come i santi alla crocifissione, proviamo gratitudine, pentimento e pace.
Non c'è maggior risultato nella vita che aiutare un'altra persona a tornare alla confessione.
Dovremmo voler parlare della confessione come parliamo di qualsiasi altro evento significativo nella nostra vita. Il commento “Riuscirò a farlo solo dopo, perché devo andare a confessarmi” può essere più convincente di un discorso teologico. E visto che la confessione è un evento significativo nella nostra vita, è una risposta appropriata alla domanda “Cosa fai questo weekend?”. Molti di noi hanno anche storie di confessione interessanti o divertenti, che vanno raccontate.

Fate sì che la confessione torni ad essere un evento normale. Fate sì che più gente possibile scopra la bellezza di questo sacramento liberatorio.







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Tom Hoopes è vicepresidente di College Relations e scrittore presso il Benedictine College di Atchison, Kansas (Stati Uniti). I suoi scritti sono apparsi su First Things’ First Thoughts, National Review Online, Crisis, Our Sunday Visitor, Inside Catholic e Columbia. Prima di entrare al Benedictine College, era direttore esecutivo del National Catholic Register. È stato segretario stampa per il presidente dello U.S. House Ways & Means Committee. Insieme alla moglie April è stato codirettore editoriale della rivista Faith & Family per 5 anni. Hanno nove figli. I loro punti di vista espressi in questo blog non riflettono necessariamente quelli del Benedictine College o dell'Istituto Gregoriano.




[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti] Photo/L'Osservatore Romano








































di Tom Hoopes




All'Istituto Gregoriano presso il Benedictine College crediamo sia il momento che i cattolici promuovano con creatività e vigore la confessione.




“Il rinnovamento della Chiesa in America e nel mondo dipende dal rinnovamento della prassi della penitenza”, ha detto papa Benedetto al Nationals Stadium a Washington.




Papa Giovanni Paolo II ha trascorso i suoi ultimi anni sulla terra pregando i cattolici di tornare alla confessione, includendo questa supplica in un urgente motu proprio sulla confessione e in un'enciclica sull'Eucaristia.




Il pontefice ha definito la crisi nella Chiesa la crisi della confessione, e ha scritto ai sacerdoti:




“Sento il desiderio di invitarvi caldamente, come ho già fatto lo scorso anno, a riscoprire personalmente e a far riscoprire la bellezza del sacramento della Riconciliazione”.




Perché tutta questa ansia nei confronti della confessione? Perché quando saltiamo la confessione perdiamo il senso del peccato. La perdita del senso del peccato è alla base di tanti mali nella nostra epoca, dagli abusi di bambini alla disonestà finanziaria, dall'aborto all'ateismo.




Come promuovere allora la confessione? Ecco qualche spunto di riflessione. Sette ragioni per tornare alla confessione, a livello sia naturale che soprannaturale.




1. Il peccato è un peso




Un terapista ha raccontato la storia di una paziente che aveva attraversato un terribile ciclo di depressione e disprezzo di sé fin dalle scuole superiori. Nulla sembrava essere d'aiuto. Un giorno, il terapista ha incontrato la paziente davanti a una chiesa cattolica. Si sono riparati lì dentro mentre iniziava a piovere e hanno visto le persone che andavano a confessarsi.




“Dovrei andare anch'io?”, ha chiesto la paziente, che aveva ricevuto il sacramento da bambina. “No!”, ha detto il terapista. La paziente è andata comunque, ed è uscita dal confessionale con il primo sorriso che faceva da anni, e nelle settimane successive ha iniziato a migliorare. Il terapista ha studiato di più la confessione, alla fine è diventato cattolico e ora consiglia la confessione regolare a tutti i suoi pazienti cattolici.




Il peccato porta alla depressione perché non è solo una violazione arbitraria delle regole: è una violazione dell'obiettivo inscritto nel nostro essere da Dio. La confessione solleva la colpa e l'ansia provocate dal peccato e ti guarisce.




2. Il peccato fa peggiorare




Nel film “3:10 to Yuma”, il cattivo Ben Wade dice “Non perdo tempo a fare niente di buono, Dan. Se fai una cosa buona per qualcuno, immagino che diventi un'abitudine”. Ha ragione. Come diceva Aristotele, “Siamo quello che facciamo ripetutamente”. Come sottolinea il Catechismo, il peccato provoca un'inclinazione al peccato. La gente non mente, diventa bugiarda. Noi non rubiamo, diventiamo ladri. Fare una pausa decisa dal peccato ridefinisce, permette di iniziare nuove abitudini di virtù.




“Dio è determinato a liberare i suoi figli dalla schiavitù per condurli alla libertà”, ha detto papa Benedetto XVI. “E la schiavitù più grave e più profonda è proprio quella del peccato”.




3. Abbiamo bisogno di dirlo




Se rompi un oggetto che appartiene a un amico e che gli piaceva molto, non ti basterà mai limitarti a dispiacerti. Ti sentirai costretto a spiegare quello che hai fatto, a esprimere il tuo dolore e a fare qualsiasi cosa sia necessaria per rimettere a posto le cose.




Accade lo stesso quando rompiamo qualcosa nel nostro rapporto con Dio. Abbiamo bisogno di dire che ci dispiace e di cercare di sistemare le cose.




Papa Benedetto XVI sottolinea che dovremmo provare la necessità di confessarci anche se non abbiamo commesso un peccato grave. “Facciamo pulizia delle nostre abitazioni, delle nostre camere, almeno ogni settimana, anche se la sporcizia è sempre la stessa. Per vivere nel pulito, per ricominciare; altrimenti, forse la sporcizia non si vede, ma si accumula. Una cosa simile vale anche per l'anima”.






lunedì 4 agosto 2014

LA BESTEMMIA Grido del demonio e vergogna dell’uomo









di don Leonardo Maria Pompei

Se il nome di Dio è tanto santo da dover essere nominato solo quando è necessario, con retta intenzione (di invocazione, lode o preghiera) e con estrema riverenza (chinando umilmente il capo), che cosa si dovrebbe dire o pensare dell’orrido e inqualificabile peccato di bestemmia, di cui il popolo italiano (con alcune regioni in testa) vanta il “nobile” primato europeo (e forse mondiale)?

Uno dei santi che è stato più fieramente nemico della bestemmia, contro cui era severissimo e quasi implacabile è il santo Curato d’Ars. Di lui possediamo una splendida omelia (pronunciata nella quinta Domenica dopo Pentecoste[1]) a cui faremo ampio riferimento nella trattazione di questo peccato, che è più ampio e più complesso di quanto a prima vista potrebbe sembrare.

