sabato 5 luglio 2014

Un ex frate dell'Immacolata scrive una lettera aperta al Papa





FRANCESCANI DELL'IMMACOLATA
Davide Canavesi, già fra Ambrogio, ha lasciato il seminario dei Francescani commissariati nel 2013

DAVIDE CANAVESI


A Sua Santità Papa Francesco,

sono un ex-frate francescano dell’Immacolata da poco uscito dall’Istituto. Lo scopo di queste righe non è quello di rinfocolare ulteriormente le polemiche, né di volermi mettere al di sopra degli organi ecclesiastici ma questa lettera vuole essere una semplice testimonianza sul Seminario Teologico Immacolata Mediatrice (Stim) e un piccolo ma sentito ringraziamento per tutti i miei formatori e i padri fondatori. Lo Stim, che negli ultimi anni formava più di 50 chierici, è stato distrutto, come è noto, per motivi ancora non precisati. Lo Stim era un seminario-convento di oltre 50 frati studenti da tutte le parti del mondo, di età e cultura differenti, che insieme ai formatori e ai pochi fratelli religiosi, costituivano una comunità dall’intensa vita di preghiera, dalla vita di studio approfondito e dall’impegno apostolico fervente, il tutto in grande spirito di fraternità!



Che cos’era la vita allo Stim? Preghiera, studio, lavoro, apostolato: non perdere nemmeno un minuto ed essere posto nelle condizioni di non perdere tempo, perché ogni minuto per un consacrato all’Immacolata è della Madonna. Breviario e S. Messa antica (voluti dagli studenti e non imposti loro) non per un’adesione ideologica all’antico ma per la ricostruzione di una vita religiosa come vita di preghiera. Narrano le fonti riguardo al serafico Padre che “suo porto sicuro era la preghiera […] di notte si recava, solo, nelle chiese abbandonate e sperdute a pregare”. Che cosa c’è dunque di strano che in mezzo alla notte i frati si sveglino e recitino il Breviario? Eppure proprio per questo i formatori e padre Stefano in testa sono stati considerati dei pelagiani! Con quanto equilibrio poi i formatori aiutassero tutti coloro i quali avessero problemi a fare la preghiera notturna lo possono testimoniare in molti. Vuole sapere poi cosa insegnava il rettore, definito “deformatore” dei chierici, a coloro i quali non avevano difficoltà ad alzarsi: “Chiedi al Signore di caricarti di parte del peso di chi ha difficoltà e sgravare lui, perché è meglio una comunità che sia tutta fervente che pochi frati più ferventi”. Non è questa vera carità verso il prossimo, che non è il giustificare i difetti altrui ma aiutare a vincerli! Davanti ad una comunità di 50 giovani frati che vogliono pregare di notte, per quale motivo la preghiera notturna è stata abolita dai nuovi rettori? È vero che la preghiera notturna è stata introdotta in questi ultimi anni tra gli Ffi, ma non vedo come possa essere considerata una buona formazione quella che blocca il fervore dei giovani e soffoca la loro buona volontà. Davanti alla “prudenza umana” del nuovo corso Ffi sta però il “senza limiti” di san Massimiliano: se ogni giorno al risveglio promettiamo di “vivere, lavorare, soffrire, consumarsi e morire per Lei” lo dobbiamo veramente fare!



Un vero francescano non può vivere nella rilassatezza dei conventi di oggi senza arrossire. Se si pensa che nei nostri conventi non manca mai il cibo, che spesso si mangia molto di più e meglio che a casa propria, non ci si può che vergognare pensando alla vita francescana delle origini. Almeno compensiamo a questo con una vita intensa nel sacrificio che costa di più alla natura umana, quello della preghiera notturna, del tempo personale… era questo l’intento di padre Stefano nel dare una spinta verso l’alto alla nostra vita! In compenso è stato trattato come uno squilibrato, un giansenista, un calvinista e un lefebvriano! Se si ha tempo di vedere film inutili, cartoni animati o partite di calcio vuol dire che non si usa bene il tempo… siamo qui per salvare anime, che c’entra il calcio! Basterebbe ogni tanto spingere il pensiero ai nostri cari, agli amici che abbiamo lasciato nel mondo per accorgerci di quanto la gente fatichi. Basta pensare alle giovani madri che si dividono tra lavoro e famiglia; agli amici che dopo essersi laureati in mezzo ai sacrifici non riescono a trovare un lavoro che li faccia felici, mentre nei conventi siamo sottratti alla dura lotta per il lavoro; ai giovani genitori costretti a svegliarsi di notte al pianto del loro figlio e che la mattina devono essere comunque al lavoro puntuali, mentre noi siamo attenti a recuperare sempre il sonno perduto. Davanti a tutto ciò un religioso che rifiuta sacrifici come potrà dirsi veramente un religioso! Come posso chiedere a delle giovani spose di accettare tutti i figli che Dio vorrà dar loro, per quanto eroismo possa costare, se non accetto io per primo sofferenze e fatiche eroiche! Non dovrebbe essere desiderio di ogni vero francescano il condividere le sofferenze che ogni uomo sperimenta nella sua dura esistenza, anziché fare dei conventi delle oasi di benessere sottratte alla lotta della vita! Chi farà rivivere la vita di S. Maria degli Angeli o quella di Niepokalanow se non la nostra generazione? Ma se chi lo vuole fare viene accusato di tutte le eresie e gli scismi possibili e immaginabili che ne sarà della nostra povera e amata Santa Chiesa!



