domenica 27 luglio 2014

«Il matrimonio sacramentale, se valido, è indissolubile»






«La speranza della famiglia» il libro intervista (Edizioni Ares, 80 pagine, euro 9.50) che raccoglie il dialogo tra il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede e Carlos Granados, direttore delle edizioni spagnole Bac. Nel libro il porporato consegna per così dire le sue riflessioni programmatiche in vista del Sinodo straordinario sulla famiglia che si terrà in Vaticano dal 5 al 19 ottobre prossimi. Del volume, Avvenire pubblica in anteprima alcuni estratti, a partire dalla domanda, e relativa risposta, sulla difficoltà dei giovani a pronunciare la promessa matrimoniale.

Papa Francesco ci ricordava nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium come «l’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità del vincolo tra persone e che snatura i vincoli familiari» (n.67). In questa situazione, come si può intendere il «per sempre» del matrimonio?

Il «per sempre» chiaramente si lega all’«una volta per sempre» del sacrificio di Gesù sulla croce, che ha dato la sua vita per noi. Dare la propria vita è quasi la rappresentazione dell’amore, dal momento che l’amore non è un sentimento vago, bensì una realtà: realizzarsi attraverso la donazione di sé. Il cuore dell’amore è il donarsi di Dio per noi (...).

È impossibile vivere isolati o chiusi in noi stessi! La vita ha senso unicamente quando diviene concreta donazione all’altro: nella vita quotidiana, giorno per giorno. In modo particolare, essa si dà nel mistero del matrimonio che diventa il luogo privilegiato dove si sperimenta la donazione di sé definitiva e senza condizioni, che dà senso alla nostra vita. Tutto ciò, indubbiamente, è tanto bello e incoraggiante, ma presenta anche il limite di non potersi realizzare contando unicamente sulle proprie forze. Senza l’umile ammissione dei propri limiti e senza la sincera offerta del perdono ricevuto da Dio non è possibile sostenere il «per sempre». Ritengo che dietro tante famiglie spezzate o ricomposte a pezzetti, con vari «padri» o «madri» o solo con «madri» o solo con «padri», in definitiva ci sia un difetto di comprensione di ciò che ritenevamo evidente. Secondo il mio parere, l’obiettivo principale del prossimo Sinodo dovrebbe essere il compito di recuperare l’idea sacramentale del matrimonio e della famiglia, per conferire ai giovani disposti a iniziare il cammino coniugale o a quelli che già vi si trovano, il coraggio necessario. In fondo, si tratta di dire loro che non sono soli in questo cammino, che la Chiesa – sempre madre – li accompagna e continuerà ad accompagnarli. Appare evidente che questo sarebbe un compito impossibile da realizzare se l’affidassimo alla semplice pubblicazione di qualche libro o articolo specialistico!

Non possiamo dimenticare la forte testimonianza dei matrimoni che non falliscono. Tutti conosciamo coppie felici e appagate che hanno vissuto intensamente divenendo, per lo più inconsciamente, testimoni privilegiati della verità. Il Santo Padre parla spesso della povertà, incarnata nei poveri del terzo e quarto mondo, relegati nelle cosiddette «periferie esistenziali». Tra loro ci sono i figli che debbono crescere senza i loro genitori, gli «orfani del divorzio». Forse sono i poveri più poveri del mondo: sono i figli abbandonati non solo nei Paesi del terzo mondo, ma anche qui in Europa, nell’America del Nord, nei Paesi più ricchi. Questi «orfani del divorzio», a volte circondati da molti beni, con molto denaro a disposizione, sono i più poveri tra i poveri, perché hanno molti beni materiali, ma sono privi di quello fondamentale: dell’amore oblativo di due genitori che rinunciano a sé stessi per loro (...). Lei ha sottolineato la gran difficoltà di vivere il «per sempre». Indubbiamente, la dottrina circa l’indissolubilità del matrimonio oggi è tra le più incomprensibili nei nostri ambienti secolarizzati (...).

D’altra parte, vorrei sottolineare che recenti indagini svolte tra i nostri giovani hanno confermato il fascino dell’ideale di fedeltà tra un uomo e una donna, fondato sull’ordine della Creazione. Anche se affermano di «credere» nel divorzio, la maggior parte tra loro aspira a una relazione fedele e costante, corrispondente alla sua natura spirituale e morale. Peraltro, non dobbiamo dimenticare che il matrimonio indissolubile possiede un valore antropologico di primaria grandezza: sottrae la persona all’arbitrio e alla tirannia dei sentimenti e degli stati d’animo; li aiuta ad affrontare le difficoltà personali e a superare le esperienze dolorose; soprattutto protegge i figli. Perciò affermano che l’amore è qualche cosa di più di un sentimento o di un istinto. Nella sua essenza, esso è dedizione e impegno. Nell’amore coniugale, due persone si dicono l’un l’altra, in modo cosciente e volontario: sei così importante per me, sei così unico/ a per me, che voglio stare solamente con te e per sempre! (...)

Il problema dei divorziati risposati è stato riproposto ultimamente all’attenzione dell’opinione pubblica. Si è giunti a mettere in dubbio il criterio stabilito nella Familiaris consortio che nel punto 84 recita così: «La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla sacra Scrittura, di non ammettere alla Comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio». Partendo da una certa interpretazione della Scrittura, della tradizione patristica e dei testi del magistero, di recente sono state suggerite soluzioni che propongono innovazioni rispetto alla Familiaris consortio. Come dobbiamo comportarci su questo punto?

(...) Nemmeno un Concilio ecumenico può mutare la dottrina della Chiesa, perché il suo Fondatore, Gesù Cristo, ha affidato la custodia fedele dei suoi insegnamenti e della sua dottrina agli Apostoli e ai suoi successori (...). Pertanto, la dottrina della Chiesa non sarà mai la somma di alcune teorie elaborate da un gruppo di teologi, per geniali che possano essere, bensì la confessione della nostra fede nella Rivelazione, niente più e niente meno che la Parola di Dio affidata al cuore – interiorità e alle labbra – annuncio – della sua Chiesa. Abbiamo sul matrimonio una dottrina elaborata e strutturata, basata sulla parola di Gesù, che occorre offrire nella sua integrità. La troviamo nei Vangeli e in altri luoghi del Nuovo Testamento, soprattutto nelle parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi e nella lettera ai Romani. Abbiamo a disposizione anche la Tradizione, con molti scritti e molte riflessioni dei Padri della Chiesa, per esempio di sant’Agostino.

