lunedì 23 giugno 2014

SOCCI: LA CHIESA PAUPERISTA RINUNCI ALL’8 PER MILLE











di AntonioSocci





La Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”. Ce lo ripete in ogni modo e anche ieri lo ha ridetto monsignor Galantino, “inventato” da Bergoglio come nuovo Segretario generale della Cei per commissariare e punire il cardinal Bagnasco (“reo” di non aver appoggiato il prelato argentino in Conclave). Dunque - se le parole hanno un senso - la Chiesa non gradisce più i fondi dell’otto per mille. In un’altra circostanza Galantino aveva tuonato: “Ma cosa volete che se ne faccia oggi il nostro mondo di una Chiesa impegnata a difendere le proprie posizioni (qualche volta dei veri e propri privilegi)”.

Si sa che era il mondo laico di sinistra a definire “privilegi” della Chiesa l’otto per mille, l’esenzione dall’Ici e la scuola libera (che fra l’altro fa risparmiare un sacco di soldi allo Stato). Ora, a nome della Cei, lo fa anche Galantino, che brama di essere applaudito da quell’opinione pubblica “scalfariana”. A questo punto perché dargli il dispiacere di inondare la Chiesa italiana di milioni di euro? Bisognerà accontentarlo, sia pure a malincuore per i problemi che ne verranno a tanti bravi sacerdoti i quali svolgono, eroicamente, una missione bella e grande (e per tante opere di carità che potranno chiudere lasciando allo Stato l’incombenza di dover soccorrere chi ha bisogno). È giusto esaudire l’ardente desiderio di povertà di Galantino e compagni che detestano i “privilegi” e i soldi alla Chiesa. Anche se certi proclami sarebbero più credibili se - oltre alle parole - il Segretario della Cei fosse coerente e proponesse proprio la cancellazione dell’otto per mille. Se non devolveremo l’otto per mille quei fondi se li terrà lo Stato e magari si eviterà qualche tassa (come diceva Ezio Greggio: “L’otto per mille? No, no. Lotto per me stesso ed è già molto dura”). La Cei una volta diventata povera dovrà tagliare. Anche la sua Tv2000 (struttura che ha i suoi costi), il quotidiano “Avvenire” e l’agenzia Sir (427 fra giornalisti, tecnici e amministrativi).

Chi comanda

Però questo Galantino non deve averlo capito, perché, a proposito dei media, nei giorni scorsi ha convocato i diversi direttori informandoli che lui stesso farà «un piano editoriale» per rendere tutti questi media come un sol uomo, sotto la sua guida sapiente. Vuole comandare lui. Su tutti. Del resto Galantino ha appena chiamato alla direzione di Tv2000 quel Paolo Ruffini che è stato direttore delle reti televisive che più hanno fatto soffrire i cattolici. Era lui, per fare un solo esempio, il direttore di Rai 3 che realizzò con Fazio e Saviano «Vieni via con me», programma contro cui - per la sua unilateralità - polemizzarono a lungo “Avvenire” e i cattolici. Con la scelta di Ruffini, Galantino chiama l’applauso del mondo laico e del pensiero dominante. Cosa che va di pari passo con la sua ricerca smaniosa di microfoni e telecamere.

È voluto andare perfino a Ballarò dove la sua loquace vanità faceva venire in mente la battuta di Sacha Guitry: “Ci sono persone che parlano, parlano…finché non trovano qualcosa da dire”. Il suo problema è la ricerca dell’applauso ad ogni costo. Siccome l’applauso del mondo arriva solo quando si dicono cose conformi alla cultura egemone, ecco che si rende necessario il “riportino” ideologico. Galantino lo fa spesso. Anche ieri. Nella smania di attaccare quei cattolici militanti che invece lui dovrebbe difendere e rappresentare, con l’intervista al “Regno”, anticipata da alcuni giornali, ha messo ancora una volta in soffitta la battaglia sui “principi non negoziabili” che pure sono magistero ufficiale della Chiesa. E ha bocciato “certe adunate” del tempo di Wojtyla, Ruini e Ratzinger.

Galantinate

Poi ha rincarato la dose mettendo in guardia dai valori che “diventano ideologia” (senza spiegare che significa). Ha evocato a sproposito l’episodio di Pietro che sguaina la spada in difesa del Maestro e ha aggiunto una considerazione sconcertante: “Devo confessare che mi lasciano perplesso gli atteggiamenti di violenza anche verbale con i quali si difendono i valori”. Violenza? Dalla sintesi che ne ha fatto “Avvenire” non si capisce a cosa si riferisca e a occhio e croce pare l’ennesima “galantinata”. Pur essendo nel contesto della sua polemica contro i principi non negoziabili, sembra inverosimile che possa riferirsi ai cattolici, perché non esistono gruppi cattolici che pratichino la violenza. Anzi, in genere subiscono l’intolleranza altrui e Galantino si guarda bene dal protestare per questo. Del resto non dice nemmeno una parola sui tentativi in corso da sinistra di proibire la libertà di espressione sulle nozze gay con una legge liberticida.

Di recente Galantino ha proclamato che nella Chiesa si deve voltare pagina e si deve parlare “senza tabù di preti sposati, eucaristia ai divorziati e di omosessualità”. Poi ha voluto strafare e se n’è uscito con questa desolante dichiarazione: “In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche che praticano l’interruzione della gravidanza”. A parte la spensierata liquidazione di anni di magistero della Chiesa, ha profondamente ferito quella sprezzante considerazione sui “visi inespressivi” di coloro che recitano il rosario per le donne e i bambini (Galantino si è mai guardato allo specchio? Si sente un Rodolfo Valentino?). Con quelle parole il Segretario della Cei ha immotivatamente ferito il grande “popolo della vita” suscitato dal magistero di Giovanni Paolo II e dall’esempio di santi come Madre Teresa di Calcutta.

C’è stata un’ondata di indignazione. Non solo perché non si è mai visto un vescovo che sbeffeggia dei cattolici che pregano, non solo perché a quelle preghiere - in Italia iniziate da una personalità come don Oreste Benzi - talora partecipano gli stessi vescovi. Ma anche perché a volte a organizzare questi momenti di preghiera sono donne che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma dell’aborto. Qualcuna di loro ha risposto a Galantino con parole commoventi. Ma il vescovo di Cassano Jonico - ormai abbonato alle gaffe - non ha ritenuto di scusarsi. Anzi, la settimana scorsa ha lanciato nella sua diocesi un’altra sua pensata: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono».

Più bravo di Gesù…

Con ciò Galantino intendeva mostrarsi più bravo di Gesù stesso che non risulta si sia scusato con il mondo per essere venuto a svegliarlo, per essere venuto a «disturbare» i peccatori. Anzi lo ha rivendicato: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra: sono venuto a portare non pace, ma spada!» (Matteo 10,34). In effetti Gesù di disturbo ne deve aver creato parecchio se si sono così infuriati da farlo fuori in modo bestiale. Poi nei secoli altri hanno continuato a uccidere martiri, fino ad oggi. Ma al “combattimento” cristiano Galantino non è interessato, né ai martiri cristiani. Con tutto il gran parlare del nostro mondo clericale, mai una volta che - in queste settimane - si sia sentito citare pubblicamente il caso di Meriam, la giovane madre incinta che è detenuta in catene in Sudan ed è stata condannata a 100 frustate e all’impiccagione perché è cristiana e perché ha sposato un cristiano. Per queste cose Galantino non s’indigna. Però testimonianze immense come quelle di Meriam o di Asia Bibi resteranno nell’eternità. Mentre le sue “galantinate” alle dodici del mattino hanno già incartato l’insalata ai mercati generali. Come diceva Chesterton, “non abbiamo bisogno di una Chiesa che si muova col mondo. Abbiamo bisogno di una Chiesa che muova il mondo”.

