mercoledì 4 giugno 2014

Ricominciano le lezioni sul pensiero di San Tommaso d'Aquino a Prato



LECTIO SANCTI THOMAE
anno X

Conversazioni sul pensiero di S. Tommaso d’Aquino (1225-1274), dottore della Chiesa.


“Andate a S. Tommaso. Cercate e leggete le opere di S. Tommaso non solo per trovare in quei ricchi tesori un sicuro nutrimento per lo spirito, ma anche, e prima ancora, per rendervi conto personalmente della incomparabile profondità della dottrina che vi è contenuta” (Paolo VI).


Sessione primaverile- Festa di Pentecoste 2014




La piaghe gloriose di Cristo risorto

Giovedì 5 giugno 2014 ore 21,15




Sede: Parrocchia dello Spirito Santo
Via G. Silvestri, 21

59100- Prato



Augusto del Noce: un filosofo cattolico




di Vittorio Messori*

* tratto da: Vittorio MESSORI, Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, Sugarco, 2006; pp 661-70.



Che farsene dei filosofi?
Confidava agli intimi Napoleone, a Sant’Elena. «Ho sempre saputo impiegare ogni tipo di uomo, quali che fossero le sue capacità, il suo mestiere. Ma che farsene dei filosofi? Per quanto abbia cercato, non ho mai trovato qualcosa o qualcuno cui potessero servire».
Il pessimismo dell’ex-imperatore non era del tutto ingiustificato. Purché, naturalmente, a ogni generazione si ammetta qualche eccezione. Per i nostri tempi, e per quanto a noi sembra, tra quelle eccezioni andrebbe posto il nome di Augusto Del Noce, morto fra il Natale e il Capodanno del 1989, mentre l’ultima dittatura marxista d’Europa, quella del rumeno Nicolae Ceausescu, finiva nel terrore e nell’esultanza. Si avverava “Il suicidio della rivoluzione”, come profetizzava il titolo di uno dei suoi libri più importanti e vilipesi, scritto nel 1978, quando tutto faceva pensare il contrario.
E’ “servito” il filosofo Del Noce (per usare l’espressione di Napoleone)? Stando all’esperienza nostra e di tanti altri, la risposta non può essere che decisa: sì, con il suo pensiero, questo vecchio studioso ha aiutato molti (e tanti altri, presumibilmente, aiuterà nel futuro con i suoi scritti) a vederci un po’ più chiaro nel mondo, nella storia, nella vita. E nella fede. Del Noce, in effetti, non era un cristiano tanto per dire; e neppure un cattolico per semplice tradizione familiare e culturale: era un credente consapevole ed esplicito, a viso aperto. E della sua fede ha fatto il criterio decisivo per comprendere il senso della vicenda umana.

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Il Grande Inquisitore laicista

Anche per questo cattolicesimo non certo posticcio, casuale, ma essenziale per il suo pensiero come per la sua vita (di «limpida testimonianza», di «servizio costante» ha parlato Giovanni Paolo II nel suo messaggio di cordoglio), Del Noce ha pagato un tributo pesante in emarginazione, talvolta in derisioni e calunnie. Aveva provato sulla sua pelle che, oggi, la vera Inquisizione, e di un rigore inimmaginabile per quella antica, è di segno “laico”, si presenta per giunta sotto le vesti della tolleranza, del pluralismo, del dialogo.
Ma questo era messo, da lui, nel conto; anzi qui trovava una conferma di una delle sue tesi principali, quella della “eterogenesi dei fini”, il rovesciamento cioè delle intenzioni umane nel loro contrario. La cultura moderna, nata per realizzare il regno della libertà per tutti, ha in realtà creato quello che egli chiamava «il regime della massima oppressione», soprattutto nei confronti di coloro – ed egli era tra questi – che non vogliono sacrificare agli “idola fori”, ai miti e ai tabù su cui queste culture si reggono.
Di questa persecuzione di stampo laicista o ateista, dunque non si lagnava più di tanto. Ciò che invece lo amareggiava (e, sempre dolorosamente lo stupiva) era un’avversione forse ancor più acre che gli giungeva all’interno di quella Chiesa stessa che amava, che cercava di servire e nella quale vedeva la sola possibilità (e per tutti: credenti, ma anche non credenti di buona volontà) di ritrovare la strada per la dignità, la libertà, la giustizia vere tra gli uomini.




Un angolo di vecchio Piemonte, 1987

Pur avendolo frequentato, e con assiduità, sulle pagine dei suoi libri e dei suoi molti articoli, non lo avevo però mai incontrato di persona. L’occasione venne grazie ad un collega che progettava con lui un libro-intervista (che purtroppo non fu poi realizzato) e che, sorprendendomi un poco, mi recò un invito del professore a raggiungerlo nella casa dove passava le vacanze, desiderando conoscermi. Anch’egli, in effetti, seguiva quanto andavo scrivendo.
La casa era quella dell’antica famiglia dei Del Noce. Un angolo di vecchio Piemonte restato intatto, una villetta fascinosamente “rétro” – con tanto di gazebo, tavoli in pietra con la scacchiera per la dama, ortensie e magnolie – solitaria nella campagna di Savigliano, quasi a metà strada fra Torino e Cuneo. “16 settembre 1987″, dice la data che segnai sulla copertina del taccuino che riempii di note: poco più di due anni prima della sua morte quasi improvvisa.
Se ripenso a quelle ore – di sole, di amicizia, di scambio fervido di idee, passeggiando nel giardino o pranzando in una saletta anch’essa gozzaniana – il ricordo gradevole è offuscato a tratti dalle espressioni di amarezza di Augusto Del Noce. L’incomprensione, l’ostracismo, spesso il rifiuto anche solo di ascoltarlo o di ospitarlo in certi giornali, in certe Case editrici – e, questo, da parte “cattolica”, clericale – tutto ciò, ben più che per sé, lo rattristava per la causa della fede, del messaggio evangelico, della credibilità della Chiesa. Avendoci riflettuto una vita intera, era convinto di intuire per quali vie il messaggio di Cristo potesse di nuovo incontrare l’uomo d’oggi; e vedeva invece molta teologia, molta prassi pastorale, molto clero e laicato, procedere per strade che a lui sembravano vicoli ciechi, trappole, scorciatoie verso l’insignificanza e lo scacco. E soffriva che non si volesse dar retta ai suoi segnali appassionati di cambiare percorso.
E’ vero che i giovani dei nuovi movimenti, in quel vecchio cattolico avevano scoperto un maestro, una guida intellettuale. E Del Noce era loro grato. Ma, al contempo, rifiutava di essere in sintonia con una parte soltanto del cattolicesimo di oggi: era la Chiesa nella sua totalità che, per lui, aveva bisogno di una correzione di rotta, di adeguamento al nuovo indirizzo di quel papa polacco in cui vedeva un dono della Provvidenza.
I credenti, per lui, avevano bisogno di andare in profondo nel passato per poter vivere il presente e programmare il futuro.

Il marxismo ha fallito perché si è realizzato
Mi ripeteva, quel giorno: «La crisi del marxismo è irreversibile, il liberalismo che sembra trionfare prendendone il posto è anch’esso in decomposizione: e, alla pari del marxismo, lo è non perché sia fallito ma proprio perché si è realizzato, capovolgendosi. E’ in crisi anche la Chiesa cattolica, ma non perché non sia più credibile o sia ormai impraticabile il suo messaggio, ma perché ci si è allontanati da esso. Basterebbe rifare chiarezza, rimettersi sui giusti binari per offrire a un mondo disperato la prospettiva di salvezza cui ha bisogno. Mio dovere è indurre i credenti alla riflessione, alla comprensione che la buona volontà non solo non basta, ma può essere dannosa se indirizzata verso percorsi sbagliati. Madre dell’eresia non è solo la superbia ma, secondo l’insegnamento dei padri, anche l’ignoranza: molti uomini di Chiesa ignorano letteralmente quale sia la prospettiva cattolica, assumendo schemi e punti di riferimento non cattolici, anzi talvolta non cristiani, senza neppure averne consapevolezza».
Per lui essere filosofo (e filosofo della politica, disciplina che aveva insegnato prima all’Università di Trieste, poi in quella di Roma) significava andare alle radici, non fermarsi alla superficie dei problemi quotidiani ma sondarne le cause profonde, individuare la deriva delle idee le quali, nella lunga durata, partendo da certi presupposti, portano inevitabilmente a certe conseguenze.