A un nuovo superiore ho esposto queste riflessioni e ho segnalato come in coscienza non potevo accettare una vita tutto a un tratto così ammorbidita. Non potevo davanti al ricordo del mio parroco che tutte le mattine, terminata la S. Messa, stramazzava su una sedia in sacrestia per la stanchezza dovuta a una grave malattia e nonostante ciò non lasciava mai il suo gregge senza il Santo Sacrificio; non potevo davanti alla vita sacrificata che conducono molti miei amici spesso subendo umiliazioni, da accettare a capo basso per non perdere il lavoro! Mi sono sentito rispondere che l’austerità non ha nulla a che vedere con la Consacrazione all’Immacolata e che, in definitiva, non bisogna “esagerare”. Diceva Ernest Hello che “se non esistesse la parola ‘esagerazione’, il mediocre la inventerebbe”! È vero, non si può negare, tutti noi seminaristi sentivamo con un po’ di sofferenza la necessità di sacrificarci sempre, ma è proprio questa l’unica strada per incominciare a fidarsi di Dio e non di se stessi.



Non posso poi omettere di dire che lo Stim pareva proprio il regno della carità fraterna e non può essere che così: dove ci si sforza di amare Dio non si può che scoprire che il secondo comandamento dell’amore è simile al primo (Mt 22, 39). Quanti buoni esempi ho ricevuto dai confratelli! Non posso dimenticare senza un po’ di commozione quel frate che si preoccupava della salute dei confratelli, e il confratello che partiva quando era ancora notte per questuare il cibo necessario alla comunità, e il frate con cui si faceva gara ad arrivare per primi al lavoro, perché l’altro fosse più libero nei suoi studi! “Alter alterius onera portate et sic adimplebitis legem Christi” (Gal 6, 2) dice san Paolo…. Se non lo avessi visto tacerei, ma ho visto con i miei occhi quanto valesse questo precetto! Ricordo una volta di essermi un po’ lamentato del fatto che nel poco tempo disponibile dovessi aiutare qualche confratello straniero a preparare gli esami. Vuole saper quale fu la risposta del superiore: “Lo devi fare, quella è la tua seconda Eucarestia. La mattina è Gesù che si sacrifica sull’altare per te, ora sei tu che devi sacrificare te stesso per un fratello in difficoltà”. Questa è la risposta di uno di quei “giansenisti” che il commissario ha pensato subito di allontanare!



Purtroppo il commissariamento non ha portato se non tensione e divisioni in Seminario: come si può stare sereni d’altronde quando la predicazione è utilizzata al fine di attaccare padre Stefano, alludendo a lui come giansenista, calvinista, ladro, ecc.; quando dai propri pastori si viene esposti ad accuse infondate (cripto-lefebvriani); quando, a chi tenta il dialogo, si replica di essere affetto da “dipendenza psicologica”; quando il cofondatore, padre Gabriele, viene mandato via dalla comunità senza nemmeno dare l’annuncio agli studenti e senza così poterlo salutare! Gli stessi che scrivono essere il seminario una sorgente di ribellione dovrebbero interrogarsi se non è stata anche colpa loro, con la loro durezza, a far sì che qualcuno, certamente sbagliando, abbia divulgato all’esterno informazioni. Che dire poi di quel superiore che parlando al seminario ha detto che non si preoccupava del fatto che molti volessero uscire dall’istituto, dato che “avevamo già preventivato che con il commissariamento avremmo perso 60-80 frati”. Peccato che i frati non sono soldatini di latta che un bambino capriccioso può abbattere con un calcio, ma sono persone umane, perlopiù giovani, alle quali è stata rovinata la vita, costretti ad andarsene per non tradire la propria coscienza e il proprio ideale!



Un’ultima parola proprio su di Voi, Santo Padre, considerato che il seminario è stato accusato da confratelli ed esterni di essere ribelle al Papa e, addirittura, di considerarVi un antipapa. Oltre alla stupidità dell’ultima affermazione, posso testimoniare di non aver mai sentito una critica offensiva nei Vostri confronti. Nonostante la sofferenza di vederci accusati da quella stessa Santa Chiesa che abbiamo imparato ad amare, abbiamo sempre sperato che la salvezza ci venisse proprio da Voi. Ricorderò sempre un confratello, accusato di essere un lefebvriano, dire con molto calore: “Voglio essere salvato dalle mani del Santo Padre, perché lui è mio padre e io sono suo figlio”. Il giorno del Vostro compleanno poi tutto il seminario è esploso in battiti di mani e grida! Chi fa accuse sulla ribellione del seminario al Papa non sa portare poi prove a sostegno, se non “relata refero”! Il precedente rettore all’inizio del nuovo anno accademico aveva deciso di abbreviare il pranzo per recitare una corona del S. Rosario con l’intenzione di preghiera per Voi: non era questa una maniera di rispondere alle richieste che continuamente rivolgete ai cristiani? I nuovi rettori, non appena arrivati, hanno abolito questo S. Rosario! Chi ama il Papa? Chi prega e accetta sacrifici per Lui oppure chi si riempie la bocca di parole del Sommo Pontefice e poi non fa nulla per Lui? In una catechesi avete chiesto ai sacerdoti di chiudere le loro giornate davanti al Tabernacolo, a impetrare la salvezza delle anime! Con un po’ di presunzione posso dire che questo non avevo bisogno d’impararlo da Voi, Santo Padre, perché ho sempre visto i miei formatori chiudere tutte le giornate in ginocchio di fronte al Tabernacolo a pregare per me e i miei confratelli perché il Signore ci concedesse di divenire buoni frati per la salvezza di tutte le anime!