A tutto ciò si devono aggiungere gli sviluppi della Scolastica e del magistero dei concili di Firenze e di Trento. Per finire, un ultimo stadio della progressiva esposizione del dogma lo troviamo magnificamente espresso nella Lumen gentium e soprattutto nella Gaudium et spes n. 47-51, che sono la sintesi completa operata dal Concilio Vaticano II di tutta la dottrina della Chiesa sul matrimonio, compresa la domanda sul divorzio. A questo proposito, la Chiesa non può ammettere il divorzio per un matrimonio sacramentale rato e consumato. È dogma della Chiesa. Insisto: l’assoluta indissolubilità di un matrimonio valido non è una mera dottrina, bensì un dogma divino e definito dalla Chiesa. Di fronte alla rottura di fatto di una matrimonio valido, non è ammissibile un altro «matrimonio » civile. In caso contrario, saremmo di fronte a una contraddizione, perché se la precedente unione, il «primo» matrimonio o, meglio, il matrimonio, è realmente un matrimonio, un’altra unione successiva non è «matrimonio».

È solo un gioco di parole parlare di primo e di secondo «matrimonio». Il secondo matrimonio è possibile solamente quando il legittimo coniuge è morto, oppure quando il matrimonio è stato dichiarato invalido, perché in questi casi il vincolo precedente si è dissolto. In caso contrario ci troviamo di fronte a ciò che è definito «impedimento di vincolo».(...) Nel fondo della questione da lei posta e oltre un’apparente disputa teologica, dobbiamo tener presente che ci troviamo di fronte a un problema che obbliga la Chiesa a essere sempre fedele alla dottrina di Gesù, le cui parole al riguardo sono è assolutamente chiare. Ciò non impedisce di parlare del problema della validità di tanti matrimoni nell’attuale contesto secolarizzato. Tutti abbiamo assistito a nozze in cui non si sapeva bene se i contraenti del matrimonio erano realmente intenzionati a «fare ciò che fa la Chiesa» nel rito del matrimonio! In teoria, tutti conoscono criteri o condizioni classiche per poter contrarre matrimonio; in modo speciale che la volontarietà del consenso non sia viziata, che si sia liberi, che esista una sufficiente maturità personale. Indubbiamente ci obbliga a riflettere e come pastori ci preoccupa la situazione accennata in precedenza per cui molti contraenti sono formalmente cristiani, perché hanno ricevuto il battesimo, ma non praticano la fede cristiana; non solamente liturgicamente, bensì esistenzialmente. Benedetto XVI ha fatto insistenti richiami a riflettere sulla grande sfida rappresentata dai battezzati non credenti. Di conseguenza, la Congregazione per la Dottrina della fede ha raccolto la preoccupazione del Papa, mettendo al lavoro un buon numero di teologi e di altri collaboratori per risolvere il problema della relazione tra fede esplicita e implicita.

Che cosa avviene quando un matrimonio è carente perfino della fede implicita? Certamente quando essa manca, sebbene il matrimonio sia stato celebrato libre et recte potrebbe risultare invalido. Ciò induce a ritenere che, oltre ai criteri classici per dichiarare l’invalidità del matrimonio, ci sia da riflettere di più sul caso in cui i coniugi escludano la sacramentalità del matrimonio. Attualmente ci troviamo ancora in una fase di studio, di riflessione serena ma (...), nella nostra Congregazione stiamo dedicando molte energie per dare una risposta corretta al problema posto dalla fede implicita dei contraenti.

Perciò se il soggetto escludesse la sacramentalità del matrimonio, allo stesso modo di chi, al momento di sposarsi, escludesse per esempio i figli, quel fatto potrebbe rendere nullo il matrimonio che è stato contratto. Forse è questo che si sta studiando…

La fede appartiene all’essenza del sacramento. Certo, occorre chiarire la questione giuridica posta dall’invalidità del sacramento a causa di una evidente mancanza di fede (...). Stabilire un criterio valido e universale al riguardo non è davvero una questione futile. In primo luogo perché le persone sono in costante evoluzione sia per le conoscenze che via via acquisiscono col passare degli anni, sia per la loro vita di fede. Il tirocinio e la fede non sono dati statistici! Talvolta, al momento di contrarre il matrimonio una certa persona non era credente; ma è anche possibile che nella sua vita sia intervenuto un processo di conversione, sperimentando così una sanatio ex posterioridi ciò che in quel momento era un grave difetto di consenso. Desidero ripetere in ogni caso che, quando ci troviamo in presenza di un matrimonio valido, in nessun modo è possibile sciogliere quel vincolo: né il Papa né alcun altro vescovo hanno autorità per farlo, perché si tratta di realtà che appartiene a Dio, non a loro (...).

Evidentemente si pone anche qui la relazione tra il sacramento dell’Eucaristia e il sacramento del matrimonio. Che cosa ci può dire a riguardo? Come si può intendere la relazione tra i due sacramenti?


La Comunione eucaristica è espressione di una relazione personale e comunitaria con Gesù Cristo. A differenza dei nostri fratelli protestanti e in linea con la Tradizione della Chiesa, per i cattolici essa esprime l’unione perfetta tra la cristologia e l’ecclesiologia. Pertanto, non posso avere una relazione personale con Cristo e col suo vero Corpo presente nel Sacramento dell’Altare e, allo stesso tempo, contraddire lo stesso Cristo nel suo Corpo mistico, presente nella Chiesa e nella comunione ecclesiale. Quindi possiamo affermare senza errore che se qualcuno si trova in situazione di peccato mortale, non può e non deve accostarsi alla Comunione. Ciò avviene sempre, non solamente nel caso accennato nella domanda precedente, bensì in tutti i casi in cui ci sia una rottura oggettiva con ciò che Dio vuole per noi. Questo è per definizione il vincolo che si stabilisce tra i vari sacramenti. Perciò bisogna stare ben attenti di fronte a una concezione immanentista del sacramento dell’Eucaristia, ossia a una comprensione fondata su un individualismo estremo. Concretamente, bisogna guardarsi dal credere soggettivamente di essere in comunione con Cristo e di osservare la legge di Dio rimanendo ai margini della comunione ecclesiale, subordinando alle proprie necessità o ai propri gusti la recezione dei sacramenti o la partecipazione alla comunione ecclesiale.