La scorciatoia del cattolicesimo verso l’irrilevanza
Proprio questo, secondo lui, mancava ai credenti d’oggi. Mi disse: «Sempre il pensiero cattolico ha elaborato una sua teologia della storia. Ma, forse, gli ultimi che vi di dedicarono furono i grandi pensatori controrivoluzionari dell’Ottocento, posti di fronte alla sfida della modernità. Oggi sono rarissimi i cattolici che si preoccupano di leggere davvero il proprio tempo partendo dalla fede e dalla Tradizione come da postulati essenziali. La crisi del mondo cattolico deriva dal distacco tra la prospettiva di fede (spesso ormai sconosciuta) e l’azione politica, sociale, culturale (che è necessariamente allo sbando). Messi davanti ai problemi della nostra epoca, i cattolici ne recepiscono i quadri interpretativi da altre culture, senza scendere ai fondamenti ultimi. La fede, così, diventa un’etichetta inutile, della quale alla fine sbarazzarsi, non la lampada per illuminare il reale e ciò che da sotto, spesso nascostamente, lo muove. E’ una sorta di inefficace e comunque falso ecclettismo (generalmente “progressista” o comunque dall’apparenza “illuminata”) che contrassegna tante prese di posizione che si credono “cattoliche”. Non stupisce di certo che nessuno, al di fuori della Chiesa, voglia prendere sul serio questi “pastiches”; né che, all’interno della Chiesa, nessuno si senta illuminato da simili “Weltanschauungen”, prodotti tanto devianti e insipidi quanto inevitabili della perdita delle radici e del senso di inferiorità davanti alla falsa sapienza del “mondo”».

E l’Illuminismo portò il “divieto di fare domande”
Per Del Noce tutto cominciò nel Seicento europeo, con Cartesio e con i primi “libertins”, per proseguire poi con i “philosophes”, gli intellettuali illuministi del Settecento. E cominciò perché, diceva, «si diede valore assoluto alla ragione umana, a quella soltanto e, in base a quel razionalismo, si estromise tutta la dimensione trascendente, la metafisica: tutto ciò che, appunto, va “al di là della fisica, della natura”, che supera ciò che si vede, si tocca, si può misurare e descrivere con la ragione. Si negò (e senza prove) non solo l’esistenza di Dio, ma anche la possibilità della sua esistenza».
In ogni caso, sui temi irresolvibili del razionalismo (Dio e, dunque, l’aldilà, la vita eterna, il mistero della morte, il peccato, il miracoloso) calò quello che amava chiamare «il divieto di fare domande». Un divieto che, a suo avviso (ma anche a sua esperienza: la sua emarginazione derivò proprio dal fatto che non volle rispettarlo), contrassegna l’epoca moderna e contemporanea. E citava spesso, come esemplari, frasi di Marx per il quale non importava discutere se Dio sia o non sia: Dio non esiste perché non deve esistere, altrimenti l’uomo ne è dipendente, non può più creare il mondo a sua immagine e somiglianza.

Sacralizzazione della politica, desacralizzazione delle religione
Uomo di fede, proprio nell’oscuramento, programmatico, e se del caso violento, della prospettiva di fede, Del Noce vedeva la caratteristica della modernità. La quale è dunque l’era della crescente secolarizzazione, anzi della desacralizzazione, di una negazione di Dio che in un primo periodo si cerca di rimpiazzare con dei surrogati, con dei culti secolari, mettendo la politica al posto della religione. E’ il periodo “sacrale” della secolarizzazione, quello delle ideologie che assumono i tratti della vecchia religione: il liberalismo ottocentesco, il positivismo scientista, il socialismo, il fascismo, il nazismo. Ma, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, dal 1945, la secolarizzazione fa un ulteriore, inevitabile passo avanti ed entra nel periodo “profano”. Non più la ricerca di un surrogato della religione, ma la liberazione dalla religione, con al centro il culto di un edonismo, di una ricerca del piacere che per la prima volta nella storia non si nasconde, che anzi si gloria di se stessa.

Catastrofe come “rovesciamento”
Un termine era caro fra tutti a Del Noce: quello di catastrofe. Ma nel preciso senso etimologico: di “voltare in giù”, dunque di “rovesciare”. Per lui, la modernità, prima agnostica e poi atea, era “l’era della catastrofe”, nel senso che tutte le ideologie elaborate dall’uomo che voleva farsi Dio (ideologie alle quali, peraltro, riconosceva spesso tanta buona volontà e generosi propositi) si erano rovesciate nel loro contrario stesso. Anzi: tanto più e tanto meglio si erano realizzate, maggiore era stato il loro risultato catastrofico.
Esempio massimo, quel marxismo dal quale egli stesso, nella Torino degli anni trenta, era stato tentato e del quale era divenuto poi il critico più lucido e temuto e, dunque, più odiato.
Contro le illusioni dei catto-comunisti (a partire da quel Franco Rodano che fu l’eminenza grigia dei capi del Pci, di Enrico Berlinguer in particolare, che fu l’inventore e il fautore del “compromesso storico” e al quale aveva dedicato un libro voluminoso e implacabile), contro quelle illusioni, dunque, Del Noce più e più volte aveva cercato di dimostrare che aveva ragione Pio XI nella “Divini Redemptoris” del 1937: il comunismo come “intrinsecamente perverso”. Spiegava: «Il comunismo – che da più di un secolo si identifica con il marxismo, essendosi presentato sotto quella veste – ha l’ateismo come sua essenza, non può farne a meno senza negarsi, non gli è possibile pensare a valori religiosi se non nella forma ateistica. La quale, dunque, non è per esso (e per usare il suo linguaggio) una sovrastruttura, ma la struttura stessa».
La sua attenzione privilegiata al comunismo veniva dal fatto che, se tutta l’era moderna era quella della secolarizzazione, il marxismo rappresentava non solo il termine pieno e compiuto della negazione di Dio, ma anche una filosofia che voleva farsi politica e che era riuscita a realizzare il progetto di incarnarsi davvero nella storia, di trasformare idee in strutture concrete. Ebbene, la prova della storia aveva mostrato in concreto quella “catastrofe” marxista che già da un mezzo secolo Del Noce prevedeva e le cui convulsioni finali fece in tempo a vedere negli ultimi tempi della sua vita.
“Catastrofe” del marxismo nel senso innanzitutto di rovesciamento totale delle previsioni: la giustizia, la libertà, il benessere universali promessi e che, nel socialismo detto, per esorcismo, “reale” (ma che, per lui, coincideva esattamente con quello “ideale”), si trasformavano invece nella massima ingiustizia, nella massima illiberalità, nella massima miseria.

Dal Pci al partito radicale di massa
Così, mentre il popolo - umiliato, offeso, affamato – si rivolgeva contro i regimi “popolari” e li travolge, il marxismo occidentale, quello che (anche per fortuna sua) non vinse, a partire da quello italiano, conosce anch’esso la sua “catastrofe”, si rovescia anch’esso nel suo contrario. Incredibile, davvero, la lucidità con cui nel 1978 – quando il marxismo da noi sembrava la cultura egemone, pareva in ottima salute e magari destinato alla vittoria – Del Noce scriveva testualmente sin dalla copertina del suo “Il suicidio della rivoluzione”: «L’esito dell’eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata».
In effetti, dieci anni dopo, proprio questo è avvenuto: il Partito comunista intende cambiare nome e intanto ha già assunto l’ideologia più borghese di tutte, quella del “liberalismo di sinistra”, che poi è il radicalismo alla Marco Pannella, avviandosi a diventare un partito radicale di massa (se le masse riuscirà a conservare). E, intanto, trova i suoi più potenti fautori in quella borghesia della grande finanza internazionale, della quale da noi un Carlo De Benedetti è il prototipo esemplare. «Era prevedibilissimo», rispondeva Del Noce a chi gli chiedeva conto di queste sue virtù “profetiche”. «Non occorreva davvero essere indovini: persa per strada l’utopia rivoluzionaria, l’essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell’illuminismo scientista, del razionalismo che esclude Dio per una scelta previa e obbligata. Anche il comunismo “all’europea”, dunque, si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali. Anzi, si pone ora come obiettivo storico l’imborghesire nel modo peggiore quelle masse che voleva liberare dalla cultura e dall’oppressione borghesi. Non dice nulla che, in Italia, non solo finanzieri alla De Benedetti, ma anche giornalisti corifei del più brutale “esprit bourgeois” siano gli ispiratori della dirigenza del nuovo Pci?».
Esito finale, comunque, di tutte le ideologie moderne, comuniste o liberali, era per lui (ed è difficile dargli torto, guardandosi oggettivamente attorno) il nichilismo, la caduta di tutti gli ideali e di tutti i valori. Un nichilismo cui si cerca di dare un volto accettabile, magari nobile, chiamandolo “pensiero debole”.
Forma volgare del nichilismo, vera e finale ideologia per il popolo: il consumismo. E cioè, spiegava, «l’alienazione massima, la trasformazione di tutto in merce con un prezzo, e il raggiungimento della massima illibertà, crocifiggendo l’uomo indifeso al desiderio, all’invidia, all’affanno di procurarsi sempre più beni».