Cominciamo da ciò che è più o meno da tutti conosciuti e che potremmo chiamare bestemmia in senso stretto, ovvero l’ingiuria rivolta contro il nome di Dio. Questo peccato, scrive il santo Curato, è così orribile che i cristiani non dovrebbero avere coraggio di commetterlo. Significa infatti detestare e vomitare fango e veleno contro una bellezza infinita ed ingiuriare villanamente e volgarmente Colui che è causa solo del bene. La bestemmia è dunque, ad un tempo, atto di somma ed estrema superbia e irriverenza, commesso verso Colui che, se volesse, potrebbe istantaneamente fulminare il bestemmiatore e precipitarlo nell’Inferno (cosa che non fa solo per la sua infinita misericordia, e non per debolezza e impotenza); atto che esprime l’estrema stupidità dell’uomo, che ingiuria l’Unico che è sempre e comunque suo Amico, anzi l’unico Amico che è sempre fedele e che mai sbaglia; ed infine atto che esprime la somma maleducazione, grossolanità e volgarità dell’uomo, ovvero il distintivo degli ignoranti, dei cafoni e dei grezzi, che degrada ed abbrutisce l’uomo rendendolo simile ai demoni, che sono i bestemmiatori per antonomasia. Un gesto inescusabile e inqualificabile sotto ogni aspetto e in ogni modo: chi crede infatti dovrebbe guardarsi bene dal bestemmiare il suo Dio; chi non crede dovrebbe guardarsi dall’ingiuriare ciò che per lui è il nulla, scadendo nella più bieca maleducazione: perché non dice: “mannaggia al nulla?”. Sant’Alfonso M. de. Liguori, a coloro che obiettavano di dover trovare una valvola di sfogo ai momenti di rabbia e collera, insegnava a… bestemmiare il diavolo! Perché (eccetto la venialità dell’ira che accompagna lo sfogo) non c’è niente di male a dire “mannaggia al demonio” o attribuire al diavolo i caratteri degli animali appartenenti alla specie suina (tanto lui è ben più brutto e schifoso di questi…). Vedremo più avanti, quando arriveremo al quinto comandamento, che un altro grande santo (san Filippo Neri) ha insegnato a mandare al prossimo gli… “accidenti santi”! Ma di ciò parleremo a suo tempo.

Tornando al punto che stiamo trattando, si potrebbe pensare che quanto detto basti per esaurire l’argomento bestemmia. Purtroppo però esiste un’altra vastissima mole di bestemmie che possono essere formulate anche da credenti e devoti un po’ troppo facili ad aprire la bocca senza ricordare che ha due finestre di chiusura (le labbra e i denti) così da dire, in maniera magari elegante e umanamente “comprensibile”, delle gravissime ingiurie contro Dio. Dice infatti sant’Agostino che si bestemmia anche quando si attribuisce a Dio qualcosa che non ha o che non gli conviene, oppure gli si toglie qualcosa che ha o gli conviene, o infine si attribuisce ad una creatura ciò che è dovuto e proprio solo del Creatore. Il santo Curato d’Ars, commentando la frase, individua cinque specie (molto comuni) di bestemmia:
1)    Dire che il buon Dio non è giusto nel fare alcuni tanto ricchi e colmi di beni, mentre altri sono miseri e poveri che a stento hanno pane da mangiare;
2)    Dire che non è vero che Dio sia poi così buono, perché lascia alcune persone nel disprezzo e nella malattia, mentre altre sono amate, stimate e in buona salute;
3)    Dire che il buon Dio non vede tutto (anche i nostri pensieri…) o che non si cura di ciò che accade sulla terra;
4)    Dire: “perché il buon Dio usa tutta questa misericordia con questo tale, con tutto ciò che costui ha combinato?”;
5)    O infine, quando capita una disgrazia, arrabbiarsi con Dio dicendo: “Me infelice! Il buon Dio non poteva farmene di più! Credo che ignora che sono al mondo, o se lo sa, è soltanto per farmi soffrire”.

Proviamo a essere sinceri: chi di noi può dire di non aver mai detto (o solo pensato) almeno una delle cose or ora elencate? Sapevamo che queste sono bestemmie sotto certo aspetti più gravi dell’ingiuria rivolta a Dio in un momento di rabbia (che ha l’attenuante, senz’altro minima ma pur esistente, di essere uscita dalla bocca senza ragionamento), in quanto sono frasi dette con piena avvertenza (sapendo quel che si dice) e deliberato consenso (volendo proprio dire una simile sciocchezza)? La prima tipologia, per esempio, esprime un vero e proprio giudizio sull’operato di Dio e dimentica un dato di fatto fondamentale: chi è la causa della povertà, oppure chi ne è il responsabile? Dio? O l’uomo? Mi permetto di segnalare alcuni dati. Tempo fa un tale si prese la briga di fare i conti di quanto le sette nazioni più sviluppate del mondo spendessero in un anno per nuovi investimenti militari (attenzione: nuove armi e tecnologie, non conservazione delle vecchie!). Ebbene concluse che con l’equivalente di quei soldi, si sarebbe completamente risolto il problema della fame nel mondo per un intero anno, problema certamente drammatico dato che, a tutt’oggi, ogni tre secondi muore un bambino di fame. E che dire delle adozioni a distanza? Chi di noi può dire di non avere 13 euro al mese (42 centesimi al giorno) per adottare un bambino del quarto mondo? Vogliamo poi parlare del cibo sprecato? Su “Avvenire” del 20 Ottobre del 2010[2] furono riportate queste agghiaccianti cifre sull’Italia: ogni anno si perdono 20.290.767 tonnellate di cibo (oltre venti milioni di tonnellate!!!); tale cifra equivale a 37 miliardi di euro annuo di spreco (pari al 3% del PIL); con ciò che si butta, potrebbero sfamarsi, ogni anno 44.472.914 persone, pari ai ¾ della popolazione italiana. Siamo ancora convinti che i bambini muoiono di fame perché Dio è ingiusto, brutto e cattivo, e dà la ricchezza a pochi facendo morire di fame altri?...

San Giovanni Maria Vianney, dopo aver elencato i cinque modi “alternativi e (per lo più) sconosciuti con cui si può bestemmiare, passa a citare espressamente l’insegnamento di un altro grandissimo santo e teologo della Chiesa cattolica: san Tommaso d’Aquino. Egli approfondisce il tema della bestemmia come “parola ingiuriosa o oltraggiosa rivolta contro il buon Dio, la Madonna e i santi”; il che potrebbe far semplicisticamente pensare alla bestemmia comunemente proferita come volgarità rivolta in modo ingiurioso contro Dio o i santi. In realtà, come vedremo subito, le cose non stanno esattamente così. 

Il santo curato infatti elenca quattro modalità di ingiuriare o oltraggiare la divinità ben più raffinate della becera bestemmia da osteria:
1)    Per affermazione, dicendo: “il buon Dio è crudele e ingiusto nel permettere che soffra tanti mali, che sia calunniato in questa maniera, che perda quel denaro o quel processo. Ah, come sono sfortunato! Tutto va in rovina a casa mia, non posso avere niente, mentre tutto riesce a casa degli altri!”.
2)    Si bestemmia quando si dice che il buon Dio non è onnipotente e che si può fare qualche cosa senza di lui;
3)    Si bestemmia quando si attribuisce ad una creatura ciò che è dovuto soltanto a Dio;
4)    Si bestemmia dicendo: “Ah, S… N… di D…!” Che orrore!