© LIBERO QUOTIDIANO

domenica 22 giugno 2014

“Ad Gentes” chiude. E padre Gheddo spiega perché


di Sandro Magister

21 giu




A rischio di chiusura non c’è solo lo storico quotidiano “l’Unità” fondato da Antonio Gramsci. In campo missionario ha chiuso i battenti un’altra testata simbolo, la rivista “Ad Gentes“, non solo per il crollo verticale delle vendite, ma più ancora per la quasi scomparsa del genuino spirito missionario dall’orizzonte della Chiesa italiana, cioè dalle diocesi, dalle parrocchie, dai seminari, dalle vocazioni.

Questa, almeno, è la severa e drammatica diagnosi che ne fa un grande esperto di missioni, padre Piero Gheddo, decano del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano e principale estensore dell’enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, la “Redemtoris missio” del 1990.

Ecco qui di seguito le riflessioni che ci ha inviato.

*

SE LA MISSIONE ALLE GENTI SCOMPARE DALL’ORIZZONTE

di Piero Gheddo

Per noi missionari “ad gentes” e per la Chiesa italiana non è una buona notizia. I superiori degli istituti missionari italiani hanno deciso la chiusura della rivista semestrale “Ad Gentes”, fondata nel 1997, l’unica in lingua italiana che espressamente tratta della “missio ad gentes”, oltre a quelle dei singoli istituti missionari. Perché chiude? A quanto è dato sapere, i motivi sono due:

1) Gli abbonati sono pochissimi, le copie stampate quasi tutte inviate in omaggio o in cambio a biblioteche, università, seminari, ecc.; e quindi gli istituti aderenti devono coprire il passivo economico;

2) La missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. I mass media ne parlano sempre meno, eccetto quando ci sono casi di martirio o di persecuzione che riguardano missionari italiani.

Padre Dino Doimo, missionario del PIME a Hong Kong dal 1959, mi dice: “Torno in missione col cuore amareggiato, perché vedo che l’ambiente italiano non è più favorevole per le missioni e noi missionari. Tutti dicono che la missione è qui in Italia. La conversione a Cristo del continente Cina interessa parenti e amici e pochi altri”.

Dal 1958 gli istituti missionari italiani, attraverso la pontificia unione missionaria del clero, mandano i loro animatori missionari nei seminari diocesani, minori e maggiori. Ciascuno è incaricato dei seminari di una regione da visitare nel corso dell’anno, e così visita tutti i seminari italiani, che ricevono ogni anno un animatore diverso. Adesso, mi dice un giovane animatore, “si sta chiudendo questo periodo perché è difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno”.

Tutto questo segnala quanto ormai tutti sanno, che la Chiesa italiana, con la crisi di fede e di vocazioni sacerdotali e religiose, si chiude in se stessa e gli istituti missionari sono intesi soprattutto per il contributo che le loro case, chiese e sacerdoti danno in aiuto alle comunità parrocchiali con scarso clero. Mi chiedo se gli istituti missionari, come il mio PIME e tanti altri, religiosi o di clero secolare, si interrogano sulla decadenza e la svalutazione del nostro carisma specifico, il primo annunzio ai non cristiani, che sono ancora circa l’80 per cento dell’umanità. E ricordo che il nostro carisma di missionari “ad gentes” è stato ampiamente confermato dal Vaticano II e dal magistero ecclesiastico seguente fino ad oggi. Dato che da 61 anni sono sacerdote missionario in Italia (prete dal 1953), mi permetto di indicare i due errori fondamentali che un po’ tutti abbiamo compiuto, senza alcuno spirito polemico, ma per aiutare a riflettere.

1) Dopo la “Fidei donum” (1957) e il Vaticano II (1962-1965) si è incominciato a dire che tutta la Chiesa è missionaria e gli istituti missionari non hanno più senso. Ma sia il decreto conciliare “Ad gentes” (n. 6) che l’enciclica “Redemptoris missio” (nn. 33-34) affermano con chiarezza che la missione alle genti non va confusa con l’attività pastorale che si rivolge ai battezzati e quindi che “questi istituti restano assolutamente necessari” (Ad gentes, 27). Nella “Redemptoris missio” (n. 66) si legge: “La vocazione speciale dei missionari ‘ad gentes’ e ‘ad vitam’ conserva tutta la sua validità. Al riguardo s’impone una approfondita riflessione, anzitutto per i missionari stessi, che dai cambiamenti della missione possono essere indotti a non capire più il senso della loro vocazione, a non saper più che cosa precisamente la Chiesa si attenda da loro”.

Questa riflessione forse è mancata e anche gli istituti missionari rischiano di non credere più nel loro carisma originario, mentre le giovani Chiese del mondo non cristiano hanno assoluto bisogno di loro anche oggi, lo dicono tutti vescovi.

Lo stesso è avvenuto per le pontificie opere missionarie. Fin che erano pontificie e non dipendenti dai vescovi italiani, svolgevano il loro compito primario: ricordare la missione alle genti, universale, aiutarla con preghiere, vocazioni, aiuti materiali. Da quando sono opere diocesane, la missione alle genti è diventata il gemellaggio di una diocesi italiana con una delle missioni. Si è chiuso l’orizzonte, i missionari sono quelli della diocesi, quasi sempre in America Latina e in Africa. Adesso, con la crisi delle diocesi italiane, è facile immaginare cosa succede.

2) Il secondo sbaglio fondamentale è stato di politicizzare la missione alle genti ed è una vita che condanno (inutilmente) questa tendenza suicida degli istituti missionari, che ha cambiato la nostra immagine nell’opinione pubblica italiana. In “Missione senza se e senza ma” (EMI 2013, pag. 250) racconto in un capitolo (”La crisi dell’ideale missionario”) la storia di questo suicidio. Fino al concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’amore e del perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo.

Ma oggi, ditemi voi: chi manifesta entusiasmo per la vocazione missionaria e dove è finito l’appello per le vocazioni missionarie “ad gentes”? Oggi noi missionari facciamo le campagne nazionali per il debito estero, contro la produzione di armi, contro i farmaci contraffatti e per l’acqua pubblica; oggi non si parla più di missione alle genti ma di mondialità e di opere sociali o ecologiche. Mi sapete dire quanti giovani e ragazze si entusiasmano e si fanno missionari dopo una manifestazione di protesta contro la produzione di armi? Nessuno. Infatti gli istituti missionari non hanno quasi più vocazioni italiane. Non lamentiamoci perché si chiude la rivista “Ad Gentes”. Nel quadro di tutto quel che ho detto, ha un suo logico significato.

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Il blog “Settimo cielo” fa

sabato 21 giugno 2014

Fragmenta sunt Sacramenta!



È una domanda che mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei frammenti eucaristici.






di Vito Abbruzzi


Quale Padre o Auctor probatus ha mai detto: “Fragmenta non sunt Sacramenta”?
È una domanda che, francamente, mi pongo da tantissimi anni, da quando, cioè, ero studente di Teologia, e alla quale non ho mai trovato risposta; ma che ho sempre sentito ripetere da chi avalla – a spada tratta – la comunione sulla mano e giustifica la noncuranza per la dispersione dei frammenti eucaristici.

Che si tratti dell’Aquinate, a cui l’infelice frase si vuole attribuire, lo escludo categoricamente, visto che nelle strofe XIX e XX del Lauda Sion, la sequenza della messa del Corpus Domini composta dal Dottore Angelico nel 1264, è detto testualmente:

Fracto demum Sacraménto,
ne vacílles, sed memento,
tantum esse sub fragménto,
quantum toto tégitur.
Nulla rei fit scissúra:
signi tantum fit fractúra:
qua nec status nec statúra
signáti minúitur.