Cattolici: dal male-bene al “progressista-conservatore”
E i cristiani, i cattolici? E’ qui che Del Noce scuoteva il capo avvilito: dopo essersi tanto opposti alla modernità, in modo magari eccessivo e ossessivo, dopo averla addirittura demonizzata, molti uomini di Chiesa avevano finito per accettarla in modo acritico, entusiastico e, soprattutto, anacronistico. L’avevano “sposata”, cioè, negli Anni Sessanta del ventesimo secolo, quando chi voleva vedere (in effetti, “Il problema dell’ateismo” di Del Noce è del 1964) si accorgeva che quella modernità era in decomposizione: e proprio perché si era realizzata, giungendo quindi agli esiti catastrofici consueti. Legandosi a quella “catastrofe”, anche il presente e la prassi dei cattolici ne avrebbero seguito inevitabilmente il destino.
Per Del Noce, il pensiero cattolico dell’Ottocento (che egli invitava a riscoprire come “profetico”, come quello che meglio aveva visto nel suo futuro, che poi è il nostro oggi) aveva sempre ben chiaro che ogni rifiuto di Dio si trasforma prima o poi in un disastro per l’uomo. Quei cattolici del secolo scorso si erano dunque opposti alle ideologie moderne per amore dell’umanità, prevedendo che proprio quella essenza atea o agnostica delle nuove ideologie le rendeva pericolose. Partendo dalla fede, nelle loro analisi si fidavano ancora della Scrittura: “Nisi Dominus aedificaverit domum, invanum laborant qui aedificant eam. Vanum est vobis surgere ante lucem, sedere in multam noctem“.
Per quei pensatori cattolici ottocenteschi, lo schema interpretativo della storia era, come sempre sino ad allora, quello fede-miscredenza, religione-irreligione, devozione-empietà, sacro-profano. Coll’accettazione della modernità, si accettò anche il suo schema interpretativo, che è: progressista-conservatore, destra-sinistra, reazione-rivoluzione. Così, a una interpretazione religiosa della storia, se ne è sostituita una politica. E alle categorie tradizionali di vero-falso, di male-bene, si sono sostituite quelle di progressivo-reazionario. Proprio per questo molti cattolici hanno finito per aderire – seppure con ridicolo ritardo e zelo – a un marxismo ormai realizzato e dunque decomposto (ma per loro, convertiti recenti, rappresentava il futuro, la novità…). E, dunque, anche per loro il “santo” è divenuto il “progressista”; il “peccatore” è il “reazionario”.

Il neocattolicesimo: nemico non è l’irreligioso ma “l’integrista”
Anche chi non ha fatto la “scelta socialista” ha però finito col recepire, senza neppure accorgersene, quelle categorie del “moderno”, che pur nulla più hanno di religioso. In questo modo, diceva Del Noce, il pensiero cattolico è diventato insignificante, ripetitore ingenuo e talora patetico, perché a rimorchio di categorie non sue e che tra l’altro hanno mostrato da tempo la loro miseria, la loro incapacità di dare conto dell’uomo e della storia. Proprio qui, a suo avviso, stava la radice della contestazione intraecclesiale. «Poiché», mi diceva, «si pensa che un certo concetto moderno di “democrazia” sia di sinistra, progressista, la riforma della Chiesa deve passare attraverso la sua democratizzazione radicale. Non avendo più una prospettiva religiosa ma, spesso inconsciamente, soltanto politica, a certi clericali sembra intollerabile l’aspetto gerarchico, monarchico della Chiesa cattolica: un aspetto “reazionario” contro il quale bisogna dunque combattere».
Nella nuova tavola di valori del “cattolico medio”, il vero avversario da battere, così, non è più l’irreligioso, il blasfemo, il senza-Dio. Anzi, presentandosi spesso tutto questo come “di sinistra”, è visto come un cristianesimo anonimo, delle cui accuse fare tesoro. Avversario, in questa prospettiva neocattolica («che nulla però», diceva Del Noce, «ha più a che fare con il cattolicesimo sinora conosciuto»), avversario vero è “l’integrista”, cioè colui che vuole servirsi della sua fede fino in fondo, trasformandola da vago sentimento in guida e prospettiva per la sua concreta attività. E per questo, ripeteva, c’è «tanto odio per i nuovi movimenti, visto come integristi e dunque dannosi, nemici per eccellenza del neocristianesimo».

Il dogma delle ideologie moderne:  l’eterna eresia pelagiana
Tragedia poi di tanti credenti sarebbe stata – sempre stando alla sua analisi – l’accettazione di un altro dei postulati fondamentali delle ideologie moderne: la necessità di eliminare il «barbaro, oscuro tabù cristiano del peccato, a cominciare da quello originale». In effetti, se c’è un peccato, una colpa, una caduta all’inizio della storia, questa ha bisogno di una salvezza, di una redenzione: di un Salvatore, di un Redentore. Ma poiché si crede che l’uomo possa salvarsi da solo, grazie alla sua ragione, e possa realizzare con le sue forze il paradiso in terra, ecco che tra i primi passi da compiere è relegare nel mito l’idea del peccato. Da qui, diceva, «il fatto indubitabile che ogni modernismo teologico ha alla sua base l’eterna eresia pelagiana: l’attenuazione, la negazione più o meno dissimulata, se non l’esplicito rifiuto, della caduta di Adamo. Senza il quale, però, anche il Cristo diventa incomprensibile, superfluo. E allora si cerca di salvarlo trasformandolo in un proto-sindacalista, in un profeta della liberazione socio-economica».

Fascismi e comunismi: gemelli eterozigoti separati alla nascita
Da un lato, Del Noce si opponeva a quello che per lui era un inganno che discendeva dallo schema fondante della modernità, “progresso-reazione”: credere, cioè, che il fascismo, in quanto visto come il massimo della “reazione”, fosse anche il massimo del negativo, il Satana, il “Male radicale”. Denunciava che questa demonizzazione era stata voluta dai comunisti (e accettata acriticamente dai cattolici, con quel loro “arco costituzionale”, dove c’erano dentro tutti, tranne i missini) per far dimenticare i tanti Stalin e Pol Pot, dicendo che i soli “cattivi” della storia erano Hitler, Mussolini e i generali sudamericani.
Ma, dall’altro lato Del Noce avvertiva i cattolici che per caso ne fossero ancora tentati (così come tanti di loro avevano effettivamente fatto durante il Ventennio), di non cadere nell’illusione di pensare al fascismo come a un difensore della tradizione, dei valori perenni, dunque a un potenziale alleato dell’uomo religioso: «Checché ne dicano marxisti e “liberals” di ogni risma che non vogliono riconoscere i loro parenti imbarazzanti», non si stancava di ripetere, «fascismo e nazismo (pur assai diversi tra loro e non assimilabili tout court) non sono negazioni della modernità: ne sono figli legittimi. Si situano anch’essi tra le ideologie che hanno decretato l’inesistenza o almeno l’irrilevanza di Dio, sono un momento come gli altri della secolarizzazione. Non sono, come hanno cercato di farci credere i “progressisti”, degli errori contro la cultura moderna, sono degli errori dentro quella stessa cultura».

Compito della Chiesa non è adeguarsi al mondo, ma contestarlo

La biblioteca di Del Noce, ora nella Fondazione Del Noce
Questo, dunque, l’appello che Del Noce voleva lanciare ai fratelli nella fede, sorretto da uno spirito di apostolato ormai rarissimo nei cosiddetti intellettuali, spesso anche in quelli “tonsurati”. Ammoniva di diffidare di «ogni presunta avanguardia cattolica che, in realtà, è sempre la retroguardia del progressismo di ogni maniera». Diceva, con Urs von Balthasar, che «la religione è finita se dell’uomo medio di oggi si fa la misura assoluta e unica di ciò che la Parola di Dio deve dire e non dire». Si difendeva dall’accusa di respingere il neomodernismo teologico per paura del nuovo: «No, lo avverso come un pericolo gravissimo per la fede: non perché nuovo, ma perché falso».
Ripeteva, soprattutto (e qui scatenava la reazione spesso inconsulta e violenta di molti clericali) le parole con cui, nel 1971, aveva chiuso il suo intervento in “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?”: «La prima condizione perché l’eclissi abbia termine e il cattolicesimo esca dalla sua crisi è che la Chiesa riprenda la sua funzione: che non è di adeguarsi al mondo, ma, al contrario, di contestarlo».