Qualche breve considerazione su queste ulteriori modalità non molto conosciute di bestemmiare. Pensiamo alla prima: quante volte si sente dire che Dio è ingiusto nell’aver fatto morire un bambino, nell’aver permesso quell’incidente, o nel non avermi donato la vita che desideravo… Un peccato antichissimo, che affonda le sue radici nelle numerosi e gravi mormorazioni contro Dio che, a suo tempo, lanciarono gli Israeliti durante la quarantennale peregrinazione nel deserto, dopo l’esodo dall’Egitto. Si tratta di una cosa più seria di quanto si pensi, perché costituisce un vero e proprio giudizio o atto di accusa contro l’Altissimo, che invece tutto dispone, sempre, per il nostro bene, cosa di cui non dobbiamo assolutamente dubitare soprattutto se ci troviamo in stato di grazia, ricordando le parole dell’Apostolo delle genti secondo cui “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8,29). Dunque la malattia della “lamentosi”, che causò agli Israeliti il tormento dell’essere morsicati dai micidiali serpenti velenosi (cf Num 21,1-10), è più grave di quel che comunemente si pensi. E’ come se si dicesse a Dio di aver fatto male tutte le cose, dimenticando che la nostra mente piccola e le nostre vedute ristrette dovrebbero semplicemente vergognarsi di competere con Colui che tutto sa, tutto può e soprattutto tutto dispone per il bene nostro e di tutto, come dobbiamo sempre fermamente credere anche quando le circostanze dovessero divenire completamente avverse e infauste.

Anche negare l’onnipotenza di Dio è una forma di bestemmia, così come contraddire a quel luminoso insegnamento di Gesù (cf Gv 15,5) secondo il quale “senza di Lui non possiamo fare nulla” (non “molto” e nemmeno “poco”). Il problema dell’esistenza del male non lo si risolve negando l’esistenza di Dio (“c’è il male, dunque Dio non esiste altrimenti lo impedirebbe”) o bestemmiandolo (“Dio non toglie il male, dunque è cattivo”), ma ricordando la libera volontà degli esseri creati e soprattutto l’esistenza e l’azione di colui che nelle promesse battesimali chiamiamo “l’origine e la causa di tutti i mali”.

Anche attribuire ad una creatura titoli divini (cosa non troppo infrequente oggi), in maniera esplicita ma anche implicita è un’ulteriore grave oltraggio rivolto alla divina maestà. Non è raro oggi vedere, per esempio, il qualche concerto rock striscioni che attestino il “tributo di vera e propria adorazione” reso da alcuni “fans” ai propri sciagurati idoli. Simili esagerazioni blasfeme possono capitare con l’attore o l’attrice di turno, con la squadra o il calciatore preferito, o col politico più in voga.

Infine c’è quella misteriosa frase che il santo Curato non osa trascrivere, per la delicatezza straordinaria tipica di tutti i santi, che sembrerebbe poter essere letta semplicemente come un’imprecazione (attribuendo alla “s” “santo”, alla “n” “nome”, e alla “D” maiuscola “Dio”). In effetti anche l’attuale catechismo avverte circa la necessità di astenersi da simili frasi, perché quand’anche non fossero accompagnate da intenzione di bestemmia, costituiscono comunque una specie a se stante di peccati. Se si pensa all’esclamazione inorridita con cui il santo chiosa l’espressione puntata e la si confronta con la faciloneria leggera con cui anche non pochi fedeli usano queste espressioni, si troverà senza dubbio molto ampia materia di meditazione per le nostre coscienze grossolane e indelicate…









[1] Il testo integrale dell’omelia si trova nel testo Giovanni Maria Vianney, Importunate il buon Dio, Città Nuova, 2009
[2] Per leggere l’intero articolo e le sue agghiaccianti cifre, cliccare sul link: http://www.parrocchiasanmichele.eu/download/category/26-raccolta.html?download=727%3Al-oltraggio-del-cibo-sprecato

Nella fossa dei leoni





“Noi dobbiamo ricordare a tutti che i cristiani sono qui per diffondere la cultura della Bibbia. Non esiste una primavera araba senza una primavera cristiana”, ha detto il card. Béchara Raï


di Matteo Matzuzzi

Iraq, Siria, Libano, Terra Santa. E poi l’Africa, dalla Libia del dopo Gheddafi – dove gli antichi cimiteri cristiani diventano luogo in cui i miliziani islamici sfogano la rabbia per decenni covata – alla Nigeria divisa lungo rigide linee confessionali: cristiani a sud e musulmani a nord, con le scorribande di Boko Haram, “talebani africani”, a rapire, convertire e uccidere i miscredenti. Cari Fratelli Vescovi, contate sul mio appoggio ed incoraggiamento nel fare tutto quello che è in vostro potere per aiutare i nostri fratelli e sorelle Cristiani a rimanere e ad affermarsi qui nella terra dei loro antenati ed essere messaggeri e promotori di pace”. Così parlava, cinque anni fa nel Cenacolo di Gerusalemme, Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Terra Santa. Rimanere lì con “coraggio, umiltà, pazienza”. Oggi, nonostante i marchi infamanti impressi sulla facciata delle case dei cristiani infedeli a Mosul, la N che designa i nazareni da cacciare (o, se non se ne vanno e non si convertono, da giudicare secondo i dettami della sharia), c’è ancora chi rifiuta un po’ indignato le offerte di qualche paese europeo, pronto a concedere asilo alle migliaia di cristiani in fuga dalle città e dai villaggi passati sotto il controllo delle truppe jihadiste del nuovo califfo che dice di discendere direttamente dal Profeta. “Aiutateci a rimanere a casa nostra”, diceva qualche giorno fa il patriarca cattolico di Antiochia, di tutto l’oriente, di Alessandria e di Gerusalemme dei Melchiti, Gregorio III Laham. Sulla stessa linea anche il vescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin, che ha deciso di andare a vedere con i propri occhi i volti stanchi dei martiri, testimoni della cacciata voluta dai miliziani dell’Isis che dopo le case dei cristiani, hanno occupato e profanato le chiese e perfino le tombe dei profeti: “Un ulteriore esodo non farebbe altro che aggravare la situazione. Certo, è meglio partire che essere ammazzati, ma l’obiettivo deve essere quello di rimanere a vivere qui. Anche con il marchio della propria religione sul corpo, i vestiti e la casa”.