Alla lettera: “Spezzato finalmente il Sacramento, non tentennare, ma ricorda che tanto c’è sotto un frammento quanto si nasconde nell’intero. Nessuna scissura si fa della sostanza; si fa rottura solo del segno: per cui né lo stato né la dimensione del Segnato è sminuita”.
È così, perbacco! La stessa scienza lo dimostra! Basti pensare agli studi – ormai noti a tutti, persino ai bambini – condotti sulla celiachia: patologia diffusa più di quanto si pensi. È sufficiente venire a contatto anche con una sola particella infinitesimale (microscopica) di sostanza contenente glutine – e il pane eucaristico,normalmente confezionato, contiene glutine – che il danno è fatto, scatenando nel celiaco quel processo autoimmunitario che lo porta a stare male.
E, allora, onde evitare che tutto questo accada, persino quel sacerdote che non dà affatto importanza alla dispersione dei frammenti eucaristici, credendo ostinatamente che “fragmenta non sunt Sacramenta”, diventa – guarda caso – scrupolosissimo a non contaminare, col solo contatto delle dita, l’ostia del celiaco, dopo aver manipolato le altre ostie; celiaco che può, a giusta ragione, autocomunicarsi, prendendo la sua ostia custodita nella propria teca posata sull’altare accanto alle oblate.






Se imparassimo dall’esperienza quotidiana più che dalle teorie astratte, astruse e fuorvianti, saremmo meno faciloni e distratti, prendendo sul serio quanto il Codice di Diritto Canonico autorevolmente insegna e raccomanda:

“Augustissimo Sacramento è la santissima Eucaristia, nella quale lo stesso Cristo Signore è presente, viene offerto ed è assunto, e mediante la quale continuamente vive e cresce la Chiesa […], è significata e prodotta l'unità del popolo di Dio e si compie l'edificazione del Corpo di Cristo” (can. 897).

“I fedeli abbiano in sommo onore (maximo in honore) la santissima Eucaristia, partecipando attivamente nella celebrazione dell’augustissimo Sacrificio, ricevendo con frequenza e massima devozione questo sacramento e venerandolo con somma adorazione; i pastori d'anime che illustrano la dottrina di questo sacramento, istruiscano diligentemente i fedeli circa questo obbligo” (can. 898).

Il primo canone ricorda che siamo “corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27), di cui nessuno – proprio nessuno, anche il più piccolo ed insignificante – può andare perduto (cfr. Mt 18,14; Gv 6,39); significato, appunto, dalla santissima Eucaristia, i cui frammenti, compresi quelli invisibili, non devono andare assolutamente dispersi (cfr. Gv 6,12).
Il secondo canone sembra evocare la celebre sentenza di Giovenale, assunta a motto da varie agenzie educative: “Maxima debetur puero reverentia” (Satire, XIV, 47). Se è vero – come è vero – che al fanciullo si deve il massimo rispetto, quanto più questo massimo rispetto si deve alla santissima Eucaristia, da venerarsi con “somma adorazione”! E questo a partire dai sacri ministri, che devono diligentemente evitare di commettere e far commettere i tanto deprecati abusi liturgici – e la dispersione dei frammenti eucaristici, seppure non intenzionale, è un abuso liturgico, stigmatizzato dalla pietà eucaristica come oltraggio, sacrilegio,indifferenza – che inevitabilmente “contribuiscono ad oscurare la retta fede e la dottrina cattolica su questo mirabile Sacramento” (Redemptionis Sacramentum, n. 6); tanto mirabile da essere appellato “augustissimo Sacramento”, “augustissimo Sacrificio”!
La diligenza richiesta ai pastori d’anime nell’insegnare ai fedeli ad avere in massimo onore la santissima Eucaristia, non può non produrre il rispetto nei loro confronti, da parte di Dio e da parte degli uomini, come insegna la Scrittura: “Chi custodisce santamente le cose sante sarà santificato e chi si è istruito in esse vi troverà una difesa” (Sap 6,10). Mentre a chi questa diligenza manca è riservata l’ignominia: “Vìolano la mia legge, profanano le cose sante. Non fanno distinzione fra il sacro e il profano, non insegnano a distinguere fra puro e impuro, […] e io sono disonorato in mezzo a loro” (Ez 22,26).
Ci serva di monito la lezione di Gesù: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi” (Mt 7,6).
Poi non lamentiamoci se la gente ci crede sempre meno e l’indifferenza religiosa aumenta sempre più.







http://www.scuolaecclesiamater.org/2014/06/fragmenta-sunt-sacramenta.html

venerdì 20 giugno 2014

MARCELLO PERA: IL MIO AMICO JOSEPH RATZINGER

– di GIUSEPPE RUSCONI

www.rossoporpora.org



Ampia intervista all’ex-presidente del Senato italiano – Origini, sviluppo e persistenza dell’amicizia con il porporato bavarese, poi Papa – L’amarezza per la rinuncia di Benedetto XVI – Europa, relativismo: “Molti nostri vescovi mancano di coraggio”, osservò Joseph Ratzinger – Le ultime elezioni europee in un continente in decadenza - Gira un brutto spiffero per l’Europa - Anche la Chiesa minimizza - I Parlamenti ormai non decidono, ratificano

Chi è Marcello Pera? Settantunenne filosofo e politico italiano, è noto per l’amicizia nata nel periodo di presidenza del Senato (2001-2006) con l’allora cardinale Joseph Ratzinger. E’ l’amicizia -che persiste e si è tradotta in un incontro anche in questo mese di giugno presso il Monastero Mater Ecclesiae dentro il Vaticano - tra un non-credente e un credente, ambedue preoccupati per un’Europa che misconosce la sua ‘anima’ cristiana, essendo ormai alla deriva nel gran mare relativista. La collaborazione reciproca si è espressa soprattutto in tre saggi: Senza radici (2004, Mondadori, scritto in maniera alterna tra i due su temi come Europa, relativismo, cristianesimo e islam), L’Europa di Benedetto (2005, Cantagalli, di Joseph Ratzinger con introduzione di Marcello Pera), Perché dobbiamo dirci cristiani (2008, Mondadori, di Marcello Pera con lettera introduttiva di Benedetto XVI). Abbiamo incontrato Pera a Roma, al primo piano di Palazzo Giustiniani, nell’ampio ufficio che gli è assegnato come presidente emerito del Senato. E con lui abbiamo parlato dell’origine e dello sviluppo dell’amicizia, dei suoi contenuti, della rinuncia al Papato del suo interlocutore, della triste condizione odierna dell’Europa politica e culturale...

Senatore Pera, come ha conosciuto il cardinale Joseph Ratzinger?

Andai a trovarlo nel suo ufficio di Prefetto della Congregazione della dottrina della fede, essendo stato impressionato da molti suoi scritti. Mi aveva colpito in particolare il suo libro Fede, verità, tolleranza. Non pensavo che il relativismo fosse penetrato anche in alcuni settori della teologia cristiana e lui mi illuminò e mi preoccupò. Se anche i cristiani rinunciano all'idea di verità, a che cosa più si riduce la nostra religione? E poi: quali conseguenze ha per la nostra identità un cristianesimo circoscritto solo ad una “narrativa”, come oggi si dice, buona quanto qualunque altra?

Che cosa L’ha colpita subito del cardinale?