Cristo non ci ha detto di sposare il mondo, ma di battezzarlo
Contestato a sua volta per queste affermazioni, ci tornava sopra, ostinato: «Il Cristo non ci ha detto di sposare il mondo, bensì di battezzarlo. La Chiesa ha il dovere di rispondere ai bisogni dell’uomo moderno ma senza diventare modernista, senza accettarne gli schemi interpretativi». Ripeteva: «Il neo illuminismo borghese – del quale anche gli ex comunisti sono una parte – ragiona in termini di “modernizzazione” e di “arretratezza”. Per esso, ciò che più è “arretrato” è la morale cattolica tradizionale, le sue prospettive sulla vita, la sessualità, la famiglia. Il permissivismo, la rivoluzione sessuale, la tolleranza per la pornografia sono momenti essenziali per liberarsi della Chiesa e, dunque, per “modernizzare” la società. Ed è drammatico che anche tanti cattolici giudichino “arretratezza” la disperata difesa papale dei fondamenti etici del cristianesimo».
La fede crede che egli, ora, sia in quella Luce che vaglia infallibilmente gli uomini, i loro pensieri, i loro progetti, le loro verità e i loro errori. Egli, dunque, adesso ci “vede”, vede se e in che misura fosse egli stesso o fossero altri credenti (per quanto ne sappiamo, in buona fede quanto lui) ad avere ragione.
Noi, ancora pellegrini, abbiamo solo il dovere, per dirla con san Paolo, «di esaminare tutto e tenere ciò che è buono». Con coraggio e coerenza, come la coscienza vorrà mostrarci. E come (che si concordi o no con lui) ha dato indubbia testimonianza il cristiano, il cattolico Augusto Del Noce.





C'è chi ritiene sia giusto aggredire le Sentinelle in Piedi





 di Alfredo Mantovano

Gli Lgbt non le mandano a dire. Se hanno un pregio è di parlare chiaro. A poche ore dalla performance in quel di Lecce, su cui questa testata ha puntualmente informato ieri, giungono la rivendicazione e la giustificazione: “Partiamo dal presupposto che la nostra era una contromanifestazione, quindi viene naturale immaginare che non fosse autorizzata dalla Questura – altrimenti, che contromanifestazione sarebbe?” Così, d’esordio, l’associazione LeA-Liberamente e Apertamente, che preannuncia su Facebook un comunicato congiunto con le altre sigle di area. E poi: “Le organizzatrici della veglia leccese forse non sanno che le contestazioni alle sentinelle si sono svolte anche in altre città italiane, con diverse modalità, però tutto il caos mediatico che hanno generato qui da noi, diffondendo informazioni distorte, non era mai avvenuto prima di oggi.”

Ancora: “la nostra manifestazione aveva come scopo la corretta informazione sul ddl Scalfarotto. Abbiamo scelto la modalità dell'azione di disturbo per smuovere le menti e le coscienze innanzitutto dei partecipanti alla veglia, molti dei quali – soprattutto i più giovani – hanno rotto lo schema del silenzio e hanno cercato il confronto con noi perché non erano ben informati del significato della veglia.” Infine, dopo aver lamentato ingiurie ricevute su Facebook (che non si capisce che cosa c’entrino i partecipanti alla veglia leccese), la conclusione: “a queste provocazioni mediatiche, rispondiamo con un invito alle organizzatrici delle sentinelle ad un confronto faccia a faccia tra noi e loro”.

W la sincerità! Apprezzabile quanto quella dell’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Scalfarotto, quando nell’agosto 2013 non usò mezze parole per dire a L’Espresso che dopo il suo d.d.l. sarebbe stato il turno del matrimonio fra persone dello stesso sesso: come sta accadendo col testo sulle unioni civili, nella sostanza un paramatrimonio, in discussione al Senato nello stessa Commissione Giustizia in cui si tratta della legge sull’omofobia. Senza peli sulla lingua, gli Lgbt:

-rivendicano di poter svolgere senza preavviso “contromanifestazioni”, impedendo che altri, nella specie Sentinelle in piedi, che invece alla polizia hanno dato avvisi e concordato luoghi e orari, svolgano le loro, e in tal senso parlano di “azione di disturbo” necessaria. Questo vuol dire che, in ossequio al principio di eguaglianza, le regole valgono per gli altri: noi – cioè “loro” – facciamo quello che ci pare;
- si meravigliano di come chi ha organizzato la veglia a Lecce non gradisca la contestazione: ma come, c’è stata in tante altre città italiane, perché vi lamentate? Anzi, rispettate la prassi che si consolida di allestire manifestazioni e di vedersele disturbate dagli Lgbt!
- trovano singolare che il loro intervento abbia generato “caos mediatico”: caos in piazza sì, animato da loro, descrizione del caos sui media no. In coerenza con le “linee-guida” per i giornalisti varate dall’Unar nel dicembre 2013, nel punto in cui prescrivevano ai fotografi che vanno ai Gay pride di non riprendere persone “luccicanti e svestite”!
- teorizzano l’“azione di disturbo” “per smuovere le menti e le coscienze”, e in tal senso invitano le giovani organizzatrici della veglia leccese a un confronto “faccia a faccia”.

Si chiede dal suo blog Mario Adinolfi: “E se fossero state cinquanta Sentinelle ad andare a irridere una manifestazione Lgbt? Cosa avrebbero scritto quei quotidiani? Avrebbero parlato di "flashmob"? O avrebbero raccontato una "aggressione omofoba" alla manifestazione Lgbt?” Domande retoriche: chi solo tentasse – non per un’ora, come è accaduto a Lecce – di ostacolare una manifestazione Lgbt sarebbe bloccato e portato in questura. Se si giustificasse dicendo che altrove c’erano già stati disturbi e molestie, riceverebbe una contestazione di recidiva. Se protestasse contro la pubblicazione della sua foto sui media come “mostro della settimana”, sarebbe accusato di violazione della libertà di informazione. Se aggiungesse che il suo gesto era per smuovere menti e coscienze, gli verrebbero imputati i “motivi abietti e futili”.

Per concludere. Come si deve essere grati agli Lgbt della loro sincerità, così non si può lasciar cadere il loro invito a trattare temi delicatissimi attraverso il confronto. Chi difende le ragioni della famiglia e della libertà non chiede altro. Purché il confronto sia fondato non sulle urla, ma sull’esame delle norme esistenti e di quelle che si vorrebbero introdurre. Purché sia diretto a tutelare la dignità di ogni persona da qualsiasi discriminazione e a garantire la libertà di opinione e di educazione. Purché sia rispettoso: non c’è rispetto quando ci si vanta che per affermare le proprie tesi si impedisce una manifestazione, e che per contestare le tesi altrui si disturba chi, per il semplice fatto che è in silenzio e con un libro in mano, invita alla riflessione.



Aggressione alle Sentinelle in Piedi svela il vero volto dei gruppi Lgbt 





di Vincenzo Luna

Lecce, 31 maggio. Una serata insolitamente fresca per la stagione e per la latitudine, ogni tanto qualche goccia di pioggia; in uno spiazzo fra i più belli del centro storico, davanti al Palazzo dei Celestini, sede della Prefettura, e alla Basilica di S. Croce, Sentinelle in piedi chiama a raccolta per una veglia silenziosa, sulla scia di altre svolte in tante città italiane: l’obiettivo è richiamare l’attenzione sul carattere liberticida del “d.d.l. Scalfarotto”. Arrivano in tanti: nonostante la giornata pre-festiva, più di 150 persone, in larga parte giovani e famiglie; dopo una breve introduzione della portavoce, restano in piedi per un’ora a distanza di circa un metro l’una dall’altra intente a leggere un libro, fino alla conclusione, altrettanto breve, della portavoce. Da Claudia e Benedetta, le organizzatrici della veglia, la manifestazione è stata comunicata, come per legge, alla Questura il 23 aprile e il 6 maggio, mentre il 28 maggio esse hanno sollecitato attenzione, sempre alla Questura, impegno per garantirne lo svolgimento pacifico.

Pochi istanti dopo l’avvio da strade di accesso differenti spuntano oltre cinquanta attivisti di associazioni LGBT: una parte non ha accento locale, il che significa che sono intervenuti anche da fuori zona. Il boicottaggio è preordinato e coordinato, viene scatenata una gazzarra che dura per tutta a veglia: con urla e slogan ritmati i militanti arcobaleno impediscono che si ascoltino le comunicazioni all’inizio e alla fine; molestano i singoli “veglianti” mettendosi di volta in volta in 6-7 attorno a ciascuno di essi e dileggiandoli; espongono striscioni e palloncini, coprendo i “veglianti”; per prendere in giro, leggono ad alta voce alcuni dei titoli dei libri tenuti in mano; distribuiscono un lunghissimo volantino, che contiene le firme di decine di sigle, Associazione LeA, Arcigay Salento, Agedo Lecce, Rete antirazzista, Arci Lecce, Coordinamento Puglia Pride 2014, Unione degli studenti, e così via, con singolare mescolanza di reti LGBT e antagoniste. Alla fine della serata, gli stessi contestatori metteranno in rete le foto delle molestie, che sono quelle che pubblichiamo, insieme con un breve video.