E accanto ai perseguitati, ha levato la voce anche Francesco. Lo scorso 20 luglio, all’Angelus, ha per un attimo lasciato da parte i fogli con il testo ufficiale da pronunciare, e si è rivolto direttamente a loro, profughi di Mosul: “Oggi sono perseguitati; i nostri fratelli sono perseguitati, sono cacciati via, devono lasciare le loro case senza avere la possibilità di portare niente con loro. A queste famiglie e a queste persone voglio esprimere la mia vicinanza e la mia costante preghiera. Carissimi fratelli e sorelle tanto perseguitati, io so quanto soffrite, io so che siete spogliati di tutto. Sono con voi nella fede in Colui che ha vinto il male! E a voi, qui in piazza e a quanti ci seguono per mezzo della televisione, rivolgo l’invito a ricordare nella preghiera queste comunità cristiane”. Di persecuzione dei cristiani nelle terre del vicino e medio oriente aveva già parlato, a margine del Sinodo dei vescovi per il medio oriente, nel 2010, il vescovo ausiliare di Babilonia dei Caldei, mons. Shlemon Warduni: “I motivi urgenti che hanno portato alla convocazione del Sinodo sono che i cristiani stanno fuggendo dal medio oriente, e che gli estremisti islamici stanno invadendo l’area”. Quattro anni dopo, le linee tracciate allora dai centottantacinque padri sinodali convocati a Roma da Papa Ratzinger, sono diventate la tragica realtà quotidiana. E non solo nelle terre d’oriente, ma anche in Africa, il “continente della speranza”



***



“Noi ci troviamo ad affrontare questa situazione. Il patriarca e noi vescovi ora ci troviamo al nord e stiamo cercando di analizzare questo problema grave, gravissimo. Ci chiediamo come mai accadono queste cose contrarie alla dignità dell’uomo? Contro Dio, contro l’uomo… Stamani, siamo andati dal presidente del Kurdistan e lui ci ha promesso tante belle cose. Ha detto: ‘Noi, o ce ne andiamo tutti insieme, o tutti insieme rimaniamo. Bisogna tagliare la strada a questa gente, che non sono uomini di coscienza perché fanno queste cose terribili contro tutti: contro i bambini, contro i vecchi, contro i malati…’. Ci ha assicurato la sua protezione per i cristiani. Dove è il rispetto dei diritti dei cristiani? Bisogna dire a tutto il mondo: Perché state zitti? Perché non parlate? I diritti umani esistono, o no? E se ci sono, dove sono? Ci sono bambini, bambini piccoli, ai quali strappano le medicine dalle mani e li gettano a terra… E' così in tanti, tanti casi! Vogliamo prima di tutto smuovere la coscienza di tutto il mondo: dov’è l’Europa? Dov’è l’America?”.
mons. Shlemon Warduni,
vescovo ausiliare caldeo di Baghdad



***



“Di cristiani non ce ne sono più. C’erano una decina di famiglie che sono dovute fuggire ieri ma gli hanno rubato tutto. Li hanno lasciati alla frontiera della città, ma gli hanno rubato tutto, li hanno insultati, li hanno lasciati così, in pieno deserto. Purtroppo è così. Hanno trovato rifugio in Kurdistan, dove li hanno accolti, ma il primo ministro del Kurdistan ha detto che il Kurdistan non può più ricevere rifugiati perché ci sono anche altre minoranze, gli sciiti, gli yazidi. Minoranze che sono fuggite in Kurdistan. E’ una cosa terribile”.
Ignace Joseph III Younan,
patriarca della chiesa cattolica sira



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“Siamo sorpresi dal silenzio dei leader musulmani, e chiediamo a chi finanzia o sostiene i miliziani jihadisti e lo Stato islamico di fermarsi. Ciò che accade a Mosul è un crimine di guerra”.
Ignace Ephrem Karim,
patriarca siro-ortodosso di Antiochia



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“Noi cristiani amiamo i musulmani e li consideriamo fratelli, ma essi devono fare lo stesso. Siamo tutti uguali in dignità, tutti cittadini dello stesso Paese. Dobbiamo unirci per creare un nuovo Iraq. Grazie a tutti voi, c’è ancora una speranza. E’ una vergogna e un crimine cacciare persone innocenti dalle proprie case e confiscare le loro proprietà perché diversi, perché cristiani. Il mondo intero deve ribellarsi contro queste azioni abominevoli”.
Raphaël Louis I Sako,
patriarca di Babilonia dei caldei



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“Gli iracheni vogliono rimanere nella loro terra. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci riceva, ma soprattutto abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a rimanere a casa nostra. Aiutateci a combattere il terrorismo qui, a mettere fine alla corsa alle armi che porta beneficio solo a questi gruppi. Questo sarebbe uno sforzo importante, meglio che trasformarci tutti in rifugiati o dirci che ci siete vicini e ci aiutate”.
Gregorio III Laham,
patriarca di Antiochia dei Melchiti



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“Momenti terribili. Paura, confusione, stress, lacrime… ma sempre, sempre, sempre alla fine dei racconti, la lode a Dio che sgorga fidata e profonda: ciò semplifica il nostro compito e permette un ritorno sempre più efficace del lavoro di Dio. Poiché gli abitanti di Gaza hanno un’edificante capacità di rimettere tutto e di abbandonarsi completamente alla Provvidenza divina. Se potessimo imparare un po’ da loro! Ascoltando entrambe le parti coinvolte in questa guerra ridicola, sembra che a vincere o a perdere non sia nessuno. La realtà è che tutti perderanno la guerra e tutti pagheranno le conseguenze della cecità e della malvagità. Che Dio illumini le menti dei governanti e cambi i loro cuori. In attesa della benedizione di una pace duratura e stabile, ci raccomandiamo alle vostre preghiere”.
Padre Jorge Hernandez,
parroco di Gaza City



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“Noi moriremo tutti insieme, o continueremo a vivere tutti insieme con dignità”.
Massoud Barzani,
Presidente della Regione autonoma del Kurdistan iracheno



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“I miliziani dell’Isis hanno abbattuto la statua della Vergine Maria che si trovava sul cortile della chiesa dell’Immacolata dei caldei assieme a tutte le altre statue e sculture della città in quanto la rappresentazione di esseri viventi è contraria alla sharia islamica”.
Emile Shamoun Nona,
vescovo caldeo di Mosul



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“Pensando oggi alla situazione in Iraq, Siria e Gaza-Palestina, il mio cuore sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono scacciati dalle loro case; e sono triste per la timidezza del mondo civilizzato verso di noi. Caro Padre [card. Barbarin, ndr], il vostro coraggio, la preghiera e la prossimità di coloro che sono attorno a voi in questa marcia di solidarietà, mantiene in noi la fiducia e la forza di sperare. Il cristianesimo d’oriente non deve scomparire. La sua sparizione è un peccato mortale e una grande perdita per la chiesa e l’umanità intera. Esso deve sopravvivere o meglio vivere in libertà e dignità”.
Raphaël Louis I Sako,
patriarca di Babilonia dei caldei



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“Ciò che sta accadendo in Iraq conferma che l’islam non è mai cambiato. Non siamo sorpresi dai comportamenti dei musulmani, eppure riponiamo le nostre speranze su quei fratelli che non condividono tali atteggiamenti”.
George Saliba,
patriarca siro-ortodosso del Libano