L’uomo e l’intellettuale. Avvertii subito una personalità del massimo livello. Lucido, chiaro, diretto, con un pensiero sistematico e molto articolato. Considera con attenzione e rispetto il suo interlocutore e non si nasconde alcun problema. Parla laicamente, come scrive, non per omelie o catechismo, ma per concetti e ragionamenti rigorosi. Ascolta le domande e non si sottrae a nessuna difficoltà. Mi sono sempre sentito a mio agio, come davanti ad un maestro. In vita mia, ne ho conosciuti alcuni di prima grandezza, come Popper, e lui è uno di quelli. Non è solo un teologo, ma un grande filosofo, aperto, critico, profondo, e con una vasta cultura in molti settori. E ha una dote personale che solo i grandi posseggono: è dotato di modestia intellettuale, che gli consente di sposare lo spirito critico e anche autocritico con la verità in cui crede. C’è poi l’aspetto personale: è cortese, disponibile, attento, scrupoloso. E soprattutto franco. Posso dire che, appena cominciammo a parlare della questione del relativismo, che era l’oggetto del mio primo interesse per lui, io osservai con cautela che a me sembrava che occorresse da parte della Chiesa più forza di reazione. Lui mi stupì perché mi rispose: “Molti nostri vescovi mancano di coraggio”. Io lo pensavo, ma lui lo disse.

Come si sono sviluppati i rapporti tra voi?

Ci siamo rivisti più volte, mai discutendo di questioni politiche in senso stretto. Un tema allora all’ordine del giorno anche in parlamento era l’Europa. E un giorno, proprio sulla situazione culturale e spirituale dell’Europa, lo invitai a tenere una conferenza presso la biblioteca del Senato. E’ così che nacque Senza radici: una conversazione non più privata, ma pubblica e scritta.

Quali i temi su cui vi siete trovati in consonanza?

Oltre all’Europa, che anch’io consideravo e considero un deserto spirituale, il rapporto fra laici e credenti. Anche questo è un tratto caratteristico del lavoro di Ratzinger: parlare con i laici e sfidarli. Su tutte, la domanda per il laico è: su che cosa fonda quei valori a cui lui dice di essere particolarmente legato? In che modo li argomenta e difende, oggi che sono attaccati dall’interno e dall’esterno? Conosciamo la risposta, che è sempre la stessa dall’Illuminismo in poi: la ragione. Già, ma che cosa offre la ragione quando in discussione è proprio la ragione stessa? Se la ragione di un gruppo arriva a concludere che è “razionale” consentire, poniamo, l’aborto e la ragione di un altro gruppo lo nega, a quale ragione si deve far ricorso? E quando la ragione europea si trova sfidata e attaccata, poniamo, dalla ragione islamica, a chi possiamo rivolgerci e come possiamo risolvere la disputa? Non basta dire “dialogo”, come non solo i laici, ma anche tanta parte della Chiesa oggi dice: il dialogo non è un dialogo se non esiste un criterio per dialogare. Questo criterio è costruito dalla ragione o la ragione lo scopre? E se lo scopre, in che modo? Con un’illuminazione? E’ su questo punto che Ratzinger, che pure è tanto amante della ragione come l’ultimo dei laici, porta il terreno della discussione sulla verità. E così si torna ai limiti del relativismo. Problemi affascinanti, e della massima attualità politica, anche se apparentemente non sembra.

I rapporti sono proseguiti anche quando Joseph Ratzinger è divenuto Papa? Con quali modalità?

Sì, ci siamo visti anche dopo, e sono continuati nel tempo. Lo ringrazio ancora e gli sarò sempre debitore per le occasioni di incontri riservati che mi ha concesso. Non era facile per lui, ma è sempre stato generoso di sé. Non lo dimenticherò mai. Così come non dimenticherò mai la prefazione che egli volle scrivere al mio libro Perché dobbiamo dirci cristiani. Sono un paio di pagine, ma se uno le legge con attenzione ci può trovare un tesoro.

La rinuncia di papa Ratzinger L’ha sorpresa, colpita? La ritiene un atto razionale? Secondo Lei quali le conseguenze principali di tale atto?

Mi ha amareggiato, ma non sorpreso. Non ci si sorprende quando uno diventa vecchio o perde le energie, al più ci si rammarica. Ma ho capito il suo gesto, o ho ritenuto di capirlo. È come se si fosse rivolto in ginocchio al Signore e avesse detto. “Signore che cosa vuoi da me? Come posso servirti, ora che le mie forze diventano impari? In quale altro modo posso portare la tua Croce e soddisfare le esigenze che mi hai posto sulle spalle? Come posso servire la tua Chiesa, in un momento per essa così difficile, se le mie energie non bastano a correggerla?”. Molti, anche nella Chiesa, stentano a farsi una ragione della sua rinuncia, e io comprendo anche loro. Ma mi sembra una pigrizia intellettuale: siccome non si è mai fatto, non può farlo neppure lui. Questa pigrizia può diventare arroganza, bisogna invece che si trasformi in un atto di fede, come lo è stato per Benedetto XVI. Quanto alle conseguenze, non se ne può parlare, semplicemente perché quello del Papa è stato un atto profetico, e la profezia non si misura con i calcoli del tempo breve. E’ un disegno di Dio.

Lei ha ancora rapporti con il Papa emerito? Come si configurano?

Sì, lo vedo ancora, e per me è una grande gioia, una benedizione. Il nostro dialogo e la nostra comunione intellettuale continuano. E mi fa un immenso piacere vederlo nel suo appartamento e scambiare opinioni con lui. Ha la stessa lucidità intellettuale di sempre.

La vostra amicizia è tra l’altro molto ben espressa dal già citato Senza radici, il saggio di dieci anni fa con contributi alterni su Europa, relativismo, cristianesimo e islam. Da quel 2004 è cambiato qualcosa sotto questi aspetti in Europa? In meglio? In peggio?

È cambiata in particolare una cosa: di quelle questioni, l’islam, i rapporti fra le culture, l’identità europea, il ruolo del cristianesimo, non si discute pressoché più, né nel mondo politico, né in quello della Chiesa. Ha prevalso la paura, la mancanza di coraggio. Si gira la testa e si tira avanti, come se nascondere i problemi contribuisse a risolverli. E questo proprio mentre, per merito soprattutto di Benedetto XVI, gli stessi Capi di governo europei avevano cominciato a interrogarsi. Ricorda il laico Sarkozy venire a Roma e dire che la Francia è una nazione cristiana e che la laicità non è antireligiosa? Magari non ci credeva sinceramente, ma intanto poneva il tema. Oggi nessuno dice più neppure cose simili: si teme di sconvolgere il dialogo, che significa incontro fra muti, o più precisamente incontro fra chiunque abbia un’opinione forte di sé e parli e gridi e l’Occidente che non ne ha e non vuole averne nessuna, e perciò sta zitto. Non si scandalizza neppure più del martirio crescente dei cristiani nel mondo.

Come valuta i risultati delle elezioni europee di fine maggio dal punto di vista della problematica antropologica? Possiamo realisticamente attenderci che la nuova Commissione europea e il suo Parlamento si occupino di vita, famiglia, educazione secondo la prospettiva propria sia di Joseph Ratzinger che di Marcello Pera?

Spero proprio che la Commissione e il Parlamento europeo non si mettano a parlare di questi temi, considerando che cosa uscirebbe da quelle bocche. Non vedo nessuno in Europa che voglia anche minimamente occuparsi di questioni di identità e civiltà. Nessuno che abbia il coraggio di richiamarsi alla tradizione cristiana. E se qualcuno lo fa, gli altri, cioè la maggioranza dei perbenisti, dei dialoganti, degli accomodanti, lo zittiscono definendolo “xenofobo” o “razzista”. Magari in molti casi lo sono davvero, ma come si fa a non capire che proprio tacere sulla nostra identità e nasconderla come fosse una colpa, genera precisamente quel tipo di xenofobia? Niente, l’Europa oggi parla di “parametri” per uscire dalla crisi economica, neanche mette in relazione questa crisi con quella culturale e quella spirituale. Come se un popolo, centinaia di milioni di persone, fosse una variabile da aggiustare, il dato di un bilancio da correggere. Che disastro! E che disastro aumentato, se il nuovo spirito europeo è penetrato anche negli Stati Uniti!