Da quello che ho scritto capirete, Santo Padre, l’impossibilità di continuare serenamente in un istituto dove lo zelo e la virtù vengono calunniati, dove si è costretti ormai a camminare tra i “cadaveri” dei propri amati confratelli e, ancor peggio, sulle teste dei propri fondatori e dei formatori che ci hanno fatto del bene. Vi domando l’apostolica benedizione e di ricordarVi di me nella Santa Messa quotidiana, perché possa perseverare nella Fede e nel servizio del Signore sotto la guida dell’Immacolata.



Nel Cuore di Gesù e Maria,

Davide Canavesi (già fra Ambrogio)



Vatican Insider 


La Santa Messa Tridentina non può finire



da Chiesa e Postconcilio

Tra il 1972 e il 1976, il grande Tito Casini, autore anche de La Tunica stracciata (QUI) scrisse una specie di diario, in tempo reale, su ciò che stava avvenendo nella Chiesa di quegli anni rinchiudendo il tutto sotto il titolo: Nel fumo di satana verso l’ultimo scontro (QUI). In questo diario, fece anche la bellissima profezia (è davvero curioso che all’annuncio di Paolo VI del cambiamento della liturgia avveniva un’eclissi di sole) avveratasi in quel luglio 2007 a firma del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI:

“Risorgerà, vi dicevo… la Santa Messa Tridentina risorgerà, come rispondo ai tanti che vengono da me a sfogarsi (e lo fanno, a volte, piangendo), e a chi mi chiede com’è che io ne sono certo, rispondo (da poeta, se volete) conducendolo sulla mia terrazza e indicandogli il sole… (…) Così, aggiungevo, è e sarà della Messa – la Messa “nostra”, cattolica, di sempre e di tutti: il nostro sole spirituale, così bello e santo e santificante – contro l’illusione dei pipistrelli, stanati dalla Riforma, che la loro ora, l’ora delle tenebre, non debba finire; e ricordo: su questa mia ampia terrazza eravamo in molti, l’altr’anno, a guardar l’eclisse totale del sole; ricordo, e quasi mi par di risentire, il senso di freddo, di tristezza e quasi di sgomento, a vedere, a sentir l’aria incaliginarsi e addiacciarsi via via, ricordo il silenzio che si fece sulla città, mentre le rondini, mentre gli uccelli scomparivano, impauriti, e ricomparivano svolazzando nel cielo i ripugnanti chirotteri. A uno che disse, quando il sole fu interamente coperto: – E se non si rivedesse più? – rammento che nessuno rispose, quasi non si addicesse, in questo, lo scherzo… Il sole si rivide, infatti, il sole risorse, dopo la breve diurna notte, bello come prima e, come ci parve, più di prima, mentre l’aria si ripopolava di uccelli e i pipistrelli tornavano a rintanarsi“.

Pubblicato da mi

venerdì 4 luglio 2014

La base dei dogmi..





San Clemente romano in un'iconografia russa




Redattore di Traditio Liturgica

Ho rivisto un amico che non incontravo da mesi. Questo signore, con il quale eravamo colleghi, insegna in una scuola media. Memore delle nostre antiche discussioni mi ha toccato in alcuni punti d’argomento religioso correndo il rischio di aprire un vero e proprio vaso di Pandora.


Quello che ho notato in quest’amico, che per altro è persona di finezza intellettuale, è la difficoltà a comprendere la mia posizione critica. Quanto vado dicendo pare essere… “eccessivo”!
Come lui, molte altre persone di buona volontà pensano che la situazione religiosa che ci circonda sia “normale” o, al più, con qualche piccolo problema che, magari, si può risolvere con tempo e pazienza.


Quanta distanza ci sia tra questo nostro mondo religioso circostante e quello testimoniato dalla vita dei Padri della Chiesa (questa è la “normalità”!) lo vediamo dalla sorte che abbiamo dato al dogma.


Per san Massimo il Confessore (VI sec,), il dogma era sinonimo di pietà. Conservare il dogma nella Trinità, ad esempio, significava conservare la pietà nella Chiesa e nel singolo credente. Alterare il dogma, credendo, ad esempio, a Cristo come ad un uomo esemplare ma non come a Dio, significava, annullare la pietà nella Chiesa. Questo collegamento tra dogma e pietà è talmente stretto, in quest’autore, da affermare “Noi lottiamo per la pietà”, intendendo “Noi lottiamo per il dogma”.


Oggi, viceversa, la pietà si è sganciata totalmente dal dogma: la prima, se c’è, s’è spesso snaturata in sensazione ed emozione religiosa, il secondo è divenuto esercizio filosofico-intellettuale partendo da alcuni testi-base (Sacra Scrittura, testi patristici, testi magisteriali, ecc.). Il dogma è un’affermazione apodittica senza rapporti con la pietà.


Al contrario, il Credo, che ancor oggi si recita nelle assemblee liturgiche recita: “Per noi uomini e per la nostra salvezza…”, per indicare che le affermazioni dogmatiche, con le quali è composto, non sono disgiungibili dall’esperienza di salvezza e quindi dalla pietà dei singoli.


Ma questa coscienza antica pare non essere più eloquente nei contesti ecclesiali odierni.


Da molto tempo ho notato nelle scuole teologiche una crescente attenzione al dato biblico per se stesso, prescindendo da quanto la Chiesa vi ha tradizionalmente letto. In questo modo, anche un biblista cattolico tende ad essere convinto che nell’Antico Testamento non parla il Dio-Trinità (rivelato compiutamente nel Nuovo) ma Jahvé, ossia il Dio al quale ancor oggi credono gli ebrei. Com’è convinto lui lo sono, poi, i suoi stessi allievi.