È straordinario che, con tante persone di vario tipo accorse per la veglia, ciascuna abbia tanto senso di responsabilità, forza e pazienza, per non reagire: una reazione, non necessariamente violenta, è proprio l’obiettivo degli aggressori, per ergersi a vittime. Sentinelle in piedi mostrano un altro tratto; al punto che, in una nota diffusa poche ore dopo la veglia, ringraziano “gli attivisti LGBT per quanto hanno fatto (…) a Lecce: hanno confermato nel modo più evidente il loro tratto intollerante e intimidatorio, in linea col carattere liberticida del d.d.l. Scalfarotto. Quest’ultimo manderà in carcere chiunque sostiene che un bambino cresce meglio con un madre e una padre; i sostenitori del d.d.l. lo applicano prima che sia approvato, impedendo perfino una manifestazione silenziosa contro di esso.” E ringraziano pure la Questura di Lecce: “la mancata tutela del diritto di manifestare pacificamente, nonostante fossero state rispettate tutte le regole per esercitarlo, ha permesso agli attivisti LGBT di mostrarsi per quello che sono.”

Così concludono: “Quando in futuro a Lecce ci saranno manifestazioni LGBT, siamo certi che la Questura ne garantirà nel modo più adeguato lo svolgimento senza disturbi, come è giusto che sia. Nel confronto con quanto lasciato accadere ieri, sarà l’ennesima prova che la discriminazione c’è, ma in danno delle ragioni della famiglia.”

A queste pillole di saggezza, e sempre nella linea della discriminazione, c’è da aggiungere un interrogativo: e se fosse andata al contrario? Se cioè una manifestazione in piazza l’avessero indetta gli LGBT e fossero stati impediti a svolgerla da contestazioni di avversari? Il Presidente della Repubblica avrebbe scritto la seconda lettera in pochi giorni al sottosegretario Scalfarotto; la Presidente della Camera avrebbe convocato una seduta d’Aula ad hoc contro l’omofobia; il Presidente del Senato avrebbe tenuto una lezione aggiuntiva al corso di legalità; i molestatori starebbero ancora nelle celle di sicurezza in attesa di essere interrogati. Ci rendiamo conto che non è una battaglia confessionale, ma di civiltà e di libertà?




ASSOCIAZIONE SANT'IGNAZIO DI LOYOLA - PISTOIA

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martedì 3 giugno 2014

Ambiguità e alterazioni su vita e famiglia




di Fabrizio Cannone

L’unico merito che riusciamo a intravedere nella nota prolusione del cardinal Kasper in favore del divorzio sta nel palesamento dell’immane problema della ricezione del magistero cattolico sui temi della famiglia e della vita. E’ evidente, grazie a Kasper, che se perfino dei porporati esitano ad accettare la dottrina cattolica e biblica, dunque immutabile, sul matrimonio, certamente anche molti vescovi e sacerdoti, per non dir nulla di catechisti e docenti di IRC, hanno gran bisogno di una rinnovata formazione teologica e spirituale, che li preservi dagli errori, insidiosi e pervasivi, della modernità.

Rari sono i testi, pur nella continuità chiarissima del magistero cattolico, che fanno meglio luce sul valore assiologico della famiglia e della vita, di quello pubblicato nel 2006 dal Pontificio Consiglio della Famiglia e intitolato Famiglia e procreazione umana.

Si tratta di un documento ben scritto, articolato, limpido. I suoi meriti si situano da un lato nella chiarezza dei punti fermi che si intendono ribadire e dall’altro nel valore complessivo di un testo che spazia ben al di là dei problemi direttamente legati alla famiglia, dando una lettura a 360° della cultura di oggi, mostrandosi  contemporaneamente profetico e “antimoderno”.

Vorremmo proporne alcuni passaggi chiave solo per far capire al lettore che, contrariamente alle malfondate idee di Kasper, non c’è proprio nulla da dibattere circa l’essenza della famiglia naturale e cristiana; il dibattito può e deve avvenire invece sulle ragioni della crisi della famiglia nell’Occidente secolarizzato di oggi. Una di queste ragioni sta proprio nell’incertezza con cui la dottrina cattolica viene proposta al Popolo di Dio, e questo già da varie decadi.

1.       “Mai nella storia del passato la procreazione umana, e, quindi, la famiglia, che è il suo luogo naturale, sono state minacciate come nella cultura odierna. Le cause sono diverse, ma l’eclissi di Dio, creatore dell’uomo, sta alla radice della profonda crisi attuale della verità tutta intera sull’uomo, sulla procreazione umana e sulla famiglia” (n. 2). “E’ vero che mai come ora l’istituzione naturale del matrimonio e della famiglia è stata vittima di attacchi tanto violenti” (n. 3). Il documento manifesta a più riprese una legittima preoccupazione sul senso della famiglia oggi. Che cosa ne dicono i teologi del progressismo sempre pronti a leggere in modo univocamente positivo i cosiddetti segni dei tempi, quasi vivessimo nel migliore dei mondi possibili?

2.       “Per nostra fortuna la Chiesa […] di fronte all’instabilità degli umanesimi atei, è tuttavia fermamente convinta, come affermava con vigore Giovanni Paolo II a Puebla, di possedere la verità integrale sull’uomo, sulla sua origine e sul suo destino” (n. 4, corsivo mio). Se la Chiesa possiede la verità, ogni cristiano, come membro della Chiesa, partecipa a questo possesso. Anche il cattolico comune dunque può dire di “possedere la verità”: che ne pensano le Loro Eccellenze Reverendissime che da anni vanno spiegando con saccenza che nessuno possiede la verità, poiché è la verità che possiede noi? Di sicuro, asserendo ciò, contraddicono – apertis verbis – il Magistero cattolico ufficiale.

3.       “Per questa sua condizione e dignità la procreazione umana ha un unico luogo degno della sua natura: la famiglia fondata sul matrimonio” (n. 5). Oggi si sente spesso parlare di comprensione per la coppie di fatto, i divorziati risposati, i conviventi. Ma questa comprensione può arrivare fino al punto di negare quanto asserito qui sopra? Evidentemente no, altrimenti il passaggio non avrebbe alcun senso. Eppure si cerca di censurare chi dice il vero, in nome della misericordia verso i peccatori.

4.       Il documento individua una delle cause dello sbandamento attuale nella filosofia dell’illuminismo, da qualche anno rivalutata in casa cattolica, come fosse in sé buona, salvo che in alcuni eccessi. Secondo il documento invece, sebbene gli illuministi fossero in gran parte non atei, ma deisti, “essi rifiutavano, però, di riconoscere l’esistenza del Dio della Rivelazione […]. Tuttavia, i loro eredi sono stati alla scuola di Feuerbach e sono diventati atei” (n. 7). E l’ateismo è una delle peggiori sciagure: chi perde il senso di Dio infatti perde anche il senso dell’uomo, e dunque della famiglia. Infatti: “Essendosi liberato da Dio, egli chiederà alla scienza di liberarsi anche dalla morale. Si aprirà allora la strada perché egli si atteggi a demiurgo, sognando di creare un uomo nuovo, all’occorrenza una macchina fisiologica, in cui spera di poter riconoscere l’espressione del proprio genio creatore” (n. 7). E’ quanto vediamo sotto i nostri occhi, con il tacito consenso di coloro che dovrebbero condannare tutto ciò, ma preferiscono condannare solo chi condanna il male, e non chi lo compie.

5.        “Nei loro rapporti più intimi, l’uomo e la donna si comportano come individui e ciascuno cerca il piacere più intenso o l’utilità massima per se stesso. Gli stessi atti ordinati alla procreazione sono subordinati così alla ricerca del piacere e all’utilità degli individui” (n. 8). Ma se il piacere è la componente principale o quanto meno co-essenziale dell’amore (come insegna anche certo personalismo cattolico), come rifiutare il matrimonio gay in nome dell’assenza di procreatività? E come non vedere il legame tra l’esagerazione del valore del piacere sessuale (edonismo), e la nuova teologia cattolica che, al meno all’interno del matrimonio (ma virtualmente anche al suo esterno…), dà un’importanza inconcepibile all’atto sessuale, in cui si avrebbe un’esperienza quasi mistica, da contrapporre alla mortificazione e all’astinenza volontaria di un tempo?

6.       “La storia della cultura offre innumerevoli testimonianze di tutti i popoli, fin dalla lontana antichità, sull’importanza fondamentale attribuita alla famiglia” (n. 10). Il documento cita in tal proposito, la cultura greca (Platone, Aristotele), la cultura romana (Cicerone), con vari cenni su altre culture extra-europee (asiatica, africana, indiana, cinese). Si sottolinea poi un punto oggi negletto: “La Roma cristiana, il medioevo occidentale e l’oriente cristiano hanno sviluppato la vita familiare e l’educazione dei figli conformemente al modello ispirato nel Vangelo” (n. 10). Noi invece avevamo capito, leggendo accreditati teologi, che per secoli fosse sfuggito ai cristiani il modello autenticamente evangelico di famiglia, specie durante il buio medioevo, con l’imposizione della famiglia patriarcale “pagana”.