Ci sono forze – vecchie e/o nuove - che nel nuovo Parlamento europeo potrebbero aiutare a far sì che tale prospettiva venga condivisa maggiormente?

L’ho già detto, ci sono molti “xenofobi”. Ma siccome con gli xenofobi non si discute, succede che gli xenofobi diventano tali davvero e gli altri, con la scusa della xenofobia, tacciono. Oggi la Germania è guidata dalla signora Merkel e l’Italia dal signor Renzi, capi di due grandi famiglie politiche europee che hanno responsabilità di governo. Avranno mai saputo e si ricorderanno che i loro padri, Adenauer e De Gasperi, parlavano di una “Europa cristiana”? Che in quella identità essi vedevano la strada per combattere seriamente i nazionalismi, le xenofobie, le paure? Me lo auguro. Quanto a me, sono pessimista e sono molto preoccupato. Gira per l’Europa un brutto spiffero e mi ricordo che la prima guerra mondiale scoppiò nel cuore del Vecchio Continente quando nessuno la voleva e se l’aspettava. Eppure, quando detonò un revolver, eravamo al meglio della nostra civiltà: quattro anni dopo, il mondo che sopravvisse al cimitero era tutto cambiato.

L’ultimo giorno di mandato la Commissione europea uscente ha rifiutato che la petizione pro-embrione “Uno di noi” (che ha raccolto non meno di 1.800.000 firme in quasi tutti i Paesi UE) sia esaminata dal Parlamento. Come valuta tale decisione?

Che cosa posso rispondere? Che se un’analoga petizione pro-matrimonio omosessuale o pro-eutanasia fosse presentata anche con poche firme, passerebbe subito. È già accaduto. D’altro canto, non si tratta di “conquiste di civiltà”, come dicono?

Il mattino seguente la Camera dei deputati italiana - presieduta da una fervente ammiratrice di papa Francesco - in gran fretta e stravolgendo l’ordine del giorno ha approvato il cosiddetto ‘divorzio-express’. Sia in sede europea che nel Parlamento italiano gli applausi per papa Francesco si sprecano. E tuttavia, quando si tratta di votare in materia antropologica, tanti tra gli stessi che applaudono votano contro i contenuti proposti dallo stesso Papa. Come valuta tale atteggiamento?

Posso solo sperare che le grandi folle che si radunano attorno al nuovo Papa non siano le stesse che approvano i parlamenti europei quando parlano di questioni etiche.

C’è chi – tra chi si dichiara cattolico – reputa che la lotta in materia antropologica non si debba fare in Parlamento, ma in parrocchia. Sarebbe più efficace. Lei che ne pensa?

Lo sarebbe certamente. Quella battaglia deve essere condotta nelle famiglie, a scuola, nelle piazze, nelle parrocchie, sui pulpiti, sui mezzi di informazione, prima ancora che arrivi nei parlamenti. Perché i parlamenti non sono più composti di élites che possono svolgere funzione educativa. Sono casse di risonanza e di accondiscendenza di ciò che accade fuori. Ratificano, non decidono.

Per finire: è ancora possibile che si manifesti con forza nella società una grande alleanza sui temi antropologici tra chi, credente o non credente, si attiene ai principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa su vita e famiglia? In Francia ad esempio è successo con la ripetuta e massiccia partecipazione di cittadini soprattutto cattolici, ma anche ebrei, musulmani, protestanti, agnostici alla Manif pour tous… anche se Hollande – un vero campione di democrazia… - ha scelto sostanzialmente di minimizzare, anzi ignorare de facto tale grande espressione di volontà popolare…

No, non lo ritengo possibile, comunque penso che sia poco probabile, almeno in quest’epoca. D’altro canto, la Chiesa medesima mostra di avere problemi con la sua stessa dottrina sociale. Minimizza pur essa. A noi manca oggi uno che scriva il De civitate Dei mentre l’Impero Romano andava a fondo. Ed era l’Impero Romano, non l’Unione Europea! Come vede, è meglio che chiuda qui.


P.S. L’intervista appare in forma cartacea e in lingua inglese sul numero di giugno 2014 del mensile cattolico statunitense Inside the Vatican (in uscita in questi giorni).

 

La Messa vero e proprio sacrificio



I 4 FINI DELLA SANTA MESSA.







I canoni del Concilio di Trento

sul santissimo sacrificio della Messa sintetizzano,

in poche linee, la dottrina perenne della Chiesa:


Can. 1. Se qualcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio sacrificio, o che essere offerto significa semplicemente che Cristo ci viene dato in cibo: sia anatema.

Can. 2. Se qualcuno dirà che con le parole: "Fate questo in memoria di me" [Lc 22,19; I Cor 11,24] Cristo non ha costituito i suoi apostoli sacerdoti o non li ha ordinati perché essi e gli altri sacerdoti offrano il suo corpo e il suo sangue: sia anatema [cf * 1740].

Can. 3. Se qualcuno dirà che il sacrificio della Messa è solo un sacrificio di lode e di ringraziamento, o una semplice commemorazione del sacrificio offerto sulla croce, e non un sacrificio propiziatorio; o che giova solo a chi lo riceve; e che non deve essere offerto per i vivi e per i morti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni e altre necessità: sia anatema [cf *1743].

Can. 4.Se qualcuno dirà che col sacrificio della Messa si bestemmia o si attenta al sacrificio di Cristo consumato sulla croce: sia anatema [cf. *1743].

Can. 5. Chi dirà che celebrare le messe in onore dei santi e per ottenere la loro intercessione presso Dio, come la chiesa intende, è un'impostura: sia anatema [cf. *1744].

Can. 6. Se qualcuno dirà che il canone della Messa contiene degli errori, e che, quindi, bisogna abolirlo: sia anatema [cf *1745].

Can. 7. Se qualcuno dirà che le cerimonie, i paramenti e gli altri segni esterni di cui si serve la chiesa cattolica nella celebrazione della Messa, sono piuttosto provocazioni dell'empietà, che manifestazioni di pietà: sia anatema [cf *1746].

Can. 8. Se qualcuno dirà che le Messe nelle quali solo il sacerdote si comunica sacramentalmente sono illecite e, quindi, da sopprimere: sia anatema [cf 1747].

Can. 9. Se qualcuno dirà che il rito della chiesa romana, secondo il quale parte del canone e le parole della consacrazione si profferiscono a bassa voce, è da condannarsi; o che la Messa deve essere celebrata solo nella lingua del popolo; o che nell'offrire il calice l'acqua non deve essere mischiata col vino, perché ciò sarebbe contro l'istituzione di Cristo: sia anatema [cf *1746; *1748s].


http://radiospada.org/2012/10/una-immagine-che-spiega-i-4-fini-della-santa-messa/

martedì 17 giugno 2014

Vacche magre in Giappone, vacche grasse in Corea del Sud




Perché i coreani si convertono a Cristo e i giapponesi no. Lo spiega un grande esperto delle missioni, mentre s'avvicina il primo viaggio di papa Francesco in Asia 



di Sandro Magister


ROMA, 17 giugno 2014 – I due prossimi viaggi che papa Francesco ha messo in agenda lo porteranno in Asia. A metà agosto in Corea del Sud e nel gennaio dell'anno prossimo in Sri Lanka e nelle Filippine.

L'Asia è stata fin da giovane la meta sognata da Jorge Mario Bergoglio. O più esattamente, il Giappone. Là voleva recarsi come missionario, al pari di altri gesuiti anche famosi. Due dei tre ultimi superiori generali della Compagnia di Gesù hanno passato molti anni in quel paese: Pedro Arrupe e l'attuale preposito Adolfo Nicolás. Un altro alto reggente della Compagnia, Giuseppe Pittau, è stato per molti anni rettore dell'università dei gesuiti a Tokyo, la rinomata Sophia University.