Sempre lo stesso tipo di attenzione al dato biblico fa ritenere che Cristo fosse compreso, dalle prime comunità cristiane, come un “uomo eccezionale” (sarebbe questo il supposto significato di “figlio di Dio”) e solo con l’intrusione di categorie filosofiche estranee al dato cristiano, è stata formulata la dogmatica cristiana.


Queste “lezioni” si accompagnano spesso a quel senso di fastidio e antipatia per la definizione di “dogmatico”, vista come qualcosa di praticamente contrario al libero pensiero o al semplice pensiero critico. Al “dogmatico” non è riservata altra sorte, se non questa. È un’opinione che ricalca acriticamente la più sfacciata ideologia laicista, non c’è che dire!


In questo modo, è in atto da molto tempo un programma di “decostruzione” del Cristianesimo tradizionale al suo proprio interno, partendo dalla generalizzazione e dall’estremizzazione di alcuni dati biblici.


Oltre a scalzare la dogmatica tradizionale, alcune idee circolanti in queste scuole bibliche tendono da anni a secolarizzare l’evento cristiano, abbassando il concetto di sacro a qualcosa di particolare, legato ad un certo periodo storico sul quale hanno senza dubbio influito idee pagane. Il concetto di sacro, dunque, è da superare a favore d’un concetto inclusivo e generico di “santo”; tutto sarebbe “santo”, nulla sarebbe “sacro”.


Questo mondo d’idee destabilizzanti circola da anni nel Cattolicesimo ma, prima ancora, è circolato nel Protestantesimo. Con queste idee si sono formati laici e sacerdoti, vescovi e cardinali. Perché dunque meravigliarsi se tali idee possono ora fare parte pure dell’attuale papa?


Antipatia per il sacro, massima inclusività (baciare il piede ad una mussulmana in una liturgia cristiana con la confusione inevitabile tra piano simbolico-liturgico e piano puramente umano), strisciante antipatia per le definizioni dogmatiche, viste come umanamente “limitanti”, poiché chi le sostiene è uno che crede “d'avere la verità in tasca”, adombramento degli imperativi morali a favore di una pastoralità con cui si fanno larghi sconti, privilegio della piazza piuttosto che del presbiterio o della contemplazione, non sono caratteri emergenti che ci pare di cogliere nell’attuale pontificato?


Che ne sia, una cosa è certa: le testimonianze storiche. In base ad esse, se scorriamo i testi dei Padri e dei teologi antichi, notiamo tutto un ordine differente d’idee, ordine che non lego esclusivamente ad una cultura e ad un tempo particolari, lontani dal nostro. Quest’ordine d’idee nasce da orientamenti degli spiriti assai distanti da noi, forse pure in opposizione.


Ed eccoci tornati al punto iniziale: se ne si parla a chi non ha la chiarezza sufficiente, inevitabilmente parremo “eccessivi”, “pessimisti”, magari “legati al passato”. Invece, al di là del supporto culturale con cui il mondo tradizionale cristiano si presenta, il suo contenuto si riferisce a dati essenziali che fanno in modo che la Chiesa sia tale e non qualcos’altro.


Per questo la pietà, ossia il dogma, finiscono per essere basilari e vanno posti prima d’ogni altra cosa, essendo l’appoggio sul quale tutto si fonda. Purtroppo è un discorso lontano anni luce per molto clero e laicato cristiano il quale pare aver creato una nuova religione umanitaria con apparenza cristiana.


Che ne sia cosciente o meno, che abbia buona intenzione o meno, quello che è certo è che gli antichi padri sarebbero fuggiti lontano da costoro, dal momento che non avevano titubanze ad allontanarsi da chi aveva posizioni ben più moderate, rispetto alle odierne.

Per noi, è dove si trovano questi padri che, in definitiva, ancor oggi si trova la Chiesa e la vera coscienza ecclesiale.

La Bellezza





San Tommaso parla di estetica, anche se non ha scritto un trattato su questo tema.Ha una considerazione molto profonda del pulchrum, del bello. Tanto è vero che gli scolastici giustamente dicono che il pulchrum (San Tommaso esplicitamente lo dice) è un trascendentale, una perfezione che conviene all’ente. Ogni ente, in quanto ente è bello, e Dio, che è il sommo ente, è sommamente bello. Questo è un aspetto che la teologia moderna riesce ancora ad intravedere. Comunque questo è un aspetto dell’essere di Dio, Dio è anche sommamente bello. Notate cheSan Tommaso in questo si riallaccia al platonismo, sgancia la bellezza dalla materialità, belle sono non solo le cose materiali, opere d’arte o cose del genere, bello è l’essere, l’essere, in quanto essere, è bello.


Però che cosa fa sì che l’essere sia bello? E’ diciamo la bontà, quindi il pulchrum è un aspetto del bene, però è una bontà particolare, la bontà della verità, un certo splendore della verità. Una convenienza della verità al soggetto, che la conosce. San Tommaso dice che noi in ammirazione davanti ad un’opera d’arte, ammiriamo non tanto il rappresentato, ma il modo della rappresentazione. Cioè il rappresentato può essere anche qualche cosa di brutto, di violento, di distorto, però la rappresentazione deve essere bella, cioè deve piacere. Veramente qui faccio la mia confessione agostiniana, cesso di essere tomista a questo punto e scendo nella positività. Un’arte, miei cari, un’arte che rinuncia a servire il bello, cessa anche di essere un’arte e non ci sono scuse di sorta. Ogni tanto sento dire: "L’arte moderna è così brutta (non si può fare a meno di riconoscerlo), ma ha il diritto di essere brutta perché l’uomo moderno è tormentato". Ebbene, non c’è tormento che possa in qualche modo spiegare questa abdicazione al servizio del bello.L’artista deve sempre sentirsi al servizio del bello. Certe aberrazioni sono offensive, l’arte ha una certa affinità con la religione, profanare il bello è come profanare il sacro,una cosa spaventosa in sostanza.