7.       “L’Illuminismo ha elaborato una critica disgregatrice di molti concetti ritenuti ‘tradizionali’ e superati. L’uomo arriva all’età della ragione e deve avere l’audacia di pensare per se stesso. Deve liberare se stesso. La categoria della natura viene sostituita dalla categoria della libertà” (n. 10). Anche qui avevamo capito male. Ci pareva di aver letto qua e là che i secoli di cristianità avessero deviato dal vero modello biblico e al contrario l’illuminismo, il razionalismo e perfino il liberalismo, insomma la modernità con le sue acquisizioni razionali, avesse purificato la fede dei credenti e apportato un miglioramento storico ragguardevole, ormai innegabile alla luce del Concilio…

8.       “La constatazione universale della realtà familiare come nucleo originario della vita umana deve avere una causa. L’intelligenza appaga la sete di verità quando arriva alle cause dei fenomeni [puro tomismo!]. La cultura tecnico-scientifica nella quale siamo immersi sembra accontentarsi della scoperta delle realtà esistenti senza interrogarsi sul fondamento. Nata dalla tradizione illuministica, l’onda del relativismo e del nichilismo oggi in voga vieta qualsiasi tentativo di ricerca oltre il livello del fenomenico” (n. 11). Passaggio splendido che mostra al meglio che vale per l’illuminismo ciò che valse per Giuda (Mt 26,24)

9.       “La lex naturalis, partecipazione della legge eterna, ci offre il fondamento sia per la sessualità, per l’amore tra uomo e donna, sia per l’insieme della vita della famiglia” (n. 11). L’immoralità del divorzio (breve o meno che sia), dell’aborto, degli anticoncezionali, dell’omosessualità (anche solo come amore platonico), della sodomia (perfecta o imperfecta), del coitus interruptus, dell’adulterio, della poligamia, della poliandria, dell’incesto, della pedofilia, della zoofilia, della masturbazione, della pornografia, del nudismo, della fecondazione artificiale (omologa o eterologa) e di tutte le deviazioni possibili  e immaginabili, è iscritta nella legge naturale, razionale, universale e immutabile. E come tale può essere percepita, con più o meno chiarezza, da ogni uomo.

10.   Paolo VI disse: “Che Nazareth ci insegni cosa è la famiglia, la sua comunione d’amore, la sua austera e semplice bellezza, il suo carattere serio e inviolabile” (cit. al n. 18). Che si inizi al più presto a parlare dell’austerità, della serietà e dell’inviolabilità della famiglia, e non più solo della “comunione d’amore”, concetto facilmente frainteso in una società sensuale, sentimentaloide e senza Dio come la nostra.







Abbiamo davvero due papi?





di Nicodemo Grabber (03/06/2014)

Nel febbraio di quest’anno il noto giornalista cattolico Antonio Socci ha pubblicato sul quotidiano “Libero” una inchiesta in quattro puntate dal titolo Due Papi in San Pietro. I perché di un evento mai visto in duemila anni. In questo scritto Socci poneva a tema la questione inedita e tutt’altro che irrilevante della copresenza di due Papi, del così detto Papato emerito, della natura della rinuncia di Benedetto XVI, etc…
Alle domande di Socci il mondo giornalistico, della cultura ed ecclesiale rispose sostanzialmente con il silenzio, ad eccezione di Vatican Insider, protagonista di una dura polemica contro Socci. Polemica che Andrea Tornielli volle risolvere a vantaggio della propria tesi ricorrendo allo stesso Benedetto XVI, raggiunto da una lista di domante scritte dallo stesso Tornielli. Le risposte che Tornielli dice aver ricevuto dal Papa emerito, non solo non spensero la polemica ma anzi generarono ulteriori dubbi.

Non vogliamo qui ripercorrere le tappe del dibattito, le chiarificazioni fornite dal Segretario del Papa emerito e Prefetto della Casa Pontificia, la questione dell’arma araldica “da Papa emerito” proposta a Benedetto XVI dal card. Montezemolo e dal Papa emerito rifiutata per mantenere il proprio stemma precedente (quello da Papa con chiavi di san Pietro, pallio e mitria papale), etc.

Non vogliamo neppure sottolineare troppo il ruolo significativo e non sempre nascosto che Benedetto XVI svolge tuttora: partecipa in abiti papali a pubbliche cerimonie come la benedizione del monumento a San Michele Arcangelo o la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, rivede, apportando correzioni, alcuni documenti magisteriali di papa Francesco (sarebbe interessante conoscerle queste correzioni/integrazioni per valutare la dialettica esistente tra i due Papi), etc…

Il 28 maggio usciva sul “Corriere della Sera” l’articolo Ecco perché abbiamo davvero due Papi a firma di Vittorio Messori dove il principe dei giornalisti cattolici, pur con diversità di stile e senza le preoccupazioni ecclesiologiche di Socci, sviluppava di fatto una analisi incentrata sul riconoscimento della copresenza di due Papi. Il giorno seguente su Libero interveniva nuovamente Socci con Ora perfino il “Corriere” e Messori scoprono che ci sono due Papi.

Con lo stile sereno e alieno da toni forti suo proprio, Messori, in verità, tocca nervi scoperti e suggerisce ipotesi dalla portata ecclesiologica inquietante.

Appoggiandosi su uno studio del canonista Stefano Violi, Messori analizza il testo della dichiarazione di rinuncia pronunciata da Benedetto XVI rilevando che papa Benedetto avrebbe rinunciato non al munus petrinus ma solo al ministerium, ovvero all’esercizio di quell’ufficio. Di più, Benedetto XVI non avrebbe neppure rinunciato interamente all’executio del ministero petrino ma unicamente all’esercizio del governo, riservandosi l’esercizio spirituale del ministerium stesso. Benedetto XVI non avrebbe, cioè, rinunciato al compito di Successore di Pietro ma unicamente alla esecuzione concreta dello stesso.

Avremmo così Benedetto XVI ancora pienamente investito del munus petrinus, nel pieno possesso del ministerium spirituale del Vicario di Cristo ma non più della potestà di governo universale che sarebbe, invece, in capo a papa Francesco.

Non sfuggirà a nessuno l’arditezza di una simile tesi e le conseguenze ad essa implicate. Una tra tutte: se il munus petrinus fosse ancora in capo a Benedetto XVI (perché non vi avrebbe mai rinunciato restando, così, tuttora Papa), si dovrebbe ipotizzare, contro il dogma e la costituzione stessa della Chiesa, una titolarità dello stesso o di uguale munus in capo a Francesco (munus petrinus condiviso o sdoppiato). Oppure dire che Papa (titolare del munus petrinus) è ancora Benedetto XVI mentre Francesco sarebbe l’esercente della sola potestà di governo universale. Tutte ipotesi gravemente problematiche, per non dire inaccettabili.
Non è nostra intenzione portare nuovi contributi polemici al già vasto archivio di articoli, saggi, interviste, dichiarazioni sul tema. Neppure svolgere una analisi dello studio condotto da Stefano Violi e da Messori rilanciato. Ci limitiamo a segnalare un dato di fatto e un nostro timore. Il dato di fatto è che due dei maggiori giornalisti cattolici d’Italia hanno sollevato il problema su due quotidiani a diffusione nazionale e che, ormai, il tema è dibattuto a livello internazionale tra teologi, canonisti, preti e semplici fedeli con grande confusione e disorientamento di molti. È come se Socci e Messori avessero dichiarato al mondo che il re è nudo; che fare ora?

La preoccupazione maggiore, invece, è che questa situazione di fatto con due Papi entrambi nel recinto di San Pietro, uno regnante e uno emerito di cui è confuso e fonte di confusione lo status ecclesiologico, divenga occasione per un tentativo di (auto)demolizione del Papato secondo uno schema pensato da Rahner già nel 1974. Nelle pagine iniziali di Vorfragen zu einem okumenischen Amtsverstandnis il gesuita Karl Rahner ipotizzava di sciogliere il munus petrinus dalle dirette responsabilità di governo in capo ad una sola persona – il Papa –per affidarne l’esercizio a due o più persone.

È innegabile che l’ipotesi ecclesiologica di Rahner, mutatis mutandis, è quella che meglio si presterebbe a giustificare teologicamente una condizione del Papato come quella tratteggiata da Violi-Messori se questa fosse realmente la situazione creatasi con la rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione di Francesco. Purtroppo, però, sarebbe una soluzione ecclesiologica contraria alla volontà positiva di Cristo, alla costituzione essenziale della Chiesa, al dogma cattolico. Sarebbe la morte del Papato!

Il sasso è stato ormai lanciato, la confusione è grande e non si vede come se ne possa uscire. Solo il Vicario di Cristo può fare chiarezza. Preghiamo perché il Signore provveda presto alla Sua Chiesa!






© conciliovaticanosecondo.it


lunedì 2 giugno 2014

Un relativismo che porta all'agnosticismo






da Traditio Liturgica 

“[...] E ad un esame più attento scopriamo che i dogmi sono molto meno stabili di quello che sembri. Norman Tanner, gesuita britannico, analizzando la formula del Credo di Nicea e di Calcedonia, dimostra in un acuto saggio come i primi Concilii ecumenici abbiano speso molto tempo e molta sapienza teologica nel precisare e correggersi. Dunque se lo hanno fatto in quell’epoca, perché non oggi? In pratica le definizioni dogmatiche che consideriamo immutabli non lo erano al tempo in cui furono determinate e per molti decenni sono state riviste e rielaborate”.