Eppure, nonostante l'impegno profuso da questi gesuiti illustri e da altri missionari, in Giappone il cattolicesimo non ha fatto breccia. Le conversioni restano sporadiche e i cattolici sono fermi allo 0,35 per cento della popolazione.

Mentre al contrario in Corea del Sud la Chiesa cattolica è in stupefacente espansione, nonostante lo scarsissimo afflusso di missionari in quel paese.

Le risposte dei vescovi del Giappone al questionario del prossimo sinodo dei vescovi – riprese da www.chiesa in un recente servizio – mostrano come una parte di responsabilità della stagnazione sia da attribuire alla debolezza di guida della gerarchia del Sol Levante.

Ma il confronto tra il Giappone e la Corea, tra le loro opposte situazioni di chiusura e di apertura al cristianesimo, mette in evidenza ben più profonde ragioni di diversità.

Le spiega con chiarezza, nella nota che segue, un esperto di eccezione, padre Piero Gheddo, decano del Pontificio Missioni Estere di Milano e grande conoscitore di entrambi quei paesi, oltre che principale estensore dell'enciclica missionaria di Giovanni Paolo II, la "Redemptoris missio" del 1990.



PERCHÉ I COREANI SI CONVERTONO A CRISTO E I GIAPPONESI NO






di Piero Gheddo

Giappone e Corea hanno una storia e una cultura molto diverse, per cui la missione cristiana ha prodotto risultati diversissimi.

In Giappone, quasi cinque secoli dopo l’ingresso dei missionari con san Francesco Saverio nel 1549, i battezzati nella Chiesa cattolica sono 440 mila su 128 miiioni di giapponesi, lo 0,35 per cento, mentre i protestanti sono circa mezzo milione.

In Corea, dove il cattolicesimo è arrivato con alcuni laici alla fine del XVIII secolo, i cattolici sono circa 5,3 milioni su 50 milioni di abitanti, cioè più del 10 per cento, mentre i protestanti delle varie denominazioni sono circa 8 milioni, il 17 per cento. Seul di notte sembra una città cristiana per il gran numero di croci su chiese, scuole, ospedali.

La fede cristiana è stata accolta con molte difficoltà dal Giappone, mentre al contrario la Corea del Sud sembra riceverla oggi a braccia a aperte. In Corea il cristianesimo sta diventando il motore della nazione. Dagli anni Sessanta a oggi circa la metà dei presidenti della Corea del sud sono stati cristiani, compreso Kim Dae-jung (1925-2009), premio Nobel per la pace nel 2000 per il suo vigoroso impegno per la riconciliazione fra Nord e Sud della Corea.

Perché i giapponesi si convertono poco? Essenzialmente per un motivo religioso-culturale.

Le  religioni del Giappone insegnano, come lo shintoismo, che l’uomo è uno dei tanti elementi della natura, nella quale si manifesta il Dio sconosciuto.

Il confucianesimo dà una visione statica della società, dove la suprema norma morale è il rispetto e l’obbedienza per mantenere l‘armonia tra cielo e terra, tra superiori e sudditi, tra politica ed economia. Secondo la morale confuciana ciascuno deve svolgere il proprio lavoro col massimo impegno nel posto che gli è stato assegnato.

Il buddhismo, insegnando il distacco da se stessi, il disprezzo delle passioni e delle idee personali, considerate come perniciose illusioni, rende l’individuo disposto a tutto e oltremodo paziente.

Il giapponese è figlio di queste religioni: ottimo lavoratore, sobrio, obbediente alle direttive. In una società dove tutto deve funzionare come una macchina, il giapponese è il soggetto ideale, perché si muove in gruppo. La gente ha una forte coscienza unitaria di popolo, ma una scarsa coscienza dei diritti della persona. La vita comune comincia nella famiglia, continua nella scuola e finisce nell'azienda, concepita come una grande famiglia. Lo spirito di collaborazione che predomina nell'azienda rende il lavoro altamente efficiente e produttivo. Il successo della ditta per cui uno lavora è considerato un ideale di vita per il quale vale la pena di sacrificarsi, anche con ore di lavoro straordinario, spesso poco o nulla retribuite.

“L’influsso delle religioni tradizionali – mi diceva padre Alberto Di Bello, missionario in Giappone dal 1972 – ha educato a una viva coscienza dei propri doveri, più che dei propri diritti. Il cristianesimo, entrando in Giappone attraverso le moderne missioni cristiane e l’influsso dell’Occidente, ha portato in questo paese il concetto fondamentale del mondo moderno, quello della carta dei diritti dell’uomo: il valore assoluto della singola persona umana. La società, lo Stato, la patria sono a servizio della persona umana, non la persona a servizio della società, dello Stato, della patria”.

Però questa rivoluzione fatica a entrare nella mentalità comune. Padre Giampiero Bruni, in Giappone dal 1973, mi dice: “Se  un individuo è consapevole e libero, può fare la sua scelta di convertirsi a Gesù. Ma se non è libero perché è membro di un gruppo, non può. Il giapponese è abituato a obbedire e a fare come fanno tutti. Il gruppo domina, uscire dal gruppo non si può, significa tagliare tutti i rapporti, E io credo che anche oggi le conversioni che avvengono dobbiamo esaminarle bene, per vedere se sono libere o condizionate da qualcosa che non riusciamo a capire”.

Questo è il concetto di fondo che hanno espresso i missionari che ho interpellato, nei miei viaggi in Giappone.

Radicalmente diversa è la Corea del Sud. Nell’ultimo mezzo secolo ha registrato una crescita record dei cristiani. Dal 1960 al 2011 gli abitanti passano da 20 a 50 milioni, il reddito pro capite da 1.300 a 23.500 dollari, i protestanti dal 2 al 17 per cento, i cattolici da circa 100 mila (lo 0,5 per cento) a 5.309.964 (il 10,3 per cento), secondo le statistiche della conferenza episcopale coreana.

Ogni anno si celebrano 130-140 mila battesimi. La Chiesa coreana è al femminile, a partire dal nome: il cattolicesimo è chiamato “la religione della Mamma”, perché davanti a non poche chiese c’è una statua di Maria con le braccia aperte che invita i passanti ad entrare; e poi perché nel 2011 i fedeli maschi erano 2.193.464, il 41,5 per cento del totale, e le femmine 3.095.332, ovvero il 58,5 per cento.
   
Le conversioni avvengono in massima parte nelle città e fra le élites del paese, professionisti, studenti, artisti, politici e militari anche di alto grado. Uomo simbolo della Chiesa cattolica in Corea è stato il cardinale Kim Sou-hwang (1922 -2009), arcivescovo di Seul dal 1968 al 1998, fautore di un forte impegno della Chiesa cattolica in campo sociale. Durante la lunga dittatura militare aveva fatto della cattedrale Myong-dong a Seul un rifugio per gli oppositori non violenti alla dittatura. I militari non osarono mai entrare nella cattedrale, che sapevano difesa dal popolo. Per lunghi anni il cardinale Kim è stato la personalità più influente della Corea.

C'è anche un motivo storico che spiega le conversioni. La  Corea ha conosciuto mezzo secolo di occupazione giapponese e poi più di tre anni di guerra civile fra Nord e Sud (1950-1953), combattimenti feroci casa per casa, distruzione di molte abitazioni e strutture statali. Padre Giovanni Trisolini, uno dei primi salesiani entrati in Corea nel 1959, mi diceva nel 1986: “Quando arrivai in Corea c’era una miseria spaventosa. Il paese era ancora distrutto dalla guerra, con gli eserciti che erano passati e ripassati su tutto il territorio. Il lavoro principale di noi missionari era di dare da mangiare alla gente, che letteralmente moriva di fame. Con poche strade e ferrovie, non funzionava quasi nulla delle strutture statali. In quel frangente i governi della Corea del Sud, col paese occupato dagli americani, hanno messo al primo posto l’istruzione del popolo, fondando ovunque scuole con un sistema educativo moderno, per far uscire le nuove generazioni dall’insegnamento tradizionale, che trasmetteva una visione dell’uomo di natura confuciana, ereditata dalla Cina e poco adatta a formare giovani in un paese moderno”.