Generalmente quando crolla una cultura, crollano tutte le idee platoniche, crolla questa triade: il bene, il vero, il bello. In tutti tre gli ambiti c’è una specie di crisi, sia rispetto al vero, soggettivismo, sia rispetto al bene,relativismo, sia rispetto al bello, il culto della bruttura, lo vedete da per tutto.
San Tommaso invece è convinto che è lecito rappresentare cose brutte, ma se le rappresento e sono un artista onesto, devo farlo in maniera bella, piacevole, con una grande dignità. Così si dice: "Io sono tormentato, quindi per offendere il prossimo, gli piazzo lì un oggetto orrendo". Certi musei di arte moderna ostentano oggetti veramente sgradevoli sotto ogni aspetto, alla vista, all’olfatto, non mi dilungo, che cose orrende! In ogni modo questo non è legittimato dal fatto che uno soffra, che è tormentato dentro.



L’arte, ogni arte, è obbligata rispetto alla bellezza. Può essere tormentata, spesso la poesia nasce dalla sofferenza, non c’è nessun poeta che non abbia sofferto, peròè necessario che abbia questa dignità. E’ questione di una certa nobiltà spirituale, questo non perdere le staffe, in sostanza. Soffrire con dignità, quindi anche le cose più tormentate esprimerle con stile, San Tommaso ci tiene a questo aspetto.
Per quanto riguarda i sensi che sono in grado di percepire il bello, questo splendore del vero, questa bontà del vero, richiedono sempre l’intelletto. L’intelletto gode nel conoscere il vero. Per esempio la filosofia è questione anche di estetica, quando uno contempla un essere, contempla la struttura ontologica, metafisica, evidentemente ha un certo compiacimento nella bontà della verità che gli si manifesta e questa è proprio una percezione spirituale del bello. I sensi percepiscono il bello, ma solo a livello dei sensi più spirituali, più emancipati dalla utilità, perchè il bello, a questo livello, è onesto, imparentato con l’onesto, il bello è fine a sé stesso. L’uomo di oggi ha una grossa difficoltà ad amare le cose per sé stesse, una crisi di benevolenza, una crisi di affettività, per dire la verità, proprio una impossibilità di amare un bene semplicemente perché è buono, si insinua sempre la domanda: "E chi me lo fa fare? E a che cosa serve?" Socrate andava in escandescenze quando uno gli faceva la domandina: "E a che cosa mi serve?". Poverino, in Atene aveva ancora il paradiso in terra, al giorno di oggi chissà quali tribolazioni avrebbe dovuto subire. Ebbene, il fatto è che l’arte è sempre innamorata del bene, della verità per il bene stesso,non ha secondi fini, l’arte è un lusso, sempre è un lusso, inutile dire: "E’ possibile che qualche cosa sia bello ed utile nel contempo". E’ possibile, materialmente, che lo stesso oggetto sotto un aspetto sia bello, sotto un altro sia anche utile, però in quanto è bello, non è utile, in quanto utile, non è bello.
E’ per questo che solo i sensi più emancipati dalla materialità sono in grado di percepire il bello. Solo l’uomo ha sviluppato l’estetica, San Tommaso è convinto di questo.Solo i due sensi più spirituali ne sono capaci, che sono la vista e l’udito. L’olfatto, il tatto, il gusto partecipano in maniera molto oscura e molto ridotta. C’è chi dice che gli animali sono utilitaristi, un leone non si rallegra del muggito di un bue, è solo una preda. Tanto meno si rallegra di una sinfonia, la quinta di Beethoven, perché naturalmente non ci vede la preda. Invece l’uomo, il quale ha questa emancipazione della vista e dell’udito dalla pura utilità, legata al senso tattile, al puro istinto nutritivo e sessuale, l’uomo che si eleva al di sopra di questi istinti, ha questa emancipazione dei sensi e quindi la possibilità di godere del piacevole per sé stesso. Benché, sia detto fra parentesi, io abbia sentito dire che hanno trasmesso la musica rock a dei pesciolini e sembra che abbiano protestato. Pare che abbiano anche loro il buon gusto.


(Omelie di P. Tomas Tyn su San Tommaso d'Aquino).





Per sapere di più su Padre Tomas Tyn cliccare qui


http://leportedellaterradimezzo.blogspot.it/2014/05/a-lezione-di-bellezza.html

giovedì 3 luglio 2014

Chi sono questi per giudicare? Mica il Papa









di Riccardo Cascioli03-07-2014

La foto dei frati francescani di Boston che partecipano sorridenti al cittadino festival gay con un loro stand davanti a cui campeggia in colori arcobaleno la scritta «Chi sono io per giudicare?», vale più di mille articoli e trattati. Dice soprattutto a quale tremendo equivoco abbiano dato origine le parole che papa Francesco ha pronunciato il 29 luglio 2013 parlando con i giornalisti sull’aereo di ritorno dal viaggio in Brasile.

È senz’altro paradossale che un Papa a cui tutti riconoscono il carisma della semplicità e dell’immediatezza, dell’arrivare dritto al cuore, sia poi anche quello che faccia accendere dure dispute senza precedenti sull’interpretazione di ciò che dice e – a volte – di ciò che pensa. Da questo punto di vista senz’altro la frase «Chi sono io per giudicare?» è il simbolo di questo pontificato. Non c’è giorno che da qualche punto del mondo non ci sia qualcuno che usi questa frase, sempre per giustificare comportamenti in contrasto con la morale cattolica, e soprattutto riguardo all'omosessualità. Dai media di tutto il mondo quella frase fu subito interpretata come «l’apertura della Chiesa ai gay», ma soprattutto all’interno della Chiesa è stato un fiorire di iniziative pro-gay, che trovano la dimostrazione nell’aumento esponenziale di parrocchie in tutta Italia che organizzano veglie nella giornata contro l’omofobia, in maggio (quest’anno sono state coinvolte oltre venti città).