Per alcuni la chiave del problema è il desiderio di comunicarsi sacramentalmente», come se il semplice desiderio fosse un diritto. Per molti altri, la comunione è solamente una maniera di esprimere l’appartenenza a una comunità; è la manifestazione di un sentimento, quello dell’appartenenza a una collettività che a sua volta ne comporta altre come l’identità, lo spirito di corpo o il timore di venirne escluso. Certamente, il sacramento dell’Eucaristia non può essere concepito in modo riduttivo come espressione di un diritto o di una identità comunitaria: l’Eucaristia non può essere un social feeling!. Spesso viene suggerito di lasciare alla coscienza personale dei divorziati risposati la decisione di accostarsi alla Comunione eucaristica. Anche questo argomento esprime un problematico concetto di «coscienza», già respinto dalla Congregazione per la Fede nel 1994. Prima di accostarsi a ricevere la comunione, i fedeli sanno di dover esaminare la loro coscienza, cosa che li obbliga anche a formarla di continuo e quindi a essere degli appassionati ricercatori della verità. In questa dinamica tanto peculiare, l’obbedienza al magistero della Chiesa non è di peso, bensì di aiuto per scoprire la tanto anelata verità sul proprio bene e su quello degli altri.







Avvenire. 25 luglio 2014



sabato 26 luglio 2014

Notarelle palpitanti sul gigante Meriam





di Valerio Pece

La Chiesa ha bisogno “come il pane” delle Meriam Ibrahim sparse per il mondo. La giovane mamma presto lascerà l’Italia, ma i sui occhi amorevoli e fieri offrono a tutti (islam e occidente) una grande chance.

Meriam che scende dall’aereo è di una bellezza arcana, che viene da lontano. Ricorda Noa, la cantante israeliana, ma è molto più bella. Rapito, continuo a guardare le sue foto, a Ciampino e poi a Santa Marta, e mi struggo in sguardi e modi letteralmente di un’altro mondo. Sull’aereo che li riportava in Italia, lo stesso Lapo nazionale (Pistelli, il Vice Ministro degli Esteri a cui va un grande grazie) si mostrava “umano”: inviava tweet e sorrideva all’obiettivo. Meriam no, guarda altrove, assorta, come chi serba molte cose nel cuore. Una Madonna nera.

Stringe al petto Maya, questo sì, la piccola che ha partorito sul freddo pavimento di una prigione,

a gambe incatenate, impossibilitata anche a divaricarle a dovere, nel momento più sacro e vertiginoso dell’esistenza, quello in cui si arriva ad essere Concreatori. Bestiale.

L’Italia è stata benedetta da questa presenza, seppur fuggevole. Il Papa l’ha ringraziata per il rifiuto di quell’abiura che in un attimo le avrebbe risolto tutti i problemi (la sua uscita di prigione, il ricongiungimento col marito in carrozzella, un posto umano per i suoi figli). Bergoglio l’ha ascoltata e anche benedetta, ma noi che siamo solo dei poveri diavoli – davanti a colei che ha incarnato l’essenza del cristianesimo facendo tremare i polsi a chiunque si sia immedesimato almeno un po’ nella sua incredibile vicenda umana -, noi ci inginocchiamo.

Sappiamo di insegnanti che per spiegare cos’è l’uomo, di cosa è fatto, di cosa è capace, quest’anno hanno messo in cattedra proprio Meriam. Come dire altrimenti l‘antropologia? Come spiegare ai nativi digitali che siamo creati a immagine e somiglianza di Qualcuno? Settimana dopo settimana, grondante com’è di colpi di scena, la vicenda di Meriam Ibrahim ha incantato schiere di adolescenti. Naso all’insù e occhi sgranati.“Sapete che c’è una donna condannata all’impiccagione perché si rifiuta di tradire Cristo?”; “Per aver sposato un cristiano per la sharia merita 100 frustate..”; “..Sì, il piccolo di 20 mesi è con lei in prigione”; “Ieri è nata Maya!”; “Abietti tentatori continuano ad entrare in cella per farle rinnegare Cristo, mentre intorno a lei solo prigioniere schiumanti odio”. La scuola è poi finita ma i colpi di scena (che per la giovane mamma sono spade che trafiggono il cuore) si sono addirittura moltiplicati: Meriam finalmente libera. Macchè! Fermata all’aeroporto. Meriam reclusa coi piccoli e il marito in un’angusta camera d’Ambasciata. Lo squallido cavillare su documenti e passaporti. Nuove denunce di rabbiosi fratellastri. E’ l’epopea di un martirio.

“Il mondo ha bisogno di testimoni, più che di maestri” diceva Paolo VI. Ancora più esplicito è stato fratel Ettore Boschini, il vulcanico camilliano presto beato: “Altro è parlare della Croce e altro è parlare dalla Croce!”. Ci siamo, parlano (anche) di lei. E come ieri la Chiesa era Caterina Benincasa, Piergiorgio Frassati, Maria Goretti, oggi è Chiara Badano, sono i cristiani cinesi che si fanno massacrare per salvare le loro chiese dalla furia comunista, è Chiara Corbella, sono le Sentinelle in Piedi che vengono aggredite perché si rifiutano di negare che “l’erba è verde”. La Chiesa oggi è Meriam quanto ieri lo era Tommaso Moro. Se ne ricordino al Sinodo prossimo venturo. L’esatto il contrario, insomma, di quanto andava scrivendo il più acerrimo nemico del Beato John Henry Newman , Mons. Talbot. «Qual è il campo dei laici? Andare a caccia, sparare, divertirsi…! Questo lo capiscono. Quanto ad immischiarsi degli affari della Chiesa, non ne hanno affatto il diritto!». Ma i Talbot, insieme a un certo clericalismo, non sono spariti del tutto (chissà se qualcuno alla Cei reputa il viso di Meriam abbastanza “espressivo”…).

La Chiesa ha bisogno di Meriam Ibrahim come il pane, delle Meriam sparse nel mondo, intendiamo. Non è accettabile che il verbo si sia fatto carta. Il cristianesimo è un incontro, lo sappiamo, una valanga d’amore che ti vince dolcemente. Niente di meno. “Se Dio fosse il punto d’arrivo di un ragionamento, non sentirei alcuna necessità di adorarlo”, scrive Gomez Dàvila. Ecco, sogneremmo solo che quei belli e cruciali 15 minuti dedicati alla mamma sudanese a Santa Marta, riuscissero in qualche modo a lievitare. Spereremmo che si parlasse ancora di lei, della fede granitica di questa giovane virtuosa e bella, di una bellezza che è lo splendore del vero. Andrebbe impedito con tutte le forze di impacchettare e bruciare così presto l’incredibile vicenda umana di Meriam, non possiamo permetterci di dimenticarla. La sua storia è uno scandalo, quindi una chance. Anche per un certo Islam la giovane madre potrebbe essere una provvidenziale opportunità, una pietra d’inciampo, uno specchio purissimo nel quale guardarsi (dentro).