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“Che ne dicono i musulmani moderati di quanto accade in Iraq? Fino a oggi non si sono levate voci di denuncia”.
card. Béchara Boutros Raï,
patriarca di Antiochia dei Maroniti



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“Chiediamo alla comunità internazionale di essere fedele ai principi dei diritti umani, della libertà religiosa, della libertà della coscienza. Noi siamo in Iraq, in Siria e in Libano: noi cristiani non siamo stati importati, siamo qui da millenni e, quindi, noi abbiamo il diritto di essere trattati come esseri umani e cittadini di questi paesi. Ci perseguitano nel nome della loro religione e non fanno solamente minacce ma eseguono le loro minacce: bruciano e uccidono”.
Ignace Joseph III Younan,
patriarca della chiesa cattolica sira



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“Sto seguendo con viva preoccupazione gli avvenimenti di questi ultimi giorni in Iraq. Invito tutti voi ad unirvi alla mia preghiera per la cara nazione irachena, soprattutto per le vittime e per chi soffre maggiormente le conseguenze dell’accrescersi della violenza, in particolare per le molte persone, tra cui tanti cristiani, che hanno dovuto lasciare la propria casa. Auspico per tutta la popolazione la sicurezza e la pace ed un futuro di riconciliazione e di giustizia dove tutti gli iracheni, qualunque sia la loro appartenenza religiosa, possano costruire insieme la loro patria, facendone un modello di convivenza. Preghiamo la Madonna, tutti insieme per il popolo iracheno”.
Papa Francesco,
Angelus del 15 giugno



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“Un danno gravissimo. Una macchia indelebile nella storia dell’umanità. La situazione sta peggiorando. I diritti umani sono calpestati da persone che parlano in nome di Dio, che è Amore, mentre loro agiscono spinti dal rancore e dall’odio. Hanno costretto i cristiani ad abbandonare la città che perde così la sua presenza più antica, millenaria, e questo nel silenzio del mondo”.
mons. Shlemon Warduni,
vescovo ausiliare caldeo di Baghdad



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“Siamo qui per pregare per Gaza, per la Palestina, per l’Iraq, per la Siria, per l’Egitto e per la Libia. Preghiamo ogni giorno, abbiamo fiducia che il Padre Nostro che è nei cieli sente la nostra voce e vede tutto quello che sta succedendo”.
Maroun Lahham,
vicario patriarcale per la Giordania del patriarcato Latino di Gerusalemme



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“Il mondo arabo ha bisogno del Vangelo e dei suoi insegnamenti: quelli dell’amore, della fraternità, della pace, del perdono e della riconciliazione.
In questi tempi noi viviamo sfortunatamente in una cultura contraria agli insegnamenti di Dio. Guerra, violenza, terrorismo, omicidi e odio. Ma davanti a ciò, non possiamo rimanere nell’inerzia. Al contrario noi dobbiamo aumentare le nostre attività e accrescere la nostra speranza. Noi dobbiamo ricordare a tutti che i cristiani sono qui per diffondere la cultura della Bibbia. Non esiste una primavera araba senza una primavera cristiana”.
card. Béchara Boutros Raï,
patriarca di Antiochia dei Maroniti



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“Giona è stato inghiottito dalla balena, ma ne è uscito sano e salvo. Come lui, Mosul uscirà sana e salva da questa guerra”.
Raphaël Louis I Sako,
patriarca di Babilonia dei caldei



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“[Quanto accade a Mosul] è una spregevole bestemmia contro il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Il grande silenzio della comunità internazionale dinanzi a questa croce è uno scandalo”.
Dichiarazione delle chiese d’Austria



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“Vi faccio una promessa: ogni giorno dirò il Padre nostro in aramaico, fino al giorno in cui voi potrete rientrare a Mosul”.
card. Philippe Barbarin,
arcivescovo di Lione



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“C’erano persone in questa chiesa, quando centinaia di questi islamisti hanno sferrato l’attacco uccidendo otto persone. Hanno attaccato questa chiesa con l’intenzione di uccidere centinaia di persone”.
padre Patrick Tor Alumuku,
arcidiocesi di Abuja (Nigeria)

© FOGLIO QUOTIDIANO 4 agosto 2014


sabato 2 agosto 2014

Quando l'omelia conduce nel Mistero








La predicazione mistagogica di Papa Bendetto XVI



Nelle omelie che Benedetto XVI ha tenuto nella celebrazione eucaristica di inizio pontificato, il 24 aprile 2005, e in quella celebrata il7 maggio successivo nella Basilica di San Giovanni in Laterano per l’insediamento sulla Cattedra del Vescovo di Roma, ci viene offerto un metodo di predicazione omiletica radicato nella tradizione e forse oggi un po’ trascurato: si tratta del metodo mistagogico.

L’omelia mistagogica ha lo scopo di aiutare a vivere la celebrazione liturgica come comunione e partecipazione alla salvezza avvenuta nella storia una sola volta in Cristo. E’ aderente alla Parola proclamata non malgrado il rito celebrato, ma proprio a causa di questo. La mistagogia infatti è prima di tutto il compimento di un’azione sacramentale, perché è il sacramento in quanto celebrato a istituire il rapporto tra l’assemblea e il Mistero stesso di Dio.

Il carattere singolare delle omelie mistagogiche è dato da una reciproca interazione: da un lato in esse si fa riferimento alla Scrittura perché è questa che illumina il senso e la risorsa dell’azione sacramentale, dall’altro però l’attenzione è rivolta a quello che accade nella celebrazione perché è in essa che si attua in modo eminente la verità e la potenza della Scrittura. La domanda di partenza del mistagogo è questa: che cosa accade per noi nell’atto liturgico che stiamo compiendo? Questo metodo è particolarmente evidente nell’esperienza dei primi secoli della Chiesa, quando i padri applicavano alla liturgia la tipologia biblica, in modo da far emergere come e prché la celebrazione liturgica partecipi alla salvezza narrata.

Un’omelia mistagogica riesce cosi a rivelare che l’evento di salvezza proclamato nelle letture del giorno non rimane racchiuso nel passato, ma si attua nel presente in forza della stessa celebrazione liturgica. Si capisce allora l’importanza di prendere come punto di partenza dell’omelia le azioni della celebrazione che si sta compiendo. Il Papa, nelle due omelie tenute in occasione delle celebrazioni con le quali ha dato inizio al suo ministero pastorale al servizio della Chiesa, percorre questa via in modo magistrale.

Una delle preoccupazioni che maggiormente assilla il predicatore è quella di far percepire l’attualità dalla Parola proclamata. Per riuscire nell’intento si percorre generalmente la via breve dell’attualizzazione della Parola, facendo riferimento a fatti dell’attualità e fornendo esempi di applicazioni della Scrittura alla vita. Questa modalità raggiunge lo scopo in modo solo apparente e molto fragile, in quanto, non confidando nella forza della Parola stessa, rischia di renderla insignificante. Attribuisce infatti maggiore forza persuasiva ad espedienti che portano l’attenzione su ciò che non è veramente essenziale, invece di lasciar intendere che solo la Parola è degna di fede, sapiente e potente e perciò affidabile.