Non solo, alla viglia del prossimo Sinodo sulla Famiglia (5-19 ottobre) i gruppi gay cattolici si troveranno a Roma il 3 ottobre per “Le strade dell’amore”, una conferenza internazionale «per una pastorale con le persone omosessuali e transessuali». Il motivo, secondo gli organizzatori, è che «non si può parlare di famiglia senza parlare di tutte le famiglie, incluse quelle che hanno dovuto, che devono e che dovranno confrontarsi con l’omosessualità». Per sostenere questa posizione saranno presenti monsignor Geoffrey Robinson, «già vescovo ausiliare di Sidney, che si chiederà come la Chiesa cattolica può incamminarsi verso una nuova comprensione delle vite e degli amori delle persone LGBT»; padre James Alison, «teologo e sacerdote cattolico inglese che ha operato molto in Sud America e che ha dedicato alcune pubblicazioni al rapporto tra coscienza cattolica e coscienza gay, che spiegherà come omosessuali e transessuali possono diventare i protagonisti di una nuova evangelizzazione più inclusiva e capace di accogliere tutte le diversità e di liberarle dal clima di oppressione e di discriminazione che si respira in molte parti del mondo»; la teologa e suora domenicana Antonietta Potente, «che proporrà alcuni spunti per arrivare finalmente a un nuovo approccio, più inclusivo, quando si parla di evangelizzazione delle persone LGBT». E questo solo per restare tra i cattolici.

E ancora: la rivista teologica internazionale Concilium, fondata tra gli altri da Karl Rahner e punto di riferimento di gran parte dei teologi nel mondo, dedica l’ultimo numero (2/2014) a «“Dall’Anathema sit” al “Chi sono io per giudicare?”» (clicca qui), in cui si teorizza il superamento dell’ortodossia o, se volete, si afferma il relativismo teologico e dottrinale.

Si potrebbe continuare a lungo, ma questo è già sufficiente per capire che la partecipazione al Gay Pride dei francescani di Boston – che peraltro affermano di avere il pieno sostegno dell’arcidiocesi, retta dal cardinale Sean O’Malley – non è affatto un episodio isolato o legato a frange fuori controllo di alcuni ordini religiosi. Lo dimostra anche il fatto che sempre a Boston nella chiesa di Santa Cecilia si tengono regolarmente “messe arcobaleno” per la comunità gay e quando c’è stato l’intervento pubblico di un noto attivista pro-life che ha preso posizione contro questa deriva, il settimanale diocesano “The Pilot” ha pubblicato numerosi interventi di preti e diaconi che censuravano pesantemente il povero pro-life.

Tutto questo mette però in risalto un fattore: l’apertura della Chiesa ai gay non è tanto nelle parole del Papa quanto nelle intenzioni di chi lo ascolta e usa il modo informale del Papa di parlare per promuovere i propri disegni. È infatti evidente che questa realtà di magistero parallelo esiste già da molti anni, ha lavorato sottotraccia dopo il Concilio Vaticano II conquistando silenziosamente seminari e pontificie università una dopo l’altra. Negli anni di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, a loro sfavorevoli dal punto di vista teologico e pastorale, hanno continuato a lavorare e crescere – e la lobby gay ha anche conquistato posizioni di potere nella Chiesa - e oggi, pensando di avere il Papa dalla loro, escono allo scoperto convinti di poter cambiare finalmente la dottrina della Chiesa. E il prossimo Sinodo sulla famiglia sarà senz'altro il primo banco di prova.

Se però stiamo a ciò che il Papa ha veramente detto in più di una occasione questi calcoli potrebbero essere decisamente sbagliati. Già nella famosa battuta sull’aereo il significato del “Chi sono io per giudicare?” era chiaramente diverso da come è stato interpretato e viene continuamente riproposto. Come si ricorderà il Papa stava rispondendo a una domanda sulla lobby gay in Vaticano e, dopo aver affermato che nessuno gli aveva mai dato una carta d’identità da gay in Vaticano, disse: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby».

L’affermazione non era la giustificazione del relativismo morale o dell’indifferenza davanti al peccato – sennò non insisterebbe così tanto sulla Confessione – ma il riconoscimento che tutti siamo peccatori e bisognosi di perdono. Un concetto che ha chiarito meglio pochi mesi fa, lo scorso 17 marzo, durante l’omelia a Santa Marta, ricordando l'esortazione di Gesù "Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso". Nell’occasione papa Francesco ha insistito molto sul fatto che «noi siamo tutti peccatori», e proprio sperimentare la Misericordia del Signore su di noi ci rende misericordiosi. Non è dunque l’abolizione del peccato, invocata da Eugenio Scalfari; al contrario è proprio una coscienza più acuta del peccato che spinge a “non giudicare” le persone: “Se cercano il Signore e hanno buona volontà”, come disse ai giornalisti sull’aereo, cioè se riconoscono il proprio peccato e cercano la misericordia di Dio.

Non è certo il caso dei francescani di Boston o dei teologi di Concilium e di tanti altri che invece rivendicano con orgoglio il proprio peccato e pretendono che venga apprezzato come una virtù, così che il “Chi sono io per giudicare?” diventa un “libera tutti” morale.