Al netto di tutto, quello che sappiamo è che ancora oggi, 26 luglio, nel vedere quel sorriso di Meriam che sa maledettamente di Cielo, il cuore continua a palpitare. In questa giovane madre, a metà tra il coraggio di Giovanna d’Arco e la somma piccolezza di Teresina di Lisieux, anche su una pista d’aeroporto riconosciamo forte e chiara quella che Vladimir Salov’ëv chiamava la divinoumanità. Finché ci saranno persone così, continueremo a sperare contro ogni speranza. E lo faremo con le stesse definitive parole con cui De Maistre chiudeva una sua missiva: «Qualcuno afferma: “Non vi è più mezzo per ristabilire l’antico ordine di cose: gli elementi stessi non esistono più”. Ma gli elementi di tutte le costituzioni sono gli uomini: non vi sarebbero per caso assolutamente più uomini in Francia?».

C’è Meriam Ibrahim, dagli occhi nerissimi e fieri, cittadina del mondo, che ha resistito a ha vinto, e che ora solca i cieli con una bimba stretta al petto. Un’innamorata di Cristo a cui l’Innamorato ha letteralmente spezzato le catene. “Quando sono debole è allora che sono forte”.








lug 26th, 2014 @ 10:32 am › Libertà e Persona




venerdì 25 luglio 2014

Bianchi come Scalfari: usa il Papa per i suoi fini







di Antonio Livi

25-07-2014

Nel celebrare oggi la Santa Messa (ieri per chi legge, ndr), mi ha turbato alquanto la prima lettura, tratta dal profeta Geremia: «Mi fu rivolta questa parola del Signore: "Va' e grida agli orecchi di Gerusalemme: Così dice il Signore: Mi ricordo di te, dell'affetto della tua giovinezza, dell'amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto,in una terra non seminata. Israele era cosa sacra al Signore la primizia del suo raccolto; quanti ne mangiavano dovevano pagarla, la sventura si abbatteva su di loro. Oracolo del Signore. Io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti. Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra e avete reso il mio possesso un abominio. Neppure i sacerdoti si domandarono: Dov'è il Signore? I detentori della Legge non mi hanno conosciuto, i pastori mi si sono ribellati, i profeti hanno predetto nel nome di Baal e hanno seguito esseri inutili. Stupitene, o cieli; inorridite come non mai! Oracolo del Signore. Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l'acqua» (Libro di Geremia, 2,1-3.7-8.12-13).

Ecco che cosa ci comunica oggi la Parola di Dio, inserita nella liturgia della Chiesa. L’argomento di questo “oracolo del Signore” è, appunto, ciò che avviene anche oggi all’interno della Chiesa, che è la “Gerusalemme celeste”, prefigurata da quella Gerusalemme che ha preparato la venuta di Cristo. In questa Gerusalemme che per noi cristiani è la Chiesa, in mezzo al popolo che Dio ha liberato dalla schiavitù d’Egitto portato a possedere la Terra promessa, ci sono sacerdoti infedeli (e per questo io sono trasalito leggendo queste parole tremende e pensando al rischio che corro io stesso); ci sono detentori della Legge che ignorano colpevolmente l’autore stesso della Legge, che è Dio; ci sono dei pastori che hanno un potere legittimo ma ne abusano, fomentando la ribellione del popolo a Colui che è il “pastore supremo”; e ci sono falsi profeti, i quali distolgono la Chiesa dal culto di Yahvè, vero e unico Dio, per compiacere gli idoli dei pagani, e in definitiva il demonio (Baal). Dio però non intende abbandonare il suo popolo all’abominio dell’idolatria e del tradimento dell’Alleanza. Per questo provvede a inviare un vero profeta che si opponga ai falsi profeti. Dio stesso, che è autore principale della Scrittura, assicura che Geremia è un vero profeta, uno che Egli ha veramente “consacrato e inviato” e che ha il carisma per parlare veracemente in nome di Dio.

Come non applicare questa pagina biblica, così drammatica, alla situazione attuale della Chiesa? Come non tentare, alla luce della rivelazione divina, una “lettura” dei “segni dei tempi”? La Parola di Dio è sempre attuale e sempre pertinente alla nostra vocazione personale e alla situazione sociale, ecclesiale, nella quale Dio vuole che viviamo e operiamo per la nostra e per l’altrui salvezza. Questo è il motivo per cui mi vedo costretto (a malincuore davvero!) a mettere in guardia di nuovo i miei fratelli nella fede (che non consiste in opinioni soggettive e arbitrarie, ma è sempre e soltanto “la fede della Chiesa”) da taluni cattivi maestri e falsi profeti che operano all’interno della Chiesa per snaturarla e privarla della sua funzione essenziale, che è la trasmissione integra e fedele della dottrina degli Apostoli e il conferimento della grazia sacramentale.

L’attualità mediatica mi costringe e riprendere il discorso sul più noto di questi cattivi maestri e falsi profeti, Enzo Bianchi. Vatican Insider dava ampio risalto il 23 luglio alle sue dichiarazioni (clicca qui) in seguito alla nomina come “consultore” di un organismo pastorale della Santa Sede. Bianchi si lascia andare al più ridicolo trionfalismo, dicendo che papa Bergoglio, dopo averlo ricevuto tre volte, ha deciso di dargli una specie di approvazione ufficiale delle sue opinioni sul papato e sull’ecumenismo.

Se si fosse limitato a vantarsi di avere un rapporto privilegiato con il Papa (quello attuale, perché con i predecessori è sempre stato assai polemico), avrebbe solo manifestato troppa vanità, che è una delle tante miserie umane dalle quali siamo tutti afflitti, in maggiore o minor grado. Ma Bianchi non si limita a vantarsi del suo presunto trionfo personale: si spinge oltre, fino a farsi interprete ufficiale del Papa e ad annunciare un programma rivoluzionario, che – guarda caso – è proprio il suo programma di “riforma” della Chiesa, quello che va sostenendo con i libri e le conferenze da decenni.