La scuola è stata estesa a tutti, quindi anche alle bambine, con un insegnamento di materie totalmente diverse da quelle dello schema confuciano. Questo cambiamento radicale dell’istruzione, in poco tempo ha fatto decollare lo sviluppo economico e ha contribuito a preparare la strada alla democrazia, ai diritti di uomo e donna e al cristianesimo. Oggi la Corea del Sud non ha più analfabeti, la scuola è obbligatoria e gratuita per tutti, dal giardino d’infanzia fino alle scuole superiori umanistiche o tecniche, che quasi tutti frequentano. Nel 1960 la Corea del Sud era uno dei paesi più sottosviluppati dell’Asia, negli anni Ottanta è stata una delle “tigri asiatiche” con Taiwan, Singapore e Thailandia.
   
In Corea il cristianesimo esercita un forte potere di attrazione, rispetto al confucianesimo e al buddhismo, per almeno cinque motivi:

1)  Introduce l’idea di uguaglianza di tutti gli esseri umani creati dallo stesso Dio, Padre di tutti gli uomini, e soprattutto il principio dell’uguaglianza nei diritti fra uomo e donna, pur nella diversità e complementarietà fra le persone dei due sessi. Nel confucianesimo la donna non ha la stessa dignità e gli stessi diritti dell’uomo. Nella società confuciana la donna era quasi schiava del marito, le bambine non andavano a scuola e la donna era inferiore all’uomo. “È un uomo mal riuscito” diceva di lei Confucio.

2)  Cattolici e protestanti si sono distinti per la partecipazione attiva al movimento popolare contro la lunga dittatura militare tra il 1961 e il 1987. Confucianesimo e buddhismo promuovevano invece l’obbedienza all’autorità costituita. Se in Corea, come nelle Filippine, le dittature militari hanno ceduto il potere a governi elettivi non con rivoluzioni violente ma con le “rivoluzioni dei fiori”, è stato principalmente per le pressioni dell’opinione pubblica coscientizzata dalle Chiese cristiane.
   
3)  Il cristianesimo è la religione del Libro e di un Dio personale, mentre sciamanesimo, buddhismo e confucianesimo non sono nemmeno religioni, ma sistemi di saggezza umana e di vita. Soprattutto non hanno un’organizzazione e direzione a livello nazionale, che rappresenti i loro fedeli. Ci sono tentativi di coordinamento fra le varie pagode e monasteri buddisti, ma ciascuno va per conto suo.

4)  Cattolici e protestanti hanno costruito e mantengono una grande quantità di scuole a tutti i livelli, fino a numerose università – quelle cattoliche sono ben dodici – che si sono imposte nel paese come le migliori dal punto di vista educativo e dei valori a cui formano i giovani. Tutte le famiglie vorrebbero mandare i loro figli nelle scuole cristiane, perché l’educazione dei giovani ispirata al Vangelo si dimostra la più efficace nel formare persone adulte e mature.

5)  Infine, la Corea del Sud è ormai un paese evoluto e anche ricco (si dice che “è in ritardo sul Giappone di soli vent’anni”), nel quale le antiche religioni non danno risposte ai problemi della vita moderna. E questo è inevitabile, perché il mondo moderno è nato in Occidente, dalla radice biblico-evangelica, cioè dalla rivelazione di Dio in Cristo. Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, si presenta come religione più adeguata al nostro tempo e più attiva nell’aiuto dei poveri.

L'abbondanza delle conversioni conferma quanto durante il mio ultimo viaggio in Corea mi diceva padre Vincent Ri, prefetto degli studi della facoltà teologica del seminario maggiore di Kwangju: “Il coreano è fiero di definirsi religioso: anche fra gli studenti, gli intellettuali, le persone colte, non esiste lo spirito anti-religioso o ateo comune in Europa. Il fatto religioso è al centro della vita del nostro popolo e questa è un’antica tradizione che lo sviluppo economico e tecnico non ha abolito, anzi contribuisce a rafforzare".

Per molti anni, però, almeno fino alla visita di papa Karol Wojtyla nel 1984, pochi hanno prestato attenzione a questo "miracolo" della Chiesa coreana. Mi diceva nel 1986 l'allora segretario della conferenza episcopale, monsignor Simon E. Chen:

“La nostra Chiesa ha tante conversioni, ma siamo stati a lungo trascurati dall’Europa cristiana e dai missionari. Pio XI inviò missionari e religiosi in Cina. Pio XII mandò molti missionari in Giappone dicendo: 'Se si converte il Giappone, si converte tutta l’Asia'; e poi con l’enciclica 'Fidei Donum' chiese missionari per l’Africa. Giovanni XXIII e Paolo VI esortarono ad andare in Africa e in America Latina. Quando negli anni Cinquanta migliaia di missionari e suore si sono recati in Giappone, quasi nessuno è venuto in Corea.

"La nostra Chiesa è stata scoperta solo con la visita trionfale di Giovanni Paolo II nel maggio 1984. Allora, in Occidente molti si sono meravigliati che qui ci sono tante conversioni e vocazioni. Eppure questo fenomeno dura dagli anni Settanta e dopo la visita dal papa ha assunto dimensioni eccezionali. La sua visita è servita più di tutte le nostre prediche ad annunziare Cristo ai non cristiani e a fortificare la fede nei nostri battezzati”.









http://chiesa.espresso.repubblica.it/


lunedì 16 giugno 2014

Il significato nascosto dietro i simboli della pace





Bandiera della Pace e "segno d'otarda"

Contrariamente a quanto comunemente si crede, dietro ad alcuni dei simboli più noti dei nostri tempi si celano significati nascosti che fanno riferimento a movimenti "filosofici" nati nell'800 e sintetizzati a partire daglii anni '60 in quel variegato movimento che oggi chiamiamo "new age".

Vediamo cosa scrive «Fides», l’agenzia della Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli, riguardo alla "bandiera della pace":

«Come mai uomini di Chiesa, laici o chierici che siano, hanno per tutti questi anni ostentato la bandiera arcobaleno e non la croce, come simbolo di pace? Sarebbe interessante interrogare uno per uno coloro che hanno affisso sugli altari, ingressi e campanili delle chiese lo stendardo arcobaleno...[...]...questi uomini e donne di chiesa sanno qual è l’origine della bandiera della pace? Molti probabilmente no. Altri, pur sapendo, non se ne preoccupano più di tanto».


Le origini della bandiera della pace vanno ricercate, spiega l’agenzia, «nelle teorie teosofiche nate alla fine dell’800. La teosofia (letteralmente “Conoscenza di Dio”) è quel sistema di pensiero che tende alla conoscenza intuitiva del divino». Da sempre presente nella cultura indiana, ha preso la sua moderna versione dalla Società Teosofica, «un movimento mistico, esoterico, spirituale e gnostico fondato nel 1875 da Helena Petrovna Blavatsky, più nota come Madame Blavatsky». Il pensiero della corrente rappresentata dalla bandiera arcobaleno si basa sullo «gnosticismo» (la prima e più pericolosa tra le eresie), sulla «reincarnazione e trasmigrazione dell’anima», sull’esistenza di «maestri segreti» e riconduce al New Age, mentalità che predica la libertà più assoluta e il relativismo, l’idea dell’«uomo divino», il rifiuto della nozione di peccato.

l'intero articolo si può leggere qui: Vaticano: "Bandiere arcobaleno via dalle chiese"

...ma dov'è "il trucco" in questo simbolo apparentemente innocuo...?...andiamo al libro della Genesi...