Resta però il paradosso di un Papa così comunicativo, così diretto e allo stesso tempo così facilmente manipolato nel riportare i suoi interventi. Un problema di comunicazione che in Vaticano dovrebbe quanto meno essere preso in considerazione.








La nuova Bussola Quotidiana




mercoledì 2 luglio 2014

Diario Vaticano / "Seguo quello che i cardinali hanno chiesto"












I vincoli del preconclave sul governo di Francesco. Gli accordi legati all'elezione di un papa sono illeciti e invalidi. Ma in pratica ci si va molto vicino

di Sandro Magister


CITTÀ DEL VATICANO, 1 luglio 2014 – "Parimenti, vieto ai cardinali di fare, prima dell'elezione, capitolazioni, ossia di prendere impegni di comune accordo, obbligandosi ad attuarli nel caso che uno di loro sia elevato al pontificato. Anche queste promesse, qualora in realtà fossero fatte, sia pure sotto giuramento, le dichiaro nulle e invalide".

Questo stabilisce la costituzione apostolica "Universi dominici gregis" che regola l’elezione del papa, emanata da san Giovanni Paolo II nel 1996 e tuttora in vigore.

Storicamente vengono definiti "capitolazioni" o "capitolati elettorali" gli accordi tra i cardinali riuniti in conclave mirati a vincolare il futuro pontefice ad alcuni atti che potrebbero risultare restrittivi della sua libertà d'azione.

Il primo capitolato entrato nella storia sembra essere stato quello del 1352 nel conclave avignonese che vide l’elezione di Innocenzo VI, il quale però, una volta eletto, lo dichiarò invalido.

E in effetti più volte i papi, dopo l'elezione, rinnegarono i patti stipulati con gli ex colleghi cardinali.

Patti che a volte impegnavano l'eletto a prendere provvedimenti per l’effettivo bene della Chiesa, ma in altri casi rispondevano invece a interessi personali o di gruppo. Tanto che alla fine si decise che dovessero essere formalmente proibiti.

La proibizione entrò in opera con le regole per i conclavi promulgate da un altro papa santo, Pio X, nella costituzione apostolica "Vacante Sede Apostolica" del 1904 che così recitava:

"Ugualmente proibiamo che i cardinali, prima che procedano all'elezione, stipulino capitolazioni ovvero stabiliscano qualche cosa di comune consenso, all'osservanza dei quali s'impegnano se sono assunti al pontificato. Tali cose, se 'de facto' succedessero, pure con annesso giuramento, le dichiariamo nulle e irrite".

Questa disposizione – che non prevede però nessuna pena per chi la trasgredisca, ferma restando la piena libertà del nuovo papa rispetto a questi accordi – è stata ribadita da tutti i successivi documenti sul conclave, fino a quello, come abbiamo visto, emanato da papa Karol Wojtyla.

Gli eventuali capitolati pattuiti prima o durante un conclave sono quindi non solo formalmente proibiti in quanto illeciti, ma anche praticamente inefficaci, perché comunque l'eletto non è tenuto a rispettarli, quand'anche li abbia concordati.

Nelle cronache di questi ultimi decenni si ricorda però che nel conclave dell'ottobre del 1958 alcuni porporati della curia romana si sarebbero assicurati che, in caso di elezione, il patriarca di Venezia Angelo Roncalli avrebbe scelto quale segretario di Stato monsignor Domenico Tardini. Ed effettivamente così avvenne la sera stessa dell'elezione di Giovanni XXIII.

Nel successivo conclave del 1963 i cardinali centroeuropei si sarebbero decisi a candidare il cardinale di Milano Giovanni Battista Montini con un "capitolato elettorale" che includeva la continuazione del Concilio Vaticano II.

Nel 1978 si raccontò invece che il cardinale Giuseppe Siri, se eletto papa, avrebbe dovuto comunque prendere in considerazione la proposta di garantire la carica di segretario di Stato al concorrente cardinal Giovanni Benelli. Mentre – sempre si raccontò – il patriarca di Venezia Albino Luciani sarebbe stato eletto papa, come effettivamente avvenne, con la concomitante certezza che non avrebbe nominato segretario di Stato il temuto Benelli.

Nel conclave che ha eletto Jorge Mario Bergoglio non risulta vi siano stati patti formali o giurati tra i cardinali.

Cionondimeno più volte papa Francesco si è professato vincolato da alcune indicazioni fornite dai cardinali nel corso delle riunioni di preconclave.

Lo ha ribadito di recente, in modo più articolato del solito, nell’intervista data a Franca Giansoldati su "Il Messaggero" del 29 giugno.

In essa ha detto:

"Sul programma [di governo ecclesiastico] seguo quello che i cardinali hanno chiesto durante le congregazioni generali prima del conclave. Vado in quella direzione. Il consiglio degli otto cardinali, un organismo esterno, nasce da lì. Era stato chiesto perché aiutasse a riformare la curia. Cosa peraltro non facile perché si fa un passo, ma poi emerge che bisogna fare questo o quello, e se prima c'era un dicastero poi diventano quattro. Le mie decisioni sono il frutto delle riunioni preconclave. Nessuna cosa l'ho fatta da solo".

Alla domanda se in questo avesse seguito un "approccio democratico", il papa ha inoltre risposto:

"Sono state decisioni dei cardinali. Non so se un approccio democratico, direi più sinodale, anche se la parola per i cardinali non è appropriata".

Questo quanto detto da papa Bergoglio. Stando alle forme, non vi sarà stato un capitolato o una capitolazione che dir si voglia. Ma nella sostanza vi si è andati vicini.