Il programma però non può essere attribuito al Papa, per due ragioni: innanzitutto, perché si tratta di iniziative rivoluzionarie che sarebbero in contrasto con l’intera Tradizione cattolica e persino con la dottrina ecclesiologica del Vaticano II; e poi perché nessuno che abbia rispetto e amore filiale per il Santo Padre si può permettere di “rivelare” alla stampa improbabili progetti pastorali tuttora mai enunciati ufficialmente, in documenti di magistero ordinario, dal Papa stesso.

In effetti, il ben noto (direi famigerato) programma rivoluzionario di Bianchi è una sistematica richiesta di misure “pastorali” che, con il pretesto dell’ecumenismo, mirano a concedere ai protestanti e agli ortodossi tutta la ragione nella loro secolare polemica contro la Chiesa cattolica.

Lutero voleva abolire il magistero ecclesiastico e basare la fede cristiana nella sola Scrittura interpretata con il “libero esame”? Ecco allora che Bianchi si fa capofila dei cattivi teologi che operano per una de-dogmatizzazione della Chiesa cattolica, ossia per la sostituzione della dottrina della fede (sancita dal Magistero) con una esegesi biblica frammentaria e arbitraria. Dopo di che, la pastorale, sganciata dal dogma, resta condizionata da motivi contingenti di convenienza socio-politica (il cosiddetto “annuncio del Vangelo all’uomo di oggi” è in realtà volontario asservimento a quella parte dell’opinione pubblica che sostiene il progetto riformatore, e non certo per amore della Chiesa).

I protestanti vogliono abolire tutti i sacramenti, ad eccezione del Battesimo? Ecco che Bianchi giustifica e incoraggia la prassi sempre più diffusa di eliminare la pratica della Confessione e la trasformazione della Santa Messa (basata sul dogma della Transustanziazione quindi sulla “presenza reale” di Cristo che si immola per la redenzione del mondo) in una “cena del Signore”, in una mera riunione di cristiani che celebrano la “memoria” di un evento che si perde nelle nebbie del mito. I protestanti vogliono abolire il culto dei santi e della Madonna? Ecco che Bianchi ignora la dignità altissima di Colei che il Concilio di Efeso (che Bianchi dovrebbe conoscere, visto che parla tanto dell’annuncio cristiano nei primi secoli) definisce dogmaticamente come la “Madre di Dio”, e che anche il Vaticano II, nel capitolo ottavo della Lumen gentium, si limita a parlarne, ove necessario, come “la nostra sorella”.

Quanto ai santi, nel calendario liturgico della comunità di Bose si registrano indistintamente – come si legge nella presentazione - «le festività e le memorie dei santi delle chiese cattolica, ortodossa, anglicana, le festività e i sabati ebraici, il calendario liturgico del monastero di Bose. È una possibilità in più per accostarsi alle tradizioni delle chiese cristiane e alla fede del popolo di Israele. Per estendere questa memoria anche agli uomini di altre fedi religiose, abbiamo voluto aggiungere una tavola con le date delle principali ricorrenze islamiche e buddhiste». E così il culto cattolico dei santi (con la dottrina dogmatica circa la loro unione con Dio nella gloria del Cielo e la loro intercessione per noi che siamo ancora viatores) lascia il posto a mere commemorazioni di uomini illustri e anche a eretici e persecutori della Chiesa.

Insomma, la “riforma” che Bianchi ha sempre auspicato e che ora (secondo lui) papa Francesco sarebbe intenzionato ad attuare in tempi brevi, sarebbe, nei punti più qualificanti, la riforma stessa di Lutero!

Non molto diversa la strategia riformatrice adottata da Bianchi nei confronti degli ortodossi, sempre in nome di quello che egli definisce «dovere ecumenico». Gli ortodossi hanno in comune con i cattolici tutti i dogmi (eccetto quello sull’infallibilità del papa, sancito nel 1870 dal Vaticano I) e tutti sacramenti, e pertanto sono divisi dai cattolici solo per il secolare rifiuto di accettare il primato di Pietro, ossia la funzione del papa come Pastore della Chiesa universale.

Il primato del Papa è non solo di “onore” ma anche di “giurisdizione”, a garanzia dell’unità della Chiesa e dello sviluppo omogeneo del dogma. Gli ortodossi riconoscerebbero anche un certo primato d’onore del vescovo di Roma ma non la sua effettiva giurisdizione universale e immediata su tutta la Chiesa. Bianchi allora che cosa fa? Propone (e attribuisce a papa Francesco) una radicale «riforma del papato», in nome di una “sinodalità” che darebbe potere deliberativo a tutti i vescovi del mondo, tramite i loro rappresentanti, su tutte le materie che ora sono di competenza del solo vescovo di Roma.

E lancia uno slogan privo di reale contenuto: «Non c’è primato senza sinodalità, e non c’è sinodalità senza primato!». Dico che è uno slogan privo di contenuto reale, perché la “sinodalità” che Bianchi auspica (e che assicura sia intenzione di questo Papa attuare presto come elemento centrale di una «riforma del papato») sarebbe una novità solo se andasse oltre la prassi attuale di consultazione dei vescovi (prassi che si rifà alle disposizioni di Paolo VI subito dopo il Concilio). Ma in tal caso la Chiesa cattolica adotterebbe la medesima “sinodalità” delle “chiese autocefale” dell’Ortodossia, le quali accettano solo disposizioni pastorali e disciplinari decise in comune tra loro nei sinodi di ciascun patriarcato. Del primato di Pietro, inteso come giurisdizione universale e immediata del Papa su tutta la Chiesa, non resterebbe nulla. Anche qui, come nel caso dei protestanti, il progetto ecumenico di Bianchi (che si ispira alle teorie materialmente eretiche di Hans Küng) consiste in definitiva nel dare ragione ai “fratelli separati” e torto alla Tradizione dogmatica della Chiesa cattolica.

In entrambi i casi, attribuire a un Papa l’intenzione di abrogare il papato e, così facendo, contraddire i dogmi della fede cattolica (non uno, ma tutti insieme) è qualcosa che difficilmente si concilia con il “senso della fede”, e prima ancora con il buon senso. Bianchi è talmente proiettato verso la “Chiesa del futuro” che non teme di profetizzare, da falso profeta qual è, l’autodemolizione della Chiesa cattolica ad opera di chi – per volontà di Cristo stesso - ha la missione e la grazia di garantire in ogni tempo e contro ogni attentato la sua indefettibilità.