Nell’esperienza cristiana si parla di attualità sempre e solo a partire dalle azioni compiute da Dio nella storia, solo queste infatti inscrivono nel tempo una reale novità. Tali azioni sono giustamente qualificate come “eventi”. Tra le tante e diverse attività compiute dalla Chiesa, sono soprattutto le azioni liturgiche a meritare di essere chiamate “eventi”. Ogni volta che la Chiesa celebra un sacramento, infatti, accade un “nuovo evento”, si compie cioè l’opera di Dio per la salvezza dell’uomo. Nuovo evento non significa naturalmente che ci sia qualcosa di oltre e di più della salvezza realizzata in modo determinante e definitivo in Gesù Cristo, ma piuttosto che quell’unica salvezza, che ha valore escatologico, opera nel nostro oggi qualcosa di realmente nuovo. Il metodo mistagogico conferisce attualità all’omelia perché, pur essendo un atto di parola, fa sì che in essa tutto venga ricondotto e finalizzato alla relazione con l’evento cristologico e lo fa creando nell’assemblea la possibilità di porsi con fede davanti all’evento del donarsi di Dio in Cristo Gesù. […]

Nelle omelie dell’inizio del pontificato, risulta molto evidente che il conferimento dell’autorità alla persona del Papa è un atto di Dio e nello stesso tempo che la Chiesa è coinvolta in tale esperienza e vi partecipa proprio perché riunita come comunità orante, comunità che riceve e vive la sua profonda natura accettando di lasciarsi convocare per compiere l’atto della preghiera. Affermare che la percezione del senso del ministero petrino è esito del rito e forse dire troppo, ma non si può negare di rilevare che la celebrazione concorre in modo insostituibile alla riappropriazione della verità di quanto accade. Il rito non è perciò una semplice applicazione e rappresentazione di una verità già acquisita per altra via, ma, in quanto atto di preghiera, è verità in atto: non ha semplice valore espressivo ma ha forza impressiva.

Il riferimento al canto liturgico delle Litanie dei Santi, che il Papa richiama proprio all’inizio dell’omelia del 24 aprile, segnala la consapevolezza che “il compito inaudito”, che supera ogni capacità umana, e che il Papa è chiamato ad assumere, non può essere da lui compiuto con le sue sole forze. E’ il gesto rituale appena compiuto che porta il Papa ad affermare: “non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo”. L’intervento di Dio passa per la comunione dei Santi, che l’assemblea riunita sperimenta mentre compie l’atto di intercessione nel canto orante.[…]

Risulta evidente quanto una sequenza rituale, nel nostro caso il canto delle Laudes Regiae come rito di ingresso della Messa di inizio pontificato, concorra ad illuminare il senso del ministero petrino, che è appunto quello di non portare avanti un programma o idee personali, bensì di mettersi “in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore, e di lasciarsi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa”. Un altro elemento che dice il senso vero dell’attualità dell’omelia, e che è tipico delle omelie mistagogiche, consiste nel fare appello alla concreta assemblea riunita perché, insieme a colui che presiede, si ponga con fede davanti al mistero che nella celebrazione si fa dono per tutti. Proprio perché l’assemblea ha cantato le Litanie dei Santi, “voi tutti avete appena invocato l’intera schiera dei Santi”, ad essa si può ricordare: “Noi tutti siamo la comunità dei Santi, noi battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, noi che viviamo del dono della carne e del sangue di Cristo, per mezzo del quale Egli ci vuole trasformare”. Cosi facendo, l’omelia supera la tentazione di ridursi a semplice spiegazione, a pura illustrazione di un concetto, che può esimersi dal coinvolgimento dei soggetti. L’omelia mistagogica, invece, ha come prima finalità quella di coinvolgere i soggetti nell’atto di fede, nel quale atto consiste la sua vera attualità. L’esigenza vera di attualità è che la parola dell’omelia si riferisca a quell’atto che è la fede. Mentre l’insegnamento mira al sapere, la predicazione mira alla confessione della fede.

Nel metodo mistagogico, il punto di partenza sono le azioni liturgiche che si stanno compiendo. L’omelia mistagogica fa proprio questo metodo, il suo carattere singolare è appunto quello di lasciarsi informare e plasmare da tali azioni, e di assumerne quasi l’andamento: in tal modo diviene essa stessa azione liturgica. […] L’omelia, perciò, non può e non deve abbandonare l’azione celebrativa per sviluppare un discorso a proposito di qualsiasi cosa, ma appartiene alla sua natura di lasciarsi coinvolgere e trascinare nel movimento istituito dal rito stesso. L’omelia è una parola che ha la forma del rito. Nella sua omelia del 24 aprile il Papa Benedetto XVI, in perfetta sintonia con questo metodo, ci fa ripercorrere lo stesso cammino che si sviluppa nella celebrazione, la sua parola scorre al ritmo del rito, seguendone fedelmente la trama. […]

Risulta molto chiara la corrispondenza tra la sequenza rituale e il percorso dell’omelia papale. Il Papa Benedetto XVI attua esemplarmente quanto affermato dalla Costituzione conciliare sulla Liturgia Sacrosanctum Concilium, la quale affermava che l’omelia è “pars actionis liturgicae…pars ipsius liturgiae”. Il Concilio richiamava la necessità di non pensare all’omelia come ad un elemento autonomo, quasi un contenuto di pensiero elaborato a monte e già in sé consistente, semplicemente da inserire dentro il contesto celebrativo, bensì come ad un elemento strutturale dell’atto liturgico stesso, partecipe della sua natura e delle sue caratteristiche. […] “L’omelia fa parte della liturgia, ed è vivamente raccomandata: è infatti necessaria per alimentare la vita cristiana. Essa deve consistere nella spiegazione o di qualche aspetto delle letture della Sacra Scrittura, o di un altro testo dell’Ordinario o del Proprio della messa del giorno, tenuto conto sia del Mistero che viene celebrato, sia delle particolari necessità di chi ascolta”.