Il consiglio degli otto cardinali che Francesco ha creato in ossequio a questo mandato è riunito proprio in questi giorni in Vaticano.



http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350839


martedì 1 luglio 2014

Avvenire: l’ottimo e il pessimo









di Fabrizio Cannone

Sull’ Avvenire di domenica 29 giugno sono contenuti due pezzi che mostrano come, al di là delle infinite variazioni di grigio che caratterizzano da sempre quel giornale, si trovino a volte anche pezzi candidi come neve o neri come la pece.

Iniziamo dall’ottimo per poi concludere col pessimo.

L’ottimo sta in un articoletto di Giulia Rocchi, pubblicato a p. 4 del supplemento romano del giornale ( Roma Sette) con questo titolo: Settimio e Licia aperti alla vita, radicati in Dio (il sottotitolo è Verso gli altari i coniugi Manelli, devoti di Padre Pio).

Avere due genitori santi non è certo una garanzia di santità, e questo è ovvio. Ma neppure può celarsi l’immensa grazia di essere educati attraverso l’esempio eroico delle virtù morali, come accadde a padre Stefano M. Manelli, fondatore dei Francescani dell’Immacolata, l’istituto francescano più prospero del post-Concilio oggi sottomosto a incredibili vessazioni.

Scrive la Rocchi: “Padre Felice Maria Cappello e i coniugi Manelli: tre vite diverse, spese tra la fine dell’Ottocento e la gran parte del Novecento accomunate dall’amore verso Dio e dalla vicinanza a san Pio da Pietrelcina”. Su Padre Cappello sj (1879-1962), noto sia come scrittore di cose ecclesiastiche che come confessore al Gesù a Roma, mi limito a dire che fu un grandissimo conoscitore di anime, un pacatissimo e ricercatissimo direttore spirituale e certamente un fermo anti-modernista. E ciò dimostra che la ricerca del peccatore e l’amore alle anime, si coniuga perfettamente con il rigore dottrinale e teologico. Checché se ne dica…

Dei venerabili coniugi Manelli, presto beati, vorrei far notare che furono sempre amati, venerati e presi a modello dal figlio Stefano, e la grazia della fede e del matrimonio che vissero insieme per tanti anni diede luogo a 21 maternità. “I Manelli hanno avuto 55 nipoti e, attualmente, 80 pronipoti: della loro numerosa discendenza, gran parte affollava la sala al terzo piano del Palazzo Lateranense, venerdì mattina [u.s.]. Tanti anche i Francescani dell’Immacolata, la famiglia religiosa del loro figlio Stefano, divenuto francescano, e oggi costituita da due istituti religiosi con circa 400 frati e 400 suore”. Chi vuole oggi distruggere questa comunità, per qualunque ragione, sta compiendo un delitto e una ingiustizia sia verso san Giovanni Paolo II che la riconobbe di diritto pontificio nel 1998, che anche verso l’eredità dei coniugi Manelli, il cui carisma di santità evidentemente fu all’origine della fondazione di padre Stefano. Aver ricordato le radici spirituali di padre Stefano e i suoi abbondantissimi frutti (800 religiosi in nemmeno mezzo secolo) è un insigne merito di Giulia Rocchi e di Avvenire.

Veniamo al pessimo o almeno al gravemente ambiguo. Un lettore scrive al direttore Tarquinio, nello stesso numero del giornale, a causa di una pubblicità che presentava i libri di padre Alex Zanotelli, il famigerato religioso comboniano, in occasione del suo cinquantesimo di sacerdozio. Il lettore denunciava altresì le posizioni del religioso, come “spesso in contrasto con il Magistero della Chiesa”. Meno male, per certe redazioni, che esistono lettori attenti e puntali!

Ebbene il direttore Tarquinio lo tranquilla anzitutto perché lo Zanotelli neppure sarebbe a conoscenza della “sorpresa” della pubblicità fattagli dall’editore EMI, la quale “reinveste i propri guadagni in attività missionarie” (e di ciò non c’è motivo di dubitare). Ma poi sempre il Direttore di Avvenire scrive che se “si può non essere d’accordo con alcune cose affermate da questo padre comboniano” [quali?], tuttavia “non si può dubitare del servizio al Vangelo e ai poveri che continua a rendere con generosa e povera essenzialità, e con lunga fedeltà alla Chiesa”. J’allucine! Ho avuto modo di leggere molti articoli del nostro e di sentire una conferenza che tenne all’Angelicum ancora sotto Giovanni Paolo II. Mi limito a brevi cenni sulla conferenza. In essa insultò il card. Ratzinger (per la Dominus Jesus e per l’amore alla liturgia tradizionale), Paolo VI (per l’ Humanae vitae) Madre Teresa (per la sua opposizione alla teologia della liberazione), la Chiesa storica per aver benedetto, così disse, eserciti, armi e imperatori, etc.

Nel caso di Zanotelli non si ha a che fare neppure semplicemente con chi è nell’eresia o nell’errore (il nostro è favorevole all’aborto, al divorzio, alle nozze gay, ha collaborato col Manifesto, coi Comunisti di Diliberto, etc.), ma si è nell’orizzotalismo totale che vede come fumo negli occhi tutta la storia della Chiesa e tutta la sua dottrina e la sua spiritualità, sostituita da un umanesimo anarchico e spiritualistico, a base di pauperismo, terzomondismo e comunità di base (a-sociali e anti sociali).

“Non si può dubitare del servizio al Vangelo e ai poveri che continua a rendere” ???

Mettere la coerenza di vita e di pensiero da parte, in nome del Vangelo, significa tradire il gregge e sabotare il Vangelo stesso, per il quale non ogni idea è giusta e non ogni politica è buona, pur se condotta “con generosa e povera essenzialità”.








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