La nuova Bussola Quotidiana


giovedì 24 luglio 2014

“La Messa è noiosa”



di Timothy Dolan
cardinale e arcivescovo di New York


il Santo Sacrificio della Messa. ... ogni Messa è il rinnovamento dell’avvenimento più importante e decisivo che sia mai accaduto: l’eterno, infinito sacrificio di lode di Dio Figlio a Dio Padre su una croce, sul Monte Calvario, in un venerdì chiamato “santo” (in inglese “good”, buono, ndr). Perché la Messa non riguarda noi, ma Dio. E il valore della Messa viene dalla nostra semplice ma profonda convinzione, basata sulla fede, che per un’ora, la domenica, siamo parte di qualcosa che va al di là, che siamo innalzati verso l’eterno, che siamo partecipi di un mistero, unendoci a Cristo nel rendimento di grazie, nell’amore, nel sacrificio di espiazione che offre eternamente al Padre. Quello che fa Gesù funziona sempre e non è mai noioso. La Messa non è un tedioso compito che assolviamo per Dio, ma un miracolo che Gesù compie con e per noi


Quante volte voi genitori l’avete sentito dire dai vostri figli la domenica mattina? Quante volte i nostri insegnanti e i nostri catechisti l’hanno sentito mentre preparavano i bambini per la Messa? E, ammettiamolo, quante volte noi stessi ce lo siamo detti ?

Cosa dire di fronte a una frase così infelice e quasi sacrilega? Beh, innanzitutto un “No, non è così!”. Uno può trovare la Messa noiosa, ma è un problema suo, non della Messa.

Ci sono nella vita diverse attività importanti che sono “noiose”: le visite dal dentista possono essere tali; le persone che hanno malattie ai reni mi dicono che una dialisi tre volte alla settimana non è un’esperienza entusiasmante; andare a votare non è il massimo del divertimento. Tutte e tre le cose sono importanti per il nostro stare bene e il loro valore non dipende dal grado di soddisfazione con cui le facciamo. La Messa è ancora più importante per la salute della nostra anima degli esempi citati.


La noia è un nostro problema e, dicono gli studiosi di fenomeni sociali, lo è perché siamo ormai abituati a esperienze mordi e fuggi, a cambiare canale quando sbadigliamo di fronte a un programma.


Grazie a Dio, il valore di una persona o di un evento non dipende dal fatto che ci possa “annoiare” qualche volta. La gente e gli avvenimenti importanti non esistono per emozionarci, saremmo dei narcisi o dei ragazzini viziati se lo pensassimo!


Questo è vero in particolar modo per il Santo Sacrificio della Messa. Noi crediamo che ogni Messa è il rinnovamento dell’avvenimento più importante e decisivo che sia mai accaduto: l’eterno, infinito sacrificio di lode di Dio Figlio a Dio Padre su una croce, sul Monte Calvario, in un venerdì chiamato “santo” (in inglese “good”, buono, ndr).


Pensiamoci un attimo: anche i soldati romani erano “annoiati” quando deridevano Gesù e si giocavano a dadi la sua tunica, l’unica cosa che possedeva.


Secondo, non andiamo a Messa per cercare uno svago, ma per pregare. Se i fiori sull’altare sono belli, se la musica è piacevole, se l’aria condizionata funziona, se la predica è corta e significativa, se attorno ci sono volti di amici… tutto questo di certo aiuta. Ma la Messa è efficace anche se tutte queste cose mancano (e spesso purtroppo è così!).


Perché la Messa non riguarda noi, ma Dio. E il valore della Messa viene dalla nostra semplice ma profonda convinzione, basata sulla fede, che per un’ora, la domenica, siamo parte di qualcosa che va al di là, che siamo innalzati verso l’eterno, che siamo partecipi di un mistero, unendoci a Cristo nel rendimento di grazie, nell’amore, nel sacrificio di espiazione che offre eternamente al Padre. Quello che fa Gesù funziona sempre e non è mai noioso. La Messa non è un tedioso compito che assolviamo per Dio, ma un miracolo che Gesù compie con e per noi.


Un signore mi ha raccontato che quando era ragazzo il cuore della settimana era il pranzo di famiglia alla domenica. Il cibo era buono perché lo cucinava sua mamma e la tavola era felice perché suo padre era sempre presente.


Anche dopo essersi sposato e aver avuto dei figli, alla domenica a pranzo andava con tutta la famiglia da sua madre e da suo padre. Quando i figli sono cresciuti gli hanno chiesto se era “necessario” andare, perché a volte lo trovavano “noioso”. “Sì, dobbiamo” rispondeva l’uomo, “perché non andiamo per il cibo, ma per l’amore, perché il papà e la mamma sono là”.


Aveva le lacrime agli occhi mentre lo ricordava, perché quando i suoi genitori erano invecchiati il cibo non era più così buono e la compagnia non era più così brillante. Nonostante tutto non era mai mancato una volta: quel pranzo aveva un significato profondo, anche se le lasagne erano bruciate o suo padre si addormentava a tavola.


E ora, diceva, avrebbe dato qualsiasi cosa per essere ancora lì, perché sua mamma era morta e suo padre in una casa per anziani.


Così adesso sono lui e sua moglie a preparare il pranzo della domenica e spera che i suoi tre bambini un giorno porteranno le loro mogli e i loro bambini.


La stessa cosa vale per il pranzo della domenica della nostra famiglia spirituale: la Messa.


Alcuni pensano che una partita allo Yankee Stadium sia noiosa, altri pensano lo stesso della musica country. Alcuni mi dicono che l’amicizia, il volontariato, la famiglia, le lealtà e il patriottismo sono cose “passate”, che non “prendono” più. Bene: sono loro ad avere un problema!


E poi mi dicono che la Messa è “noiosa”…





http://www.iltimone.org/31993,News.html


Venerdì 1 agosto 2014 : giornata di preghiera e di penitenza per i Cristiani perseguitati in Iraq, Siria e Medio Oriente. Da diffondere





Venerdì 1 agosto è il giorno scelto per la giornata mondiale di pubblica Adorazione di Nostro Signore Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento nella supplica per i nostri fratelli perseguitati in Iraq, in Siria e in Medio Oriente .
Si chiede di dedicare il primo Venerdì del mese 1 Agosto alla preghiera ed alla penitenza per i cristiani che soffrono terribili persecuzioni in Iraq, Siria e altrove in Medio Oriente. 