Questo testo è stato generalmente interpretato nel modo seguente: occorre ripercorrere le letture alla ricerca di una tema unificante, nel tentativo di offrire prima un insegnamento, per poi passare ad alcune applicazioni per la morale e per la vita. Quest’interpretazione rivela tutta la sua fragilità: da una parte induce a pensare alla Parola di Dio come a qualcosa che non è già in sé eloquente per la vita dell’uomo; dall’altra assolutizza il testo proclamato, dimenticando tutti gli altri elementi del contesto celebrativo. Si predica il testo, attraverso un’esegesi erudita, senza annunciare, attraverso il testo, la realtà del testo, cioè la presenza attuale di Dio nel mistero. Il contesto impedisce una codificazione del testo, e lo restituisce alla sua vera provenienza e destinazione: la Parola viene da Dio per attuare la nostra comunione con Lui. […]

Cosa emerge, dunque, nel modo di spiegare le Scritture praticato da Benedetto XVI? In fondo una cosa semplicissima: l’adesione ferma alle regole ermeneutiche che la tradizione patristica ci ha trasmesso. Le possiamo richiamare così: in primo luogo la percezione che tutta la Bibbia costituisce un unico messaggio per cui si può illuminare un testo con altri testi anche se non sono dello stesso autore o dello stesso tempo. In secondo luogo tutta la Bibbia viene letta in rapporto con la presenza viva di Gesù risorto: non si tratta di capire alcune idee, ma di vivere una comunione che il dialogo della fede e l’atto della preghiera rende personale e ricca. Tutto questo si collega con il cammino attuale dell’uomo per cui le Scritture illuminano quello che oggi la Chiesa vive, soffre e proclama. Unità della Bibbia; centralità del mistero di Cristo; attualità del messaggio. Il Papa si muove su questa linea chiarissima che conosce certo gli strumenti di un’esegesi storico critica, ma li usa all’interno di un’esperienza ecclesiale di fede di cui il contesto delle azioni liturgiche costituisce una sicura garanzia. […]

Chiare sono anche le finalità dell’omelia così come sono enucleate nei Praenotanda dell’Ordo lectionum Missae: “Con essa (colui che presiede) guida i fratelli a gustare la Sacra Scrittura, apre il cuore dei fedeli al rendimento di grazie per i fatti mirabili da Dio compiuti; alimenta la fede dei presenti per ciò che riguarda quella parola che nella celebrazione, sotto l’azione dello Spirito Santo, si fa sacramento; li prepara infine ad una fruttuosa comunione e li esorta ad assumersi gli impegni della vita cristiana”. Per far gustare la Parola, aprire il cuore alla lode e alimentare la fede, l’omelia non può limitarsi ad essere discorso intorno ad un tema da cui si traggono conseguenze per la vita. E’ difficile che per questa via si giunga allo “stupore eucaristico”, e sappiamo bene “solo lo stupore conosce”. […]

Il Papa ci ha restituito la pertinenza dello stupore anche in quell’atto celebrativo che e l’omelia, le ha permesso di parlare il linguaggio della sua casa natale. Non ha utilizzato la liturgia, neppure quella inaugurale del suo ministero, non si è servito di essa come di un mezzo, di un contenitore neutro, per presentare il proprio programma. Con decisa semplicità, si è voluto incamminare nel suo servizio petrino con il passo della liturgia, con le sue parole non ha mortificato né la forza del messaggio evangelico né la sua ispirazione. Piuttosto ha coinvolto i fedeli nell’avventura a cui il Signore lo ha chiamato. Un’avventura iniziata con il passo della liturgia, che è il passo della Chiesa. Un passo che ha condotto e sta conducendo la Chiesa a vivere un momento di grazia e di vitalità spirituale.



tratto da G. Busani, Le due omelie mistagogiche, in Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, Inizio del ministero petrino del Vescovo di Roma Benedetto XVI, Città del Vaticano 2006, 443-457.

(31/0/2014)



Pace sì ma senza confusioni. A messa Francesco vuole più disciplina



pace

di Sandro Magister

Il segno della pace nel rito romano rimarrà nello stesso momento della messa in cui è ora collocato, prima della distribuzione dell’eucaristia. Ma saranno da correggere gli abusi che si sono registrati finora, soprattutto riguardo alla confusione che spesso contraddistingue questo momento della liturgia.
È questo il senso di una lettera circolare inviata dalla congregazione per il culto divino alle conferenze episcopali del mondo, che si può leggere qui nella sua versione spagnola:
Nella missiva, firmata dal cardinale prefetto Antonio Cañizares Llovera e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche, si ricorda che lo studio della questione era stato avviato nel corso del sinodo sull’eucarestia del 2005.
E si cita ciò che al punto 49 dell’esortazione apostolica postsinodale del 2007, “Sacramentum caritatis”, Benedetto XVI aveva scritto:
“Durante il sinodo dei vescovi è stata rilevata l’opportunità di moderare questo gesto, che può assumere espressioni eccessive, suscitando qualche confusione nell’assemblea proprio prima della comunione. È bene ricordare come non tolga nulla all’alto valore del gesto la sobrietà necessaria a mantenere un clima adatto alla celebrazione, per esempio facendo in modo di limitare lo scambio della pace a chi sta più vicino”.
Papa Joseph Ratzinger in nota aveva poi aggiunto:
“Tenendo conto di consuetudini antiche e venerabili e dei desideri espressi dai padri sinodali, ho chiesto ai competenti dicasteri di studiare la possibilità di collocare lo scambio della pace in altro momento, ad esempio prima della presentazione dei doni all’altare. Tale scelta, peraltro, non mancherebbe di suscitare un significativo richiamo all’ammonimento del Signore sulla necessaria riconciliazione previa ad ogni offerta a Dio”.
Prima dell’offertorio è anche il momento in cui il segno della pace è collocato nella liturgia ambrosiana, in vigore nella diocesi di Milano.
La circolare, i cui contenuti sono stati approvati da papa Francesco nel corso di una udienza concessa a Cañizares lo scorso 7 giugno, spiega che – dopo aver consultato le conferenze episcopali e dopo una approfondita riflessione – si è deciso di far rimanere lo scambio della pace prima della comunione per non introdurre cambi strutturali al messale romano.
Nello stesso tempo però vengono date alcune indicazioni pratiche per ovviare agli inconvenienti riscontrati.
E cioè:
1. Si ricorda che non è necessario invitare meccanicamente ogni volta i fedeli a scambiarsi il segno della pace, e quindi se lo si ritenga conveniente lo si tralasci.
2. Si rileva l’opportunità che nella pubblicazione della nuova edizione del messale in corso le conferenze episcopali cambino in meglio le modalità suggerite precedentemente: passando ad esempio da gesti familiari e profani di saluto a gesti più appropriati.
3. Si indica la necessità che nello scambio della pace si evitino: l’introduzione di un canto della pace inesistente nel rito romano; lo spostamento dei fedeli dal proprio posto; l’abbandono dell’altare da parte del sacerdote per dare la pace ad alcuni fedeli. Inoltre, si raccomanda di evitare che in alcune circostanze – come le solennità di Pasqua o Natale, i battesimi, le prime comunioni, le cresime, i matrimoni, le ordinazioni sacerdotali, le professioni religiose, le esequie – il darsi la pace sia occasione per felicitarsi o per esprimere condoglianze tra i presenti.
4. Si invitano le conferenze episcopali a preparare catechesi liturgiche sul significato del rito della pace nella liturgia romana e sul corretto sviluppo nella celebrazione della messa.
La circolare è datata 8 giugno. E la notizia della sua esistenza è trapelata in Spagna dove è stata trasmessa ai singoli vescovi con una lettera di accompagnamento datata 28 luglio.
Ora si vedrà se e come verrà applicata, in Spagna e altrove.
Intanto, poco dopo la pubblicazione di questo post, sia la notizia che il testo della circolare sono spariti dal sito web della diocesi catalana di Lleida che li aveva messi in rete.