(Concilium 2/2014, Dall’«anathema sit» al «Chi sono io per giudicare?», Queriniana, pp. 200, euro 15; www.queriniana.it).


Se si dovessero seguire tutte le voci che si sentono senza dubbio s’impazzirebbe.
Riporto quest’estratto da una recensione di un libro pubblicato dall’editrice Queriniana perché ha un’opinione corrente e comune nel nostro povero mondo: “I dogmi sono relativi, poiché già agli inizi si dimostrarono fluttuanti; quindi anche oggi possiamo cambiarli (o relativizzarli)”. Di fatto molti cristiani se ne sono da tempo sbarazzati come se fossero vecchie scarpe rotte e questo discorso, alla fine, va esattamente in questa direzione anche se chi lo fa, magari, non lo vuole ammettere.

A differenza di un’argomentazione grezza che porta al relativismo, c’è da dire che nella recensione di questo libro si discetta con una certa raffinatezza intellettuale. Si sottolinea, infatti, che i termini usati nei primi secoli cristiani erano fluttuanti, incerti, a volte intercambiabili e, addirittura, dopo un po’ uno sostituiva un altro.

Questo è senz’altro vero poiché allora si stava formando un vocabolario teologico e i significati dei termini della cultura filosofica ed ellenistica non si prestavano sempre all’uso cristiano.

Quello che, però, pare sfuggire totalmente a questi “teologi” e filologi è che sin dall’epoca apostolica la Chiesa aveva ben chiaro chi fosse Dio e come si fosse manifestato in Gesù Cristo per averne avuto esperienza nei suoi propri membri. La chiarezza e la rocciosa stabilità di questa coscienza non nasceva da un apparato filosofico, da una sapienza di parole (come direbbe san Paolo), ma da un incontro: l’uomo, attraverso la fede in Cristo, aveva incontrato Dio, l’Inconoscibile si era reso conoscibile, direi “palpabile”. Al Dio sconosciuto dell’Areopago i cristiani sapevano dare un nome perché lo avevano incontrato. Si vedano, ad esempio, certi discorsi rivolti all’imperatore da sant’Ambrogio, discorsi che all’uomo attuale potrebbero parere di una sicumera irritante:
“Ciò che voi [pagani] ignorate, noi lo abbiamo conosciuto dalla voce di Dio. E ciò che voi cercate con le vostre ipotesi (suspiciones), noi lo abbiamo per certo dalla Sapienza di Dio e dalla Verità”[1].
Dietro a ciò c’è quello che, in termini fin troppo banalizzati e alcune volte equivoci, definiamo “esperienza nello Spirito” [2].
Ecco perché lo stesso Ambrogio affermava:
“Perché [tu, imperatore,] cerchi i Vescovi di Dio, cui hai preferito le richieste sacrileghe dei pagani? Non possiamo avere nulla in comune con l’errore altrui” [3]. Parole assai poco... ecumeniche!

Il nucleo dell’esperienza di Dio è passato dagli apostoli alle comunità cristiane e da queste è stato sempre più custodito in particolari comunità di credenti. I monasteri, nati come reazione al rilassamento dei cristiani in un impero che non li perseguitava più e che, anzi, li allettava nel lusso della corte imperiale, conservarono il nucleo di questa esperienza mistica: il Cristianesimo è prima di tutto un incontro con il Dio della vita manifestato in Gesù Cristo, un incontro che è e resta ineffabile, indicibile. Poco importa che siano relativamente pochi ad averlo avuto. Quei pochi fanno la verità del Cristianesimo.

Non a caso i più autorevoli padri della Chiesa, fatte le scuole più alte dell’impero, si ritiravano in monastero o ne passavano un certo tempo.
Lo stesso Gregorio Magno sospirava i tempi in cui poteva vivere in monastero, lontano da mille problemi pastorali che gli assorbivano tutte le energie, proprio perché quello era il luogo dell’incontro con l’Ineffabile, nella preghiera ininterrotta.

Se la Chiesa dei primi secoli ha la chiarissima coscienza di chi è Dio deve immediatamente confrontarsi con alcuni che, capendolo a modo loro, deformano quest’esperienza mostrando tutta un’altra via. Sono i cosiddetti eretici. I dogmi, allora, non nascono tanto dall’esigenza di affermare con parole umane chi è Dio (cosa in realtà impossibile e legata alla pura indicibile esperienza) ma dall’esigenza di dire chi Dio non è.

Nel momento in cui si stabiliscono delle affermazioni simboliche per porre dei “paletti” entro i quali orientare il proprio spirito, ci s’imbatte nelle difficoltà della lingua e della cultura di allora.

S’inizia, dunque, ad usare timidamente certi termini, li si sostituisce con altri, si dona nuovo significato a parole che, nell’ellenismo, volevano significare altro, ecc.
Questa fluttuazione di linguaggio non significava che i dogmi (o meglio i “paletti” per orientare il proprio spirito) non fossero chiari. Non significava che Cristo nell’esperienza dei cristiani non fosse Dio, non fosse la porta per il Padre, ecc. Queste ultime cose erano gelosamente custodite ed erano chiare come il sole!

La fluttazione terminologica significava, invece, che i termini utilizzati mostravano sempre qualche evidente limite.
Tuttavia ci si rendeva conto che era necessario stabilire delle convenzioni perché il Cristianesimo da via verso Dio (come lo era stato nell’esperienza dei più ferventi fino ad allora) non si trasformasse in una semplice filosofia umana.

Riassumendo: la chiarezza dell’esperienza precede il tentativo, a volte a tentoni, di stabilire dei “paletti” o dei dogmi. Una volta che questi si stabiliscono universalmente (con i concili ecumenici) si tengono come punto di non ritorno, come affermazioni simboliche per stabilire la differenza tra l’ortodossia della fede dall’eterodossia che porterebbe ad un cammino spirituale fuorviato [4].

Detto ciò, oggi, si ha chiaro che il Cristianesimo è un cammino e che Cristo è una porta verso Dio? Nella maggioranza dei casi, no! Viviamo in pieno relativismo incoraggiato, talora, pure dagli stessi papi recenti.
Oggi, in molti ambienti occidentali, il Cristianesimo è un discorso su Dio con un’istanza puramente etica da seguire. L’orizzonte è sempre più puramente umano. Anzi, ormai è esclusivamente umano!
In un contesto vuoto di “esperienza nello Spirito", cambiare il linguaggio dei dogmi significherebbe senza dubbio alterarne il linguaggio simbolico chiudendo il Cielo, buttando la chiave e impedendo a se stessi e ad altri di accedere al Cielo stesso [5].

Per giunta in questa nostra atmosfera relativistica è logico aspettarsi che i dogmi siano addirittura dichiarati insensati. E, in una realtà “vuota di Spirito”, lo sono per davvero!

Quello che oggi manca, a differenza della Chiesa nei primi secoli, è la matura coscienza d’aver incontrato Dio nella fede in Gesù Cristo, d’averne in qualche modo “patita” la presenza, come dicono gli esicasti bizantini.
D’altronde, gli stessi santi occidentali sono raramente dei mistici e prevalentemente dei puri uomini etici.
Tutto diventa, allora, questione di semplici parole, di semplici concetti. Di qui la paura più o meno incoscia che la scienza smentisca il Cristianesimo!

Così, senza un profondo incontro, si disquisisce dell’aria fritta e nulla ha più senso: il relativismo vuoto di esperienza cristiana porta all’agnosticismo bello e buono!

A questo punto, pure la liturgia (della quale questo blog si occupa) diviene pura celebrazione umana tra uomini e per gli uomini con qualche istanza etica in nome di Dio. Lo vediamo nella pratica, infatti...

La Chiesa in occidente continua velocemente la sua corsa verso il basso senza che alcuno la freni e queste pubblicazioni mostrano in modo drammaticamente chiaro il vuoto di esperienza nello Spirito che pare precederle. Tutto pare essere un puro discorso, una filosofia...

A differenza di ciò, i santi antichi sapevano bene quello che facevano. Essi dicevano: “Noi non lottiamo per delle parole (poiché una parola può essere combattuta da un’altra) ma per una questione di vita o di morte. Il Cristianesimo è, infatti, vita in Dio e morte in chi non lo accetta”.
I dogmi hanno questo background cosa, oggi, quasi completamente persa.
Non fanno che affastellarsi fatti su fatti a riprova di tutto ciò...


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Note

[1] AMBROGIO DI MILANO, Lettera 73, 8 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 67

[2] ID., Lettera 72, 14 in Lettere 70-77, a cura di G. Banterle, Milano - Roma 1988, p. 47.