Il 1 agosto è il primo Venerdì del mese, Inizio del Perdono d'Assisi e, secondo l'antico calendario liturgico, anche festa di San Pietro in Vincoli… 'la festa in cui leggiamo del grande potere della preghiera perseverante dei membri della Chiesa: "«Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui».. "(Atti 00:05)

L'iniziativa è partita dalla Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP ) ed è poi stata fatta propria da alcuni Gruppi Stabili anche italiani .
Questa festa del Principe degli Apostoli in Vincoli deve essere un invito ai fedeli ad unirsi insieme nella preghiera supplicando la Santissima Trinità affinchè i nostri fratelli, membri del Corpo Mistico della Chiesa, possano perseverare nella fede, e che, come San Pietro, siano presto liberati dalla terribile persecuzione di cui sono vittime innocenti. 

Possa tale giorno servire come memoria per tutti noi : il forte contrasto che si frappone tra i nostri giorni di vacanza e di giusta spensieratezza e la loro lotta quotidiana per la sopravvivenza in cui sono uccisi o esiliati dalle loro case.
E ' un giorno scelto con saggezza: ci affratella nella preghiera comune con tutti i nostri fratelli cattolici, dell’Est e dell’Ovest qualsiasi siano le sfumature liturgiche o pastorali.

Se ti consideri semplicemente un cattolico unisciti nella preghiera e nella penitenza : anche nell’intimità della tua casa, se ti è difficile raggiungere una chiesa.
La comune preghiera in questa Adorazione mondiale di Nostro Signore Gesù Cristo, insieme a tutti gli Angeli ed ai Santi sarà il più prezioso contributo per i cristiani che soffrono la persecuzione e la violenza nel Medio Oriente .
Diffondete ovunque questa iniziativa. 

Fate che essa si diffonda in tutto il mondo, attraverso il web, i social network, la famiglia e gli amici.
Il Primo venerdì è un giorno speciale del mese, e non c'è niente di meglio, il prossimo primo Venerdì 1 agosto, per tutti i cattolici del mondo che unirsi in adorazione davanti Nostro Signore per implorare la Sua misericordia per i nostri fratelli più dimenticati in Iraq, Siria e tutto il Medio Oriente.


Fonte : Rorate coeli


mercoledì 23 luglio 2014

Divorzio e nuovo matrimonio




di Robert Spaemann
Pubblicato su First Things, agosto 2014
http://www.firstthings.com/article/2014/08/divorce-and-remarriage
Traduzione dall’inglese di Benedetta Cortese

Le statistiche sui divorzi nelle moderne società occidentali sono catastrofici. Esse mostrano che il matrimonio non è più visto come una nuova, indipendente realtà che trascende le individualità dei coniugi, una realtà che non può essere dissolta dalla volontà di un solo partner. Ma può essere dissolta dal consenso di entrambe le parti, oppure dalle disposizoni di un Sinodo o del Papa? La risposta è no, per ciò che Cristo stesso ha detto: l’uomo non divida ciò che Dio ha unito. Questo è l’insegnamento della Chiesa cattolica.

La visione cristiana della vita buona ha la pretesa di essere valida per tutti. Anche i discepoli di Gesù furono molto colpiti dalle parole del Maestro: sarebbe meglio – replicarono – non sposarsi? Lo stupore dei discepoli sottolinea il contrasto tra la visione cristiana della vita e quella dominante nel mondo. Che si voglia o no, la Chiesa in occidente sta diventando una controcultura, e il suo futuro dipende primariamente dal fatto di essere in in grado – come sale del mondo – di mantenere il suo sapore senza essere messa sotto i piedi dagli uomini.

La bellezza dell’insegnamento della Chiesa può risplendere solo se non viene annacquato. La tentazione di diluire la dottrina è oggi rafforzata da un fatto: i cattolici divorziano quasi con la stessa frequenza dei laici. Chiaramente c’è qualcosa che non va. E’ irragionevole pensare che tutti i cattolici sposati civilmente e poi risposati avessero dato vita al loro primo matrimonio fermamente convinti della sua indissolubilità e che abbiano poi cambiato parere lungo il percorso. E’ più ragionevole ritenere che si siano sposati senza la chiara consapevolezza di cosa stessero facendo in primo luogo: tagliare i ponti dietro di sè per sempre (ossia fino alla morte), in modo che un’idea di un secondo matrimonio semplicemente non esisteva per loro.

Purtroppo, la Chiesa cattolica non è senza colpe. La preparazione al matrimonio cristiano spesso non riesce a dare alle coppie una visione chiara delle sue implicazioni. Molte coppie decidono così di non sposarsi in Chiesa, per altre una buona preparazione al matrimonio fornisce un buon aiuto alla conversione. C’è un immenso fascino nell’idea che l’unione di un uomo e di una donna è “scritta nelle stelle”, che essa durerà e niente la potrà distruggere, “nella buona e nella cattiva sorte”. Questa convinzione è una meravigliosa fonte di energia e gioia per gli sposi che vivono crisi matrimoniali e cercano di dare un soffio di vita nuova al loro vecchio amore.
Invece di rafforzare il fascino naturale della permanenza del matrimonio, molti uomini di Chiesa, compresi vescovi e cardinali, prefersicono raccomandare, o almeno considerare, un’altra opzione, alternativa all’insegnamento di Gesù e fondamentalmente una capitolazione allo spirito del secolo. Il rimedio all’adulterio conseguente ad un nuovo matrimonio dopo il divorzio - ci dicono - non è il pentimento, l’astinenza, l’oblio ma il passaggio da un habitus ad un altro come se l’approvazione sociale e il nostro personale benessere rispetto alle nostre decisioni e alle nostre vite avessero un potere soprannaturale. Questa alchimia trasforma un concubinaggio adulterino, chiamato “secondo matrimonio”, in una accettabile unione da benedirsi dalla Chiesa nel nome di Dio. Data questa logica, naturalmente, diventa giusto che la Chiesa benedica anche le unioni omosessuali.

Ma questo modo di pensare si basa su un profondo errore. Il tempo non è di per sè creativo. Il suo trascorrere non ristabilisce l’innocenza perduta. La sua tendenza è piuttosto il contrario: aumenta l’entropia. Ogni istanza di ordine in natura viene distorta dall’entropia e col tempo cade nuovamente sotto il suo dominio. Come diceva Anassimando, “Dall’àpeiron le cose provengono e ad esso ritorneranno secondo l’ordine del tempo”. E’ sbagliato presentare il principio della decadenza e della morte come qualcosa di buono. Non possiamo confondere la morte graduale del senso del peccato con la sua scomparsa e tralasciare la nostra responsabilità davanti ad esso.