"..e disse Dio: Ecco il segno (l'arcobaleno) del patto che io faccio tra voi e Me e con tutti gli animali viventi che sono con voi per generazioni eterne..." Genesi 9.12

L'arcobaleno è dunque il simbolo di un patto fra Dio, gli uomini e la natura. Secondo la Bibbia infatti, dopo il diluvio, a ricordo del patto di non mandare più una distruzione simile in futuro sul genere umano, Dio fece comparire un arcobaleno sulla terra.
Il problema però è che in natura i SETTE colori dell'arcobaleno sono invertiti rispetto alla bandiera della pace (o Bandiera Arcobaleno). Nell'arcobaleno il rosso si trova in alto.

Ma cosa significa questo? ...è molto semplice:

L'inversione della Croce, di una preghiera (il Padre Nostro durante rituali satanici viene recitato al contrario) o il rovesciamento di altri simboli Cristiani o afferenti a Dio, rappresenta un offesa alla divinità ed al contempo una preghiera all'oppositore, cui tutti questi movimenti "filosofici" più o meno velatamente fanno riferimento.

leggiamo dunque qualcosa di questa Helena Petrovna Blavatsky fondatrice della società teosofica a cui la "Bandiera della Pace" si rifà:



- "Satana e il suo esercito proveranno di essere diventati i diretti salvatori e creatori dell'uomo divino. Così Satana, una volta che non sarà più visto nello spirito superstizioso della chiesa, crescerà in questa grandiosa immagine. Satana è il Dio del nostro pianeta e il solo Dio"
- «Lucifero è luce divina e terrestre, allo stesso tempo lo "Spirito Santo" e "Satana"»

Per un certo periodo, la Società Teosofica pubblicò una rivista intitolata Lucifer, un periodico mensile che proclamava la dottrina capovolta secondo cui Lucifero verrebbe a riscattare l'umanità.

La testata della rivista teosofica Lucifer

Nel numero di febbraio del 1917 la rivista Teosophy, l'organo ufficiale della Loggia Unita dei Teosofi di Los Angeles, apparve la ristampa di un articolo precedentemente pubblicato su Lucifer, che forniva un racconto dettagliato della Creazione secondo la Teosofia:
«E quando disse Dio: "Sia la luce", l'Intelligenza fu creata e la luce apparve. Poi, l'Intelligenza che Dio aveva alitato, come un pianeta liberato dal Sole, prese la forma di uno splendido Angelo, e i cieli lo salutarono con il nome "Lucifero". L'Intelligenza si risvegliò e penetrò nelle proprie profondità appena sentì questo apostrofo della Parola divina: "Sia la luce". Egli percepì di essere libero, poiché Dio aveva comandato che fosse così, e rispose, alzando la testa e aprendo le ali: "Io non sarò Schiavitù". [...] Quindi Dio sciolse dal suo petto il filo di splendore che tratteneva lo spirito superbo, e mentre lo guardava tuffarsi nella notte, segnando in lui un cammino di gloria, amò il figlio del suo pensiero, e sorridendo con un sorriso ineffabile, gli mormorò: "Era una cosa buona questa Luce"! Forse che Lucifero, nell'immergersi nella notte, disegnò con lui una pioggia di Stelle e di Soli per mezzo dell'attrazione della sua gloria»?

«Anche Satana si maschera da angelo di luce» San Paolo (2 Cor 11, 14)


Opera di Jean-Baptiste Regnault (1754-1829) intitolata La Liberté ou la Mort (1795): al centro, il Genio della Rivoluzione tra la Libertà e la Morte. Notate che la Libertà stringe nella mano sinistra una Squadra e un Filo a piombo, due attrezzi simbolici eminentemente massonici. I riferimenti simbolici presenti nella figura rivoluzionaria del "genio" rimandano chiaramente a Lucifero


Per una breve storia della Teosofia vedi questo PDF a cura del CCSG (Centro Culturale S.Giorgio)
L'ascesa di Lucifero

- Affrontiamo adesso il discorso relativo al secondo dei simboli, il cosiddetto "segno d'otarda" --

Simbolo della trasmigrazione gnostica delle anime è il “segno d’otarda”, ovvero l’impronta lasciata da questo grosso uccello dell’Europa centrale, che, spesso, è racchiuso in un cerchio a simboleggiare l’eternità. La grande otarda, Otis tarda Wikipedia: Otarda è forse il più pesante uccello vivente in grado di volare (a fatica). Un maschio adulto è lungo normalmente 1,1 metri, ha un'apertura alare di 2,4 metri e pesa circa 12 kg. L'Otarda è caratterizzato, tra l'altro, da un grosso collo le cui allusioni fallichesono la ragione principale (oltre alle difficoltà nello spiccare il volo) per cui è diventata un simbolo della gnosi (conoscenza).


Otarde

Impronta dell'Otarda


Gli gnostici rigettano la Resurrezione dopo la morte, e la sostituiscono con le Reincarnazione o 
“Trasmigrazione dell’anima in altri corpi”.

Quadro di Loggia del grado "Maestro Libero Muratore" (è presente il doppio segno d'otarda)

Sul Dizionario dei simboli, si legge che il simbolo di questa trasmigrazione è il “segno d’otarda”, ovvero l’impronta lasciata dalla zampa del grosso ucello trampoliere “otarda”.
Sul Dizionario, inoltre, leggiamo che se le impronte dell’otarda sono due e appaiate esse “sottolineano il ruolo di intermediazione tra la Terra e il Cielo”.

L’alto iniziato René Guenon, a proposito del Maestro, scrive: «Il Maestro è assimilato all’“Uomo vero”, posto tra la Terra e il Cielo ed esercitante la funzione di “intermediario”».
(Nella figura a sinistra, tale “funzione” è simboleggiata condue “segni d’otarda”.)

Ma vediamo cosa dice di questo antico simbolo pagano, l'allora Cardinale Ratzinger in un'intervista di qualche anno fa rilasciata a Don Bepino Cò

«Il “segno d’otarda” è di antica origine anglosassone, ed è passato poi nelle sètte paramassoniche dell’Ordo Templi Orientis e della Golden Dawn. Esso significa l’emancipazione da Dio, l’assoluta libertà morale:
«Vogliamo spazzar via tutte le macerie che il cristianesimo ha ammassato sul vecchio mondo, affinché l’antica religione della Natura riprenda nuovamente i suoi diritti». L’otarda ha un’evidente allusione fallica, e appariva frequentemente nel Sessantotto come istigazione alla piena libertà sessuale. Inserito nel cerchio, che simboleggia l’eternità, con il detto “DO IT” (“fa’ ciò che vuoi”), il “segno d’otarda” simboleggia l’assoluta emancipazione da Dio»



DO IT (fa ciò che vuoi)
Un' altra interpretazione sempre negativa riguardo a questo simbolo ideato da Gerald Holtom, ci viene dal paganesimo stesso: questa è la runa "Algiz" e sta ad indicare le forze positive, cioè un uomo messo in piedi con le braccia aperte.
Capovolta, diventa la runa Yr... e anche il significato si capovolge; infatti il nome con cui è meglio conosciuta questa runa è toten-rune, runa della Morte. Essa rappresenta la Luna che scompare, calante, mutevole.
La runa Yr dunque è la runa dell'errore, della confusione, sia attraverso l'eccitamento della passione (amore, gioco, bere), sia attraverso le parole false, che cercano di piegare l'oppositore con parole pretestuose piuttosto che con reali ragioni. L'uomo di Yr, pertanto è "rovesciato", aperto alle influenze subliminali, notturne ed infere.





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