[3] La definizione di "esperienza nello Spirito" è stata ampiamente sfruttata e abusata da parte di alcuni settori cristiani sia nel mondo protestante che in quello cattolico. Spesso è presentata come qualcosa di puramente psicologico, nevrotico, sentimentale, dunque assolutamente umano. Anche questo è il segno palese di un incredibile allontanamento dalla prassi e dalla prudenza della Chiesa antica. In realtà l' "esperienza nello Spirito" evangelica è qualcosa che rimane nel dominio dell'ineffabile, per quanto possa essere esperito.

[4] Nella coscienza della Chiesa antica non esiste alcuna distinzione tra dogma e spiritualità, poiché il primo è ordinato per la seconda: "Per noi e per la nostra salvezza...", recita il Credo, aggiungendo tutta una serie di punti fermi da credersi. Purtroppo oggi, negli scaffali "spiritualità" delle librerie religiose i due campi paiono ampiamente dissociati (e lo sono pure nell'insegnamento). Questo da adito ad un certo individualismo "fai da te" oltre che ad un consolidato relativismo: tutte le vie spirituali sono considerate equivalenti tra loro.
Un religioso cattolico, un giorno, si recò nell'Athos e voleva parlare di spiritualità. Il monaco ortodosso iniziò col parlargli di dogmi con meraviglia e un certo indispettimento del primo. Come si vede nel monaco ortodosso è ancora intatta la coscienza della Chiesa antica.

[5] Chi presume di poter cambiare il linguaggio dei dogmi lo può pensare proprio perché mosso da un individualismo di stampo moderno. Anticamente nessuno poteva pensarlo e questo è dimostrato pure dal dialogo avuto da papa Leone III con i presuntuosi teologi di Carlo Magno. Il dogma è cosa che riguarda tutta la Chiesa, non una sola persona, e quindi dev'essere discusso da tutta la Chiesa. Neppure un papa, affermava Leone III, può inserire, togliere o modificare qualsiasi cosa dal dogma della Chiesa.
Relativismo e individualismo selvaggio oramai la fanno da padroni nel Cristianesimo di casa nostra. È, appunto, un Cristianesimo "vuoto di esperienza nello Spirito" e totalmente pieno di presunzione umana!





domenica 1 giugno 2014

Tornare al Sacrificio per salvare il Sacramento







Editoriale di "Radicati nella fede" Giugno 2014

Giugno è il mese del Corpus Domini. È il mese della grande festa dedicata tutta a Gesù eucaristico. Anche noi, come tutte le parrocchie, ci apprestiamo a celebrarla Domenica 22 Giugno, visto che in Italia il Giovedì della solennità non è più giorno festivo. Lo faremo soprattutto con la processione solenne dopo la Messa cantata, portando per le vie del paese l'Ostia Santa.

Dovrebbe essere questa la processione più importante dell'anno, perchè in essa non si porta una statua venerata della Beata Vergine Maria o di un santo, non si porta una reliquia, ma Gesù stesso, vivo e vero nel SS. Sacramento; vivo e vero con il suo Corpo Sangue Anima e Divinità. Questa processione dovrebbe essere solennissima, colma di adorazione e di sacro rispetto per il Signore che passa.

Sicuramente molti sentiranno affiorare delle decise e malinconiche considerazioni: ormai nei nostri paesi non è più così, non si riesce a fare più il Corpus Domini di una volta; un tempo sì che tutte le strade erano addobbate, le pareti del percorso tutte coperte dai drappi più belli; e vi ricordate poi gli altari delle soste? Si faceva a gara per farli uno più bello dell'altro! E la gente come si inginocchiava...!

Sì, non è più così. Oggi, se va bene, quella del Corpus Domini è la processione del piccolo resto dei credenti che adorano ancora la SS. Eucarestia. Per la processione della Madonna forse c'è da sperare in qualche cristiano in più, ma per il Corpus Domini...!
Sono tutte considerazioni realiste, ma sbaglieremmo se ci fermassimo lamentosamente solo ad esse, senza andare più a fondo.

Perché si è perso lo spirito di adorazione? Perché gli animi di tantissimi battezzati non riconosce più il Signore che passa nell'Ostia Santa?

Molti tra i “conservatori” diranno che tutto è stato causato da alcuni fattori: dallo spostamento dei tabernacoli nelle chiese, che dagli altari sono stati relegati in qualche altro angolo; dal non fare più la genuflessione; dal ricevere la comunione in piedi e sulla mano; dalla riduzione se non scomparsa del digiuno eucaristico, ecc...
Tutto vero, ma non siamo ancora alla causa più profonda, quella vera.

Tutto ha inizio da una disastrosa riforma del rito della Messa, seguita al Concilio Vaticano II.

Con la scusa di tradurre nella lingua parlata la Messa, nel 1969 questa fu cambiata radicalmente, praticamente rifatta, epurata da tutti gli espliciti riferimenti al Sacrificio Propiziatorio, e questo per piacere ai Protestanti.
Di fatto la Messa si trasformava sempre più in una Santa Cena, fatta, praticamente, solo perché preti e fedeli si cibino alle “due mense”, della Parola e del Corpo di Cristo; in una parola, la Messa fatta per fare la Comunione.
Scomparve così nel vissuto del popolo cristiano il fatto centrale e determinante: il Sacrificio di Cristo in Croce. Per questo Gesù ha istituito l'Eucarestia, perché sia perpetuata la Sua offerta sulla Croce, quella offerta che sola cancella i peccati e placa la giustizia divina. Ogni giorno, nelle chiese del mondo, è necessario che sia offerto il Sacrificio di Cristo, perché il mondo si salvi dall'abisso.

Ma cosa c’entra tutto questo con la presenza di Gesù nell’Ostia, con l’adorazione, con il Corpus Domini? Semplice, se la Messa non è più intesa come l'oblazione di Cristo sull'altare della Croce, ma solo come pasto sacro, è messa in pericolo anche la presenza stessa di Cristo nell'Eucarestia.

Un grande autore scriveva:

Ci sono due grandi realtà nella messa, che sono il sacrificio e il sacramento. Queste due grandi realtà si realizzano nello stesso istante, nel momento in cui il prete pronuncia le parole della consacrazione del pane del vino. Quando ha terminato le parole della consacrazione del prezioso sangue, il sacrificio di Nostro Signore è realizzato e Nostro Signore è in quel momento pure presente, il sacramento di Nostro Signore è anch'esso lì. (...) Questa separazione mistica delle specie del pane e del vino realizza il sacrificio della messa. Dunque, queste due realtà sono realizzate dalle parole della consacrazione. Non si può separarle. Ed è ciò che hanno fatto i protestanti; hanno voluto solamente il sacramento senza il sacrificio. Non hanno né uno né l'altro, né il sacramento né il sacrificio. E questo è il pericolo delle messe nuove. Non si parla più del sacrificio; sembra che si prescinda dal sacrificio. Non si parla più che dell'Eucarestia, si fa una «Eucarestia», come se non vi fosse che un pasto. Si rischia bene di non avervi più né l'uno né l'altro. E' molto pericoloso. Nella misura che il sacrificio scompare il sacramento scompare anch'esso, perché ciò che è stato presentato nel sacramento, è la vittima. Se non c'è più il sacrificio, non c'è più vittima.

“Se non c’è più il Sacrificio, non c’è più la Vittima”: parole pesanti ma logicissime, secondo fede. Senza inoltrarci in delicatissime considerazioni sacramentarie, possiamo tranquillamente dire che almeno nel vissuto dei cristiani si è proprio provocato questo: l’offuscamento del carattere sacrificale della Messa ha fatto perdere la coscienza della presenza sostanziale di Cristo nel Sacramento.

A MESSA ANTICA corrisponde la sottolineatura e del Sacrificio propiziatorio e della presenza sostanziale di Cristo nell’Ostia Santa.

A MESSA NUOVA corrisponde la sottolineatura del banchetto eucaristico, della santa comunione e... guarda caso... la quasi scomparsa dello spirito di adorazione.

Non è proprio un caso: se non c’è più il Sacrificio, non c’è nemmeno più la Vittima, non c’è Gesù presente.

Ecco perché è sbagliato arginare il disastro liturgico con qualche semplice lavoro di “maquillage”, magari riportando i segni esterni dell'adorazione - incenso, candele, balaustre e inginocchiatoi... grandi adorazioni anche notturne... - senza preoccuparsi di tornare al corretto rito della Messa, alla Messa della Tradizione.

Sbaglia chi si ferma ai segni esterni, giocando con un sentimento vago della tradizione, facendo leva sulla sola estetica che inganna. La questione è tornare alla chiarezza, tutta cattolica, del Sacrificio Propiziatorio espresso nella Messa, quella giusta.

Il tornare alla Messa giusta sanerà anche la processione del Corpus Domini, e sanerà prima ancora la vita dei cristiani, chiamati a partecipare al Sacrificio di Cristo con tutte le fibre del proprio essere.






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