Il pensiero di Aristotele dice che c’è un male maggiore in un peccato fatto abitualmente che in una singola caduta accompagnata dal rimorso. L’adulterio è un caso di questo genere, specialmente quando conduce a nuove e legali sistemazioni – “secondi matrimoni” – che sono quasi impossibili da annullare senza grande sofferenza e sforzo. Per casi di questo tipo Tommaso d’Aquino adoperava la parola perplexitas. Sono situazioni dalle quali non c’è via d’uscita che non implichi una colpa di un genere o di un altro. Anche un singolo atto di infedeltà intrappola l’adultero nella perplexitas. Deve confessare il suo atto alla moglie o no? Se confessa può salvare il matrimonio ed evitare una bugia che può distruggere la fiducia reciproca. D’altro canto, una confessione può costituire una minaccia al matrimonio più grave del peccato stesso (e questo è il motivo per cui spesso i sacerdoti consigliano i penitenti di non rivelare l’infedeltà alle loro mogli). Si noti che San Tommaso insegna che non si rimane intrappolati nella perplexitas senza una certa qual colpa individuale e che Dio lo permette come punizione per il peccato.

Stare vicino ai nostri fratelli cristiani che si trovano nel mezzo della perplexitas del secondo matrimonio, mostrare empatia nei loro confronti e assicurare loro la solidarietà della comunità, è un’opera di compassione. Ma ammetterli alla comunione senza pentimento e regolarizzare la loro situazione sarebbe un’offesa al Santo Sacramento. Le indicazioni di San Paolo sull’Eucarestia nella prima lettera ai Corinzi culminano in un ammonimento contro una ricezione indegna del Corpo di Cristo: colui che mangia e beve indegnamente mangia e beve la propria condanna. Perché la riforma liturgica non ha collocato questi versi decisivi in tutte le feste e non solo nella seconda lettura del Giovedì Santo e del Corpus Domini? Quando l’intera comunità è in piedi per ricevere la comunione domenica dopo domenica ci si dovrebbe chiedere: le parrocchie cattoliche sono costituite solo da santi?

Ma c’è ancora un ultimo punto, che avrebbe molti diritti di essere considerato il primo. La Chiesa ammette di aver trattato gli abusi sessuali sui minori  senza un sufficiente riguardo per le vittime. Lo stesso schema viene ripetuto qui. Qualcuno ha parlato anche delle vittime? Qualcuno parla della donna che l’uomo ha abbandonato e dei suoi quattro figli? Lei potrebbe volere che tornasse indietro, anche solo per assicurare che possa provvedere ai bambini, ma egli ha una nuova famiglia e non ha intenzione di tornare.

Intanto il tempo passa. L’adultero vuole ricevere ancora la comunione. E’ pronto a confessare la sua colpa, ma non vuole pagarne il prezzo, ossia una vita di continenza. La donna abbandonata è costretta a vedere che la Chiesa accetta e benedice la nuova unione. Aggiungendo la beffa al danno, il suo abbandono riceve un timbro di approvazione ecclesiale. Sarebbe più onesto sostituire la frase “finché la morte non vi separi” con “finché l’amore di uno di voi due non si raffreddi”. Parlare qui di una “liturgia di benedizione” piuttosto che di un nuovo matrimonio davanti all’altare è un ingannevole colpo di mano che getta solamente polvere negli occhi della gente.





Divorzio e nuove nozze: i domenicani mettono in ginocchio una certa "teologia in ginocchio"






Con un articolo di una ventina di pagina otto docenti di Facoltà Pontificie americani, di cui sette appartenenti all'Ordine di San Domenico, spiegano con chiarezza e concisione perché i prossimi Sinodi dei Vescovi non possono cambiare (e non cambieranno) l'attuale prassi nell'ammissione dei divorziati risposati alla comunione sacramentale nella Chiesa Cattolica. Il titolo è "Recenti proposte per la Pastorale dei divorziati risposati: Una valutazione teologica", ed è chiaro a quali "recenti proposte" si indirizzino le critiche, pacate ma incisive, dei confratelli di san Tommaso d'Aquino.


Il lavoro a più mani si presenta come una "voce" di enciclopedia teologica, in cui viene esposto il problema del divorzio - nuove nozze - ammissione dei divorziati risposati alla comunione in maniera pressoché completa e da vari punti di vista: dottrinale, morale, canonico, insistendo soprattutto sui punti certi e acquisiti (si direbbe di "unanime consenso"), ribaditi dal Concilio Vaticano II (che non può essere il concilio "più attuale" solo quanto fa comodo....) e dai papi più recenti.

Tra i meriti di questo articolo c'è, in particolare, quello di mettere sotto la lente d'ingrandimento l'errore di chi vorrebbe far passare come cambio di prassi "meramente pastorale" ciò che invece è collegato visceralmente alla dottrina sempre tenuta e difesa dalla Chiesa Cattolica (l'indissolubilità del matrimonio sacramentale). Inoltre viene anche evidenziata la sfiducia serpeggiante in certe soluzioni semplicistiche riguardo la possibilità della grazia della castità (anche all'interno del matrimonio), sfiducia che si evince come substrato di cui si nutrono le proposte pastorali volte all'ammissibilità delle nuove nozze persistendo un precedente legame sacramentale (e anche - parallelamente - i continui attacchi al celibato dei chierici latini).
Il testo, di prossima pubblicazione nella rivista Nova & Vetera, è stato diffuso contemporaneamente in 5 lingue: inglese, tedesco, francese, spagnolo e italiano, giusto per assicurarsi che tutti possano capire direttamente nel proprio idioma e non ci siano errori in eventuali traduzioni.

Il tono, come potrete notare mentre lo leggete, non è affatto aggressivo, polemico o apologetico. E' piuttosto pedagogico, tendente a mostrare in sintesi i dati biblici, patristici, teologici e canonistici che non possono né debbono essere trascurati, e invece sono troppo spesso sottaciuti o selezionati da chi cerca in ogni modo di trovare soluzioni alternative a questioni già risolte.

In effetti oggi non c'è tanto bisogno di trovare "nuove soluzioni" per il buon andamento di matrimonio e famiglia, quanto piuttosto di far accogliere ai credenti "stanchi e sfiduciati" le soluzioni che la Chiesa ha già sperimentato, e che risalgono fin al suo Fondatore. L'ortoprassi, come si diceva prima, non può essere messa in opposizione all'ortodossia: la prima nasce da quest'ultima, anche in campo matrimoniale ciò che si crede e ciò che si vive non possono essere mutamente separati.



http://www.cantualeantonianum.com