SETTIMO CIELO


venerdì 1 agosto 2014

Gli strani silenzi di un papa tanto loquace





Non una parola per le studentesse nigeriane rapite, né per la pakistana Asia Bibi condannata a morte con l'accusa d'aver offeso l'islam. E poi le udienze negate all'ex presidente dello IOR Gotti Tedeschi, cacciato per aver voluto far pulizia

di Sandro Magister

ROMA, 1 agosto 2014 – Nel giorno di sant'Anna, patrona di Caserta, papa Francesco ha fatto visita a questa città. Tutto normale? No. Perché appena due giorni dopo Jorge Mario Bergoglio è tornato di nuovo a Caserta per incontrare un suo amico italiano conosciuto a Buenos Aires, Giovanni Traettino, pastore di una locale Chiesa evangelica.

Anzi, inizialmente il proposito di Francesco era di andare a trovare soltanto questo suo amico, col vescovo di Caserta lasciato del tutto all'oscuro, e ce n'è voluta per convincere il papa a raddoppiare il programma per non trascurare le pecore del suo ovile.

In Francesco la collegialità di governo è più evocata che praticata. Lo stile è quello di un generale dei gesuiti che alla fine decide tutto da solo. Lo si capisce dai suoi gesti, dalle sue parole, dai suoi silenzi.

Ad esempio, sono settimane che dietro le quinte Bergoglio coltiva i rapporti con i capi delle potenti comunità "evangelical" degli Stati Uniti. Nel residence di Santa Marta ha passato ore e ore in loro compagnia. Li ha invitati a pranzo. In uno di questi momenti conviviali si è fatto immortalare battendo il "cinque" a palme aperte tra grandi risate con il pastore James Robinson, uno dei televangelisti americani di maggior successo.

Quando ancora nessuno ne sapeva nulla, è stato Francesco ad anticipare a costoro il suo proposito di andare a trovare a Caserta il loro collega italiano e a spiegarne il motivo: "porgere le scuse della Chiesa cattolica per i danni che ha loro arrecato ostacolando la crescita delle loro comunità".

Da argentino qual è, Bergoglio conosce dal vivo la travolgente espansione delle comunità evangeliche e pentecostali in America latina, che continuano a portar via alla Chiesa cattolica masse ingenti di fedeli. Eppure ha deciso così: non di combattere i loro capi, ma di farseli amici.

È la stessa linea che egli ha adottato con il mondo musulmano: preghiera, invocazione di pace, generali condanne di ciò che viene compiuto di male, ma attentissimo a tenersi lontano dai casi specifici riguardanti persone precise, vittime o carnefici che siano.

Anche quando è il mondo intero che si mobilita in difesa di determinate vittime e tutti si aspetterebbero da lui un pronunciamento, Francesco non abbandona questo suo riserbo.

Non ha speso una sola parola quando la giovane madre sudanese Meriam era in carcere con i figlioletti, condannata a morte solo perché cristiana, ricevendola però una volta liberata grazie alle pressioni internazionali.

Non ha detto nulla – a parte un volatile tweet – per le centinaia di studentesse nigeriane rapite da Boko Haram, nonostante la campagna mondiale promossa anche da Michelle Obama con il motto: "Bring back our girls".

Tace sulla sorte di Asia Bibi, la madre pakistana in carcere da cinque anni, in attesa dell'appello contro la sentenza che l'ha condannata a morte con l'accusa di aver offeso l'islam.

Eppure la campagna per la liberazione di Asia Bibi vede ovunque impegnatissimo il mondo cattolico e di lei è stata resa pubblica all'inizio di quest'anno un'accorata lettera al papa. Che non le ha risposto.

Sono silenzi che fanno tanto più impressione in quanto praticati da un papa di cui si conosce la generosissima disponibilità a scrivere, a telefonare, a portare aiuto, ad aprire le porte a chiunque bussi da lui, non importa se povero o ricco, buono o cattivo.

Aveva ad esempio sollevato qualche critica il suo ritardo a incontrare le vittime degli abusi sessuali commessi da esponenti del clero. Ma lo scorso 7 luglio ha rimediato, spendendo un'intera giornata con sei di queste vittime, chiamate a Roma da tre paesi europei.

Negli stessi giorni faceva passi avanti la riorganizzazione delle finanze vaticane, con alcuni ricambi ai vertici e il congedo dell'incolpevole presidente dello IOR, il tedesco Ernst von Freyberg.

Inspiegabilmente, in sedici mesi di pontificato, questi non era mai riuscito a ottenere udienza dal papa.

Ma ancor più inspiegabile è la "damnatio" che ha colpito il suo predecessore Ettore Gotti Tedeschi, cacciato nel maggio del 2012 proprio per aver spinto avanti l'opera di pulizia, e cacciato proprio dai maggiori colpevoli del malaffare.

Le sue richieste a papa Francesco d'essere ricevuto e ascoltato non hanno mai ricevuto risposta.

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Questa nota è uscita su "L'Espresso" n. 31 del 2014, in edicola dal 1 agosto, nella pagina d'opinione dal titolo "Settimo cielo" affidata a Sandro Magister




Caterina, 8 anni : " Ha offerto coscientemente la sua malattia per p. Stefano Manelli e per l'Istituto dei Francescani dell'Immacolata"









" Caterina Maria , ultima di dieci figli, nata a Benevento il 1 giugno 2006.
A 4 anni chiede in tono serio a p. Pietro Luongo F.I. di volersi confessare.
È stata battezzata da p. Stefano Manelli e da lui ha ricevuto la I Comunione all'età di 5 anni e mezzo il giorno di Natale 2011, santa Messa in rito tridentino.
Ogni sera alle ore 19,20 doveva andare ad ogni costo alla Benedizione Eucaristica nel Santuario del Buon Consiglio.
Ha offerto coscientemente la sua malattia per p. Stefano Manelli e per l'Istituto dei Francescani dell'Immacolata frati e suore. Sapeva che non sarebbe guarita.
Il suo film preferito fin da piccolissima era Marcellino Pane e Vino.
La sua canzone preferita: "Preferisco il Paradiso", sentita nel film su San Filippo Nero.
Non si è mai, dico mai, lamentata della malattia (pinealoblastoma).
Quando gli chiedevi come va rispondeva sempre "bene" e con un sorriso.
Ripeteva sempre, fin quando è riuscita a parlare, che Gesù è venuto a portare la gioia.
Posso dire che il buon Dio l'ha cresciuta per sé e se l'è presa nel giorno di Maria nella festività di Sant'Anna e Gioacchino, sabato 26 luglio 2014 all'età di 8 anni.
Consummatum est!
Il suo motto: senza amore si cresce con fatica!"


Ringraziamo commossi ed edificati il Padre di Caterina Maria che ha autorizzato la pubblicazione di questo suo scritto. (A.C.




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